martedì 13 ottobre 2026

Simulazione degli ultimi giorni dell’umanità

 

Mentre noi questa mattina all’alba stiamo ancora a letto, aerei militari della NATO hanno cominciato a sganciare armi nucleari. I vertici della NATO sostengono che non sono contro la Russia. C’è da crederci, sono contro San Marino.

È cominciata l’esercitazione nucleare della NATO “Steadfast Noon”, che potremmo anche tradurre liberamente come mezzogiorno di fuoco. Durerà di quasi due settimane e quest'anno si svolge principalmente in Italia coinvolgendo unità di 17 eserciti della NATO.

La partecipazione di Svezia, Finlandia e Romania è considerata certa. Il dispiegamento consisterà principalmente in aerei da caccia e da ricognizione, insieme al relativo personale di terra.

L’ultimo trattato bilaterale sul controllo degli armamenti, concepito, almeno formalmente, per limitare gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti, è scaduto a febbraio (ne avevo già accennato).

Alla fine di settembre, il governo russo – citando anch’esso le proprie armi nucleari – ha messo in guardia gli “estremisti europei” da possibili attacchi a Kaliningrad. Questa enclave russa ricorda molto da vicino una tristemente nota enclave tedesca: Danzica.

Nel 2022, quattro settimane dopo l’inizio ufficiale della guerra in Ucraina, il vertice speciale della NATO decise di non sostenere i negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il giorno dopo, l’allora Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin – durante la sua visita a Kiev – affermò che gli Stati Uniti volevano sfruttare l’opportunità per indebolire la Russia militarmente ed economicamente a lungo termine attraverso questa guerra.

Il 5 giugno 2024, al Parlamento di Berlino, il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, dichiarava: “Dobbiamo essere pronti alla guerra entro il 2029”.

Dunque, è Putin che vuole allargare il conflitto?


lunedì 12 ottobre 2026

Incontri e scontri

Forse non ve ne siete accorti per via della ripresa del campionato di calcio o altro, ma il cancelliere Merz è indignato per l’incontro tra l’ex cancelliere Schröder e quel satanasso di Putin, responsabile di “sofferenze incommensurabili, vittime civili, famiglie distrutte, morti e feriti”. Merz non incontra mai persone del genere, ossia quelle che fanno il “lavoro sporco” per nostro conto.

Dopo quasi cinque anni di guerra e decine di pacchetti di sanzioni contro la Russia, i 27 della UE hanno adottato un nuovo pacchetto di 1600 sanzioni (milleseicento). Che cosa si erano “dimenticati” di sanzionare finora? E soprattutto che cosa resta ancora da sanzionare?

Donald Trump se ne infischia della UE e di quel pagliaccio di Zelensky, infatti ha annunciato che gli Stati Uniti importeranno 300.000 tonnellate di gasolio dalla Russia questo mese, altre 500.000 tonnellate a novembre e fino a tre milioni di tonnellate in più entro la primavera. Quantitativi irrisori, se vogliamo, ma che hanno un preciso significato politico.

Finora non ci sono prove che Trump abbia interrotto o limitato la condivisione di dati satellitari statunitensi con l’Ucraina. Con questi dati, l’Ucraina può non solo determinare l’ubicazione precisa delle raffinerie russe, ma anche identificare la posizione dei sistemi di difesa russi, consentendole così di tracciare i percorsi meno pericolosi per i propri droni.

È evidente che qualcuno sta barando.

Nei primi nove mesi del 2026, i porti europei hanno ricevuto 12,18 milioni di tonnellate di GNL dal progetto russo Yamal (un aumento del 9,5% rispetto al 2025), per un valore stimato di circa 7,88 - 7,9 miliardi di euro. Quasi il 90% di tutto il GNL russo importato dalla UE è concentrato in tre soli Paesi: la Francia di Macron, la Spagna e il Belgio.

La Germania non importa direttamente GNL dalla Russia, giusto quando sostiene la ministra dell’Economia Katherina Reiche che ha affermato che la Germania non importa idrocarburi e prodotti petroliferi dalla Russia dal 2023. Salvo consumarne indirettamente una parte significativa, per esempio il gas via tubo, poiché circa il 45% delle sue importazioni totali arriva proprio dai gasdotti collegati a Belgio e Paesi Bassi.

