martedì 31 dicembre 2019

Letture e riletture per il nuovo decennio


In anni di profonda e diffusa incertezza sociale e di vacuità ideologica, il Capitale di Karl Marx resta la lettura perfetta per comprendere l’interna contraddizione di un sistema economico che ha raggiunto la fase del suo declino storico e che nessuna innovazione tecnologica e velleità riformistica potrà infine arrestare.

lunedì 30 dicembre 2019

In attesa del botto finanziario


Gli indici del mercato azionario di Wall Street sono destinati a terminare l’anno a livelli quasi record, in netto contrasto con la fine del 2018, quando hanno vissuto il loro peggior dicembre dal 1931, all’apice della Grande Depressione.

Da una mia vecchia agenda riprendo alcuni dati sul mercato azionario di Wall Street del 2001, cioè ben prima della crisi, e li confronto con quelli odierni. Il 3 gennaio di quell’anno il Dow Jones segnava 10.646 punti e 2.291 il NASDAQ. Venerdì scorso il Dow Jones fissava a 28.645 e 8.770,98 il NASDAQ. Standard & Poor, il paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, il 27 scorso era a 3.240 punti, il 3 gennaio 2001 a 1.335. Dall’inizio di quest’anno il suo aumento è stato di circa il 29 per cento.

Insomma, chi ha investito in quel mercato azionario nel 2001 e non si è fatto prendere dal panico nel 2008, può aver tranquillamente triplicato il proprio capitale senza muovere un dito (anzi proprio per quello), cosa che non succede sicuramente con le obbligazioni statali (*).

L’escalation dei mercati finanziari, tuttavia, non è espressione di salute economica, se consideriamo che le principali banche centrali del mondo hanno pompato migliaia di miliardi di dollari e di euro nel sistema finanziario, senza tacere delle crescenti disuguaglianze sociali, il peggioramento dei salari e degli standard di vita per milioni di persone. Tutto ciò è lespressione contraddittoria della crisi non più solo ciclica ma storica del sistema.

sabato 28 dicembre 2019

Improvvisazioni


Che significa uomo del nordest? Belzoni, anzi Bolzon, era nato a Padova, e ciò basti (*). Quanto al nordest di allora era diviso tra la Repubblica di Venezia, l’Impero asburgico e il Principato vescovile di Trento.

Ancora: che c’entra “razza Piave”? È vero che “razza Piave” indica uomini forti e vigorosi, ma non tutti i veneti si riconoscono in “razza Piave”. Provate a dirlo a un veronese, oppure a un veneziano (quasi s’offende). E nemmeno i patavini si definiscono “razza Piave”. Tutt’al più si possono accostare al Brenta, o ancor meglio al Bacchiglione, il fiume che attraversa la città.

(*) Bolzoni a sedici anni si trasferì in riva al Tevere, cfr. Marco Zatterin, Il gigante del Nilo, Mondadori, 2000, p. 4.

giovedì 26 dicembre 2019

Venga con noi



La libera stampa, e più in generale la libera informazione, rappresentano realmente uno dei pilastri della democrazia? Sarà, ma vedo solo un grande monopolio sull’opinione pubblica, e non colgo nessuna voce critica nella stampa che ponga in deciso dubbio che la nostra sia un’autentica democrazia. Penso per esempio al peso che hanno i potentati economici nel sistema, informazione compresa, of course

Dove avranno trascorso il Natale i responsabili dei fallimenti bancari di questi anni e quelli di questi ultimi giorni? E dove i responsabili della strage della ThyssenKrupp? In quale considerazione l’amica Germania ha preso le richieste italiane di estradizione? Penso quindi alla magistratura, il potere che fa tutte le parti in commedia in questo paese, vero governo ombra e opposizione compresa.

Clara Mazzanti, di cui dirò, afferma che la frase che più la fa inorridire e che ogni giorno sentiamo e leggiamo su tutti i media è: “Ho fiducia nella giustizia”. E lei sa bene di che cosa parla. Forse non sa bene di che cosa parla il presidente della Camera, Roberto Fico, il quale ha rilanciato il proposito di desecretare tutti gli atti relativi alla strage di Piazza Fontana; lo stesso provvedimento già annunciato da Matteo Renzi nel 2014. Dopo cinquant’anni dobbiamo sentire ancora di queste cose. Ciò che di veramente segreto c’è in quella strage, così come nelle altre, non lo sapremo mai.

E dunque mi chiedo chi può pensare seriamente che in questo paese (come in altri, d’accordo) la democrazia (il potere del popolo) sia qualcosa di effettivo, di reale? Ma ovvio, quelli della libera stampa!

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È il mercato, non il meteo


Aggiornamento:


Stesso Grande Giornale, poche ore dopo.



