giovedì 29 febbraio 2024

Senza vergogna

Massimo Colaiacomo, in un articolo sul quotidiano italiano più sionista, il 25 febbraio scriveva: «Le stesse generazioni sfilano per le vie di Londra, Roma, Parigi, New York agitando bandiere palestinesi, invocando la fine del conflitto a Gaza e condanna di Israele per “genocidio”. Confermando così che è la democrazia che si vergogna di se stessa la più grande minaccia alla democrazia».


La piccola bomba di Hiroshima

 

«Mosca è pronta a usare armi nucleari tattiche. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, sulla base di documenti top secret, la Russia ha simulato conflitti che prevedono l’uso di armi nucleari tattiche contro un’altra potenza mondiale e in altre circostanze».

I veri documenti top secret sono in cifra e non circolano nelle redazioni dei giornali. Tantomeno dossier classificati che riguardano l’impiego di armi nucleari. Quanto ai wargames militari, questo tipo di simulazioni sono pane comune. E allora perché lanciare simili “notizie” riprese dai media satellite? Si tratta di veicolare la normalizzazione delle armi atomiche, cominciando a parlare di armi nucleari tattiche. Se la Russia fa questo, per quale motivo non dovremmo fare altrettanto in nome della nostra sicurezza?

Giocano sul fatto che la quasi totalità delle persone, non solo le persone comuni, ma che molti cosiddetti leader politici, non hanno ben chiaro che cosa siano davvero le armi nucleari e il loro potenziale distruttivo reale.

La bomba su Hiroshima aveva una potenza esplosiva di circa 15 kilotoni, ovvero 15mila tonnellate di TNT. Un singolo missile americano Trident II Trident II D5 può trasportare fino a 8 testate nucleari (W88), con una potenza di 475 kilotoni ciascuna. In altre parole, ciascuno di quei missili con 8 testate contiene più di 250 volte la potenza della bomba che distrusse una grande città e uccise circa 100.000 persone.

Sono missili balistici che hanno un campo d’azione di 7.593 chilometri (fino a 12.000 con un carico di tre testate) con una precisione stimata di 100 metri (utilizza il posizionamento delle stelle). Sono trasportati da 14 sottomarini americani di classe Ohio e 4 britannici di classe Vanguard, con 20 missili su ciascuna classe Ohio e 16 missili su ciascuna classe Vanguard (testata Holbrook da 100 kt).

Tradotto in immagini: uno solo di quei sottomarini trasporta un potenziale distruttivo pari a 76.000 bombe di Hiroshima, dunque può annientare quantomeno l’intera Europa.

La Russia, la più grande potenza nucleare del pianeta, possiede ovviamente missili comparabili a quelli statunitensi e britannici, per esempio RSM-56 Bulava, 100-150 kt, guida astro-inerziale, progettati per neutralizzare e accecare i sistemi ABM e i radar nemici. È sufficiente qualche elementare calcolo per rendersi conto di che cosa stiamo parlando in termini distruttivi e di annientamento. Senza considerare altre migliaia di ordigni nucleari a disposizione negli arsenali di queste stesse potenze militari e di altre potenze nucleari ancora (Cina, Pakistan, India, Israele, Francia, ecc.).

Quanto al discorso sulle armi nucleari tattiche, è quanto di più fuorviante ci possa essere in tema di armi nucleari e sul loro impiego. È ovvio che s’inneschi un’escalation. Rendiamoci conto che si vogliono far passare le armi nucleari tattiche quasi come degli armamenti ordinari, poco più che convenzionali. Si sta normalizzando l’idea che si possano impiegare per uccidere decine di migliaia di persone con un colpo solo. Stanno creando equivalenze morali, false equivalenze, con altri tipi di conflitto, eccetera.

Da entrambi i lati dello spettro geopolitico, dunque non solo da parte di Vladimir Putin, stanno iniziando ancora una volta a parlare di queste cose come di una sorta di possibilità accettabile per il nostro mondo.

mercoledì 28 febbraio 2024

A Netanyahu non serve appiccicargli i baffetti

 

È indispensabile definire nazista Benjamin Netanyahu per manifestare la nostra indignazione di fronte al massacro indiscriminato in corso nella Striscia di Gaza? Molte persone in tutto il mondo, rappresentanti politici, personaggi pubblici o semplici anime comuni, la pensano così.

Il presidente brasiliano Luis Inácio Lula da Silva è uno di questi. Lula avrebbe potuto scegliere altri crimini contro l’umanità ancora più recenti. Il massacro perpetrato in Cambogia dai Khmer rossi tra il 1975 e il 1979 (tra 1,5 e 2 milioni di morti), per esempio. O, più vicino a noi, il genocidio dei tutsi in Ruanda, commesso tra il 7 aprile e il 17 luglio 1994 (tra 800.000 e 1 milione di morti). I misfatti degli Stati Uniti dal dopoguerra ad oggi in molte parti del mondo. Dunque, per denunciare i crimini commessi dal governo israeliano non è necessario invocare il nazismo.

E allora perché viene tracciato tale parallelismo? Perché nell’inconscio collettivo del secondo dopoguerra i nazisti sono l’incarnazione del male per eccellenza. Paragonando Netanyahu a Hitler, Lula usa un paragone comprensibile a tutti. Esagera? Personalmente quando vedo le immagini di Gaza mi vengono in mente istintivamente quelle di Varsavia. Con tutti i distinguo del caso, ma questa è precisamente l’immagine evocata.

Certo che Netanyahu non è Hitler, ma anche senza appiccicargli i baffetti il suo progetto è molto simile a quello del dittatore nazista. Hitler voleva includere nel Reich tutti coloro che secondo lui appartenevano alla stirpe germanica, qualunque cosa ciò potesse significare sul piano sia concettuale e sia concreto. Anche le minoranze ladine del bellunese, per dire. Il suo progetto era la costruzione del grande Reich germanico.

Netanyahu è pronto a ridurre in polvere la Striscia di Gaza e con essa gran parte della sua popolazione (e occupare quanto più possibile la Cisgiordania). Vuole trasformare un’impresa di conquista coloniale e territoriale in uno omicidio di massa della popolazione palestinese, non in risposta alle uccisioni terroristiche del 7 ottobre, fatto che gli serve come pretesto, ma perché egli e i suoi sostenitori puntano alla creazione della “Grande Israele”.

