sabato 31 marzo 2018

Nuovi costi della politica



Compatibilmente con il nuovo bilancio della Camera, suggerisco al presidente Fico l'approvvigionamento e distribuzione di block notes a quadretti grandi.

Questi, che se non altro dimostra applicazione e buona volontà, lo si potrebbe elevare a presidente della commissione affari costituzionale, che peggio della Maria Elena non farà. È questo un segno tangibile dell'auspicata fine di ogni politica specializzata, che fin dagli esordi di questa organizzazione rivoluzionaria di tipo nuovo è stata obiettivo prioritario (e prima ancora, come si ricorderà, di Berlusconi). 

venerdì 30 marzo 2018

Falsa coscienza


I media raccontano, specie dopo le fatali Idi di marzo, che il partito di Grillo-Di Maio sarebbe un eterogeneo contenitore di elettori delusi del centro-sinistra e del centro-destra. Il Movimento 5 stelle (che già nel nome veicola un’idea post ideologica) è stato paragonato, da commentatori definiti autorevoli, a una Democrazia cristiana in versione post confessionale. Seguendo i flussi elettorali non v’è dubbio che le cose stanno così, cioè che c’è stato un travaso consistente di voti non solo dal centrodestra ma di milioni di voti soprattutto dal Pd.

Che i 5 stelle siano una formazione politica post ideologica è una trivialità. Ogni attività umana, ogni militanza politica, è ideologicamente condizionata. In altri termini, non esiste idea o atto politico che non sia espressione di una coscienza, e questa è data, come qualsiasi altra idea e pratica sociale, da un dato ambiente ideologico. Definirsi a-ideologici o post ideologici è una forma di falsa coscienza.

Che i 5 stelle siano orientati anche a sinistra ne sono convinti tutti, ma è ancora tutto da dimostrare. A tal fine sarebbe sufficiente ricordare che cos’è stato il fascismo prima del 1922, cioè repubblicano e anti-sistema. O anche l'atteggiamento dei partiti socialisti europei nel 1914 e seguenti, cioè in occasione del primo conflitto mondiale con il quale ebbe fine per tanta parte la civiltà europea (suggerisco il recente e avvincente Prima dell'alba, di Paolo Malaguti, per smentire un'immagine che ancora e nonostante tutto persiste a riguardo di quella tragedia). 

Non intendo affermare che il partito 5 stelle sia collocabile, oggi, nell’alveo di una forma specifica di fascismo, e tuttavia non pochi tratti ideologici, organizzativi e operativi fanno propendere che si tratti di una formazione politica incline all’autoritarismo. Per tacere della Lega che qualcuno a suo tempo definì "una costola della sinistra".

Non bisogna aver letto nemmeno un buon libro, uno solo, per intuire che le opinioni degli uomini mutano in corrispondenza ai loro interessi e alla loro posizione sociale, e dunque in attitudine delle circostanze.


giovedì 29 marzo 2018

«Il Pd, che esiste a fare?»


Ogni giorno si rinnova la scoperta dell’acqua, sempre più calda (p.es., si legga qui).

Simili analisi non favoriscono certo la comprensione di come funziona davvero il capitalismo. Questi analisti affacciandosi alla finestra scoprono fenomeni senza avere la minima cognizione delle loro cause immanenti, e da ciò inferiscono epocali rivelazioni sull’oggi e soprattutto sul domani incombente. Si scopre così che le macchine sopprimono lavoro vivo, che meno occupati significa più disoccupazione, fenomeno stabile e progressivo, e che tutto questo casino induce inesorabili e significative modificazioni demografiche.

mercoledì 28 marzo 2018

Il cucchiaio, il piatto, la realtà


Non mi ha sorpreso più di tanto sentire il senatore prof. Mario Monti lanciarsi in lodi di “tattico e stratega” a riguardo di Matteo Salvini, neanche fosse Mao Tze Tung all’epoca della guerra sino-giapponese. Anzi, ciò conferma che certi ambienti sono tranquilli qualunque maggioranza esca dal cilindro quirinalizio.

Del resto, che cosa è successo esattamente sabato scorso? Vado per le semplici. Salvini e di Maio dovevano spartirsi il piattino delle presidenze delle camere. A disposizione avevano ognuno un cucchiaio. Di bocca buona, non hanno fatto troppi capricci e ognuno ha avuto la sua parte. La diatriba sulle candidature, i veti, hanno funto solo da spettacolo, sponda per i media padronali in deficit, mangime per gli allocchi.

Ora, per la formazione del governo, per il piatto più ambito, il cucchiaio è uno solo. Salvini ha affermato che non è indispensabile che a reggerlo sia lui. Per contro, Di Maio gli ha risposto che il cucchiaio gli spetta quale Unto del Popolo, avendo la sua lista ricevuto circa il 32% dei consensi elettorali. Probabile che in zona Quirinale gli spieghino che alle sue promesse non hanno aderito i due terzi del Popolo votante. I numeri sono numeri, ma le percentuali possono essere lette almeno in due modi.

Saranno infine imboccati entrambi, e, ciò che più conta, a decidere il reale contenuto del piatto saranno altri. A Bruxelles, Berlino, Francoforte, Parigi, New York, e pure su Marte, sono tranquilli a riguardo dell’Italia di Salvini&Di Maio, poiché sanno bene che la realtà è concreta e ci tiene sempre per le parti molli.

martedì 27 marzo 2018

Ciò che conta


C’è un fatto incontestabile nella proposta del cosiddetto reddito di cittadinanza: gli oneri ricadrebbero sotto una o più voci della spesa pubblica. Sarebbero dunque a carico delle fiscalità generale. Domanda semplice: qual è la platea sulla quale grava la quasi totalità del gettito ed è costretta a pagare fino all’ultimo centesimo?

Chi ha votato alle recenti elezioni per un programma del genere può averlo fatto per due motivi, altrettanto semplici: è un potenziale beneficiario di tale reddito a go-go, oppure, se appartiene ai ceti sociali costretti a versare all’erario fino all’ultimo centesimo, è un illuso.

Lasciate perdere i seggi elettorali, ci si condanna all'esistente in una società falsamente democratica.