Premetto che non ho nessun titolo per parlare di meteorologia, però mi sembra che si stia esagerando con allarmismi ed emergenze. L’Italia, a causa del suo territorio particolarmente vario, costellato di catene montuose, di pianure o altipiani incastonati tra le montagne, e per la presenza di un mare chiuso particolarmente caldo, è un territorio davvero complesso per le condizioni meteo. Senza dimenticare i flussi atlantici, africani e artici.

In ogni epoca si è assistito a degli estremi, sia per il maltempo, con forti scarti sull’equilibrio idrostatico, e sia per la siccità prolungata. Con ciò non voglio negare che negli ultimi vent’anni, in particolare, vi sia una tendenza globale all’aumento delle temperature con picchi elevati, e che in gran parte ciò sia causa delle attività antropiche. Su ciò pare non ci siano più dubbi sul piano scientifico, e unanimità dal lato della comune percezione dei fenomeni.

Tuttavia vorrei ricordare, tenendo fermo questo dato sull’aumento delle temperature medie, che non molto tempo fa, verso la metà degli anni 80, si parlò di “mini glaciazione”. A tale riguardo rammento con certezza un numero di Le Scienze, credo del 1985, in cui numerosi articoli (e la copertina) erano dedicati all’ondata di freddo che si stava abbattendo in particolare in Europa e negli Stati Uniti.

mercoledì 25 dicembre 2019

Basterebbe un part-time




Non siete stati voi preti, abbaiatori di Dio, per secoli, ad aver ridotto la trascendenza a prospettiva mercantile e di potere, con le decime, le indulgenze, le donazioni (quelle vere e quelle fasulle)? E per quanto riguarda i poveri del pianeta non è stata la vostra evangelizzazione ad aprire la strada a una miseria in via di sviluppo?

Rinunciate ai vari oboli e all’8 per mille, date tutto integralmente e in totale trasparenza a chi ha bisogno. Verba docent, exempla trahunt.

E invece sapete bene che non c’è premio se non nel godimento del presente, perciò accampate la scusa del sostentamento (chiamate così la crapula) a spese altrui, cioè di quelli che lavorano davvero. A voi sedicenti eunuchi per vocazione basterebbe un part-time, un normale precariato, così avreste modo di mortificare il corpo, che chiamavate “prigione della coscienza”, senza il quale anche voi non sareste niente.

P.S. : avete innalzato una croce recante l’indumento simbolo di un migrante naufrago. Bravi. Attendiamo ne innalziate un’altra con l’immagine di un bambino insidiato e stuprato dagli orchi in clergyman.

martedì 24 dicembre 2019

Regalo di Natale (a debito)




Prima che far bene al mercato non deve far danno agli utenti e ai contribuenti. Finora non si segnalano grandi esempi concreti, tutt'altro, almeno qui da noi ma anche altrove. Il punto dirimente evidentemente non è più Stato o, per contro, meglio è solo il mercato.

Il capitale privato può far bene alla singola impresa (soprattutto a quelle che operano in regime di monopolio), quindi a molte imprese, ma nell'insieme ciò implica un'economia che opera senza riguardo ai limiti propri del mercato, e dunque con il sistema di mercato si finisce complessivamente in un mare di quella roba che chiamano crisi e che fa male a tutti (o quasi) ma soprattutto a chi campa di salario e stipendio.

Quanto al capitalismo di Stato, che in ogni caso non può essere contrabbandato per socialismo o comunismo, si tratta pur sempre di capitalismo. Vale a dire che lo Stato, proprio perché opera entro il mercato, spesso lo fa senza aver troppo riguardo alle sue leggi, ed è dunque destinato nel suo complesso a impasse o fallimento.

A monte di tutto, nell'un caso come nell'altro, sta la sempre più ampia divaricazione tra valore d'uso e valore (con il denaro mediatore dello scambio; viceversa, il mutare delle attuali forme di scambio con nuove forme di scambio sociale, non implicherebbe il dover ritornare a forme primigenie di baratto), che dà luogo alla contraddizione fondamentale immanente a qualsiasi forma nella quale si esplica il modo di produzione capitalistico.  


*


La Banca mondiale propone un regalino con il quale giocare a Natale, ossia una ricerca di quasi 250 pagine più bibliografia: Global Waves of Debt: Causes and Consequences. Detto in sintesi, per chi il 25 dicembre avesse preso altri impegni, la ricerca rileva un’ondata globale (tutto è globale, direbbe Pigafetta) di debito dal 2010 che ha portato i paesi in via di sviluppo ad accumulare qualcosa come 55 trilioni di dollari di debiti, un record storico.