Come la storia dell’occupazione israeliana della Palestina conferma da quasi un secolo, che da parte dei sionisti (non solo i più estremisti) tale progetto esista e venga posto in essere con caparbietà, non è una fola. In Israele lo sanno tutti, favorevoli e contrari. Solo i sionisti e i filosionisti fuori di Israele fingono di non saperlo oppure lo negano. Del resto una opzione basata sulla coesistenza pacifica ed equa di israeliani e palestinesi, nello stesso Stato o in due Stati separati, è stata sepolta con Rabin e Arafat, che certo non sono morti di raffreddore.

Una missione di successo (per gli azionisti)

 

Del lander Intuitive Machines Nova-C Odysseus non si parla più (non a caso). Che fine ha fatto dopo essere arrivato sulla Luna? Realizzato da una ditta di Houston, puntava ad esplorare il polo sud lunare in vista della costruzione di una base permanente. E invece la prima missione privata sulla superficie della Luna si è conclusa prematuramente ieri a causa di un atterraggio che ha fatto sì che il lander finisse su un fianco, incapace di utilizzare i pannelli solari per ricaricare le batterie e con diverse antenne puntate nella direzione sbagliata.

Ciò avviene dopo il fallimento di Peregrine Lunar Lander un mese fa. Poco dopo la separazione dal lanciatore era avvenuto un guasto al sistema propulsivo che aveva compromesso la missione principale, ossia l’allunaggio.

Odysseus, il componente principale della missione IM-1, è stato lanciato il 15 febbraio da un razzo SpaceX Falcon 9 ed è sceso sulla superficie della Luna sette giorni dopo. Il telemetro laser del lander non ha funzionato perché i tecnici di Intuitive Machine non sono riusciti a sbloccare un interruttore di sicurezza. Il telemetro misura il tempo che intercorre tra il momento in cui un impulso luminoso viene emesso da un laser e il momento in cui viene rilevata la luce riflessa, ed è fondamentale per misurare altitudine e velocità di avanzamento del veicolo durante l’atterraggio. I telemetri sono un componente standard della stragrande maggioranza di tutti i moderni sistemi di atterraggio.

Pertanto la missione era già destinata al fallimento prima ancora d’incominciare. Solo che il problema del telemetro è stato scoperto quando la navicella era già in viaggio verso la Luna e nessun software a bordo era in grado di sbloccare l’interruttore da remoto. Complimenti.

Di conseguenza, si è stati costretti a utilizzare il Navigation Doppler Lidar della Nasa per il rilevamento preciso della velocità e della distanza durante l’atterraggio, ossia uno degli strumenti sperimentali a bordo. Il sistema secondario, sostituto del telemetro, ha però funzionato parzialmente, ma già questo ha consentito di evitare che Odysseus precipitasse sulla Luna come un meteorite. Si stima che Odysseus sia atterrato sulla Luna a circa il doppio della velocità prevista.

Il responsabile della navigazione della compagnia privata, Mike Hansen, ha dichiarato a Reuters che la perdita dei telemetri è derivata dalla decisione della società di rinunciare a un test di accensione del sistema laser per risparmiare tempo e denaro durante i controlli pre-volo dellOdysseus presso il Kennedy Space Center della NASA in Florida. “Quello è stato un rischio come azienda che abbiamo riconosciuto e accettato”. Ancora complimenti.

La missione privata era stata salutata con toni enfatici dai media: il New York Times ha affermato che l’atterraggio avrebbe “inaugurato un’era più rivoluzionaria” di voli spaziali più “economici”. Il Washington Post lo ha definito “un passo significativo verso il piano della NASA di riportare gli astronauti” sulla Luna. Il Wall Street Journal ha affermato che l’atterraggio ha rappresentato una “pietra miliare” per l’industria spaziale. Repubblica può solo scopiazzare quanto scrivono gli altri.

Odysseus è stato costruito e lanciato da Intuitive Machines, una società aerospaziale co- fondata da Stephen Altemus, Tim Crain e dal miliardario iraniano-americano Kam Ghaffarian. Lo scopo? Reinventare la ruota.

Il primo atterraggio morbido sulla Luna, tecnicamente molto più impegnativo di quello di Odysseus, è avvenuto quasi sessanta anni fa, nel 1966, ad opera dei sovietici, al quale ne sono seguiti altri e il primo ritorno robotico di una navicella è nel 1970. Senza dimenticare le formidabili imprese della Nasa con i famosi sbarchi dell’Apollo 11, 12, 14, 15, 16 e 17.

Ciò non vuol dire che i progetti Luna o Apollo fossero di per sé impeccabili. Subirono numerose battute d’arresto, inclusa la tragica perdita degli astronauti dell’Apollo 1 in un incendio durante una prova di lancio. Tuttavia si trattava di progetti assolutamente innovativi che hanno avuto, nel loro insieme, il merito di dimostrare le capacità dell’umanità di sviluppare tecnologie e metodi scientifici. Progetti e missioni che nessuna società privata, o anche più società private tra loro consorziate, avrebbe potuto realizzare con successo.

Ciò è stato dimostrato ancora una volta dall’esplosione del lander Astrobotic Technology a gennaio, poco dopo il suo lancio, dallo schianto del lander SLIM della società giapponese Ispace nel 2023 e dallo schianto di Beresheet nel 2019, un lander sviluppato privatamente dalla società israeliana SpaceIL. E poiché la Stazione Spaziale Internazionale non è in grado di realizzare profitti, è prevista la sua deorbitazione e la sua distruzione entro il 2030.

Tutto ciò che sta succedendo da qualche decennio nei più variegati settori non fa parte di un complotto. Si è fatta strada l’idea, dunque siamo nella sfera dell’ideologia, che tutti ciò che è pubblico è inefficiente e inutilmente dispendioso, mentre, viceversa, ciò che è “privato” sarebbe sinonimo di efficienza, economicità e successo. Su come si sia fatta strada questa ideologia totalitaria dobbiamo interrogare anzitutto noi stessi. Ma non basta; bisogna guardare su quali basi materiali, quindi su quali interessi concreti, poggia tale totalitarismo ideologico.

Uno tra i molteplici e infiniti esempi è dato da questo fatto: le azioni di Intuitive Machines sono quotate al NASDAQ. Gli azionisti sollecitavano un lancio di successo il più presto possibile per aumentare il prezzo delle azioni. Da questo punto di vista la missione è stata un successo. Il valore dell’azienda è più che raddoppiato nel periodo precedente al lancio e rimane circa il 40% più alto rispetto all’inizio del mese, nonostante i forti cali dopo che la società ha segnalato i problemi connessi all’atterraggio del lander.

