mercoledì 16 settembre 2020

A grandi domande, grandi risposte


«Il Movimento 5 stelle è di destra o di sinistra?».
16 settembre 2020, ore 20,53.

«Io credo che possa crescere una convergenza programmatica».
16 settembre 2020, un minuto dopo.

«Bisognerebbe andare, da parete del Partito democratico, persona per persona, soprattutto nei quartieri popolari di questo paese, a spiegare le ragioni per le quali le risposte della sinistra sono le uniche risposte che possono garantire le persone che soffrono di più».
16 settembre 2020, ore 21,05, con enfasi pateticamente convinta.

«Ho governato una città e so cosa significa governare».
16 settembre 2020, ore 21,08.

Reddito e pensione di cittadinanza, alcuni dati


Secondo i dati dell’Osservatorio statistico INPS, aggiornato all’8 settembre 2020, i nuclei beneficiari che hanno percepito almeno una mensilità di reddito o pensione di cittadinanza nell’anno 1919 sono stati rispettivamente 1.248.879 e 144.958, per un totale di 1.393.837 nuclei. Il numero delle persone coinvolte nel reddito e nella pensione sono state rispettivamente, 3.164.993 e 164.904, per un totale di 3.329.897 persone, per un importo medio mensile di 534,35 euro.

Ad agosto 2020 le richieste per reddito o pensione di cittadinanza sono state 1.464.835, quelle decadute 160.576, per cui i nuclei percettori ad agosto risultano 1.304.259, così suddivisi per aree: 802.588 nuclei (per oltre 2,024 milioni di persone) sono residenti tra Sud e Isole, 303.958 al Nord  (quasi 634 mila persone) e 197.713 al Centro (quasi 423 mila persone).

Su un totale di un milione e 168mila nuclei beneficiari del reddito di cittadinanza, la maggior parte sono residenti in Campania (245.017 nuclei) e in Sicila (214.885), seguiti da Lazio e Puglia, dove in ciascuna delle due regioni lo ricevono circa 108mila famiglie. La provincia con più nuclei percettori resta Napoli (151.186) seguita da Roma e Palermo.

L’importo medio mensile è di 524 euro (562 euro per il reddito e 244 euro per la pensione.

Stando a questi dati, quasi il 6 per cento della popolazione residente in Italia riceve l’assegno per reddito (18 mesi per soggetti in età lavorativa, trascorsi i quali può essere rinnovato, previa sospensione di un mese) o pensione (riconosciuto agli over 67) di cittadinanza. Il conteggio non tiene conto del reddito di emergenza, (Isee sotto i 15mila euro) della durata di due mesi.

Le tabelle qui sotto per le tipologie di cittadinanza e gli importi (clicca per ingrandire).




Questi numeri ci offrono la dimensione del fenomeno, ma non ci dicono nulla in dettaglio sulla situazione sociale e lavorativa dei percettori del beneficio. Che tra costoro vi siano lavoratori in nero e pendagli da forca, è del tutto fisiologico (lesempio di certe pensioni dinvalidità e agricole è di per sé eloquente). Che anche in questo caso basti fotocopiare la legislazione europea più avanzata in materia di sostegno al reddito, al fine di calibrare meglio la misura e magari anche di estenderla a soggetti finora esclusi, pare una richiesta di buon senso, ma questo risulta in contrasto, come del resto molte altre cose, con esigenze di carattere politico.  

martedì 15 settembre 2020

Volevamo la rivoluzione


Siamo nel mezzo di due epoche e di due mondi, e non alle prese di una semplice trasformazione di ciò che è sempre esistito. Pertanto sarebbe il caso di non insistere su ciò che ci sarebbe da riformare del vecchio mondo, posto che non è realistico riformare un mondo che ci sta lasciando in eredità vecchie contraddizioni sul piano economico, sociale e geopolitico.

