Ecco a cosa punta Biden e altri sanguinari come lui. Che ci vadano
di mezzo milioni di persone in questa guerra assurda più di altre, non importa loro assolutamente nulla.
Loro sono dalla parte della ragione e ciò basta. È un’altra volta la lotta del bene contro il
male. Non importa quanto male comporti questo preteso bene perseguito con
determinazione ostinata e armata.
Stiamo assistendo alla rinascita del fascismo, all’utilizzo del genocidio come strumento di
politica statale e all’escalation dei conflitti militari verso una terza guerra mondiale nucleare.
E la colpa di tutto ciò è sempre degli “altri”. Tutto ciò nel quadro di un capitalismo infantile
e morboso. La cosa meravigliosa della crisi di questo sistema è che ci permette di chiamare
le cose con il loro nome: il mercato non è altro che capitalismo.
In tutto questo bailamme mediatico la cosa che si tende a nascondere di più è la lotta di
classe. Come, non c’è più? Ce lo fanno credere le consumate dichiarazioni dei politicanti,
ma in Italia e anche altrove il debito finanziario contro il debito sociale è una questione di
classe contro classe. Lo vedremo ancor meglio e una volta di più con i prossimi documenti
economici, col fare cassa tagliando ciò che resta dello stato sociale. Chi parla
dell’insostenibilità della spesa sociale, adducendo vari motivi, è solo uno spregevole infame.
Tirano in ballo la demografia, che è un problema reale, ma tacciono sul fatto che gran parte
della ricchezza sociale prodotta è appannaggio di una sparuta minoranza di speculatori. E
questa ricchezza, meglio ripartita (chiaro che il capitalismo non è solo un problema di distribuzione e allocazione delle risorse), risolverebbe molti problemi.
Basta vedere con quale avidità unita a spaventato servilismo politici ed economisti
pronunciano “i mercati”, come se fossero divinità superiori con i quali ci deve comportarsi
bene. Ed effettivamente sono i detentori di capitale finanziario a comandare la società,
divinità superiori, impositori di ordini, il cui obiettivo è far crescere il loro capitale. Del resto
è la legge dell’accumulazione, come processo naturale, che lo impone. Lo scopo è
guadagnare di più, tutto qui. Come il cancro, il capitalismo vive solo di metastasi:
sopravvive solo trasformando in denaro tutto ciò che tocca.
Di tutto il resto, non importa nulla. Per trent’anni il capitale è riuscito a disperdere la
produttività del lavoro esternalizzando. La deindustrializzazione deriva dagli aumenti di
produttività imposti al lavoro per garantire rendimenti sul capitale del 10, 15 o 20 e più per
cento.
Basta vedere la Germania, quale esempio tra tutti: la strategia tedesca in Cina si è rivelata
per lungo tempo molto redditizia, facendo di questo Paese il suo primo sbocco. Passano
pochi lustri e la Germania, con una popolazione del 6% rispetto a quella cinese, risulta
economicamente invischiata con la Cina a tal punto che esporta più del doppio rispetto a
dieci anni fa. Le sue esportazioni sono più del doppio di quelle di Francia, Regno Unito e
Italia. La creazione o l’acquisizione di aziende teutoniche in Cina, quelli che si chiamiamo
“investimenti esteri diretti”, sono più importanti del totale degli altri 26 paesi membri
dell’UE. Tutto bene, dunque?
Se non è una follia questa, ditemi che cos’è. Bosch, BASF e Volkswagen investono decine di
miliardi in Cina, ma chiudono le loro fabbriche nella madrepatria. Non solo, per le aziende
tedesche in Cina è sempre più difficile rimpatriare i propri profitti, che sono obbligate a
reinvestire localmente. Dunque la questione centrale, anche in questo secolo è quella di