Come ho avuto modo di osservare, il reddito di cittadinanza in sé sarebbe una buona cosa, ma in una società dove il lavoro e la ricchezza sociale ricadono sotto i rapporti di tipo capitalistico, questa misura abbozza confusamente un neokeynesianismo attraverso reti parassitarie. È uno strumento in mano a chi governa a ogni livello da tiranno onorato l’ordine sanguinoso (sì, sanguinoso) della sopravvivenza.

Nella società attuale, il bisogno degli schiavi di vendere la propria forza-lavoro è il fondamento della società di classe, cioè quella dominata dai padroni. In tale contesto il reddito di cittadinanza serve a mantenere in essere tale condizione di base e sotto controllo i meccanismi della riproduzione del sistema.

Forme universali di reddito garantito dovrebbero invece costituire il fondamento di una società dove gli individui non siano sottomessi e tormentati dal bisogno, dove siano liberi di poter scegliere. Infatti, solo chi può scegliere è realmente libero.

La liberazione dell’umanità richiede una completa rivoluzione del nostro intero ordine sociale contemporaneo, ed è illusorio credere di poter trasformare tale possibilità in realtà semplicemente seguendo lo sviluppo “naturale” e “pacifico” della società borghese.

Scriveva Marx: «Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna».

lunedì 26 marzo 2018

Reddito di cittadinanza I.G.P.



Si stima che circa il 13% dei veicoli in Italia circoli senza assicurazione. Erano 3,1 milioni nel 2012, 3,9 milioni nel 2014 (l'8,7% del totale), circa 5 milioni nel 2017 (*), quota che raggiunge picchi himalayani nel Sud, dove, secondo le elaborazioni della Motorizzazione, in alcuni comuni si sfiora il 50%.

In provincia di Napoli il 25,6 % dei veicoli, di fatto uno su quattro, manca di R.C. auto, ma a Qualiano e a Striano, comuni della stessa provincia, la quota sale rispettivamente al 46% e a poco meno del 47%, mentre a Castel Volturno, nel Casertano, si arriva al 42%.

Il Campania finisce il 41% dei quasi 200 milioni di euro pagati dal Fondo nazionale vittime della strada (dato 2015), regione in cui si concentrano il 65% dei casi considerati a rischio frode. Non solo: il 47,6% di tutte le denunce viene presentato in Campania, che al contrario pesa per il 7,7% sul mercato assicurativo “ordinario”. Una sproporzione che, pur in misura più contenuta, è presente anche in Calabria, Puglia e Sicilia. Il 57% delle spese legali a carico del Fondo è risucchiato dallo stesso territorio per cause perse. Sommando tutte le voci, la Campania pesa sull’indice dei costi del Fondo (combined ratio) per il 55%.




(*) I 51,4 mln di veicoli registrati nel dataset della Motorizzazione civile (l'aggiornamento è datato febbraio 2017) comprendono anche quelli che, seppure immatricolati, non circolano perché magari restano in aree private, perché il proprietario ne fa un uso solo stagionale o perchè sottoposti a fermo amministrativo, ma lo stesso valeva anche per i censimenti degli anni precedenti.


domenica 25 marzo 2018

Nello stesso piatto


Leggendo la corrispondenza tra Marx ed Engels, ma anche quella di altri personaggi del XVIII e XIX secolo, si può ravvisare con sorpresa quanto fosse efficiente e rapido il servizio postale d’allora. Non solo tra Londra e Manchester, ma anche tra Londra e Parigi, e, ad esempio, tra quest’ultima e la Russia! Non è infrequente leggere, nello scambio tra i due amici, frasi sul tipo: “Devo chiudere questa lettera perché tra poco parte la posta e vorrei che questa sera tu ricevessi ciò che vi ho accluso”.

Il Settecento e l’Ottocento sono stati i secoli per eccellenza della corrispondenza epistolare. Il perfezionamento della tecnica postale e il miglioramento della viabilità e dei mezzi di trasporto (nel XVIII, per es., l’introduzione delle sospensioni nelle carrozze) favorì lo sviluppo della cultura epistolare, l’arte dello scrivere lettere. Il miglior manuale, in tal senso, fu la letteratura; ne è esempio Tatjana che scrive ad Onegin una lettera “così sincera e palpitante di ingenuo entusiasmo” composta esclusivamente di citazioni letterarie (a proposito di “prestiti”). 

Oggi non si scrivono quasi più lettere, e anche in tal caso ci si limita a notificare lo stretto necessario. Si scrivono “mail” e s’inviano miliardi di messaggi dai cellulari, su twitter ci si scambiano battute, spesso invettive, e su FB la comunicazione non è molto dissimile. S’è enormemente allargata la platea degli scriventi, e ciò costituisce un progresso, ma d’altro lato la cultura epistolare s’è estinta e la scrittura in generale conosce un decadimento senza precedenti.

Il frullatore elettorale


«Gli analfabeti funzionali o low skilled in Italia sono più del 47% della popolazione.

Con questo termine s’indica l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana: non sono in grado di comprendere le istruzioni di un frullatore, credono all’opinione di chiunque senza informarsi e ancora non sanno distinguere la figura del giornalaio da quella del giornalista [il banchiere dal bancario, il truffato dal truffatore, la luna dal pozzo, le perle dei pirla, ecc.].

L’Italia, ha ormai superato da decenni il gap dell’analfabetismo strutturale, ma detiene tuttora un record mondiale, posizionandosi al quarto posto dopo Indonesia, Cile e Turchia per distribuzione di analfabeti funzionali nel quadro dei 33 paesi partecipanti allo studio PIAAC.»

La fonte è il Sole 24 ore. Aggiungo: si tratta di persone che 1) hanno diritto di voto; 2) non di rado vengono elette in parlamento.

PS: senza voler fare la parte della maestrina dalla penna rossa, vorrei suggerire agli estensori dell'articolo, qui in parte riproposto, di evitare la virgola tra soggetto e predicato. Lascino questo genere di "incidenti" a noi blogger.

venerdì 23 marzo 2018

Qualunque cosa succeda


Quando il 3 febbraio 1991 il Pci s’è trasformato in Pds, non ha rinunciato solo al nome, ma a un progetto di società, che in quel nome era, seppure ormai solo formalmente, rappresentato. Ciò non è avvenuto esattamente in tale frangente, maturava bensì da lunga pezza. Già nel 1956 furono gettate le premesse teoriche e programmatiche per la politica degli anni successivi.