Dal 2027 i Paesi UE non importeranno – dicono – nemmeno un metro cubo di gas russo. All’inizio di questo mese, i depositi di gas europei sono pieni solo al 72,4%. Si tratta del livello più basso per questo periodo dal 2011 (l’anno scorso erano all’83%).

A Bruxelles e Berlino lor signori si scalderanno sicuramente, e anche a Roma le loro eccellenze non patiranno freddo al sedere; quanto a noi probabilmente non soffriremmo troppo il freddo, ma non sappiamo ancora a quale prezzo. Per il prossimo anno, continuando il sostegno immarcescibile alla cricca di Kiev, si vedrà. 

domenica 11 ottobre 2026

“Pensare bene e come si deve”

 

Gianfranco Ravasi, nell’inserto de Il sole 24ore di oggi, sostiene che per “pensare bene e come si deve”, si deve pensare come lui, ossia come un prete. Per avvalorare il suo assioma, chiama sul banco dei testimoni il solito Blaise Pascal, il quale il 23 novembre 1654 ritrovò Dio durante una polluzione notturna.

Non contento del “cumulo di pezzi di carta” di cui fu autore Pascal, Ravasi evoca Goethe, mettendoci tutti sugli attenti: «La felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace l’insondabile». Fosse per Ravasi e la sua cerchia di chierici reazionari saremmo rimasti al sistema tolemaico: se la realtà ha un nucleo misterioso che non si può indagare, siamo condannati a rimanere passivi.

Che Goethe sia stato un poeta di straordinario talento, non ci piove, e fu pure disgustato dalla meschinità della vita tedesca, ma al contempo fu un filisteo di corte, un uomo che non ha saputo o voluto superare i limiti storici della Germania del suo tempo, vivendo integrato nel sistema burocratico-cortigiano di Weimar, rifugiandosi nella contemplazione e nel compromesso invece di lottare attivamente contro quel sistema feudale e arretrato.

Ravasi privilegia il Goethe e il consigliere privato, il burocrate accomodante che teme i grandi sconvolgimenti, che rifiuta la Rivoluzione Francese e che preferisce il compromesso politico alla rottura rivoluzionaria; ma esiste anche un altro Goethe, che distrugge i vecchi dogmi religiosi e morali, che celebra la natura e l’attività umana emancipata. Ravasi estrapola la frasetta goethiana e ci spalma la propria merda: le forze superiori o misteriose sono il perfetto paravento ideologico di ogni prete, con tonaca o senza.

Quando Goethe si arresta di fronte all’insondabile (das Unerforschliche) dicendo di volerlo “venerare”, compie un atto di capitolazione intellettuale. La contraddizione, il dualismo di Goethe, non è un semplice difetto morale o personale, quale è per un prete, ma è in realtà il riflesso dei limiti storici e sociali della Germania del suo tempo (la “miseria” tedesca di cui ebbe a dire molto anche Marx).

Goethe preferisce misticizzare anziché razionalizzare e combattere. È un suo atteggiamento tipico quello di tendere a rifugiarsi nella contemplazione pura e nella spiritualità naturale (il panteismo goethiano) ogniqualvolta la realtà storica circostante si faceva troppo minacciosa o complessa.

Viene in mente, a tale riguardo e per converso, Il nipote di Rameau di Diderot, un’opera in cui si riflette su quale debba essere la posizione dell’uomo di cultura in una società ipocrita e classista, dominata dal denaro e dal potere. Circolato inizialmente in modo manoscritto, il testo fu tradotto in tedesco proprio da Goethe nel 1805 e molto apprezzato da Hegel, che ne fece un punto chiave della sua analisi della coscienza divisa nella Fenomenologia dello spirito.

Hegel nota che il nipote parla una lingua ribaltata, cinica, in cui il bene diventa male e il male diventa bene. Questo linguaggio del nipote, per quanto scandaloso, è superiore a quello espresso dall’altro protagonista, il filosofo illuminista alter ego di Diderot, perché smaschera l’ipocrisia del mondo. Questa scissione e contraddizione profonda della coscienza è il motore necessario che permette di cambiare il mondo attraverso una lotta capace di disprezzo e ironia, ma anche di distruggere le vecchie illusioni morali. Altro che contemplazione e venerazione del cosiddetto “insondabile”.

