martedì 19 maggio 2020

La “recessione Roosevelt”


Per carità, rinchiudetelo a San Leo e non fatelo più uscire.


La notizia: 500 miliardi a fondo perduto, dei quali tra 80 e 100 andrebbero all’Italia. A decidere oggi e nel prossimo futuro sono soprattutto loro, il rinnovato tandem franco-tedesco (chi altro sennò, i nostri ministri?). Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia insistono perché vengano emessi solo prestiti rimborsabili e nessuna sovvenzione.

L’Austria dovrebbe ringraziare anche l’Italia se, a suo tempo, non le fu tolta Klagenfurt per darla agli slavi.

I 500 miliardi graverebbero sul bilancio UE del 2021-2027, e seguono il pacchetto d’interventi da 540 miliardi varato nell’aprile scorso, che consente ai paesi interessati di prendere in prestito denaro a condizioni più favorevoli di quanto molti governi sarebbero in grado di fare da soli. Non è detto che a queste somme non se ne possano aggiungere in futuro delle altre.

Antonio Tajani s’è lamentato che sono pochi spicci, e, “leggendo i documenti”, ha ravvisato che “c’è una spinta orientata a tutelare gli interessi di Germania e Francia”. Ma chi è Tajani, quello che “Mussolini ha fatto qualcosa di buono per il suo paese”?

La differenza rispetto alle invocate obbligazioni “corona” è che la responsabilità solidale per il debito è limitata alla portata delle garanzie dell’Unione, e dunque non si tratta di una Gemüsesuppe indigesta a molti Stati con un rapporto debito/pil molto più basso del nostro.

Tutto ciò deve avvenire “sulla base dei programmi di bilancio dell’Unione europea e in linea con le priorità europee”. Sarà la bontà della spesa a fare la differenza, e viene in mente il caso di Alitalia ed è forte la tentazione di “prender l’armi e contro un mare di triboli e combattendo disperderli”.

Il rischio concreto d’inflazione c’è, ma è meglio una modica inflazione che una severa recessione. Più in generale, ancora una volta può soccorrere la storia. Anche i bimbi della quinta elementare, almeno quelli di una volta, sapevano che cosa era successo con la crisi del 1929, con la “recessione Hoover”. Non moltissimi, anche tra gli adulti di oggi, sanno invece che cosa avvenne negli Usa nel 1937-’38 con la “recessione Roosevelt”.

Nel 1936, le spese governative dell’ordine di 4,1 miliardi di dollari (di allora) avevo fatto sì che l’economia continuasse ad andare avanti, mentre gli agricoltori, i veterani e i dipendenti della Works Progress Administration spendevano i sussidi, l’indennità e gli assegni dello zio Sam. Una stimolazione del mercato interno che aveva dato e continuava a dare i suoi frutti, anche in termini di consenso politico, posto che Roosevelt alle elezioni aveva sbaragliato tutti gli avversari.

Roosevelt, dopo la rielezione del 1936, divenne, anche emotivamente, restio ad accettare nuovi disavanzi del bilancio, e dunque decretò una forte riduzione dei programmi governativi di assistenza ai lavoratori e altre categorie, nel tentativo di limitare il deficit federale e di pareggiare il bilancio, in tal modo sperando di evitare le spese per maggiori interessi e la comparsa dell’inflazione, temuta soprattutto dalla Federal Reserve, che aveva aumentato le riserve obbligatorie negli ultimi sei mesi, riducendo in tal modo la massa monetaria.

Roosevelt dimostrò troppa ansia per la moneta e sottovalutò l’impatto delle sue decisioni sull’economia reale, sulla quale in definitiva poggia tutto il circo sociale, non solo quello borghese. In tal modo inflisse a milioni di americani, dall’autunno del 1937, le sofferenze economiche di una nuova recessione, che prese il suo nome. Il 19 ottobre, in una terrificante replica del 1929, i prezzi delle azioni crollarono a Wall Street. Gli investitori svendettero 17 milioni di azioni, le quali scesero in breve tempo del 50%. L’occupazione diminuì del 23% nell’industria manifatturiera, il reddito nazionale del 13% e la produzione di beni durevoli come le automobili e gli elettrodomestici scese del 50%. Si ebbe un aumento dei 500% delle liste di richiesta di assistenza della Works Progress Administration.

Ancora una volta aumentò il numero di bambini denutriti e quello delle famiglie indigenti costrette a frugare nei bidoni delle immondizie dei ristoranti nella speranza di trovare cibo. Ecco quali disastri possono condurre delle scelte di politica economica sbagliate. Roosevelt nell’aprile 1938 chiese al Congresso tre miliardi di stanziamenti per la Works Progress Administration e per la Public Progress Administration, che divennero 3,75 miliardi in autunno (elezioni per il Congresso).

Tutto ciò non debellò la recessione, ci sarebbe voluto ben altro, ma impedì alla recessione di peggiorare ulteriormente. L’economia continuò a tirare avanti faticosamente fino a quando non arrivò un forte aumento delle spese militari dopo il 1940. Roosevelt, keynesiano prima di Keynes, ridiventò suo malgrado keynesiano dopo Keynes.

Le spese in disavanzo avevano dimostrato la loro efficacia, pur limitata. Comunque non sono un rimedio risolutivo alle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, tantomeno quando debito pubblico e privato raggiungono livelli abnormi come oggi.

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