Nella sua prefazione alla pubblicazione, il presidente della Banca mondiale, David Malpass, analizza i collegamenti tra l’accumulazione del debito e le crisi finanziarie, osservando che le “ondate di accumulo di debito” sono state una delle principali caratteristiche dell'economia globale negli ultimi 50 anni, con quattro ondate nelle economie emergenti e in via di sviluppo dal 1970.

domenica 22 dicembre 2019

L'aspirapolvere



Più ancora di altri luoghi della nostra casa, forse anche più delle domestiche librerie, le stanze da bagno ci dicono chi siamo. Nella stanza più piccola della nostra casa, per dirla con Goethe, quella delle attività più intime, abbiamo raccolto sciampo, bagnoschiuma, sapone e altri detergenti, dentifricio, collutorio, cosmetici, assorbenti, carta igienica, salviette, disinfettanti, profumi e deodoranti, rasoi e creme da barba, aggeggi elettrici e no, insomma una miriade di prodotti tutti debitamente reclamizzati e scelti con cura. Tutto ciò dà la misura non solo della pervasività del capitalismo come “immane raccolta di merci”, per dirla con il Grande Vecchio, quindi dello status di benessere, ma anche del grado di buona igiene raggiunto negli ultimi decenni.

È vero che nel nostro pittoresco paese qualcuno recentemente ha messo in dubbio che sia salubre farsi almeno una doccia il giorno, ma si tratta di stravaganze. Già un tempo, in generale, ci si lavava molto di meno di oggi, il bagno era settimanale e ci si cambiava quasi solo in tale occasione. Ciò accadeva non solo per necessità, ma anche perché non si avvertiva il bisogno di farlo più frequentemente e ciò senza che la cosa creasse particolare disagio a se stessi, ma semmai agli altri (mal comune mezzo gaudio). Diciamo che certe abitudini igieniche seguivano pedisseque la tradizione.

Potremmo oggi rinunciare a tutto ciò? Nemmeno per idea, salvo, appunto, i “tradizionalisti”. Tuttavia, tradizionalisti a parte, noi vediamo che vi sono molte persone che vivono e lavorano a nostro contatto, fornendo servizi essenziali alla collettività, e che non solo non hanno lo stesso nostro concetto d’igiene, ma sembrano averne uno di molto particolare, se d’igiene si può parlare. Per esempio, si lavano ancora come facevano quando vivevano sulle rive dell’Indo, del Nilo, del Niger, dello Shyok o del Jhelum, cioè solo con acqua, in modo parziale e senza impiego di detergenti. Semplici abluzioni che hanno a che fare con il rito ma non con l’igiene vera e propria.

Verrà il momento in cui queste persone perverranno a pratiche d’igiene meno sommarie e sbrigative? Difficile rispondere affermativamente, anche perché constato che oltre alle più elementari regole igieniche personali e domestiche si comportano con estrema nonchalance anche nel manipolare i prodotti che mettono in vendita o che confezionano e servono ai tavoli dei ristoranti. Insomma, rientrano anche loro e con modi propri nel novero dei mai estinti “tradizionalisti”.

Post scriptum: nel caso denotaste questo post anche solo vagamente striato di “razzismo”, v’invito ad andare … in piazza con coloro che da qualche settimana si propongono di venderci un aspirapolvere (dopo l’apriscatole di Grillo).

sabato 21 dicembre 2019

L'amante


Piove. Anche a quote più alte, per cui a Natale gli sciatori dovranno accontentarsi di neve artificiale. M’importa nulla, io amo il piano, la campagna e il mare, soprattutto nelle mezze stagioni, quelle che com’è noto non ci sono più. La montagna invece non m’entusiasma, e mi tiene distante quando c’è neve. E dire che nell’anno in cui nacqui, l’Italia fu travolta da un'ondata di gelo senza precedenti: caddero numerosi record climatici e nevicò fino a Lampedusa, evento rarissimo. Sul finire del mese di gennaio il gelo era avanzato inesorabile verso il Mediterraneo Centrale, le isoterme fino a -15° a 1500 metri sfondavano in Pianura Padana nelle prime ore del giorno, portando intense e abbondanti nevicate su gran parte delle regioni centro settentrionali. Il giorno dopo, venerdì, mia madre partorì verso le ore 12.

Con oltre mezzo metro di neve, genitori e parentado convennero che si sarebbe atteso il giorno dopo per l’iscrizione all’anagrafe, aperta anche di sabato mattina. Sennonché il giorno dopo la vecchia auto non ne voleva sapere di superare la salitella che dal cortile conduceva in strada, e del resto come arrivare con quel ghiaccio fino al municipio? Il nonno s’offri volentieri d’andare, a piedi, fino in piazza, tanto più che aveva bisogno di fermarsi in ferramenta. Sennonché tra il negozio di ferramenta e il municipio incontrò l’osteria, e gli parve giusto e doveroso festeggiare con amici e semplici avventori la lieta novella. Per la verità il nonno non fu mai un forte bevitore, anzi, fu assai moderato, salvo in pochissime occasioni.