Se andiamo agli anni in cui avviene tale passaggio (1989-1991), troviamo la stessa classe operaia in crisi con la fine della grande fabbrica e dell’operaio professionale, cacciato ai margini del processo produttivo dalle nuove tecnologie e tecniche di produzione, trasformato, anche politicamente, in un’appendice marginale del processo di produzione capitalistico.

Il Pds assumeva non solo le fisionomie di un partito riformista senza popolo, ma anche, ripeto, senza progetto, salvo quello della gestione dell’esistente, del potere per il potere, dell’obbedienza alle direttive della UE e del Fondo monetario internazionale che definiscono gli ambiti e i vincoli dei processi economici e politici dei singoli paesi (*).

Finiva, anche formalmente, il partito di lotta e di classe, il controllo ideologico e politico sul “popolo della sinistra”. Il partito si qualificava espressamente quale rappresentante dei ceti borghesi o piccolo-borghesi. Con la successiva trasformazione in Pd, il partito si americanizzava nel nome e scimmiottava le primarie, permettendo a un personaggio mediatico di diventare l’asso pigliatutto, insieme capo del partito e del governo.

Renzi si è rivelato ciò che è sempre stato, un detestabile vanesio, ma può tutt’ora contare sulla cerchia di fedelissimi e sulla truppa che egli ha scelto e fatto eleggere. Psicotico e vendicativo, non è peregrina l’ipotesi che possa cercare il pretesto per farsi il suo partitino personale. Ben prima del 4 marzo scrivevo che il Pd è un partito in estinzione, senz’anima e progetto. Siamo alla resa dei conti finale, qualunque cosa succeda.

(*) Quando mai il processo d’interdipendenza tra Stati disuguali, sotto l’egemonia del capitale tedesco-americano, può essere inteso come un movimento tendenziale verso l’integrazione? Il controllo dei meccanismi economici e politici della UE è l’essenza entro la quale si colloca la simulazione dell’integrazione. I rapporti di forza tra gli Stati si riflettono nell’articolazione del sistema delle disuguaglianze e le moltiplica, poiché questo è l’interesse oggettivo degli anelli più forti della catena. Il fatto stesso che non esista una politica fiscale comune ne è l’esempio più eclatante e che consente alle multinazionali di fare ciò che vogliono.

giovedì 22 marzo 2018

Una questione pratica


Veniamo al tema che appassiona in questo momento la platea, ossia il reddito di cittadinanza o anche reddito d’esistenza, cioè un reddito quale l’ha proposto, da ultimo, il leader dei 5 stelle. La questione, vera, dirimente, non riguarda semplicemente la disponibilità di risorse adeguate senza fare nuovo debito, senza cioè gravare con nuova spesa sul bilancio dello Stato. C’è una questione che sta a monte e che viene completamente trascurata.

L’idea di dare un reddito di sussistenza a tutti è in sé una proposta che ha un senso, posto che le file dell’esercito dei disoccupati, dei precari a vita, degli inattivi, dei lavoratori improduttivi, è destinato ad assumere nel tempo proporzioni di difficile gestione, creando in un prossimo domani situazioni esplosive.

A prima vista il problema riguarda la ricchezza e la sua distribuzione, o, per dirla in termini prosaici, le possibilità e potenzialità produttive per dare da vivere a tutti. In realtà il problema, entro certi limiti, oggi non si porrebbe (non ci sono troppe bocche per poco cibo, ma troppo cibo per alcune bocche) se non fosse per il modo capitalistico di concepire e misurare la ricchezza, modo capitalistico che impedisce l’estendersi all’intera società della ricchezza come ricchezza reale.

mercoledì 21 marzo 2018

Anche questo è noto



Esiste in Europa un paese dove l’incertezza del vivere quotidiano regni come in Italia? Forse in Grecia. E, in tal caso, non si tratta nemmeno di mezza consolazione. L’incertezza del terremotato, del disoccupato, del precario, perfino di chi ha un lavoro ritenuto stabile o s’approssima alla pensione, e di coloro che la pensione la possono solo sognare. Un’incertezza che accomuna milioni di persone e le loro famiglie, vissuta sulla propria pelle, che incide sulla salute e l’equilibrio degli individui. Che quando va bene si placa nella rassegnazione, ma non di rado si trasforma in vera disperazione. Che produce un’influenza su tutto l’ambiente sociale e che però è stata colta dalla politica solo a parole e alla quale è stato risposto fino ad oggi con delle statistiche o con mirabolanti promesse elettorali. In tal senso non c’è da farsi illusioni nemmeno per il futuro.

Su come uscire da tale situazione tutti sembrano saperlo, ognuno ha la sua ricetta bella pronta. C’è chi pensa, e promette, sussidi per i poveri, per i disoccupati, per tutti, dalla nascita alla tomba. Altri, i ragionieri col ditino alzato, richiamano alla realtà dei numeri, cioè della spesa e dei debiti. E allora i primi rispondono ai secondi che basta tagliare di qui, recuperare di là, lottare contro gli sprechi e l’evasione. Per contro, i censori irridenti dicono di no, grafici alla mano. Uno spettacolo. A pagare il conto saranno i ceti medi, quel che ne resta, poiché i ricchi, quelli veri, i grandi proprietari, la fanno sempre franca, un tempo per forza dei loro mezzi e oggi anche per la rapidità e facilità con la quale si può occultare il peculio. Per un po’ d’anni andrà ancora così, ma nulla è per sempre, e anche questo è noto.

lunedì 19 marzo 2018

Fa ancora paura


Ho avuto occasione, da quando frequento Marx, e cioè da quasi mezzo secolo, di leggere ogni sorta di falsificazioni e diffamazioni sul suo conto (e di sua moglie Jenny), scritte da specialisti del raggiro, tradotte in italiano e anche no. L’ultima, non la più grave e infame, l’ho letta sul Domenicale del Sole 24 ore di ieri (figuriamoci se quei reazionari si fanno sfuggire una simile leccornia). Si può prendere la cosa anche a ridere, tanto è maldestro e scadente il tentativo sotto ogni punto di vista, e però non va taciuto il modo truffaldino di presentare le cose da parte di un foglio che si richiama esplicitamente alla “cultura”.