L’esplorazione spaziale (così come altre questioni che riguardano l’intera umanità) dovrebbe essere un’impresa intrinsecamente internazionale, che richiede pianificazione, risorse, ricerca e infrastrutture di tutto il mondo per avere successo. Non può essere subordinata al profitto privato (o al militarismo) sulla base di società rivali, non importa quanti soldi possa avere una figura come Elon Musk.

martedì 27 febbraio 2024

Il titolo di Mario Seminerio

 

Mario Seminerio nei suoi ultimi post prende di mira la pubblicità con la quale il MEF promuove il Btp Valore in asta in questi giorni. Posso essere d’accordo: sotto il profilo dell’educazione finanziaria è discutibile che un ministero presenti la cosa con quel marketing pubblicitario. Sennonché si tratta, per l’appunto, di réclame. Per nulla ingannevole, anche se, come rileva il nostro Cincinnato finanziario, non menziona il rischio connesso all’investimento. Ma non avevamo detto e ripetuto a noia che non esiste investimento privo di rischio?

Questo rischio sui titoli di Stato c’è da sempre. L’Italia, in particolare, ha una storia quasi infinita di debito pubblico che inizia proprio quando la Penisola era divisa in Stati e staterelli tutti comunque più o meno indebitatissimi. Emblematica è infatti la vicenda del debito pubblico dello “Stato romano”, cioè dello Stato pontificio, collocato in particolare all’estero con tassi e spread di molte, molte volte superiori a quelli che oggi spaventerebbero fino a far cadere i governi.

Ciò avveniva quando nel piccolo Ducato di Parma e Piacenza e nel Regno sardo-piemontese, prima dell’avvento di Cavour alla presidenza del consiglio, collocavano il debito pubblico con penalizzazioni (spread) addirittura di 3.000-3500 punti base. Poi Cavour riuscì a ridurre il costo del debito pubblico del Regno sardo-piemontese, tuttavia ciò rimase in seguito il principale problema post risorgimentale, nonostante il rigore di personaggi come Minghetti e Sella (la loro insistenza nella odiosa tassa sul macinato, come ricorda Giolitti nelle sue Memorie della mia vita, Garzanti 1982, p. 46).

Va anche notato, di passaggio, che un debito pubblico al 5% rappresentava un titolo internazionale per eccellenza. E così va anche ricordato che alcuni secoli prima furono innanzitutto i frati italiani appartenenti agli ordini mendicanti a superare la vecchia definizione dell’usura e nel definire il 5% come il tasso praticabile senza incorrere nel peccato religioso e civile dell’usura, ben identificato nell’inferno dantesco.

Lasciamo stare queste facezie storiche e veniamo al dunque attuale. Perché dei soggetti, non solo quelli che nello spot “sembrano disporre di tempo e risorse per andare in crociera”, non dovrebbero acquistare, con una parte del proprio patrimonio liquido e nella prospettiva di un calo dei tassi d’interesse, un Btp che offre, nei sei anni, una tranquilla rendita media del 3,2 per cento, con cedole semestrali e uno 0.7 per cento di premio finale, ossia una pacca sulla spalla?

Lo spostamento delle “italiche formichine” verso le obbligazioni statali non può essere visto di buon occhio da chi lavora nel settore dall’azionario e altre forme d’investimento. E questo si può comprendere, fermo restando il fatto dell’assoluta onestà intellettuale del collega blogger, il quale peraltro riconosce che questo spostamento del gregge in altri pascoli potrebbe “servire a smettere di vendere fondi obbligazionari attivi con commissioni da taglieggio”. E in ciò ci rivela le opportunità assommate del “mercato”. Tuttavia, quando scrive di “debito pubblico in mano a giovanili crocieristi in verosimile quiescenza”, cioè a persone che evidentemente non investono “per arrivare alla quarta settimana del mese”, ebbene il titolo senza scadenza di rosicone se lo fregia in fronte da solo.

La dinamica


Del vertice europeo della Nato a Parigi, tenutosi ieri, si parla poco o nulla, ma in tale sede si è deciso un intervento diretto della Nato nella guerra. Non solo ulteriore invio di armi, ma anche di soldati. L’Ucraina è a corto di altra carne umana da macellare, perciò dovrà importarla.

Prima del vertice, il primo ministro slovacco Robert Fico aveva dichiarato: “Gli stati membri della NATO e dell’UE stanno considerando di inviare le loro truppe in Ucraina su base bilaterale”. Aggiungendo: “Non posso dire a quale scopo”. Rivelo io a quale scopo: turistico.

Ieri sera, il presidente Macron, chiudendo il vertice, ha affermato: “Faremo tutto il necessario affinché la Russia non possa vincere questa guerra”, e dunque “non è escluso” l’invio di truppe in Ucraina da parte di singoli paesi europei. Testualmente: “Oggi non c’è consenso sull’invio di truppe di terra in modo ufficiale, scontato e approvato. Ma nella dinamica non è da escludere nulla”.

La dinamica è questa: la Nato, ossia gli Stati Uniti e i suoi satelliti europei, non possono permettersi una sconfitta in Ucraina. Non perderebbero solo la faccia e centinaia di miliardi spesi inutilmente, ma soprattutto crollerebbe il caposaldo della Nato schierato contro la Russia e il castello di menzogne costruito attorno a questa guerra e a ciò che l’ha preceduta in fase di istigazione e predisposizione.

Li chiameranno “consiglieri”, “specialisti”, “istruttori” o chissà che altro. Sia chiaro, già sono in loco, si tratta di creare la “dinamica” per mandarne molti di più e direttamente al fronte. La guerra si allarga e aumenta d’intensità al pari della propaganda.

Un film già visto. Solo che questa volta, almeno per il momento, al macello saranno mandati i “volontari”, non in figli della piccola borghesia europea e americana. Dunque, per il momento, la propaganda avrà gioco facile. Del resto si combatte in nome della democrazia contro la dittatura, il bene contro il male.

Il loro attore comico preferito, Volodymyr Zelenskyj, intervenuto alla conferenza di Parigi tramite collegamento video, ha dichiarato che finora l’Ucraina ha perduto 31mila soldati. Essendo un comico di professione non teme il ridicolo e sguazza nel paradosso: “Non 300.000 o 150.000, o qualunque cosa dicano Putin e il suo circolo bugiardo”.

Nel novembre 2022, il presidente dei capi di stato maggiore congiunti, generale Mark Milley, aveva dichiarato che 100.000 soldati ucraini erano stati uccisi o feriti, e il New York Times scriveva che “i funzionari hanno affermato in privato che i numeri erano più vicini a 120.000”.