In molti di noi si sono prodotti cambiamenti nei confronti dell’epoca e del mondo negli ultimi lustri, nei quali ha avuto luogo una transizione sociale che raramente ha riscontro in precedenti storici analoghi per la sua profondità, vastità e soprattutto repentinità. C’è chi s’è arreso e ha risposto a un simile cambiamento con la perfetta adesione, quindi chi con disperata rassegnazione e chi invece intende resistere, a suo modo e secondo le proprie forze, convinto che il miglior modo di “pensare bene e come si deve” sia quello di negare che vi siano misteri ontologicamente inaccessibili, ma solo porzioni di realtà e di storia non ancora comprese e non ancora trasformate dall’azione umana.

L’isola dei morti

 

Le industrie molto energivore sono in crisi a causa degli alti prezzi raggiunti dall’energia. Anche il settore della cremazione dei cadaveri deve far fronte a tale situazione, ma ogni impianto può sfruttare, nella sua zona di attività, un quasi monopolio e una domanda in crescita, per cui agisce in una situazione di costante espansione: nel 2025 si sono registrate 257.205 cremazioni di cadaveri (pari al 39,46% dei decessi totali a livello nazionale), in aumento rispetto alle 253.355 del 2024.

L’alternativa alla cremazione – sulla quale ritornerò tra poco – è la tradizionale inumazione, ossia la sepoltura sulla terra. Un tempo era gratuita, ora non più salvo casi particolari. Nonostante l’accorciamento dei tempi di esumazione dei resti e dunque la spinta alla più frequente rotazione dei terreni cimiteriali, sussiste indubbiamente un problema di spazio. Una soluzione potrebbe essere quella di seppellire i feretri in verticale anziché in orizzontale, la cosa però si scontra non già con problemi pratici ma di ordine soggettivo.

La domanda di tumulazione, in quella specie di alveari in affitto che sono i loculi allineati e sovrapposti, incontra maggiori difficoltà per carenza di offerta. Lo scandalo più recente e inquietante, del mese scorso, riguarda l’inchiesta sui cimiteri romani Flaminio (Prima Porta) e Maccarese, dove i cadaveri venivano fatti a pezzi per liberare anzitempo i loculi scaduti. Inoltre, la tumulazione risulta piuttosto onerosa per gli eredi, che magari sul momento sono afflitti per la grave perdita del famigliare, ma poi litigano per la suddivisione delle spese funerarie (e dell’eredità).

Pertanto la soluzione migliore dal punto di vista economico ed igienico resta quella della cremazione. E su questo punto penso sia utile chiarire le idee a chi magari non ha approfondito la questione.

Molti credono che la cremazione produca subito delle ceneri, in realtà non è così, poiché le cosiddette ceneri derivano dalla frantumazione, attuata con procedimenti meccanici, dei frammenti ossei calcinati raccolti a processo avvenuto (la fase, detta cremulatura, si basa principalmente su due sistemi alternativi: sistema di lame rotanti ad alta velocità o un sistema a sfere pesanti, un metodo quest’ultimo mutuato dall’industria mineraria).

Tecnicamente la cremazione è un processo di mineralizzazione del cadavere ad alta temperatura, dove il feretro è posto nella camera di combustione primaria ad una temperatura tra 300 e 800 °C, con punte superiori. Pertanto un processo che richiede alte temperature e un dispendio notevole di energia.

La durata di una cremazione nei moderni impianti può assumersi da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 ore. Nei vecchi impianti, la cremazione di un solo corpo poteva richiedere anche più tempo e un importante impiego di materiali atti alla combustione.

Gli impianti moderni di cremazione sono costituiti da: “camera di combustione primaria”: la camera nella quale viene inserito il feretro; la “camera secondaria o di post-combustione”: il volume destinato all’ossidazione dei prodotti della combustione provenienti dalla camera primaria; zona di raffreddamento e mineralizzazione delle ceneri; zona di scarico ed evacuazione delle ceneri. In questa zona è previsto un sistema di raccolta delle ossa calcinate.

Il principio cardine della cremazione in Italia è l’individualità del processo, ma non è sempre avvenuto, vedi lo scandalo del cimitero di Biella, ma anche quello del Cimitero Maggiore di Padova (2008-2009), oppure quello più recente e orripilante delle finte cremazioni a Scurelle (2019), che ha interessato le agenzie funebri e i comuni delle province di Vicenza, Treviso, Verona e Padova. Nella regione Campania, oltre alle consuete questioni di mazzette, false certificazioni e speculazioni cimiteriali, si ha notizia del sequestro del primo forno crematorio regionale a Montecorvino Pugliano (2017). L’elenco potrebbe continuare per quasi ogni singola regione: esempio Palermo, dove il forno crematorio comunale è rimasto fermo per anni causa guasto.