L’articolo in questione è scritto da un certo Viktor Gaiduk, presentato come membro dell’Accademia delle scienze russa (cosa che di per sé non significa nulla), un “esperto di cultura musicale russa ed europea”, stimato da Indro Montanelli che lo volle suo collaboratore da Mosca (e con tale accostamento il ritratto assume il suo autentico colore).

domenica 18 marzo 2018

L’inedita articolazione del nuovo esecutivo



La borghesia trova nello Stato, quale luogo di massima condensazione del potere politico, e nell’insieme degli apparati statuali, burocratici, economici, ideologici e repressivi, il mezzo naturale per veicolare e imporre quelle pratiche essenziali e indispensabili alla riproduzione della formazione economico-sociale capitalistica.

Paradossalmente è proprio il modo di produzione capitalistico, che lo Stato s’incarica di garantire con l’imposizione della molteplicità di quelle pratiche, la causa fondamentale delle contraddizioni che vengono in superficie in modo devastante nella società e nelle istituzioni borghesi. In tal guisa, però, crisi economica e crisi dello Stato non stanno tra loro in una relazione semplice di causa-effetto, dalla quale far discendere linearmente che basta armarsi di pazienza e d’ironia perché passata l’una si risolva anche l’altra.

Siamo a un passaggio d’epoca cruciale, questo la borghesia l’ha ben chiaro, così com’è evidente che il riformismo è stato sconfitto dalle stringenti dinamiche di valorizzazione del capitale e dalla crisi del welfare. A tal fine è sufficiente prendere atto di che cos’è accaduto in termini elettorali in Francia, Germania, Austria e in Italia in meno di un anno.

sabato 17 marzo 2018

Adelante


La quasi piena occupazione per molti anni ha illuso i lavoratori sul posto stabile, quasi garantito, non soggetto alle dinamiche del capitalismo. L’accesso sempre più largo ai consumi fece nascere un senso d’indipendenza che soppresse dalla coscienza dei singoli il fatto di esser pur sempre dipendenti da un sistema basato sulla massimizzazione dei profitti. La possibilità per ognuno di migliorare le proprie condizioni di vita diede un senso di soddisfazione che rese fiduciosi verso il sistema. La necessità di un’alternativa radicale perse consensi, la critica divenne pigra e laterale, sembrava che tutto filasse liscio o quasi. Il superiore tenore di vita non faceva sorgere alcun dubbio sulla superiorità dell’ideologia del cosiddetto libero mercato.

Ben prima del 1989, delle bolognine, furono questi i presupposti sulla base dei quali il partito della sinistra impose una virata a destra. Una scelta strategica che è servita, gradualmente, a infiacchire e infine dissolvere la più forte rappresentanza di sinistra dell’occidente. La strategia di proporsi trasversale alle classi sociali, di abbracciare partite iva e centro-destra, ha fatto della sinistra la vittima del proprio opportunismo e del proprio fallimento.

Il capitalismo va sempre, per sua legge, dove lo chiama la competizione per il profitto. Per la destra è stato facile e prevedibile gettare sulla sinistra la colpa di una politica impopolare, fatta di sacrifici a senso unico e di disoccupazione.

Oggi i proletari intuiscono il nesso tra la loro situazione e la libera economia di mercato, e ciò preoccupa l’establishment. Largo allora agli ideologi: la colpa è di chi lavora se i disoccupati non hanno un lavoro, dei pensionati se le classi giovani hanno davanti a sé un domani di precarietà, incertezza e disperazione. Quello degli ideologi è un lavoro di canalizzazione della protesta e dell’indignazione sociale secondo uno schema collaudato: istituzionalizzare il malcontento e consolidare l’ignoranza sulle reali dinamiche del processo in atto, sui rapporti di potere, sui rapporti di proprietà, sui rapporti di forza.

La borghesia ha trovato nel movimento politico fondato da un comico e costituito da una manica di disperati analfabeti ciò che serve allo scopo.

venerdì 16 marzo 2018

L'analisi fattuale



Scrive l’onesto Alessandro Gilioli: «La verità giudiziaria ha stabilito la colpevolezza dei brigatisti, che ancora sostengono di aver fatto tutto da soli. La ricerca della verità storica invece procede per indizi e analisi logiche».

Lasciamo ai cultori del genere la analisi logiche, andiamo per analisi dei fatti reali.

Per colpire con armi semiautomatiche e automatiche cinque persone sedute in auto a due metri di distanza ci sono voluti oltre novanta colpi. Considerata l’entità di fuoco e vista la rosa dei colpi sulle portiere e sui finestrini dell’auto, qualsiasi cacciatore di lepri potrà confermare che a sparare sono stati dei dilettanti dei (a 91 bossoli corrispondono solo 68 proiettili, gli altri andarono a conficcarsi chissà dove). Posto che almeno due di quelle armi si sono inceppate, qualsiasi armaiolo potrà confermare che a compiere quell’azione erano tutt’altro che degli specialisti (una pistola cal. 9 corto s'inceppò perché caricata in modo non corretto). E il fatto che i brigatisti non fossero muniti ciascuno di un’arma di riserva può far dubitare sulla sufficienza delle dotazioni per una simile operazione.

Pertanto, chi ha operato ha potuto approfittare soprattutto dell’effetto sorpresa e sulla impreparazione della scorta.

Non va trascurato che il pubblico non si accontenta della realtà, e c’è gente che per vendere il proprio prodotto e/o per fare carriera è disposta a sostenere qualsiasi cosa. Tuttavia il cancan che i media ci propinano su questa vicenda con regolare cadenza da decenni, persegue, ne siano coscienti o meno i singoli attori, uno scopo principale: quello di negare autonomia strategica e operativa alle Brigate Rosse.

Chi ha raccontato la verità, fin dalla sua prima lettera, è stato Aldo Moro.

giovedì 15 marzo 2018

Nuove forme di schiavitù


In Lavoro 2025, lo studio consegnato ai 5 stelle da quel bel tomo di Domenico De Masi, si legge: «Questa semplice utopia della riduzione dell’orario, benché sorretta dalla matematica e dal buon senso, non si realizza a livello nazionale perché i lavoratori occupati e i loro sindacati non sono disposti a cedere neppure un decimo del loro lavoro ai disoccupati, ignorando i vantaggi che ne trarrebbero essi stessi (disponendo di maggior tempo libero), l’azienda (guadagnando maggior produttività), la società tutta (evitando emarginazioni e conflitti). Dunque il problema è: cosa possono fare i 3 milioni di disoccupati per convincere i 23 milioni di occupati a cedere un decimo del loro lavoro? A mio avviso l’unica azione possibile, efficace e non violenta, è mettersi in concorrenza con gli occupati lavorando gratis. In tal modo salterebbero le attuali regole protezionistiche del mercato del lavoro e gli occupati sarebbero costretti a scendere a patti. […] Io propongo che, per ottenere il lavoro cui hanno diritto i lavoratori disoccupati ricorrano a loro volta a un atto di forza contemporaneo, offrendo gratuitamente il proprio lavoro fin quando gli occupati e i loro sindacati non accettino l’idea della riduzione dell’orario. La giusta ripartizione del lavoro e del pane si tradurrebbe alla fine in maggiore felicità collettiva.»