Tornato a casa assai gioviale, il nonno fu sottoposto a quarto grado dalla nonna e dalle zie. Si scoprì con raccapriccio che all’anagrafe aveva fatto registrare il mio nome in modo sbagliato. In pratica aveva omesso consonante e vocale in fine al nome, e aveva mutato di ciò che restava l’ultima vocale da femminile in maschile. Dopo i primi momenti di agitazione, sembrava che la cosa dovesse chiudersi lì, senza altri patemi. E però una nipote riferì a mia madre, a letto, del fattaccio. In quel momento era presente anche l’ostetrica, tornata a verificare come stesse la puerpera. Chiaro che la questione del nome sbagliato non poteva passare in cavalleria.

Fu prontamente lo zio a offrirsi di sistemare la faccenda presso l’anagrafe. Chiese all’ostetrica di accompagnarlo, e così partirono entrambi su una pista di ghiaccio a bordo di una Topolino anni Trenta, di quelle con i fari anteriori ancora distinti dal cofano. Il protrarsi dell’assenza dello zio per quasi tutto il giorno non preoccupò alcuno. Lo zio medesimo raccontò poi che emendare l’errore del nonno aveva richiesto molto tempo, fino a pomeriggio inoltrato. I parenti sorrisero e si fecero l’occhiolino, poiché tutti sapevano che zio e ostetrica erano amanti da anni.

venerdì 20 dicembre 2019

Se non si afferra tale differenza, Marx è inutile



A riguardo di Marx e della questione della crisi Roberto Fineschi scrive:

«La crisi. Anche questo è un tema per cui in realtà Marx è stato sulla bocca di tutti dato che le teorie ortodosse non hanno una spiegazione della crisi. Se voi studiate nei manuali di macroeconomia leggete di crisi frizionali, crisi di riassestamento, rigidità che possono essere fluidificate con interventi esterni che però non implicano ciclicità strutturali per cui la crisi è un elemento costante, ricorrente della riproduzione sociale; quindi quando ci si trova di fronte a crisi come quella del 2007, 2008, in parte ancora in atto, i nostri economisti ufficiali non sanno che dire. Cito spesso che su Rai due Giuliano Amato spiegava la crisi con la teoria della sovrapproduzione di Marx, su Rai due alle 14,30! Non aveva un teorico ortodosso che gli dicesse perché potesse esserci una crisi così clamorosa e deflagrante che spezzava in maniera così dirompente le dinamiche della riproduzione. E Giuliano Amato spiega con eleganza, su Rai due, che c’è la crisi, perché Marx ha ragione, perché c’è la sovrapproduzione, perché il modo di produzione capitalistico tende a produrre a prescindere dal bisogno solvente, cioè a prescindere da chi può pagare, quindi alla fine ingolfa il mercato con una quantità di merci non vendibili, crolla il prezzo, la speculazione finanziaria non può rispondere a questa dinamica oggettiva».

Se posso riassumere, la metterei così: l’essenza della produzione capitalistica, implicando la produzione senza riguardo ai limiti del mercato, conduce alla crisi. Il che è vero nella misura in cui è fuorviante.

giovedì 19 dicembre 2019

Cretini in tv



Questa sera un cretino in televisione (uno dei tanti) se n’è uscito con questa frase testuale: “Se Marx non avesse odiato i padroni, non ci sarebbe stato il movimento operaio”. Questo è il Marx e il marxismo che passa quotidianamente per i media, questa è l'informazione, questo il livello culturale.

«In una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e dei proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

Nel campo dell'economia politica la libera ricerca scientifica non incontra soltanto gli stessi nemici che incontra in tutti gli altri campi. La natura peculiare del materiale che tratta chiama a battaglia contro di essa le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato […]» (Karl Marx, Il Capitale, critica dell’economia politica, Prefazione, 25 luglio 1867).



Dalla guerra contro la povertà a quella contro i poveri


In attesa di festeggiare natale e capodanno, do notizia di chi ha buoni motivi di festeggiare tutto l’anno. Nello specifico di là dell’Atlantico, dove sono meno ipocriti che nel nostro pittoresco paese e hanno il coraggio di regolamentare per legge l’evasione fiscale (non è ironica).

La Tax Cuts and Jobs Act, approvata nel dicembre 2017 e firmata dal presidente Donald Trump, ha ridotto al 21 per cento l'aliquota fiscale federale sul reddito delle società (una riduzione del 40 per cento rispetto alla precedente aliquota del 35 per cento). La legge del 2017 ha apportato altre modifiche fiscali che incidono su ciò che le aziende pagano d’imposte.

