lunedì 24 febbraio 2020

Dopo l'assalto ai forni, diamoci una calmata


Premesso che, come molti, non ho alcuna competenza specifica per quanto riguarda il virus che sta tanto allarmando, tuttavia cerco di capire, per quanto possibile e sulla base dei dati disponibili, cosa stia effettivamente accadendo a livello generale, anche perché gli assalti ai supermercati mi paiono dovuti a una psicosi che le autorità centrali e locali avrebbero potuto contenere con una più corretta informazione sui reali rischi di una eventuale remota quarantena generale.

L'epidemia di coronavirus è grave, ma per ora non è assolutamente paragonabile nei suoi effetti per esempio alla pandemia del 1918-‘19. Le stime dell'OMS sulla mortalità si basano sulla divisione del numero di vittime del coronavirus per il numero d’infetti confermati. Un metodo, forse per ora l’unico possibile, che presenta molte incertezze, poiché, per esempio, in molti casi le vittime sono persone anziane già affette da serie o gravi patologie e che avrebbero potuto soccombere anche con una normale influenza.

Sui dati di ieri è confermato che un totale di 78.993 persone sono state infettate dal coronavirus a livello globale, vale a dire lo 0,005 della popolazione cinese e lo 0,0001 di quella mondiale. In Italia, ad oggi, 233 infettati accertati, pari allo 0,00038 per cento della popolazione. Pertanto, senza sottovalutare il rischio, esistente, è il caso di darsi una calmata.


Dei 25.889 non più trattati, 2.470 (9,5 per cento) sono morti e 23.419 sono guariti. Complessivamente di quei casi in cui il trattamento è terminato, quasi uno su 10 si è concluso con il decesso. Quanti di questi decessi ha riguardato anziani con importanti patologie? Questo dato non è noto e però sarebbe il più interessante ai fini statistici. Dei rimanenti 53.104 casi attivi, 41.535 (78 per cento) soffrono di sintomi lievi, mentre 11.569 (22 per cento) sono in condizioni gravi o critiche che richiedono il ricovero in ospedale e l'ossigenazione per trattare la polmonite innescata dal coronavirus.

Molte persone hanno contratto il coronavirus senza ammalarsi gravemente e quindi non sono state diagnosticate, quindi bisogna dedurre che i tassi complessivi d’infezione grave e di morte potrebbero essere molto più bassi.

Circa il 20% dei casi diagnosticati richiede cure sanitarie ospedaliere per superare l’infezione. Se il numero di pazienti continuasse a crescere a livello internazionale al ritmo attuale per diversi mesi, ciò potrebbe avere gravi ripercussioni sui sistemi sanitari anche nelle economie più avanzate. Se il coronavirus diventasse endemico in aree dell’Africa o dell’Asia centrale, con meno strutture sanitarie avanzate, ciò potrebbe avere conseguenze devastanti.

L’Africa attualmente ha solo un caso confermato di coronavirus, ricoverato in ospedale in Egitto, ma c’è crescente preoccupazione che possano esserci già molti casi non rilevati che arrivano dalla Cina, che ha ampi investimenti nel continente, o attraverso paesi terzi in Europa e nel Medio Oriente.

Per quanto riguarda l’Iran, le autorità hanno disposto la chiusura di gran parte del paese dopo il sesto decesso attribuito a coronavirus, con 28 casi segnalati finora. Le autorità sospettano che gli operai edili cinesi a Qom, che sono tornati in Cina per il capodanno il mese scorso, possano aver portato l’ospite in Iran.

Il governo iraniano ha disposto la chiusura di scuole, università e teatri a Qom, Markazi, Gilan, Ardabil, Kermanshah, Qazvin, Zanjan, Mazandaran, Golestan, Hamedan, Alborz, Semnan, Kurdistan e la capitale Teheran. Ieri, secondo France 24, il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei ha accusato i media stranieri di aver tentato di usare il coronavirus in Iran per “scoraggiare” la gente dal voto alle elezioni generali.


Il Pakistan e l'Afghanistan hanno chiuso i loro confini con l’Iran lo scorso fine settimana nel timore che l’infezione potesse diffondersi dall'Iran ai paesi vicini, dove i sistemi sanitari, già di per sé non di buon livello, sono stati devastati da decenni di guerre e sanzioni economiche. Sabato due turisti iraniani sono risultati positivi al coronavirus negli Emirati Arabi Uniti e il Libano ha confermato venerdì il suo primo caso di coronavirus, una donna di 45 anni ritornata da Qom, famoso luogo di pellegrinaggio. Un solo caso in tutta quella calca?