Su questo tema si è mai letto qualcosa di più fantasmagorico? Non credo. Sarebbero dunque i lavoratori ad opporsi alla riduzione dell’orario, e non i padroni e i loro referenti ideologici, che sul costo del lavoro battono chiodo in ogni occasione.

Che cosa c'entra il "costo del lavoro"? È presto detto: non troverete mai nelle elucubrazioni del “sociologo” questa frase: riduzione dell’orario a parità di salario.

È normale che il lavoratore, il quale già fatica ad arrivare con il proprio salario alla fine del mese, segua il dettato della necessità e dunque s’opponga a un taglio del salario in cambio di una riduzione dell’orario.

mercoledì 14 marzo 2018

Figli del loro tempo, non variabile impazzita


So che non so quel che non so [...] Non ho mai condito di menzogne un fatto vero per rendermene la digestione più facile [...] Mi sono guardato bene di fare della verità un idolo: ho preferito lasciarle il nome più umile di esattezza [...] Morirò un po' meno sciocco di come sono nato.

Marguerite Yourcenar, L’opera al nero.

 *

Di quel che accadde allora le nuove generazioni non sanno nulla, quelle più vecchie sono smemorate o credono di sapere tutto, anche troppo, perché l’hanno letto sui giornali o aspirato dalla televisione.

Tra il 1969 e il 1984, in Italia furono uccise 553 persone “per motivi politici”. Chi le uccise? Nomi e date alla mano si può avere un quadro reale di che cosa è effettivamente accaduto in quei tre lustri.

Nell’elenco dei 553 uccisi “per motivi politici” non sono pochi i nomi che mancano. Ad esempio, questi:

Giuseppe Pinelli, già partigiano, anarchico e ferroviere, accidentalmente defenestrato mentre era trattenuto illegalmente in questura, cioè dopo le 48 ore di fermo previste dalla legge.

Margherita Cagol, “Mara”, si laurea nel 1969 discutendo una tesi sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Dopo la proclamazione del voto, 110 e lode, saluterà tutti con il pugno chiuso: nessuno – ricorderà Alberoni – prima di quel momento, aveva avuto questo ardire. Comunista e membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse, fu uccisa nella cascina Spiotta mentre era a terra e disarmata. In una lettera alla famiglia aveva scritto: «Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, questo io credo sia il senso della nostra vita». Entrando in clandestinità, scrisse: «Cari genitori non pensate per favore che io sia incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. […] Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi, non ce ne sono altri.»

Fabrizio Pelli, cameriere, arrestato nel 1975 quale militante delle Brigate Rosse. Nel 1979, i padroni dello Stato democratico lo lasciano morire in carcere di leucemia, senza posta e senza la vicinanza dei suoi compagni. Aveva 27 anni.

Margherita e Fabrizio non erano figli di una variabile impazzita, erano figli del loro tempo, un tempo in cui si è affermata ed espressa un’intera generazione di soggetti che aspiravano a un cambiamento radicale di questa società, in un clima di tensione, di stragi di stato, di golpe pianificati dalla presidenza della repubblica e carabinieri, di golpe greci e cileni, di provocazioni e repressione poliziesca, di rivolte studentesche e di lotte operaie. Fino alla scelta della lotta armata, sulla cui strategia si può pensarla come si vuole (facile col senno di poi), però essa ha rappresentato per molti un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare a mettere in gioco la propria esistenza.


martedì 13 marzo 2018

Il ricatto delle illusioni


La mia contrarietà al cosiddetto reddito di cittadinanza non deriva da considerazioni di carattere finanziario, cioè di copertura della spesa. Mi sembra chiaro che per come è attualmente distribuito tra le diverse componenti sociali il reddito nazionale, e per come funzionano le cose dal lato delle imposte, non c’è trippa. Basterebbe, al riguardo, tassare con aliquote “europee” la successione, le donazioni, le polizze vita e simili. E magari imporre aliquote i.v.a. progressive sui beni di lusso (il pellet da riscaldamento ha la stessa aliquota dello champagne, per dire) ma questo non si può fare per diversi motivi.

Del resto, con la tendenza in atto per quanto riguarda le classi demografiche, la disoccupazione di massa, il ritiro del capitale dalle attività produttive, il reddito di cittadinanza non sarebbe una soluzione a lungo termine, ma solo un escamotage temporaneo, la monetizzazione della subalternità a delle illusioni elettorali. Nessuno può negare questo stato di cose, che procede con il solenne portamento di una realtà ineluttabile.

La mia contrarietà al reddito di cittadinanza deriva principalmente dal fatto che quale sussidio di disoccupazione esso maschera l’umiliazione sociale degli emarginati, e tende anzi a favorire tale stato di cose. Il sistema dovrebbe garantire, a mente della Costituzione e di quella che passa per essere democrazia, anzitutto un lavoro di dignità per tutti, cioè un lavoro che non sia mero sfruttamento. E ciò non è possibile in una economia di predatori e predati, di padroni e di schiavi.