In tal modo nel 2018, negli Stati Uniti, 379 società censite da Fortune 500 come altamente redditizie hanno versato un’imposta sul reddito federale media effettiva di appena l'11,3%. Questo è uno dei dati di un rapporto pubblicato lunedì scorso dall'organizzazione per la politica fiscale senza scopo di lucro, l'Institute on Taxation and Economic Policy (ITEP).

Il rapporto rileva che oltre la metà delle 379 società, ovvero 195, ha versato meno della metà della nuova aliquota dell'imposta sulle società prevista per legge al 21%. Cinquantasei società hanno pagato aliquote fiscali effettive comprese tra lo zero e il 5 per cento (la loro aliquota fiscale media effettiva era del 2,2 per cento). Quasi un quarto delle 379 società, 91 società, non hanno pagato imposte sul reddito.

Le agevolazioni fiscali sono prevalentemente concentrate a favore di poche grandi società, tanto che solo 25 aziende si sono portate a casa 37,1 miliardi di $ di agevolazioni fiscali, ossia quasi la metà dei  73,9 miliardi di agevolazioni fiscali richieste da tutte le 379 aziende. Solo cinque società, Bank of America, JP Morgan Chase, Wells Fargo, Amazon e Verizon, hanno beneficiato complessivamente di oltre 16 miliardi di agevolazioni fiscali nel 2018.

Dalla guerra contro la povertà a quella contro i poveri. Ripeto ancora una volta: Marx ritornerà di moda.

mercoledì 18 dicembre 2019

Forse, chissà





In un sistema di mercato, fosse pure a livello di baratto, il rischio cova in ogni aspetto del gioco di scambio e di promessa. E uso la parola gioco, più neutra di altre. Ciò posto, la cosiddetta diligenza del buon padre di famiglia, pur non garantendo immunità dai rischi (nulla è immune da rischi), se non altro serve a contenere i danni eventuali, a non credere facilmente nelle favole, a non cedere alle lusinghe di chi la sa molto più lunga di te (non mi riferisco solo alle banche, ovviamente, ma alla miriade di lupi mannari in circolazione).

Se alcuni di questi e simili concetti, espressi meglio per carità, li scrivessimo a caratteri cubitali in parete nelle aule di scuola media, in modo che gli alunni, e dapprima gli insegnanti, possano riflettervi? Facendo poi del libro di Carlo Lorenzini, in specie capitolo XVIII, materia d’esame sia scritta che orale? Non si faccia spallucce a una simile pragmatica proposta. Con un investimento minimo si potrebbero ottenere in futuro grandi risparmi (ed evitare figure di … tolla). Forse, chissà.

martedì 17 dicembre 2019

Che c’entra l’acetone con la questione palestinese?



Quale ruolo svolge il caso negli eventi storici? Un ruolo straordinario se consideriamo la storia solo dal lato del singolo événement. È vero che l’infinita messe d’imprevedibili eventi casuali è il modo nel quale il reale si attua, tuttavia è solo osservando il complesso degli eventi nel lungo periodo che si può comprendere la differenza tra i processi di tendenza e l’azione casuale degli elementi fortuiti, così come ebbe a definirli Engels in una lettera a Heinz Starkenburg, nella quale chiariva che tracciando l’asse mediana della curva vedremo che quanto più lungo è il periodo in esame, quanto più esteso è il terreno studiato, tanto più questo asse corre parallelo all’asse dell’evoluzione economica.

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Quale ruolo ha avuto la cosiddetta dichiarazione Balfour nella vicenda storica che ha portato all’instaurazione dello Stato d’Israele? Tale “dichiarazione” consiste in una breve lettera che il ministro degli Esteri inglese Balfour indirizzò a un privato cittadino, Lionel Rothschild. Questi non ricopriva un ruolo ufficiale nel movimento sionista, ma era strettamente associato e amico intimo di Chaim Weizmann quando era presidente della Federazione sionista britannica, inoltre era cugino del barone Edmond James de Rothschild, che sponsorizzava l’insediamento ebraico in Israele; Lionel divenne noto per le sue stravaganze: andava per le strade di Londra in una carrozza trainata da quattro zebre. Nella lettera il governo britannico esprimeva simpatia per le aspirazioni dell'ebraismo sionista dichiarandosi con favore alla costituzione, in Palestina, di un “focolare nazionale” per il popolo ebraico.


(Se qualcuno accampasse un qualsiasi diritto sulla foto basta che lo dica che la tolgo senza se e senza ma)

Un documento del genere era stato oggetto di desiderio da decenni, sin da quando Herzl aveva cercato di convincere i principali sovrani europei nella speranza di ottenere un placet per l'insediamento ebraico in Israele. Il movimento sionista ha saputo abilmente trasformare la lettera di Balfour in uno dei fondamenti del suo diritto a occupare stabilmente la Palestina, cacciando dalla loro terra gli abitanti autoctoni, spesso requisendo o distruggendo i loro beni immobili, istaurando uno Stato sovrano d’ispirazione sionista (1).