Il Regolamento di Polizia Mortuaria stabilisce l’obbligo tassativo che all’interno dell’urna sigillata consegnata ai committenti sia riposto l’intero e solo contenuto delle ceneri umane derivanti dalla polverizzazione dei resti ossei (mediamente poco meno di 3 kg per un adulto maschio). A tale scopo i resti vengono fatti raffreddare e passano attraverso un separatore magnetico (un potente magnete) e un setaccio.

I materiali che risultano da questa operazione di separazione vengono trattati come rifiuti speciali cimiteriali non pericolosi. Molti impianti crematori si affidano a ditte specializzate che provvedono alla fusione e al riciclo industriale dei metalli in tal modo ottenuti, per cui non si può escludere che un oggetto metallico di uso comune sia in realtà composto anche di materiali riciclati appartenuti a dai cadaveri cremati.

Per quanto riguarda le urne dove vengono raccolte le ceneri, l’ultimo grido è costituito dalle cosiddette urne bio (urne bios): urne biodegradabili, spesso in fibra di cocco e cellulosa che contengono nella parte superiore un seme o una giovane pianta (es. quercia, ulivo). L’urna viene interrata e, man mano che si decompone, le ceneri forniscono nutrimento alle radici della pianta. Come idea per la riforestazione non sarebbe male.

Pertanto, l’industria della cremazione è ormai paragonabile a un processo industriale e tecnologico avanzato, con impianti e sovrastrutture molto complesse che richiedono investimenti adeguati e una continua attenta manutenzione, oltre all’impiego di manodopera specializzata che non è sempre facile reperire sul mercato, in quanto richiede un mix di competenze tecniche – manipola i resti ossei calcinati –, burocratiche e una salda tenuta psicologica (burnout lavorativo: stress visivo ed emotivo, stigma sociale legato ai mestieri cimiteriali) e la frequentazione di corsi di formazione obbligatori per il conseguimento di patenti o certificazioni specifiche per la conduzione di impianti termici industriali.

Detto questo, passiamo al sopralluogo specifico che ho effettuato ieri presso il complesso cimitereriale dell’isola di San Michele di Venezia. Il cimitero sorge sul congiungimento di due isole, risultato dell’interramento del canale che separava San Cristoforo della pace e San Michele. Ciò avvenne negli anni trenta dell’Ottocento. Il cimitero in San Michele data agli inizi del XIX secolo, con il famoso editto napoleonico di Saint Cloud (1804), con il quale si stabiliva il divieto di seppellire i defunti all’interno delle chiese, dei centri abitati o delle mura cittadine. A ciò è dovuta la loro collocazione extraurbana e a Venezia la scelta cadde sull’isola di San Michele.

Prima di allora, l’isola ospitava esclusivamente il monastero dell’ordine dei Camaldolesi. Nel corso dei secoli, il monastero divenne un centro culturale importante, la cui biblioteca poteva contare più di 40.000 volumi. Dopo le soppressioni napoleoniche, nel 1829 venne affidato ai frati minori francescani, alcuni dei quali vi rimasero fino al 2008.

Uno dei locali della biblioteca: le travi del soffitto
sono intagliate e decorate.

Apprezzabili i chiostri, uno dei quali attualmente sottoposto in parte a restauro. I locali del monastero, posti al piano superiore e non accessibili al pubblico, versano in uno stato di abbandono e decadimento, come ho potuto constatare di persona, nonostante vi siano bagni con sanitari recenti e un moderno e all’occorrenza funzionante impianto di riscaldamento. I locali potrebbero essere utilizzati, per esempio, per realizzare un centro studi con alloggi.



La chiesa di San Michele in Isola (XV sec.) è molto bella sia in facciata che negli interni, i quali sarebbero meritevoli di essere manutenuti con un po’ di spesa (la sagrestia è in restauro: gli operai della ditta, dopo il montaggio del ponteggio, sono assenti per lunghi periodi perché impegnati altrove). Anche i dipinti meriterebbero un restauro (il più grande, di buona mano, è attribuito alla scuola di Guido Reni).




Gli stalli del coro (XVII sec.), sono di buona fattura e meriterebbero di essere valorizzati (oggi non direttamente accessibili al pubblico). Non di particolare interesse, a mio avviso, l’interno della cappella Emiliani, mentre per apprezzare l’esterno non serve un mio commento.