Volevamo la rivoluzione, ed essa è già qui da un pezzo. Non l’ha fatta il proletariato, alias la classe media occidentale, che anzi l’ha dovuta in gran parte subire e ne scopre ogni giorno l’essenza più tragica, come quando si perde il proprio lavoro; non l’ha voluta nemmeno la borghesia, che però vi si è adattata come sempre con furbizia traendone ogni vantaggio possibile.

Sarebbe sbagliato credere che si tratti solamente di una rivoluzione tecnologica che ci consente di comunicare e scambiare in tempo reale, di produrre in nuove forme e con altri alfabeti. Giustamente è stato osservato che si tratta di una rivoluzione antropologica. Come lo è stata, per esempio, quella tra il passaggio dal nomadismo alla stanzialità.

Per certi aspetti è una rivoluzione ancora più profonda e originale, poiché mette in discussione il ruolo stesso dell’umano nella società e nel mondo. Una rottura inedita rispetto a tutto il nostro passato storico.

Si apre un tempo incerto nel quale tutto può accadere. Spetterà alle circostanze, cioè al caso, decidere e favorire una cosa o l’altra; nel novero del possibile, ovviamente, il quale non accade mai necessariamente, ma secondo legge. Gli uomini possono adoperare tali leggi a proprio vantaggio. Ecco perché hanno ancora un ruolo, che non può essere delegato a nessuna “macchina”, per quanto possa simulare di essere “intelligente”.

L'attentato di Wall Street

 

L’11 settembre 1920, Sacco e Vanzetti furono incriminati per la rapina di South Braintree, accusa che li porterà sette anni dopo sulla sedia elettrica, seppure palesemente innocenti. Il 16 settembre, una potente bomba esplose a mezzogiorno davanti a Wall Street. È il periodo della Paura rossa (Red Scare), la strategia della tensione ante-litteram fomentata negli Stati Uniti, tra il 1918-1920, in concomitanza con i grandi scioperi (compreso il primo sciopero generale), i disordini di un nazionalismo esasperato, le rivolte razziali e i movimenti “nativisti” anti-immigrati.

La bomba era collocata in un carro trainato da cavalli, composta da circa 50 chili di dinamite e alcuni quintali di chiodi. Esplose verso mezzogiorno, trenta persone morirono nello scoppio, altre sei in seguito, 143 sono rimaste gravemente ferite, altre centinaia con esiti meno gravi. La maggior parte delle vittime erano impiegati. La Borsa interruppe ovviamente le contrattazioni.

I responsabili dell’attentato non furono mai individuati. Fu accusato un immigrato italiano, tale Mario Buda, da Savignano sul Rubicone, nel frattempo fuggito in Messico. Rientrato in Italia lavorò per conto dell’Ovra, il servizio spionistico del regime. Buda, morto nel 1963, si dichiarò sempre innocente.

Fu il periodo dei Palmer Raid e dell’ascesa di un certo J. Edgar Hoover, in un paese con marcati tratti reazionari, razzisti e classisti, con un fanatismo religioso aggressivo e la solita copertura mediatica. Un periodo storico poco conosciuto, come tutto ciò che riguarda la storia statunitense non filtrata da Hollywood.

I prudentissimi Morison e Commager, nella loro Storia degli Stati Uniti d’America, non fanno cenno dell’attentato, e però su quel periodo non possono esimersi dall’esprimersi così:

«Tanto perfetta sembrava quella civiltà, dominata dal mondo degli affari, a coloro che ne godevano i benefici, che risultava loro difficile capire come mai gente dabbene potesse trovarla in difetto, e le recriminazioni venivano ascritte a malignità o a mancanza di patriottismo. Nessun buon americano, pensavano, poteva criticare gli Stati Uniti; l’atteggiamento critico era già in sé un segno di antiamericanismo. Il nazionalismo, esaltato durante la guerra, assunse ora un aspetto di speciale virulenza. Si manifestava in un’incredibile varietà di modi: nella revisione della storia e dei relativi libri di testo, nell’ingiunzione agli insegnanti di pronunciare giuramenti di lealtà, nel diniego della cittadinanza ai pacifisti, nella deportazione degli stranieri, nella soppressione delle agitazioni economiche attraverso leggi contro il sindacalismo e contro gli anarchici, nell’epurazione dei corpi legislativi [venivano espulsi i rappresentanti socialisti] e di altre organizzazioni, nella denuncia dello spirito liberale nelle arti e in letteratura, nel rendere inoperante la difesa dei diritti umani sia nell’ambito dei singoli stati e nell’organismo federale» (vol. II, La Nuova Italia, 1961, p. 750).