Si tratta di un territorio che il “popolo ebraico”, segnatamente i sefarditi e gli askenaziti, non possono storicamente vantare di aver abitato in nessuna epoca, poiché la storia del “popolo ebraico” è in gran parte un’invenzione, e la faccenda della “diaspora” un’ipotesi aleatoria (vedi Il mito degli antenati ebraici). Tuttavia la dichiarazione Balfour ha un’origine assai curiosa e merita di essere accennata.
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domenica 15 dicembre 2019

Ci vuole altro che uno scossone


In questi giorni leggo di giornalisti freelance che “amano tanto il loro lavoro” ma che sono destinati ad essere eterni precari soggetti a vessazioni di ogni genere, anzitutto economiche. Scrive Sara Mauri: “Mancando la gratificazione economica, ci deve essere come minimo quella personale. Ma se anche quella manca?”

Qui il primo errore: il lavoro è lavoro e va pagato. La gratificazione personale è altra cosa.


La colpa è di un sistema malato? Cioè? Una giornalista nella sua denuncia non dovrebbe rimanere nel vago, anzi nel non detto.

Scrive ancora Sara: “Le cose devono cambiare, così non si va avanti. Spero di contribuire a tirare giù quel muro di cemento, dando un altro scossone all’impianto strutturale e viziato di questo mestiere che maledettamente amo”.

Purtroppo non si tratta di un muro di cemento e nemmeno di mattoni. Anzitutto devi capire di che cosa è realmente fatto quel muro, così ti renderai conto che ci vuole ben altro che uno scossone.

Poco più di un anno fa scrivevo un post sul ruolo dell’informazione, in particolare su quello degli editori e degli editorialisti, ma anche sulla condizione dei “rematori”, come Sara Mauri, nella stiva delle redazioni. Lo riporto intero salvo l’ultimo paragrafo che riguardava altro.

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sabato 14 dicembre 2019

È tardi per i ripensamenti



Le migliori.

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Il primo ministro conservatore Boris Johnson ha ottenuto il maggior successo elettorale dalla vittoria di Margaret Thatcher nel 1987, sulla scia del peggior risultato per il Partito laburista dal 1935.


I Tories, precedentemente ridotti a un governo di minoranza, ora hanno una maggioranza di 80 seggi, con 365 parlamentari, rispetto ai 203 del Labour, ai 48 del Partito nazionale scozzese, agli 11 dei Liberali, agli 8 del Partito Unionista, ai 7 del Sinn Féin, 4 del Plaid Cymru (partito politico gallese di centrosinistra) e il solo seggio dei Green.

Rispetto alle elezioni generali del 2017, i Conservatori sono aumentati solo dell'1%, ma il Labour è sceso dell'8% ! Questo risultato consolida il governo più a destra nella storia britannica del dopoguerra, che si è impegnato a muoversi rapidamente per “portare a termine la Brexit” e per completare la “rivoluzione Thatcher”.

Gli errori di Corbyn sono evidenti e contraddittori, da un lato la sua sindrome acuta di riformismo sovietista, dall’altro l’errore di schierarsi per l'una o l'altra fazione borghese e reazionaria nella disputa sulla Brexit, una divisione creata ad arte, cui ha fatto seguito la scelta tutt’altro che popolare di rinegoziazione di un accordo con l'UE, eccetera.

Bisognerebbe chiedersi come si è arrivati a quel punto, dal quale ha avuto origine il disastro attuale. Non lo faranno, poiché ciò significherebbe fare i conti con la vera natura del Labour.

Tuttavia non va posto in secondo piano il ruolo avuto dai media, compresa la BBC, che sono stati un torrente di menzogne contro Corbyn, accusato di portare alla rovina economica, minacciato la sicurezza nazionale fino ad arrivare a dire che è antisemita. Una campagna che ha avuto tra i suoi attori i principali rappresentanti delle forze armate, i servizi di sicurezza e persino il rabbino capo e l'arcivescovo di Canterbury. L'intera struttura della politica parlamentare è stata dichiarata marcia, fino ad attacchi disgustosi contro i familiari dei politici.

Gli eventi confermano che non esiste più un percorso parlamentare in cui si possano difendere posti di lavoro, salari e servizi sociali, preservare i diritti democratici e fermare la spinta al militarismo e alla guerra. È tardi e “la forza delle cose” farà il resto. Si tratta di prendere atto che l’accumulo di errori, protratti per decenni, porta a situazioni senza uscita, come è già successo in passato.