Dopo la Cina, la situazione più grave, com’è noto, si registra in Corea del Sud, con meno di 900 casi.

Questo lo stato dell’arte, che richiederebbe uno sforzo organizzativo e sanitario coordinato a livello internazionale e invece assistiamo già qui in Europa al prevalere di un nazionalismo d’accatto degno d’altri tempi.

9 commenti:

  1. Sarà interessante vedere se questo bailamme del coronavirus darà spunto per l'aumento in futuro dello "smart working", paroloni inglesi per parlare del lavoro da casa per chi come strumento di lavoro usa un computer. Io per esempio questa settimana lavorerò da casa essendo residente nella provincia di Lodi e la sede di lavoro a Milano, più per evitare casini coi treni che per altro al momento. Devo dire che da casa ho lavorato un'ora in più e me ne sono accorto troppo tardi dello sforamento d'orario ... ^_^
    Saluti,
    Carlo.

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    1. Ciao Carlo, bisognerà vedere in futuro chi avrà un lavoro data la transazione tecnologica e energetica che possiamo paragonare solo alla prima e seconda rivoluzione industriale messe insieme.

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  2. questa pandemia è da pesare sul impatto economico e non sulla mortalità. siamo 7 e più miliardi, cosa vuoi che importi. dato che la borghesia pensa di riuscire a cavarsela manu propria anche stavolta, quel mezzo esserino dà proprio noia, mostra tutta la fragilità intrinseca della baracca

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  3. negli US hanno fatto meno di 500 tamponi in tutto, tanto per dire

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    1. eh, lì ti tamponano diversamente

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    2. insisto: per questa si muore in percentuali ben più alte dell' influenza ma dal punto di vista del profitto la iattura vera è che quelli che rimangono vivi sono molto meno attivi nella loro performance sociale

      la pandemia potrebbe avere un impatto economico tra i maggiori della storia, giunge in un momento delicatissimo delle relazioni internazionali, delle condizioni finanziarie e dell' industria in particolare

      l' unica roba che può fermare la valanga è il vaccino -che infatti si stanno sbrigando a fare

      san francisco città ha dichiarato l' emergenza se c'è diffusione, come penso, anche negli stati uniti diventa complicato parecchio

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    3. non è cosa da prendere sottogamba, ma è necessario evitare i panico. questa situazione è anche il termometro di altro che cova da tempo e non riesce a trovare una mappa
      pensa all'impatto che ha avuto la peste a metà del XIV sec. sul costo della forza-lavoro. oggi è molto diverso ma l'inquietudine è palpabile lo stesso. troppe cose si stanno sommando, il rischio d'implosione è alto.

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  4. Non mi sembra corretto fare paragoni sulle pandemie del passato perché alcune variabili di allora non sono paragonabili a quelle di oggi.
    1) Le conoscenze in campo medico e sanitario sono enormemente diverse e concorrono in modo determinante al contenimento delle epidemie. In buona sostanza se oggi medicina, sanità ed igiene fossero quelle di un secolo fa oggi non si parlerebbe con tanta leggerezza di epidemia di poco superiore alla comune influenza.
    2) Le comunicazioni di oggi non sono quelle di allora. Sei ore Roma-NewYork, 20 ore Roma-Pechino. Non mesi sui velieri. Quindi lo spostamento delle persone e delle merci è oggi incomparabilmente più denso e veloce. Il turismo di massa non esisteva e decine di milioni di persone non si spostavano ogni giorno in modo incontrollato.
    Qualsiasi virus era veicolato in modo totalmente differente.
    3) Frontiere. Erano una cosa seria e il concetto "chilometri zero" era una realtà se si pensa che esistevano persino i dazi.
    I problemi dovuti ad abitudini alimentari diverse praticamente non esistevano.
    Tutto questo, a mio avviso, rende le epidemie del passato incomparabili con quelle di oggi esattamente come lo sono le statistiche sugli incidenti stradali di oggi con quelle di un secolo fa.

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  5. Non facciamoci Influenzare dall'influenza.

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