Potremmo andare a votare una volta il mese, anche tutte le domeniche dell’anno, ma fino a quando rimarranno intonsi e solidi gli attuali rapporti di proprietà e di sfruttamento, non vi sarà alcun significativo cambiamento della situazione. Il reddito di cittadinanza, nella forma nella quale viene ipotizzato, non è nulla di diverso da un assegno di mantenimento, ha lo scopo anzitutto di garantire una certa stabilità e sopravvivenza del sistema, collocando il mantenuto in una posizione di ridicola minorità e di costante ricatto e obbedienza.

lunedì 12 marzo 2018

L'outsider




I lacerti del Partito democratico e di Liberi tutti potrebbero ripartire da questo ex marxista con i guantoni. Il curriculum è a posto: è bugiardo quanto basta, ma è anche simpatico. Perciò sarebbe già un passo avanti rispetto al titolare cedente. Male che vada possono tentare di vincere a Sanremo nella categoria senility.

domenica 11 marzo 2018

That is the question



Quando scrivo, come nel post precedente, che eccezione fatta per sparuti gruppi politici semiclandestini, o singoli soggetti isolati, nessuno mette più in dubbio i fondamenti sui quali poggia il capitalismo, pur criticandone alcune sue proprie manifestazioni, ciò non significa che le contraddizioni che stanno alla base del sistema non continuino ad operare con la forza immanente della necessità, e dunque a pregiudicare non solo la stabilità del sistema sociale ma ponendo anche a rischio le possibilità e le condizioni di vita su questo pianeta. Non è questione di maggioranza/minoranza.

La tragedia verso la quale stiamo precipitando – e a tal fine abbiamo tutti i mezzi di controllo e previsione per misurare con esattezza e in anticipo dove ci sta conducendo – è già perfettamente dimostrata nella tendenza, e dunque la questione del capitalismo si pone e si porrà nostro malgrado come il problema stesso della possibilità materiale di esistenza dell’umanità. Non bruscolini.

*

Per quanto riguarda l’aspetto propriamente politico e sociale, c’è da chiedersi quali siano i motivi per i quali da un lato si assiste al declino del riformismo e dall’altro perché la crisi non abbia sviluppato un movimento antagonista di tipo classico e abbia invece favorito i cosiddetti “populismi”.

sabato 10 marzo 2018

Pasti gratis



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Anche se la cronologia non corrisponde esattamente, il Novecento è finito trent’anni or sono, e forse più. Il capitalismo ha vinto dappertutto, anche e soprattutto dove era stato dichiarato estinto. Eccezione fatta per sparuti gruppi politici semiclandestini, o singoli soggetti isolati, da allora nessuno ha più messo in dubbio, pur criticandone alcuni fenomeni contraddittori, i fondamenti sui quali poggia tale sistema economico.

Dal canto suo anche il riformismo pensava di aver vinto, anzi di essere il vero protagonista di tale vittoria. I fatti si sono incaricati di smentire l’ipotesi e di spegnere man mano ogni entusiasmo. Tutto ciò perché il capitalismo obbedisce a leggi che se forzatamente piegate ad altri scopi, prima o poi si rivoltano prendendosi la loro rivincita. Sono in molti a sottovalutare questo aspetto fondamentale del sistema, compresi i nuovi stregoni della politica.

Esempi chiarissimi anche in Italia, anzi, soprattutto da noi, dove si continua a ragionare come se non fossimo parte di un sistema e potessimo decidere autonomamente, come se non fossimo ostaggio anzitutto di un debito pubblico enorme, dunque di un sistema finanziario al quale non importa nulla delle promesse elettorali, e di un sistema di scambi nel quale la nostra fragile struttura produttiva è come canna al vento.

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venerdì 9 marzo 2018

L'impossibile


Da molto tempo prima della campagna elettorale, ossia da sempre, ad ogni promessa politica mi chiedo: che cosa prevale, il cinico calcolo o la grezza ignoranza? L’uno e l’altra, con in genere una  prevalenza del primo.

Quanto a noi, specie comune, siamo spettatori ogni sera di una grande gara, e però a leggere certe notizie sembra trovare conferma il sospetto che gli idioti siano molti di più di quelli che appaiono in televisione, e siano insomma tutti coloro che danno retta alle promesse.

A volte però ci assale il dubbio: no, non è possibile si arrivi a tanto, cioè a presentarsi ai patronati per chiedere i moduli per l’assegno di disoccupazione ribattezzato “reddito di cittadinanza”. Suvvia, si tratta di una burla, di un modo di prendere in giro, di gente fin troppo lesta e scaltra che la butta in caciara.

Del resto appare chiaro che il reddito di cittadinanza, nella formulazione elettorale (bisogna leggere per credere!), è palesemente irrealistico, tanto è vero che, dopo l’esito delle urne, non passa giorno senza che il Travaglio nazionale, dal suo giornale e dagli schermi televisivi, getti acqua sul fuoco, perché sa benissimo che è altissimo il rischio di bruciarsi con una pagliacciata così infiammabile.

Pertanto non so fino a che punto si finga di non capire o se si tratta d’idiozia vera e propria. Se non si riesca ad intuire almeno e davvero che cosa ci sta preparando questo nuovo secolo dal punto di vista economico e sociale, cioè dal punto di vista dell’occupazione e demografico.

In ogni caso, perché prendersi la briga d’insistere, di cercare di spiegare, posto che se è difficile svegliare quelli che dormono, è impossibile svegliare quelli che fingono.

giovedì 8 marzo 2018

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Era vero: ci seppellirà una risata.

Campa cavallo

con aggiornamento alle ore 13.22


L’anno scorso un mio conoscente, un artigiano, chiuse i battenti della sua attività il 30 aprile e dal primo di maggio si mise in attesa di ricevere il primo accredito della pensione. Passò maggio, poi giugno e arrivò luglio. Nessuna traccia di accredito. Allora si è recato presso l’associazione di categoria per avere notizie. Dopo qualche giorno gli è stato comunicato dal suo patronato che, secondo l’Inps, mancava l’ultimo bollettino di versamenti. La stessa associazione di categoria provvide ad informare e documentare all’Inps che tale adempimento era avvenuto. Niente da fare. Allora l’interessato s’è recato personalmente presso la sede dell’Inps. Alla fine della storia ci sono voluti altri due mesi per vedersi accreditare quanto gli spettava.

Dopo 42 anni e 10 mesi di versamenti contributivi regolari, dopo aver lavorato una vita e contribuito a mantenere in piedi la baracca italica, l’Inps non ha trovato modo, a fronte della domanda di pensione, di verificare meglio se l’ultimo versamento contributivo effettivamente non era avvenuto, e, in tal caso, informare l’interessato. Questo è solo uno dei tanti, tantissimi, casi che si potrebbero illustrare a tale riguardo. Sempre l’anno scorso ne illustrai qui un altro. Allora, dopo cinque mesi dall’inoltro di un’istanza all’Inps, scrissi al presidente Boeri. Il giorno dopo che egli ricevette la raccomandata, a nostra volta ricevemmo risposta all’istanza. Per dire come (non) funzionano le cose.