Scrivevo il 7 maggio scorso: «Prendiamo atto, di garbo o no, che non è possibile nessuna risposta politica che guardi al passato, nessuna possibilità di ripristino degli antichi equilibri tra le classi sociali, nessun ritorno a quell’epoca dove contraddizioni e aspirazioni trovavano nella piattaforma riformistica ricomposizione e agibilità».

venerdì 13 dicembre 2019

L’antieuropeismo dell'Europarlamento


Mentre siamo presi dalla polemica sul promo del film di Luca Medici e sull’ennesima puntata dello sceneggiato satirico Brexit, al largo dei bastioni di Orione accadono cosucce di cui evidentemente non c’importa un fico secco, salvo dolercene quando ci arriva qualcosa di minaccioso ad altezza dei nostri più bassi interessi particolari.

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Gli Stati Uniti rappresentano da sempre e in ogni senso la più grave minaccia per la pace e la convivenza pacifica tra le nazioni. Sono inoltre fomentatori di ogni forma di terrorismo, così come dovremmo rammentare in occasione del cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, prodromo della strategia della paura e degli “anni delle bombe”.

Ennesima prova del loro ruolo di guerrafondai e impuniti criminali s’è avuta mercoledì scorso, quando la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il più elevato budget della storia del paese per la spesa militare di 738 miliardi di dollari per il 2020 (aveva già toccato un picco con Obama, poi nel 2018 a 649 miliardi e nel 2019 a 716 miliardi (*).

Inoltre, in tale contesto la Camera non ha esitato ad adottare, con 377 voti favorevoli e 48 contrari, sanzioni contro le imprese interessate alla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2. Le aziende e i loro dirigenti, non potendoli sequestrare e torturare, sono minacciati dal ritiro dei loro visti e dal congelamento dei loro beni negli Stati Uniti. Più in generale gli Usa vorrebbero colpire tutti gli investimenti internazionali russi nel settore dell’energia, quindi anche la parte finale del TurkStream.

Il passaggio finale in Senato e la firma del presidente Donald Trump sono considerati formalità. Ciò dimostra che la politica estera degli Usa prescinde da chi siede alla Casa Bianca, in tal caso dalla rozza personalità di Trump, il quale peraltro ha adottato una linea più morbida su Nord Stream 2 rispetto a quanto chiesto dai falchi del Partito Democratico!

mercoledì 11 dicembre 2019

Le sardine possono vantare un merito


La più sciocca domanda che ci si possa porre al riguardo delle “sardine” è: “qual è la loro proposta politica?”. Chi cerca nel fenomeno “ittico” altre determinazioni per farsene gioco oppure perché spera di derivarne un qualche utile, resterà deluso. Un tempo il proletariato viveva l’alienazione nella sofferenza delle bestie,  oggi la piccola borghesia vive la propria alienazione nella sofferta ansia del desiderio perennemente stimolato e mai completamente appagato.

Tantomeno è utile chiedersi, anche solo per finta, se questi giovani si sentano disposti a riconoscere un qualche reale e critico interesse per un ritorno alla teoria della rivoluzione sociale. Si evince chiaramente dalle loro parole che nemmeno si pongono una tale “ipotesi”, poiché per formazione sono allergici a ogni teorizzazione su simili obiettivi. Hanno scelto di girare a vuoto da una piazza all’altra, però possono vantare un merito, uno solo ma che va segnalato.

Stando ai risultati elettorali, non solo degli ultimi decenni, sappiamo che con la paura si possono raccogliere vasti consensi, come nel 1948, nel 1972 e 1994, per esempio. Tuttavia, quei risultati dimostrarono che si possono vincere le elezioni ma non si può spaventare un paese intero. Ed è esattamente questo il merito delle “sardine”, aver dimostrato che non tutti si fanno convincere dalla paura.

Ed è già qualcosa, posto che noi scafatissimi vecchietti abbiamo sbagliato molto e non abbiamo saputo opporci in concreto all’impatto della “forza delle cose”. Che altro possiamo pretendere da questi giovani delle adunate ittiche, coltivati nelle serre del benessere e istruiti nel grande bazar delle notizie al cioccolato? Che ci disegnino la forma di un nuovo mondo, o più prosaicamente che ci levino le castagne dal fuoco preservando sostanzialmente lo status quo, ossia i nostri commerci e “diritti acquisiti”?

lunedì 9 dicembre 2019

Meglio sarà


Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione (Il Capitale, I, VII, 3).

Dove si mostra oggi il conflitto di classe? Nelle scaramucce dei gilet gialli? E da noi, che cosa sono le “sardine”? Il ritorno alla vecchia prassi democratica dell’esaurita epoca del riformismo? Di quale partecipazione popolare (non populista) stiamo parlando nell’epoca dello spettacolo mediatico integrato? Del black friday e poco altro. Pur deplorando sappiamo che nessuno di noi è completamente immune alle lusinghe della merce e alle esigenze connesse.