Tutto ciò non rende ancora l’idea di ciò che accadde concretamente in quella nazione che amava e ama rappresentarsi come il faro della libertà e dei diritti umani.

 

domenica 13 settembre 2020

Una società derubata

 

Nel corso del Novecento sono falliti i sistemi che sostenevano d’ispirarsi al comunismo. Un fallimento la cui ragione si può riassumere nell’opposizione posta alle leggi dello sviluppo economico-sociale e nella teorizzazione di un automatismo transitivo tra struttura e sovrastruttura, fino all’implosione dell’Urss e dei regimi dell’Est, alla rinuncia cinese al maoismo per inserirsi nel processo storico mondiale.

 

Quanto al capitalismo, prendiamo atto della sua irreversibile crisi storica, vale a dire di come questo sistema mostri come le sue contraddizioni assumano ogni giorno di più un carattere di ostacolo assoluto, prefigurando una catastrofe sul piano della sostenibilità sociale, di quella ecologica e della contesa tra potenze imperialistiche.

 

Rapporti di proprietà e sviluppo economico sono diventati antitetici al punto che ogni tentativo di riforma si rivela inutile quanto aleatorio. Basti pensare all’impatto dell’innovazione tecnologica sull’occupazione, il parossismo finanziario e il mancato reinvestimento di una parte consistente dei profitti nella produzione e nel lavoro.

 

Tutto ciò se si ha cura di considerare che quali possano essere le forme sociali della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre i suoi fattori imprescindibili.

 

L’organizzazione tecnica nei vari settori produttivi, garantita dai monopoli corporativi locali, ha rivelato nel lungo periodo la sua funzione conservatrice, dimostrando una volta di più che il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare continuamente tutti i rapporti, gli strumenti e le forme del suo dominio.

 

L’investimento in capitale variabile è diventato in gran parte dei settori produttivi strategici di proporzioni quasi trascurabili in rapporto ai giganteschi investimenti fissi, con la progressiva caduta del saggio del profitto, la rapida concentrazione del grande capitale in poche mani, una lotta senza quartiere per il primato sui mercati.

 

Alcune scoperte fondamentali costituiscono la base di un’espansione tecnica di cui non si vede limite. Il loro rapido incalzare fa apparire obsoleto tutto ciò che appartiene al passato, tanto che, per esempio, non sono pochi quelli che ritengono i parlamenti surrogabili alle nuove tecnologie in favore della “democrazia diretta”.

 

Tuttavia è la stessa dimensione nazionale, soggetta a spinte regionalistiche da un lato e alle torsioni della globalizzazione dall’altro, a destare le maggiori preoccupazioni. Continua a prevalere l’antica contrapposizione tra potenze, anche di rango secondario, con la differenza sostanziale rispetto al passato, anche tragico, dell’inedita concentrazione di potenza distruttrice e annientatrice delle nuove armi.

 

Sarebbe pertanto necessario il costituirsi di un movimento globale contro le guerre in atto e per fermare la folle spinta dell’imperialismo e del nazionalismo verso il riarmo e la minaccia bellica. Un simile movimento potrebbe nascere solo sul riconoscimento che la guerra ha la sua fonte nel sistema degli Stati nazionali e negli interessi delle potenze imperialiste, ma nulla è oggi più lontano dal comune sentire di una società derubata dell’effettiva libertà di dibattito su questioni cruciali.