Stamane mi recherò alla sede dell’Inps per curare un altro caso, sindrome di sciatteria inverosimile, sempre da parte dell’Inps. Chissà se per avere riscontro questa volta dovrò scrivere al nuovo presidente del consiglio dei ministri (in tal caso, campa cavallo), magari a quello in pectore che nei giorni scorsi ha affermato che metterà a posto quelle cose che gli italiani attendono da trent’anni. Egli, avendone trent’uno, forse non sa che l’attesa è da datare al 1861 (in Veneto dal 1866), se non prima.

La funzionaria dell'INPS mi ha risposto testuale: "Riferisca all'interessata che non deve preoccuparsi, nel nostro sistema EMens risulta tutto a posto; il flusso (?!!) è avvenuto, l'importante è che risulti a noi". Tentativo di replica: "Ma nel fascicolo dell'assicurato [nel sito INPS] non risultano trascritti i dati ...". Risposta secca: "Ah, per quello non ci posso fare nulla. Ripeto: l'importante è che risultino a noi". Mi veniva da dirgli, con tono fantozziano: "Com'è buona Lei, Illustrissima Funzionaria INPS ".

mercoledì 7 marzo 2018

Quanto alle schegge ...

Negli ultimi giorni dev'essere successo qualcosa di particolare, di strano, se oggi Augias ha citato, con un risolino, una frase di Marx, stupendosi della sua analisi. In realtà Marx nel 1847 stava solo riferendo ciò che stava avvenendo. Quanto ad analisi del modo di produzione capitalistico, Marx ci ha lasciato ben altro. Poi Augias ha fatto un'altra considerazione su Marx, come solito ad capocchiam.

Il riformismo ha rivelato i suoi limiti, tutti. È finito perché incompatibile con le leggi dell'accumulazione capitalistica. Se non si prende atto di questo fatto essenziale, si continuerà ad illudersi e ad illudere. Alternative? Una sola.  


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La campagna elettorale di Potere al Popolo ha dimostrato che non offriva reali alternative alle politiche di destra del PD, con le quali ha al massimo differenze tattiche. Infatti sono alleati con Syriza (coalizione della sinistra radicale), che sta gestendo un governo pro-austerità, pro-UE in Grecia, in alleanza con il partito degli Indipendenti Greci (Anel), cioè con il partito nato dalla scissione dal principale partito greco di centrodestra, Nuova Democrazia. Ha anche ricevuto il sostegno di Jean-Luc Mélenchon, il cui partito, France insoumise (la versione francese di “prima gli italiani” e di America first), aveva annunciato il suo sostegno per la spesa militare rafforzata. In ogni caso, sono alleati di un “nazionalismo d’anticamera”, per dirla con un’espressione cara a Stendhal.


Liberi e uguali non poteva andare oltre il risultato ottenuto, sia per la presenza degli esponenti che lo rappresentano mediaticamente, sia perché la proposta politica è risultata reticente o quantomeno balbettante, basti pensare al tema delle pensioni (chi mi sa dire esattamente quel era in concreto tale proposta?) ma anche a quello del lavoro, e pure autolesionisti sul tema dell’immigrazione, perché incapaci di dire che se l’immigrazione non è un problema di polizia, tuttavia l’illegalità non può essere sottaciuta e va combattuta con decisione. Dovevano presentarsi come forza di rottura radicale e non come forza di governo. Con D’Alema, Boldrini, e quell’ectoplasma di Grasso? 

Questi lacerti della sinistra che fu, non hanno mai superato certe nostalgie sul sedicente comunismo del XX secolo, da un lato. Dall’altro, credendo oltretutto che fosse sufficiente essere contro Renzi e dirsi a lui alternativi per accalappiare voti, hanno nel corso degli anni buttato nella pattumiera – salvo un timidissimo e tardivo ripensamento sul filo di lana – un patrimonio d’idee, di principi, di valori e di lotte, credendo sinceramente che il capitalismo avesse vinto per sempre, o quantomeno per qualche secolo a venire.

martedì 6 marzo 2018

Tutt’altro


Questo disperato paese rischia di trovarsi impiccato a una promessa: quella del cosiddetto reddito di cittadinanza. Chi l’ha promesso non potrà partecipare ad alcun governo senza rispondere concretamente di ciò che è il fulcro del suo programma e in ragione del quale ha ricevuto largo mandato dagli elettori. Altrimenti il consenso conquistato con tale promessa evaporerebbe.

E però il reddito di cittadinanza, in un paese con le caratteristiche sociali e antropologiche dell’Italia (facciamo per finta che sia un tutt’uno), e con uno dei debiti pubblici più alti dell’orbe terraqueo, è un azzardo (per usare un termine impreciso ma educato).

Non voglio discutere sul tema delle risorse da reperire e destinare a soddisfazione di tale impegno. Sarebbe inutile, e del resto sarà il tempo a ristabilire la realtà dei fatti. Mi limito semplicemente a due considerazioni.

Chi oggi è costretto a barcamenarsi tra lavori e lavoretti precari, sudati e malpagati (sotto i mille euro), per quale motivo non dovrebbe optare, sia pure temporaneamente, per un assegno mensile di quasi ottocento euro? Poniamo pure che debba impegnarsi in questo e quello per qualche ora il giorno o alla settimana per ricevere il sussidio agognato, per quale motivo dovrebbe invece optare per un lavoro purchessia e per un salario di fame?

E chi arranca per arrivare alla fine mese, pur lavorando tutto il giorno per un salario di poco superiore ai mille euro, per quale motivo dovrebbe essere contento di pagare imposte che vanno a mantenere una pletora di disoccupati senza speranza di futuro stabile e solido impiego?

Preciso: questa non è esattamente la mia posizione personale, ma è questione che verrebbe inevitabilmente a galla, di brutto.

Per ultimo: la mia personale considerazione per Matteo Renzi è pari e anche meno di quella della stragrande maggioranza. È uno che ha sempre vissuto nella logica perversa dei giochi a quiz e dell’imbroglio (vedi lo “stai sereno”, il referendum, il “lascio la politica”, la legge elettorale, solo per citare). E però, per quanto riguarda la decisione di non dimettersi, cioè di fingere le dimissioni, ebbene in questa pazzia ravviso se non altro del metodo. Ha detto: governino loro, ci dimostrino. Hic Rhodus, hic salta.