Tutte le condizioni di questo mondo stanno giungendo ad un estremo che prelude sconvolgimenti inediti. Docili per definizione, che altro possono opporre le sardine oltre la loro ordinata "vocazione civile"? Il loro è più un intuito etico che politico, e d'altronde cos'altro chiedere a loro, e in generale che cosa possiamo opporre noi tutti se non una resistenza passiva a ciò che ineluttabilmente ci sovrasta, scoraggia e annichilisce? Non basterà, ancora una volta, segnare e difendere i nostri labili confini ideali, anche se, per quel che vale, non possiamo desistere.

Il Novecento non appartiene alla storia, ben lo vediamo ogni giorno, esso appartiene all'ideologia, ed è su tale piano che la peggiore destra (ne esiste di migliore?) combatte la propria battaglia con straripante successo. Il guaio è che il referente politico più prossimo di coloro che scendono in piazza è quella sinistra (chi altri sennò?) retorica e scoreggiona, vigliacca e rinnegata, gesuitica ed elitaria, che invece d'interrogarsi realmente e concretamente sui presupposti della crisi e del declino, gioca nella stanza dei bottoni con chiunque ci stia, avendo riguardo di non pestare i piedi alle caste e ai monopoli.

Pertanto, prima si prenderà atto che la democrazia affermatasi negli ultimi decenni in occidente è stata una breve parentesi nella storia della modernità, un’inezia nei millenni, meglio sarà. Una parentesi che non si aprirà più, che ha avuto la funzione di rendere gestibile il conflitto sociale in una determinata fase dello sviluppo capitalistico e dello scontro tra superpotenze, salvo nei momenti e contesti dove sorgevano “problemi”, risolti con la strategia della paura, le stragi e la minaccia di golpe.

domenica 8 dicembre 2019

Un (altro) libro inutile



Un libro che non vale la pena leggere? Quello recensito da Carlo Carena in prima pagina sul Domenicale di oggi: Errico Buonanno, Sarà vero, UTET. Un giudizio così tranchant senza bisogno di leggere il libro? A volte basta la recensione e un po’ di dimestichezza con questo genere di promozioni editoriali per cogliere nel segno.

Carlo Carena esordisce così: «Recentemente in queste pagine Stefano Salis raccontata la storia di una falsa notizia e di un falso bibliografico relativi al Sidereus nuncius di Galileo Galilei. L’episodio va ad aggiungersi alle centinaia di fake news, grandi e piccole, che hanno costellato la storia politica, letteraria, religiosa dalla più remota antichità. A volte semplicemente ridicole e beffarde, ma altre volte incisive e di portata enorme. Non solo futili divertimenti, ma anche perversi, maligni strumenti con cui ingannare il prossimo o sovvertire solide e importanti realtà, fino ai nostri giorni».

Nessuna sorpresa, si parte con la notissima falsa donazione di Costantino, fino ad arrivare a dire che anche “alcuni vangeli” sono apocrifi, cosa peraltro non vera poiché tutti i vangeli sono, nel senso corrente del termine, apocrifi. Insomma tali fake news, se così vogliamo chiamarle, sono cose note anche a qualsiasi attento scolaretto delle medie inferiori.

Invece del più perverso e maligno falso con cui si è ingannato il prossimo e sovvertita la realtà storica fino ai nostri giorni, non c’è traccia.

domenica 1 dicembre 2019

Spiritose analisi


Martedì scorso, la casa automobilistica tedesca Audi, una filiale della Volkswagen, ha annunciato l'eliminazione di 9.500 posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Il taglio dei posti di lavoro è stata preparato e pianificato in mesi di colloqui segreti tra la direzione, i sindacati e il comitato aziendale. Mercoledì, la BMW ha annunciato tagli di oltre 12 miliardi di euro entro il 2022 e giovedì Bosch ha annunciato che taglierà altri 500 posti di lavoro nella città di Reutlingen.

La Volkswagen ha eliminato 30.000 posti di lavoro negli ultimi tre anni. Ford sta attualmente eliminando 12.000 posti di lavoro in Europa e 7000 in Nord America. Nissan sta tagliando 12.500 posti di lavoro in tutto il mondo. General Motors sta chiudendo quattro stabilimenti negli Stati Uniti e in Canada e sta tagliando 8.000 posti di lavoro.

Situazione analoga nel settore dei componenti per auto. Continental ha annunciato l'intenzione di eliminare 20.000 posti di lavoro nei prossimi 10 anni. Altri fornitori di componenti, tra cui ZF, Schaeffler e Mahle, stanno eliminando migliaia di posti di lavoro.