Zelenskyj è ormai prigioniero del suo ruolo e non gli resta che prefigurare una nuova offensiva, qualche colpo ad effetto in Crimea o nel Mar Nero. Di essere tra i maggiori responsabili del massacro e della distruzione dell’Ucraina neanche lo sfiora il pensiero. Quando non servirà più allo scopo, i suoi padroni troveranno il modo di farne un martire. 

lunedì 26 febbraio 2024

In Sardegna si vola



Ieri si è rivelato il miracolo: in Sardegna, alle ore 19, aveva votato il 44,1% degli aventi diritto. Alla stessa ora, nel 2019, aveva votato solo il 43,3%. Quindi giusto titolare: “l’affluenza vola in Sardegna”. Più pacato il Sole 24 ore, che sulla base di quei dati, titolava: “Affluenza in salita”. E infatti si registrava un poderoso più 0,8%.

Oggi s’è scoperto che l’impeto elettorale non è stato poi così deciso come auspicato: l’affluenza non è stata nemmeno pari a quella del 2019. Inchiodati alle nostre poltrone, ai nostri divani, ai nostri schermi, prepariamoci al dibattito televisivo su chi avrebbe potuto vincere ma ha perso e su chi avrebbe dovuto perdere e invece ha vinto.

In Sardegna resteranno intonsi gli antichi e dialettici rapporti di ... arretratezza, che se avesse vinto Alessandra Todde sarebbero mutati. E invece ha perso Paolo Truzzu, seppure sul filo di lana e alle 4 di domani mattina. Medioevo, dai.

Anche stavolta niente rivoluzione e nessuna testa rotolerà nella paglia. Tutto s’è svolto pacificamente. Non come nel 1921, quando alle elezioni politiche in Italia vi furono 102 morti e 388 feriti, dal 1° gennaio al 7 aprile. Poi, dall’8 aprile al 14 maggio i morti furono 105 e i feriti 432. Nella sola giornata elettorale si ebbero 40 morti e 70 feriti gravi.

Due anni prima, nel 1919, si erano svolte le prime elezioni con il sistema della rappresentanza proporzionale. Da mezzo secolo, tutti volevano questo nuovo sistema, chi per un motivo e chi per un altro, ideologico o solo di opportunità. Socialisti, cattolici, combattenti di destra e di sinistra, nonché i liberali. La riforma elettorale passò alla Camera con 277 voti a favore e 38 contrari. Il Senato approvò con 70 sì e 9 no.

Nel 1923, Mussolini presentò, pel tramite del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giacomo Acerbo, un disegno di legge per modificare la legge elettorale in senso sostanzialmente maggioritario. In Commissione, i deputati del partito popolare, cioè quelli che saranno poi i democristiani, risultarono decisivi: non votarono né a favore né contro la nuova legge. Si astennero. In tal modo il disegno di legge passò con 10 voti contro 8. Poi, giunto alla Camera il disegno di legge, i popolari votarono a favore della legge. Ovviamente anche i liberali.

La legge Acerbo comportò “una modificazione così radicale del regime rappresentativo da essere ben difficilmente compatibile, pur se onestamente applicata, con le istituzioni parlamentari così come queste erano state intese in passato” (Adrian Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, p. 202). 

giovedì 22 febbraio 2024

Quanti sono?

 

Le forze reazionarie [...] si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuate dietro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati, convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovranno fare i conti.

Il Manifesto di Ventotene, 1941. Che prosegue:

Il punto sul quale esse cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari [...]. Se questo scopo venisse raggiunto, la reazione avrebbe vinto [...].

Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani [...].

[Gli] Stati Uniti d’Europa, non possono poggiare che sulla costituzione repubblicana di tutti i paesi federati. E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbraccino in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la Federazione Europea è l’unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.

Il Manifesto voleva essere una risposta politica allo stato di cose di allora, e si presentava come un programma da intraprendere in futuro per riformare i sistemi politici e statuali europei. In esso si sarebbero riconosciuti tutti coloro che, attraverso il cambiamento politico, miravano a riformare la società rompendo il quadro nazionale.

Il progetto federalista di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi si concretizzerà nella creazione, infine, dell’Unione Europea. I due estensori del Manifesto non potevano immaginare che cosa sarebbe diventata in realtà l’Unione Europea! Più un’espressione geografica e d’interessi particolari che ...

Spinelli e Rossi scrivevano ancora:

Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era farà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali [...].

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista; ma, una volta realizzata in pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia.

[...] La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. [...] Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, [...], mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a) Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; [...] e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato, imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es.: industrie minerarie, grandi istituti bancari, grandi armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti.

b) Le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione, hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. [...].

c) I giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare in ogni branca di studi, per l’avviamento ai diversi mestieri e alle diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi press’a poco eguali per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze fra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali.

d) La potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità, con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario, col minimo di conforto necessario per conservare il senso della dignità umana. La solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica, non dovrà, per ciò, manifestarsi con le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori.

e) La liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere in balìa della politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici anzitutto del grande capitale.

Eccetera (si badi: il resto del Manifesto non è meno interessante, specie riguardo l’Italia). Insomma, un riformismo illuminato, che però difetta di realismo politico (rivendica illusoriamente la nozione di “rivoluzione”, anche se, viceversa, coglie il tema della critica all’organizzazione settaria dove domina solo l’elemento operaio fedele al partito) e sottovaluta la potenza delle forze totalitarie del capitalismo. Quindi il fatto che a dettare l’agenda del dopoguerra sarebbe stato il più grande paese capitalista, sotto il cui dominio imperialista si troverà costretta l’Europa di allora così come è legata e imbavagliata quella di oggi.

Un imperialismo esplicito sotto il profilo economico ma anche ideologico, forse soprattutto ideologico, talché gli esponenti politici che presiedono l’unione europea si sono dimenticati totalmente del Manifesto di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, semmai si sono presi la briga di leggerlo! È noto che preferiscono Milton Friedman e soci.

Per creare un nuovo sistema economico-sociale è necessario distruggere quello vecchio. Per molto tempo la questione s’è posta relativamente ai rapporti sociali di produzione (e dunque ai rapporti di classe), che non possono rimanere intonsi come pretenderebbero i riformisti più o meno illuminati. Si pensava e credeva – Spinelli e Rossi avevano facilmente ragione nel criticare il punto – che bastasse la socializzazione dei mezzi di produzione e come d’incanto il problema si sarebbe avviato la soluzione.

Abbiamo visto com’è andata a finire nell’Urss. Invece i “compagni” cinesi hanno pensato da ultimo che bastasse coniugare Keynes con Taylor (più il secondo che il primo) per uscire dal tunnel nel quale si erano infilati. A mio modo di vedere si sono dimenticati di leggere qualche pagina marxiana, forse non è stata neppure tradotta in mandarino.

