domenica 31 marzo 2019

Aveva ragione Parri o Croce?



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Sul Corriere della Sera ho letto un articolo del professor Luciano Canfora dal titolo “La democrazia è morta”. In chiusa, Canfora si chiede “come possano definirsi democrazie Paesi – i nostri – nei quali è ormai accettato il ritorno della schiavitù in varie forme”.

Il professor Canfora coglie uno dei tratti essenziali del malessere sociale del nostro tempo, ossia il ripristino nei rapporti tra capitale e lavoro di quelle forme di sfruttamento che nel recente passato, nell’ambito dei paesi capitalistici più sviluppati, erano diventate esempi limite della condizione della forza-lavoro.

Ciò dimostra, dopo gli esempi della prima metà del Novecento, che la democrazia non regge a lungo la prova della crisi, e trova dunque conferma, anche sul piano pratico, il fallimento del riformismo declinato come strategia di lungo periodo, a fronte dell’ineludibile imporsi della contraddizione fondamentale che sta alla base del modo di produzione capitalistico, ora nella sua versione di crisi storica.

Insistere da un lato sugli effetti della globalizzazione e dall’altro sui motivi della contesa tra imperialismi, cioè sugli aspetti della dinamica storica di superficie, trascurando però la contraddizione di cui sopra, è un tratto classico della critica borghese quando non è impegnata in esercizi spirituali sulla crisi della “sinistra”. Dopo essersi ripetuta con gioia e remunerazione per decenni su ogni cosa e il suo contrario, la critica criticante si trova sempre al punto di partenza, e cioè a interrogarsi se, sull’identità della democrazia, avesse ragione Parri o Croce, Bobbio o Vattelappesca, e ancora se quella tal cosa corrisponda a consapevole neofascismo o inconscio cliché.

mercoledì 27 marzo 2019

Il pregiudizio di classe e di pelle


Stante il clamore suscitato, oggi ho ascoltato la registrazione della trasmissione di ieri sera condotta dalla dottoressa Gruber e alla quale ha partecipato l’onorevole Giorgia Meloni. Mi ha colpito in particolare un dato fornito al pubblico televisivo dalla parlamentare, la quale ha sostenuto che la maggioranza dei reati di stupro è addebitabile agli immigrati, in rapporto al loro numero presente in Italia. Non so se i giornalisti presenti non hanno saputo o non hanno voluto replicare sul punto e hanno invece preferito tergiversare. In ogni caso il dato fornito da Giorgia Meloni ha avuto facile presa sul pubblico medio, poiché la mancata replica da parte dei giornalisti presenti è senz’altro stata percepita come mancanza di argomenti e in buona sostanza come avallo del dato riportato dalla Meloni.

Il dato riportato non rileva due aspetti essenziali perché possa essere inquadrato nella sua giusta dimensione statistica. Non tiene conto, anzitutto, degli indicatori demografici reali, ossia che la composizione demografica della popolazione immigrata è molto diversa, per quanto attiene alle classi di età, da quella della popolazione italiana complessiva (vedi tabella qui sotto). Vale a dire, a titolo d’esempio, che la popolazione straniera residente in Italia di età superiore ai 70 anni è inferiore all’1%, e nella loro stessa popolazione le persone dai 50 ai 69 anni sono al 4% massimo. Considerando che i reati di stupro sono commessi in maggioranza da parte delle classi d'età più giovani, è conseguenza che il dato statistico sugli stupri commessi dagli immigrati salga in rapporto alla medesima popolazione immigrata. 

martedì 26 marzo 2019

Letture


Oggi il corriere mi ha consegnato un plico con tre libri. I libri bisogna saperli scegliere, e per farlo bene ci vuole competenza, come in tutte le cose, ma anche fiuto e un po’ di fortuna. Tutti e tre i libri riguardano l’epopea napoleonica, poiché in questo periodo sto insistendo su alcuni snodi chiave della storia europea (in un presente nel quale i governi non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sull’ora legale!). La rivoluzione francese, il bonapartismo e la cosiddetta restaurazione rappresentano per l’appunto dei momenti fondamentali della nuova epoca, ove prevale la borghesia come classe dominante e una mentalità originariamente progressista.

I primi due libri: Gustav Seibt, Il poeta e l’imperatore. La volta che Goethe incontrò Napoleone, Donzelli, 2009; Guglielmo Adilardi, Napoleone Bonaparte, il Concordato del 1801, Istituto di studi Lino Salvini,  2001. Forse non tutti sanno, ma si tratta di una mera curiosità, che vi fu anche chi istituì il culto di San Napoleone, tanto che il 6 novembre 1805, da Braunau (destino di un luogo!), Napoleone ordinava di inviare al Ministro del Culto, Portalis (uno dei protagonisti della grande codificazione voluta da Napoleone), la seguente missiva: “L’Imperatore ha letto un rapporto nel quale Vostra Eccellenza propone di approvare che uno degli altari della chiesa di Nizza venga dedicato San Napoleone. Non v’ha dubbio che il desiderio dei canonici incaricati della cura della suddetta cappella riesca gradito a Sua Maestà, ma l’Imperatore riterrebbe sconveniente che la Sua autorità intervenisse direttamente in questo affare. Ella può quindi considerare, nella fattispecie, più che sufficiente una autorizzazione del Ministero del Culto, senza alcuna controindicazione a riguardo, da parte di Sua Maestà”. Il culto di San Napoleone sostituì addirittura la festa dell’Assunta.

lunedì 25 marzo 2019

È fatto così



Da sempre una frazione della borghesia locale posa il proprio sguardo solo su un suo unico reale interesse: mantenere le proprie posizioni di rendita e di supremazia sociale. L’altra frazione, più dinamica ed esposta all’alea dei mutamenti del nuovo ordine economico mondiale, cerca di rimanere a galla in un mare d’insidie continue adeguandosi alla corrente. Il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitali più forti e per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Dal canto suo la classe lavoratrice è giustamente preoccupata di conservare i propri posti di lavoro e dunque i salari, quando gli dice bene. In realtà essa è una merce come ogni altro articolo commerciale, esposta come le altre merci a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato mondiale.

C’è chi sfrutta politicamente le inquietudini nonostante l'unilateralità e le ristrettezze nazionali divengano sempre più impossibili. È una navigazione a vista che vorrebbe erigere muraglie, stavolta contro i cinesi i quali non fanno altro che applicare alla lettera i rapporti borghesi di produzione e di scambio e dunque ciò che hanno appreso da quello stesso dispotismo occidentale, odioso ed esasperante, che apertamente proclamava come fine ultimo il guadagno.

Perché dunque desta meraviglia che i nuovi padroni della situazione badino ai profitti, cioè a quei denari che valicano agevolmente i confini sottraendosi volentieri al fisco locale? Hanno solo imparato e applicato la lezione. E perché dunque stupirsi che siamo diventati negli ultimi decenni una vera e propria colonia del tipo che piace tanto a ogni genere di monopolio e d’imperialismo, dove il marchio frutta assai e il lavoro costa sempre meno?

È davvero triste assistere alla corsa di chi vende la propria argenteria di famiglia a un imperialismo piuttosto che a un altro, tuttavia bisogna rassegnarsi che così è fatto il capitalismo.