Gli stalli del coro (locali non visitabili)

Cappella Emiliani (visitabile)

Il cimitero non si può descrivere in poche note. Rientra a buon diritto nel circuito europeo dei cimiteri monumentali. È suddiviso in “recinti” (per es. quello greco-ortodosso, quello protestante-evangelico, eccetera), con indicazioni che ne agevolano la visita. Innumerevoli le vecchie sepolture in loculo e a terra. Alcune sono dette “sepolture illustri”, e tutte, quale più e quale meno, versano in un “tranquillo abbandono”.

La tomba della principessa Anna Bagration (ne avevo scritto qui nel 2015 e del gen. Bagration in diversi post).

I visitatori lasciano una penna. Non avendo altra penna, pensai di lasciare la mia Montblanc, ma poi ritenni non fosse una buona idea.

Anche la tomba di un mago.

Nel cimitero di San Michele non ho individuato alcun “recinto” consono alle mie future esigenze, e poi in laguna c’è troppa umidità. Da un bel portale monumentale (chiamato anche porta Stucky) è possibile effettuare la dispersione in natura delle ceneri dei defunti, sia in laguna e sia in terra, nel Giardino del Ricordo all’interno del cimitero.

Il vaporetto per raggiungere l’isola (linea per Murano: 4.1 e 4.2) è molto frequente, ma dopo una certa ora serale non ferma all’imbarcadero dell’isola. Nel malaugurato caso in cui un visitatore dovesse rimanere all’interno del cimitero dopo la chiusura, vicino al cancello c’è un pulsante per l’apertura. A quel punto dovrà chiamare la società di navigazione al fine di far fermare il vaporetto presso l’isola, oppure raggiungere Venezia a nuoto: il tratto di laguna, partendo dall’imbarcadero, è solo di 500 metri.

venerdì 9 ottobre 2026

Varie ed eventuali

 

Domani sarò al cimitero e dunque anticipo il post (*).

Dopo la Francia e la Spagna tocca al Belgio. I giornaloni italiani lo scopriranno domani (forse). I trasporti pubblici hanno subito interruzioni in diverse zone del Paese e l’aeroporto di Bruxelles (Zaventem) prevedeva la cancellazione di 140 voli.

I sindacati belgi hanno mobilitato per una giornata di protesta nazionale nella capitale, Bruxelles. Qui, la coalizione di cinque partiti guidata dal Primo Ministro Bart De Wever stava negoziando il bilancio, che prevede tagli per dieci miliardi di euro entro il 2029.

La scorsa settimana le proteste si sono diffuse dalla Francia alla Vallonia, la regione francofona del Belgio. A Liegi, si sono verificati violenti scontri con la polizia per diversi giorni, che hanno portato a decine di arresti. Le autorità di Liegi avevano imposto il divieto di assembramenti di oltre tre persone per la giornata di venerdì (viva la democrazia).

Anche in Italia la situazione è molto tesa, al limite della rivoluzione sociale: il monarca del Quirinale aveva un mese di tempo per promulgare la legge elettorale approvata ieri dalla Camera, oppure di porre il veto e rinviarla al Parlamento, ma già questa mattina all’alba, ancora in pigiama, l’ha firmata (**).

Leonardo Maria Del Vecchio si confessa a Fedez: «Ho fatto l’amore con duemila donne». È uno che usa molto ... la testa.

(*) In visita.

(**) Il primo presidente, provvisorio, era un galantuomo che non volle mai mettere piede al Quirinale, vivendo in un modesto appartamento.

Il secondo presidente, un economista borghese, sempre defilato durante il fascismo e che “non aveva mai partecipato in vita sua ad alcuna lotta veramente politica, se non come uomo della Monarchia” – secondo le parole di un suo autorevolissimo compagno di partito e vicino di seggio in Parlamento – era divenuto famoso per la sua parsimonia. Come ministro delle finanze minacciò tagli a destra e a manca, tagliando però sempre dalla stessa parte (serve specificare quale?). Nel 1948 la sua conversione fu istantanea, da “italiano più monarchico” a più alto rappresentante della repubblica. Ed essendo monarchico il distacco dalla monarchia gli riuscì bene, ma non quello dai fasti e dalle spese tipiche di quei regimi. Ed infatti, eletto presidente della repubblica, andò ad abitare al Quirinale, succedendo alla monarchia anche nello sfarzo dei riti e dei costumi, senza tema del ridicolo.