Tuttavia il problema del capitalismo, nelle sue contraddizioni più nefaste, è il problema dell’umanità intera, della sua stessa sopravvivenza. Le élite borghesi, illudendosi e illudendoci, pongono questo problema come fosse una questione green e di tassi di interesse. E finora hanno avuto buon gioco per un semplice motivo: pur tenendo fermo che una formazione economico sociale non si supera mettendola ai voti, tra i contrari e favorevoli, quanti sono coloro che propendono realmente per il superamento del capitalismo?

Á la guerre comme à la guerre

I "primi piani" di Repubblica

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) nacque ufficialmente nel dicembre del 1922 e cessò di esistere nel dicembre del 1992. Per trent’anni è stata governata da un georgiano, Stalin, e per i successivi trent’anni (29 per l’esattezza) è stata governata da due ucraini di nome Chruščëv e Brénev. Nell’elenco dei segretari generali del PCUS c’è n’è addirittura un altro di ucraino, tale ernenko.

Non deve stupire che Chruščëv e Brénev riempissero di fabbriche e di “città chiuse” l’Ucraina, perché fare una fabbrica nel paese che era stato il loro villaggio era una prova di attaccamento alle loro origini. Né deve stupire che fu Chruščëv ad unire amministrativamente la Crimea alla repubblica ucraina.

Quanto a Brénev, il suo errore è stato quello di alimentare il nazionalismo etnico, concedendo ad alti funzionari di nazionalità non russe di diventare primi segretari del partito della propria repubblica (il caso di Nazarbaev è il più noto, ma ve ne sono altri), ossia una concessione che fece nascere un ceto politico professionale di etnia non russa che sarebbe salito alla ribalta come dura opposizione nel parlamento di Gorbaëv.

C’è tuttavia da chiedersi come sia possibile che Gorbaëv abbia potuto mettere in atto riforme come l’autofinanziamento per cui le repubbliche sovietiche non erano più tenute a versare gli introiti fiscali allo Stato centrale e potevano in tal modo autofinanziarsi. Come poteva pensare Gorbaëv che questa misura non disgregasse l’Urss?

Questa è una delle tante cose che si devono addebitare a Gorbaëv. Con i suoi errori ha destabilizzato il paese perché le repubbliche volevano veramente l’autonomia dal comitato centrale. Ha fatto una quantità di errori, forse in buona fede, sicuramente perché si è rivelato un incapace.

Con El’cin gli americani erano riusciti addirittura a entrare nelle città chiuse dove c’erano gli stabilimenti e gli istituti di ricerca legati all’industria militare. La prova della ostilità occidentale contro Mosca i russi l’hanno avuta quando i paesi dell’ex patto di Varsavia sono stati accolti nella Nato e finanziati dall’Unione Europea, di modo da essere circondati da basi della Nato e da governi ostili.

Putin è di tutt’altra scorza rispetto a Gorbaëv e El’cin. Quando nel 2004 il presidente della Georgia, Saak’ashvili, uno che veniva direttamente dall’America, ha fatto richiesta di entrare nella Nato e in Occidente gli hanno fatto capire che era possibile, questa mossa venne letta da Putin come un segnale di guerra, di ritorno della guerra fredda.

Putin deve riscattare la Russia dall’umiliante fine dell’Urss e da ciò che per oltre un decennio ne è seguito. Vuole che la Russia sia presa sul serio, nonostante che rispetto all’Urss sia un paese di soli 150 milioni di abitanti. E questo non va proprio giù all’Occidente. Il dramma ucraino nasce proprio da qui.

Va anche detto che per i russi gli ucraini sono dei contadini che non lavorano e si ubriacano soltanto, menano le mogli, tanto è vero che esse se ne sono venute in Occidente a fare le badanti. Lo so, a molti che non conoscono la situazione reale sembrerà un insoluto, ma è grossomodo la verità. D’altra parte, finché non è arrivata una legge che nessuno rispettava, anche all’ambasciata ucraina in Italia si parlava russo (è un fatto); l’ucraino è come da noi un dialetto; adesso c’è la legge e la guerra e sono obbligati ufficialmente a parlare in ucraino.

Una testimonianza, raccolta in un’intervista dopo i fatti del 2014, di Rita Di Leo, che di Russia e Ucraina ne capisce molto più di tanti “esperti”: «Rossana Rossanda aveva una badante ucraina, che era stata deputata alla Duma, naturalmente parlava benissimo l’italiano eccetera, e mi diceva: “non è vero che c’è un rapporto di odio con i russi, Mosca è piena di ucraini e Kiev di russi. Sono i ragazzi a scendere in piazza perché vogliono andare a Parigi, perché vogliono andare a Tenerife ... noi anziani non ci pensavamo nemmeno. Noi stavamo in pace, ma ora, da quando è successo quello che è successo io sono stata costretta a venire qui ... Mi fa piacere stare con Rossana, però ho dovuto lasciare la mia famiglia e sono certa che in questo momento mio marito si sta ubriacando”. Non so se questa testimonianza si possa raccontare, ma è andata proprio così» (Slavia, 1/2022, p.158). 

mercoledì 21 febbraio 2024

Quale altro mezzo se non la guerra?


Il 9 febbraio Tucker Carlson, giornalista e figura di spicco dell’estrema destra americana, ha intervistato per oltre due ore il presidente russo Vladimir Putin. L’intervista ha riscontrato un notevole interesse, con oltre 18 milioni di visualizzazioni solo su YouTube.

martedì 20 febbraio 2024

Ma come fanno i marinai ...

 

La Vladimir Latyshev è una nave mercantile russa lunga 141 metri e larga 17, capacità di carico 11.292 mq, di recente costruzione (2021). L’imbarcazione dorme da due anni porto di Saint-Malo (Bretagna), congelata dalle sanzioni contro i beni russi messe in atto dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

Il 28 febbraio 2022, la nave era entrata nel porto di Saint-Malo carica di magnesio che doveva consegnare alla compagnia Timac, prima di prendere la strada per l’Algeria. Il 1° marzo si stava preparando a levare l’ancora quando la dogana portuale ordina di fermo. Si scopre che la Vladimir Latyshev appartiene alla società statale russa JSC GTLK, colpita dal congelamento dei beni russi ordinato dall’Unione Europea come sanzione contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Strana questa cosa, perché la nave mercatile risulta ufficialmente di proprietà della società Alpha LLC (Rostov sul Don), specializzata nel trasporto di merci per vie navigabili interne e destinazioni marittime internazionali. Doppiamente strana perché la GTLK, la più grande società di leasing della Russia, è stata aggiunta agli elenchi delle sanzioni del governo britannico e dell’UE nell’aprile 2022.