Se Renzi tiene fede, una volta nella sua vita, a questa parola (ma c’è ovviamente da dubitare), cioè di stare all’opposizione con tutto il Pd, non si potrà dire che è una mossa sbagliata. Tutt’altro.

lunedì 5 marzo 2018

Il picco del contagio (per ora)




Parto dall’evidenza: la gente va a votare in massa, crede ancora agli inganni della recita elettorale, nel famoso “cambiamento”, da realizzarsi non più attraverso i vecchi partiti, ma per mezzo di movimenti populisti e xenofobi, di nuove e mirabolanti promesse: il picco del contagio del cretinismo politico.

E dal già detto: l’epoca del riformismo è finita, perché siamo a un cambio d’epoca inedito sotto molti punti di vista. La politica dello zero virgola si è dimostrata ridicola. L’esito elettorale di ieri fotografa una situazione reale ben diversa da quella celebrata con baldanzosa iattanza.

Non c’è più trippa per gatti (vedi la riforma Monti-Fornero), si va incontro all’inedia demografica (si stanno aprendo voragini nella platea centrale della popolazione attiva), la forbice delle disuguaglianze mai è stata così larga negli ultimi decenni (vecchie e soprattutto nuove povertà), la questione immigrazione non è solo un problema di contenimento dei flussi.

Insulsa la tattica delle mance a pioggia, inefficace quella della decontribuzione, indecente la strategia che promuove nuove e antiche schiavitù, balbettante l’atteggiamento sull’immigrazione (la Lega ha buon gioco a mandare la polizia alla stazione di Milano) e spesso controproducente pure l’iniziativa, spiace dirlo, sui diritti civili (i “matrimoni” dei “ricchioni” e delle tribadi), poiché siamo in maggioranza un paese d’ignoranti, di bigotti, di creduloni e di oscurantisti. Su quest’ultimo punto si potrebbe aprire un lungo capitolo (*).

domenica 4 marzo 2018

Il caro estinto



Già ciò che si scriveva solo poco più di un anno fa appare oggi superato dagli eventi. Il post che segue è stato scritto il 19 ottobre 2012, vale a dire circa 5 anni e mezzo or sono (non ho cambiato una virgola, e sostanzialmente nemmeno il mio giudizio). C’era ancora Monti al governo, Renzi era ciò che è sempre stato, tranne che nel frattempo è diventato segretario del partito e ex presidente del consiglio.

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Per quanto possa contare, sono d’accordo con Malvino quando dice, a proposito di Renzi, che quanto sta avvenendo porterà «all’inevitabile scissione del partito» e che in tal modo non avrà solo «rottamato la vecchia classe dirigente del partito, ma il partito». E sono anche d’accordo quando scrive, un po’ sibillino, che tale risultato «non sarebbe quello che ha voluto o almeno ha fin qui dichiarato di volere». Credo proprio che l’operazione di Renzi, persona di formazione cattolica e orientamento reazionario, consista proprio nel far esplodere nel Pd le irrisolte contraddizioni, quelle di un partito nato come contenitore «dell’ibrida chimera di Moro e Berlinguer», ma che ha trovato sulla sua strada – mi pare evidente – un blocco sociale che si è opposto – spaventato – a ogni pur minima velleità riformista (in definitiva a tenere insieme ciò che oggi si chiama Pd è stato soprattutto l’antiberlusconismo, se non altro quello di facciata). Dove vada a parare politicamente la faccenda Renzi, ovviamente i “vecchi” boss del partito l’hanno compreso benissimo. Però c’è dell’altro, qualcosa che traspare meno e che Veltroni, sempre lesto nel cambiare distintivo, ha colto subito, smarcandosi per tempo.

Questo qualcosa ha a che fare – ben oltre le apparenze – pur sempre con quel blocco sociale che si è opposto – attraverso il berlusconismo – a ogni pur minima velleità riformista. Anche in questo, Malvino coglie bene quando interpreta che «Grillo e Renzi insieme fanno il Berlusconi che fino a ieri incarnava un blocco sociale». Credo però non sfugga a nessuno che si tratta di un blocco sociale di classe che sta usando il malcontento e la protesta a piene mani di un'area sociale tradizionalmente di "sinistra" o comunque intesa come progressista, per un progetto – in definitiva – di conservazione (la "rivoluzione" fascista, non fu conservatrice?). Il solito cambiare tutto perché tutto resti come prima.

Dove non sono d’accordo – se interpreto bene – con Malvino, è quando egli conclude così: «L’operazione non è riuscita». Non direi. È vero e non è immaginabile che la borghesia possa lasciare in mano a Renzi una qualsiasi effettiva leva di potere (ammesso che oltre a rottamare e spaccare il partito riesca ad imporsi), tantomeno a Grillo, ma l’operazione è ancora in corso e non è detto – tutt’altro – che ne conosciamo i contorni, nazionali e internazionali. Renzi e Grillo (questi, suo malgrado) – lo si vede dallo spazio mediatico che occupano – fanno parte di un progetto, quello appunto di rottamazione di una classe dirigente per sostituirla con un'altra o comunque ridurne il peso e l'egemonia. Nel 2013 questa operazione di stampo populista porterà alla nascita della cosiddetta terza repubblica.

Il 9 novembre dell’anno scorso scrivevo: «l’errore di ieri, di non aver votato contro [Berlusconi], è possibile che si riveli anche più grave e denso di conseguenze. Magari non subito, ma nel tempo, nei prossimi mesi». E il 17 novembre: “Il suicidio politico del Pd, continua. Alle prossime elezioni si arriverà al funerale”. Se non proprio al funerale, all’estrema unzione.

Assistiamo, soprattutto, a una crisi complessiva di sistema che lascia spazio a molte incognite e pericolose derive. La borghesia autoctona, il blocco sociale di classe di cui dicevo, crede di poter governare questa crisi e anzi di saperne approfittare ancora una volta per cogliere, al momento opportuno, fior da fiore. E tuttavia l’Italia, nel quadro strategico complessivo, ha il destino segnato, da sempre si potrebbe dire. Come scrivevo ieri, i grandi poteri puntano sulle debolezze nostre (cioè corruzione e criminalità politica) per distruggere alcuni settori importanti dell’economia che ci vedono come concorrenti sul mercato internazionale e per comprare pezzi rilevanti del nostro patrimonio.