Nonostante le distruzioni del conflitto bellico e la miseria vera in cui versava il “popolo sovrano” di allora, la dotazione presidenziale fu la folle somma di 180 milioni l’anno (escluse le spese del segretario generale della presidenza che rimanevano a carico del bilancio dello Stato), più un milione al mese quale assegno personale. Lo stipendio medio mensile di un operaio non superava le 20-25mila lire. Insomma si trattava di un appannaggio enorme “e senza alcun paragone coi maggiori assegni dei presidenti della repubblica di paesi meno poveri o assai più ricchi di noi”, ebbe a scrivere allora un ex presidente del consiglio.

Al Quirinale il presidente parsimonioso si ritrovò tra decine di corazzieri e staffieri, ereditati dal precedente regime, e tra uno stuolo di servitori in livrea rossa e blu (le stesse uniformi dei Savoia), impiegati, funzionari e faccendieri. Una vanità burlesca e dispendiosa che superava quella del precedente monarca. Nel tempo le cose sono andate peggiorando, il numero degli “addetti” è aumentato e le spese sono cresciute senza eguali nel mondo, cioè centinaia di miliardi di lire che solo l’escamotage dell’euro riduce in milioni a tre cifre (il Quirinale oggi ha un appannaggio di circa 235 milioni di euro, corrispondenti a 455 miliardi di lire l’anno!

L’apposita commissione parlamentare, ai tempi di Luigi Einaudi, ebbe a scrivere: «Il Presidente di una repubblica democratica fondata sul lavoro non ha bisogno di attingere il suo prestigio al fasto che si accompagna alle corti». Ma è giustappunto perché si tratta di una repubblica fondata sul lavoro (altrui) che i presidenti della stessa (e le relative corti) possono vivere come monarchi rinascimentali.

giovedì 8 ottobre 2026

Il partito unico

 

Mentre al distributore sto facendo 50 euro di benzina, penso a quando con 100mila lire facevo il pieno e anche una buona spesa al supermercato. Risalgo in macchina e guardo la lancetta: segnala che il serbatoio è pieno a metà. Ho un attimo d’indecisione, vorrei scendere e fare altri 20 euro di benzina, ossia altri 10 litri scarsi. Desisto e metto in moto.

Accendo la radio: hanno approvato l’ennesima nuova legge elettorale. I fascisti puntano al 42 per cento dei voti e al premio di maggioranza con il 55% dei seggi. C’è quasi d’ammirarli. Se vincono anche alle prossime elezioni finalmente potranno gettare la maschera e rivendicare ancora più spudoratamente il loro passato vergognoso.

I fascisti, rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, nell’aprile 1948 si presentarono alle elezioni. Ci voleva un certo stomaco per votarli. Ma già cinque anni dopo triplicarono i loro voti e portarono in Parlamento 38 tra deputati e senatori.

Il segretario nazionale era Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini. Il presidente onorario era un criminale di guerra, già ministro delle Forze Armate della RSI e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani. Processato da un tribunale militare e condannato a 19 anni di reclusione, uscì di galera dopo 4 mesi.

Vent’anni dopo le elezioni del 1953, i fascisti potevano contare su tre milioni di voti. Tuttavia, l’Italia, nonostante le bombe e le stragi, non era disponibile per la revanche dei fascisti. Nel 1989 tutto cominciò a cambiare. Nel decennio successivo i fascisti entrarono a far parte di un governo nazionale.

La notte dei risultati elettorali del 25 settembre 2022, Meloni dedicò la vittoria elettorale alle “persone che non ci sono più”, pensando ai fascisti delle remote caligini. Da quattro anni al comando ci sono loro. E ci resteranno non solo in forza della nuova legge elettorale, ma perché il loro è l’unico partito rimasto in Parlamento.

Un mondo culturale di segatura

 

Massimo Cacciari, sul Corriere della Sera, istruisce i propri lettori su Spinoza e Marx. Ognuno ha le sue fisse e Cacciari è posseduto da quella su Spinoza.

Comincio a leggere il suo articolo fino a quando incontro questa roba qua:

«Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. Perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.»

Domanda: chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione? Mistero.

La forza-lavoro non è semplicemente parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione, né è il presupposto. La classe dei lavoratori produttivi (di capitale), è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione.