A bordo della nave c’erano e ci sono tutt’ora nove marinai, diventati involontariamente ostaggio di un conflitto molto più grande di loro.

Questi marinai, pur avendo il diritto di sbarcare, vivono nella nave quasi reclusi Sono in pochi ad averli visti in due anni che sono fermi in quel molo. Nemmeno i clienti del Green Parrot, il bar che puzza di cane bagnato, li hanno incontrati, anche se a volte li menzionano. La Vladimir Latyshev muore di noia, lontano dagli occhi, nel bacino Jacques-Cartier.

La società di spurgo EVTV manda una volta al mese una sua autocisterna per raccogliere le acque reflue della nave. Dice un suo dipendente: “Questi ragazzi, i russi, restano rinchiusi a bordo per la maggior parte del tempo, occupandosi della manutenzione della nave. Quando arriviamo, non ci parlano. Non cercano di creare il minimo collegamento. A volte li vedo passeggiare attorno alla nave da carico. Sembrano davvero annoiati”.

L’equipaggio è rifornito regolarmente. Un ispettore della Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti (ITF), il principale sindacato dei trasporti marittimi, li visita periodicamente per verificare se gli stipendi vengono pagati e se sono ben nutriti. Quanto basta per vedere uomini che ammazzano il tempo guardando film e svolgendo i compiti necessari alla manutenzione dell’imbarcazione. A volte vanno alla Lidl a fare la spesa, ma le loro carte di credito sono congelate, a causa delle sanzioni contro la Russia. Gli stipendi sono bassi: meno di 500 euro al mese, si dice.

Ma perché restano chiusi nella nave? Si sentono persone non gradite e mantengono un profilo basso. Alcuni mesi fa è scoppiata una rissa sulla Vladimir Latyshev. Si racconta che sia scoppiata per motivi politici, tra chi è a favore di Putin e chi contro. Ma queste sono dicerie, in realtà nessuno sa il perché. I marittimi sono ai margini di ciò che accade sulla terraferma, e tuttavia molto soggetti ai capricci di ciò che avviene nel contesto mondiale.

Durante l’epidemia di Covid-19, non è stato loro permesso di sbarcare e non è stato possibile essere soccorsi. La guerra in Ucraina non fa eccezione. Dall’inizio del conflitto, molte navi sono state fermate nei porti europei. Fermano una nave come si confisca uno yacht o una villa di lusso. Su una nave ci sono uomini che lavorano e vivono. In questo modo dei marinai sono coinvolti nelle guerre, anche se non c’entrano nulla. Rinchiusi in queste prigioni di ferro galleggianti, la situazione può degenerare improvvisamente e rapidamente.

Quasi 300.000 marittimi sono russi o ucraini. I marinai sono fatti per navigare, non per marcire sul bordo di una banchina. Quei nove uomini nel piccolo porto di Saint-Malo, così come molti altri in altri porti e nella stessa situazione, rappresentano un premio di guerra a chi le guerre le vuole e le cerca.

lunedì 19 febbraio 2024

Meritano solo disprezzo

 

Cerchiamo, per quanto possibile, di stare ai fatti. Abbiamo notizia che Alexei Navalny è deceduto in un carcere russo. Siamo in attesa di conoscere gli esiti dell’autopsia, sempre che le autorità politiche russe ci vogliano dire la verità sulla sua morte. E c’è da chiedersi se egli sia stato ucciso, come sostiene la canea mediatica occidentale, oppure se sia morto per altre cause, anche legate alle condizioni di detenzione. Nel caso sia stato assassinato, chi aveva interesse ad ucciderlo?

Chi era Alexei Navalny? Un “campione della democrazia”, ha dichiarato il comitato editoriale del Washington Post. “Il più grande sostenitore della democrazia russa è morto”, ha scritto il British Telegraph. Su ciò che scrivono i giornali italiani, tutti e senza eccezione, non c’è da far conto (bene che vada scopiazzano ciò che scrivono gli altri).

Navalny non era un rappresentante di una fazione “democratica” del sistema politico russo. Non in origine almeno. È entrato in politica nell’estrema destra, unendosi al partito del libero mercato Yabloko e alla sua Unione delle forze di destra nel 2000. Nel 2007, ha co-fondato il Movimento nazionale di liberazione russo, un gruppo sciovinista anti-immigrati. Nel 2021, Amnesty International ha temporaneamente privato Navalny della designazione che gli aveva dato come “prigioniero di coscienza”, per aver sostenuto le uccisioni razziali di persone provenienti dall’Asia centrale e dal Caucaso, che chiamava “scarafaggi”.

Solo dopo essere entrato in opposizione a Putin, Navalny ha deciso di trovare un’altra base politicamente più appetibile, di scegliere la bandiera universale della “lotta alla corruzione”. Chi non è contro la corruzione? Nel contesto degli aspri conflitti all’interno dell’oligarchia russa, Navalny rappresentava una fazione dell’oligarchia russa che desidera relazioni più strette con gli Stati Uniti. Anche in prigione, Navalny ha avuto un sostegno sufficiente all’interno a tale fazione da consentirgli di avere un accesso regolare ai social media.

Se Navalny è stato assassinato, ci sono altri possibili sospetti oltre a Putin, tra cui alcune agenzie dello Stato russo, che potrebbero aver agito anche senza l’approvazione di Putin. Negli ultimi mesi il Cremlino ha attaccato numerosi esponenti dell’opposizione, anche se non avevano prospettive di successo alle elezioni presidenziali del mese prossimo. È stato condannato il sociologo Boris Kagarlitsky e il candidato stalinista Sergei Udaltsov, ed è stata impedita la candidatura del liberale filo-NATO Boris Nadezhdin.

Tuttavia, ci si dovrebbe chiedere: perché Putin dovrebbe agire contro Navalny proprio adesso? Il presidente russo ha lavorato per ingraziarsi una fazione dell’establishment politico negli Stati Uniti. La sua recente intervista con l’ex conduttore di Fox News Tucker Carlson è stata dedicata in gran parte alla richiesta di una soluzione negoziata sulla guerra in Ucraina. All’indomani dell’intervista, Putin ha fatto di tutto per lodare Biden, dicendo che avrebbe preferito la sua elezione a quella di Trump.

Se vogliamo restare al gioco dei media occidentali, secondo i quali Navalny è stato sicuramente assassinato, ci sono altri che potrebbero esserne responsabili, compresi gli oppositori di Putin che vedono la morte di Navalny come utile per la propria causa.

