mercoledì 16 settembre 2020
A grandi domande, grandi risposte
Reddito e pensione di cittadinanza, alcuni dati
martedì 15 settembre 2020
Volevamo la rivoluzione
L'attentato di Wall Street
L’11 settembre 1920, Sacco e Vanzetti furono
incriminati per la rapina di South Braintree, accusa che li porterà sette anni
dopo sulla sedia elettrica, seppure palesemente innocenti. Il 16 settembre, una
potente bomba esplose a mezzogiorno davanti a Wall Street. È il periodo della Paura
rossa (Red Scare), la strategia della tensione ante-litteram fomentata negli
Stati Uniti, tra il 1918-1920, in concomitanza con i grandi scioperi (compreso
il primo sciopero generale), i disordini di un nazionalismo esasperato, le rivolte
razziali e i movimenti “nativisti” anti-immigrati.
La bomba era collocata in un carro trainato da cavalli, composta da circa 50 chili di dinamite e alcuni quintali di chiodi. Esplose verso mezzogiorno, trenta persone morirono nello scoppio, altre sei in seguito, 143 sono rimaste gravemente ferite, altre centinaia con esiti meno gravi. La maggior parte delle vittime erano impiegati. La Borsa interruppe ovviamente le contrattazioni.
I responsabili dell’attentato non furono mai individuati. Fu accusato un immigrato italiano, tale Mario Buda, da Savignano sul Rubicone, nel frattempo fuggito in Messico. Rientrato in Italia lavorò per conto dell’Ovra, il servizio spionistico del regime. Buda, morto nel 1963, si dichiarò sempre innocente.
Fu il periodo dei Palmer Raid e dell’ascesa di un certo J. Edgar Hoover, in un paese con marcati tratti reazionari, razzisti e classisti, con un fanatismo religioso aggressivo e la solita copertura mediatica. Un periodo storico poco conosciuto, come tutto ciò che riguarda la storia statunitense non filtrata da Hollywood.
I prudentissimi Morison e Commager, nella loro Storia degli Stati Uniti d’America, non fanno cenno dell’attentato, e però su quel periodo non possono esimersi dall’esprimersi così:
«Tanto perfetta sembrava quella civiltà, dominata dal mondo degli affari, a coloro che ne godevano i benefici, che risultava loro difficile capire come mai gente dabbene potesse trovarla in difetto, e le recriminazioni venivano ascritte a malignità o a mancanza di patriottismo. Nessun buon americano, pensavano, poteva criticare gli Stati Uniti; l’atteggiamento critico era già in sé un segno di antiamericanismo. Il nazionalismo, esaltato durante la guerra, assunse ora un aspetto di speciale virulenza. Si manifestava in un’incredibile varietà di modi: nella revisione della storia e dei relativi libri di testo, nell’ingiunzione agli insegnanti di pronunciare giuramenti di lealtà, nel diniego della cittadinanza ai pacifisti, nella deportazione degli stranieri, nella soppressione delle agitazioni economiche attraverso leggi contro il sindacalismo e contro gli anarchici, nell’epurazione dei corpi legislativi [venivano espulsi i rappresentanti socialisti] e di altre organizzazioni, nella denuncia dello spirito liberale nelle arti e in letteratura, nel rendere inoperante la difesa dei diritti umani sia nell’ambito dei singoli stati e nell’organismo federale» (vol. II, La Nuova Italia, 1961, p. 750).
Tutto ciò non rende ancora l’idea di ciò che
accadde concretamente in quella nazione che amava e ama rappresentarsi come il
faro della libertà e dei diritti umani.
domenica 13 settembre 2020
Una società derubata
Nel corso del Novecento sono falliti i sistemi che sostenevano d’ispirarsi al comunismo. Un fallimento la cui ragione si può riassumere nell’opposizione posta alle leggi dello sviluppo economico-sociale e nella teorizzazione di un automatismo transitivo tra struttura e sovrastruttura, fino all’implosione dell’Urss e dei regimi dell’Est, alla rinuncia cinese al maoismo per inserirsi nel processo storico mondiale.
Quanto al capitalismo, prendiamo atto della sua irreversibile crisi storica, vale a dire di come questo sistema mostri come le sue contraddizioni assumano ogni giorno di più un carattere di ostacolo assoluto, prefigurando una catastrofe sul piano della sostenibilità sociale, di quella ecologica e della contesa tra potenze imperialistiche.
Rapporti di proprietà e sviluppo economico sono diventati antitetici al punto che ogni tentativo di riforma si rivela inutile quanto aleatorio. Basti pensare all’impatto dell’innovazione tecnologica sull’occupazione, il parossismo finanziario e il mancato reinvestimento di una parte consistente dei profitti nella produzione e nel lavoro.
Tutto ciò se si ha cura di considerare che quali possano essere le forme sociali della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre i suoi fattori imprescindibili.
L’organizzazione tecnica nei vari settori produttivi, garantita dai monopoli corporativi locali, ha rivelato nel lungo periodo la sua funzione conservatrice, dimostrando una volta di più che il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare continuamente tutti i rapporti, gli strumenti e le forme del suo dominio.
L’investimento in capitale variabile è diventato in gran parte dei settori produttivi strategici di proporzioni quasi trascurabili in rapporto ai giganteschi investimenti fissi, con la progressiva caduta del saggio del profitto, la rapida concentrazione del grande capitale in poche mani, una lotta senza quartiere per il primato sui mercati.
Alcune scoperte fondamentali costituiscono la base di un’espansione tecnica di cui non si vede limite. Il loro rapido incalzare fa apparire obsoleto tutto ciò che appartiene al passato, tanto che, per esempio, non sono pochi quelli che ritengono i parlamenti surrogabili alle nuove tecnologie in favore della “democrazia diretta”.
Tuttavia è la stessa dimensione nazionale, soggetta a spinte regionalistiche da un lato e alle torsioni della globalizzazione dall’altro, a destare le maggiori preoccupazioni. Continua a prevalere l’antica contrapposizione tra potenze, anche di rango secondario, con la differenza sostanziale rispetto al passato, anche tragico, dell’inedita concentrazione di potenza distruttrice e annientatrice delle nuove armi.
Sarebbe pertanto necessario il costituirsi di un movimento globale contro le guerre in atto e per fermare la folle spinta dell’imperialismo e del nazionalismo verso il riarmo e la minaccia bellica. Un simile movimento potrebbe nascere solo sul riconoscimento che la guerra ha la sua fonte nel sistema degli Stati nazionali e negli interessi delle potenze imperialiste, ma nulla è oggi più lontano dal comune sentire di una società derubata dell’effettiva libertà di dibattito su questioni cruciali.