Tutto ciò è del tutto speculativo. La morte di Navalny viene strumentalizzata dagli Stati Uniti e dai paesi satellite della NATO, soprattutto dall’amministrazione Biden, per intensificare la campagna per un’escalation della guerra contro la Russia.

La richiesta immediata da parte dell’amministrazione Biden, dei democratici e di fazioni del partito repubblicano è che il Congresso approvi un disegno di legge contenente decine di miliardi di dollari in aiuti militari all’Ucraina. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha approfittato della morte di Navalny per chiedere maggiore assistenza militare, nel mezzo di una crisi sempre più palese del suo governo di estrema destra.

Qui ciò che più colpisce è la sconcertante ipocrisia. Biden e i suoi alleati della NATO, nonché i soliti utili idioti, denunciano furiosamente il trattamento riservato dal regime di Putin a Navalny, mentre sottopongono Julian Assange, un autentico paladino dei diritti umani, alle condizioni più brutali e pericolose per la sua vita. E che dire dei tanti prigionieri che ancora marciscono a Guantánamo, senza processo e dopo decenni di illegale e brutale detenzione e tortura?

L’amministrazione Biden, contrariamente a quanto vogliono far credere i media, sta supervisionando, armando, sostenendo finanziariamente e continuando a difendere l’omicidio di massa compiuto da Israele contro la popolazione palestinese. Coloro che lodano la memoria di Navalny, che si dicono indignati per il suo presunto omicidio, mentre per mesi hanno sostenuto le forze armate israeliane nella campagna genocida contro uomini, donne e bambini indifesi rannicchiati negli ospedali, nelle case bombardate e nelle tendopoli in tutta Gaza, non meritano altro che disprezzo.

domenica 18 febbraio 2024

L’odore di merda

 

Chi può garantirci che il nostro rapporto ironico e disgustato con il mondo, con l’orrore politico, con la spazzatura di estrema destra e con la monnezza liberale della sinistra sia quello giusto? È possibile lasciarsi coinvolgere senza lasciarsi assorbire? Avere una giusta distanza dall’abominio odierno, poter agire e non solo voltare le spalle?

Credo che ogni riga scritta, ogni frase pronunciata, anche in una conversazione serale tra amici, trasformi il mondo, certo in misura impercettibile, come una montagna si trasforma impercettibilmente, ogni secondo, per effetto delle singole gocce d’acqua di un fiume che scorre lungo le sue rocce.

La realtà non dipende solo dai “decisori”, la realtà del mondo è plasmata dai nostri giusti pensieri. Almeno in certi momenti mi piace crederlo. Il pensiero non è, nella sua forma più segreta, un atto? E non importa se non riescono a farsi sentire: come potrebbero?

Quel poco di poesia che resta nella vita comune ci appartiene come i ricordi della nostra infanzia. Lo so: visto che la casa sta bruciando, sarebbe più saggio fare di tutto per spegnere l’incendio; ma sappiamo che è impossibile spegnerlo e chi ha dato fuoco alla casa cerca di dare la colpa dell’incendio a noi. Fanno di tutto per farci sentire in colpa.

È il tempo in cui lottiamo con i nostri sensi di colpa, con il ticchettio delle nostre preoccupazioni, con le nostre domande fastidiose sull’azione e sul pensiero. L’odore di bruciato è diventato odore di merda, e ora ci viene detto che è il nostro odore, e che siamo puniti perché non abbiamo fatto nulla.


sabato 17 febbraio 2024

Il Gulag democratico


Spiace e può indignare quando una persona muore in un carcere magari anche per causa o concausa delle dure condizioni di detenzione. Che certe carceri in Russia e altrove assomiglino a dei Gulag (basti leggere Limonov di Emmanuel Carrère per farsene un’idea), come titolava questa mattina Repubblica, ci può anche stare da parte di un giornale che ha fatto dei diritti umani e della libertà di stampa la sua bandiera.

Lasciamo perdere i 13 detenuti che nel marzo 2020 sono morti nel giro di poche ore (9 detenuti del carcere di Modena, 3 nel carcere di Rieti e uno di quello di Bologna). Ci hanno raccontato che sono morti per overdose da metadone, e dunque perché mai dovremmo dubitare di una verità uffciale?

Mi chiedo però quando la libera stampa italiana si interesserà, con le sue ficcanti inchieste e senza reticenze e viscosità, delle condizioni in cui sono costretti i detenuti nelle carceri italiane. Non si tratta solo di sovraffollamento: il 41 bis è tortura. E lo sanno bene tutti, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo pare l’abbia ricordato.

Detenuti tipo Nadia Desdemona Lioce, al 41 bis da decenni, alla quale è precluso persino ricevere posta da altri detenuti. Tale esigenza di fermare la missiva “non nasce solo dal contenuto criptico dello scritto, dal quale è comunque lecito desumere un pericolo per l’ordine pubblico ...”. No, nasce dalla volontà di vendetta democratica per una persona che dopo vent’un anni di carcere in regime di tortura ancora non si arrende.

In una lettera dal carcere il contenuto di sentimenti diventa “criptico”, pericolo per l’ordine pubblico dopo decenni di detenzione! Neanche gli sgherri fascisti erano arrivati a tanto! “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda” (Altan).

Scrivevo nel 2015 sulla base di dati ufficiali: «Negli Stati Uniti d’America ogni anno gli arresti di minori sotto i 15 anni sono almeno 500.000, 120.000 fra i 10 e i 12 anni e 20.000 i minori sotto i 10 anni d’età. Sono stati arrestati bambini di meno di 6 anni. Un bambino o un adolescente può essere ritenuto responsabile di reati e subire la condanna a pene detentive previste per gli adulti e da scontare nelle carceri per adulti».

Quando leggeremo un reportage del genere su Repubblica, ma anche sul Corriere e assimilati? Insomma, per quanto riguarda persecuzioni e carceri abominevoli il sistema più pulito ha strati di rogna da nascondere.

Ricordiamoci che oltre alla privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi c’è stata anche una privatizzazione della memoria. I media sono stati i grandi costruttori di altre identità e di nuove verità storiche. Sono gli stessi media, grandi e piccoli, che si stracciano le vesti per la banalizzazione degli aspetti complessi della realtà e per il fanatismo sportivo su qualunque questione. Gli stessi che hanno sovrapposto al dibattito storico il paradigma vittimista, nella versione loro comoda ovviamente.

Ed eccoci all’istituzionalizzazione delle “giornate della memoria” o “del ricordo”, facendo selezione dei fatti e delle vittime.

Il 9 novembre è il “giorno della libertà” per celebrare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; il 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; il 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente missioni per la pace?

Quando avremmo, signora presidente del consiglio, il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana” e quindi “delle vittime dell’occupazione italiana in Grecia”? 

venerdì 16 febbraio 2024

Il diritto di difesa d'Israele

 

Se mi fosse concessa l’occasione vorrei chiedere al cardinale Parolin, il quale ha detto che “30 mila morti sono sproporzionati rispetto al diritto alla difesa di Israele”, quanti morti tra i civili sarebbero stati, secondo sua eminenza, l’equa proporzione per la rappresaglia di Israele.

C’è chi sostiene che la distruzione di ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture produttive e commerciali, abitazioni e l’assassinio premeditato di decine di migliaia di persone, prevalentemente donne, adolescenti e bambini, rientra nel “diritto alla difesa”, ossia nella lotta al terrorismo che ha provocato la strage del 7 ottobre scorso.

Vorrei ricordare che tutto ciò è contrario al diritto bellico, sempre che la rappresaglia israeliana sia inquadrabile sotto il profilo di tale diritto.

Nel comunicato stampa dell’ambasciata dello Stato di Israele presso il Vaticano, si afferma che la morte di tre civili per ogni “terrorista” ucciso rappresenta un rapporto ottimale rispetto a quello di 1 a 9 tipico delle rappresaglie delle forze della Nato e di quelle occidentali in Siria, Afghanistan e Iraq.

Reputo inutile e futile perdersi in chiacchiere se si tratti o no di genocidio. Ciò che è avvenuto e sta avvenendo è un crimine contro l’umanità. Complici di tale crimine sono tutti coloro che l’hanno sostenuto in qualsiasi forma. Rivendicare una simile ecatombe con quanto è avvenuto il 7 ottobre, mi ricorda una vicenda avvenuta il 16 febbraio di 81 anni fa, rimossa e rimasta nell’oblio fino a pochi anni fa: la strage di Domenikon.

Dall’aprile del 1941, due terzi della Grecia finirono sotto amministrazione militare italiana. Nel solo inverno del 1941 la carestia provocata dagli occupanti causò tra i 40 e i 50 mila morti. Ad Atene la popolazione moriva per strada dallo sfinimento. Nell’intero periodo di occupazione morirono di fame e malattie tra i 200 e 300 mila greci su una popolazione di pochi milioni. Migliaia di donne greche, prese per fame, furono arruolate come prostitute.

Alla fine della guerra, il ministero della previdenza sociale greco calcolò che almeno 400 paesi avevano subito distruzioni parziali o totali. Duecento di essi per mano di unità italiane affiancate da truppe tedesche; circa altri duecento per mano delle sole truppe italiane. Perfino il comando tedesco della Macedonia intervenne per protestare sul ripetersi di episodi di violenza (anche sulle donne) commessi dalle truppe italiane nei confronti della popolazione.

Quello che non dice Wikipedia a proposito della strage di Domenikon è il fatto che prima che fossero uccisi gli abitanti con le mitragliatrici, l’aviazione italiana bombardò radendo al suolo il villaggio. Il diritto di difesa degli italiani contro i “terroristi” locali.

(A quando una giornata della memoria?)

giovedì 15 febbraio 2024

Quanto è realistica una bomba atomica italiana?

 

È bastato che ieri un deputato, Michael R. Turner, repubblicano dell’Ohio e presidente della House Intelligence Committee, rendesse pubblica la richiesta rivolta all’amministrazione Biden di declassificare le informazioni su una presunta nuova arma russa, per scatenare questi titoli dei principali quotidiani italiani.



Una richiesta, quella di Turner, “senza dire specificamente di cosa si trattasse” (scrive il New York Times). Una presunta arma che “se impiegata potrebbe distruggere le comunicazioni civili, la sorveglianza dallo spazio e le operazioni militari di comando e controllo da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati”.

Solo i quotidiani italiani riprendono da par loro la notizia e la pompano come titolo principale delle loro edizioni on-line, perché gli altri principali quotidiani europei (Le Monde, El pais, Welt, ecc.) non danno questo rilievo, anzi nessun rilievo, a questa perla coltivata senza alcuna enfasi dallo stesso New York Times.

Il Welt, per esempio, uno dei principali quotidiani tedeschi, nella sua pagina on-line apre con un articolo in cui si chiede retoricamente: Quanto è realistica una bomba atomica tedesca? Il quotidiano tedesco sottolinea che si tratta di una domanda urgente.


Solo The Telegraph ha un articolo, in tono minore, con questo titolo: La Russia si prepara a lanciare un’arma nucleare nello spazio, temono gli Stati Uniti. Una notizia che verosimilmente ha la stessa pregnanza delle variegate fake sulle forme di cancro, demenza senile, diabete, disfunzione erettile e follia cui sarebbe affetto quel delinquente inveterato di Putin.

Scrive ancora il NYT: «ABC News ha riferito in precedenza che l’intelligence aveva a che fare con le armi nucleari antisatellitari russe basate nello spazio. Funzionari attuali ed ex hanno affermato che il lancio dell’antisatellite non sembra imminente, ma che c’è una finestra di tempo limitata, da loro non definita, per impedirne il dispiegamento».

Precisa con involontario senso umoristico il quotidiano newyorchese: «Le preoccupazioni circa il posizionamento di armi nucleari nello spazio risalgono a 50 anni fa; era addirittura un sottotema degli episodi di “Star Trek” alla fine degli anni ’60, proprio mentre il trattato [di divieto] stava entrando in vigore. Gli Stati Uniti hanno sperimentato versioni della tecnologia ma non le hanno mai implementate. La Russia sviluppa le sue capacità spaziali da decenni».

Ecco il nocciolo della notizia: “La Russia sviluppa le sue capacità spaziali da decenni”, mentre gli Stati Uniti sviluppano una cippa guardando la luna nel pozzo.

Tutta qui la notizia del NYT? Tutta qui, signore e signori. In attesa che anche il governo Meloni (il Presidente sta scrivendo un nuovo libro: Autobiografia di un protone) si faccia promotore di un appello rivolto all’orbe terracqueo per rivendicare il sacrosanto diritto della nostra nazione, al pari della Francia e sulla scorta di ciò che rivendica la Germania, di avere uno scudo nucleare fatto in casa. Dunque la domanda che ci appassonierà nei prossimi mesi è la seguente: l’Italia avrà finalmente il suo Piano Manhattan? La maggiore difficoltà tecnico-scientifica sarà trovargli un nome, sul tipo del Piano Mattei. Suggerisco: Piano Rigatoni (con la pajata?).

*

Sulla mia agenda ho trovato questo promemoria: ricordarsi di pagare la bolletta Tim-fibra.