Quanto al meccanismo economico dello sfruttamento, Cacciari la considera la parte più caduca del “discorso” (discorso!) di Marx, e riesce perfino a non citare in tutto l’articoletto il plusvalore, la borghesia, il proletariato, la merce, denaro, valore d’uso e valore di scambio, eccetera.

Pertanto è escluso che Cacciari parli del fondamento della critica (non “discorso”) dell’economia politica marxiana: nel capitalismo la forza-lavoro è merce ed ha, quindi, il duplice aspetto di valore d’uso e di valore di scambio. Ma, mentre il valore di scambio della forza-lavoro è identico a quello di tutte le altre merci, il suo valore d’uso ha una caratteristica particolare, quella cioè di essere la fonte del valore, di poter creare, durante il suo consumo produttivo, valore e plusvalore.

Scrive Cacciari: «La contraddizione [sta] tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell’altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.»

Qui va osservato, preliminarmente, che i produttori (chi?) non sono espropriati del frutto del proprio lavoro, ma solo di una parte di esso. Bastava dire: lo sfruttamento non è prerogativa del solo modo di produzione capitalistico, ma solamente nel capitalismo lo sfruttamento assume la forma storica e determinata di appropriazione di lavoro non pagato.

Pertanto lo sfruttamento non avviene “in un modo o nell’altro”, come sostiene Cacciari, ma in un modo molto preciso, che appunto è stato messo in luce da Marx: il processo lavorativo diventa semplice mezzo del processo di valorizzazione del capitale, diventa mezzo per fabbricare plusvalore.

Questo è il vero e principale merito di Marx, e non, come sostiene Cacciari, per aver messo «fine ad ogni idea di creatore e di creatura». Dopo Feuerbach, a Marx importa nulla della morte del creatore e della creatura, dando la cosa per acquisita e superata.

Non è merito peculiare di Marx aver posto in luce che la contraddizione è universale, assoluta, che esiste in tutti i processi di sviluppo delle cose e penetra tutti i processi dal principio alla fine.

Per quanto riguarda la contraddizione fondamentale alla base del modo di produzione capitalistico, Cacciari sostiene esplicitamente che si tratti di una contraddizione politica!

Ciò che anche a riguardo della dialettica è merito di Marx, è di aver posto in luce che ciascuna categoria dell’economia politica, essendo un rapporto, un’unità di opposti, contiene in sé la possibilità della crisi.

Insomma, senza tirarla ancora per le lunghe su questo sciocchezzaio cacciariano, non resta che prendere atto che questo è “quintessenzialmente” Massimo Cacciari. Come ex PCI e poi Margherita, come filosofo, come divulgatore, come presunto caustico critico sia del marxismo che di altro. Che cosa gli vogliamo dire a un tizio del genere? Mi pare chiaro il perché la sinistra, ma non solo la sinistra e bensì un intero mondo culturale ormai fatto solo di segatura, siano entrati da molto tempo in coma profondo e irreversibile.

Di seguito il testo di Cacciari, che il Corriere non ti fa leggere se non ti abboni.

*

Spinoza e Marx

Spero che qualcuno abbia ascoltato la mia lezione su Spinoza, perché la mia interpretazione di Marx è strettamente connessa al discorso su Spinoza. Gli idealisti tedeschi dicevano che «fare filosofia è ragionare intorno a Spinoza». E questo vale per loro ma vale ancora di più per Marx: è un'interpretazione che nella storia filosofica contemporanea è ritornata più volte, magari in termini diversi da come l'affronterò io. È una chiave filosofica forte, perché troppe volte - ancora - Marx viene letto o come un quasi economista o tutto politico o tutto storico, oppure filosofo della storia. Tutte interpretazioni risibili rispetto alla complessità e alla grandezza dell'opera di Marx che, come Spinoza, è uno di quegli autori dopo i quali il pensiero, la filosofia, la scienza europea cambiano, mutano. Autori epocali, che fanno epoca e determinano rivoluzioni complessive nella nostra cultura, non soltanto in qualche disciplina.

Il legame tra questi due colossi, Spinoza e Marx, mediato certo dalla filosofia hegeliana, dalla filosofia del diritto, è fortissimo. Perché? Perché tutto Marx è lo sviluppo in chiave radicalmente immanentistica del discorso di Spinoza.

In Spinoza abbiamo questo fondamentale principio: Deus sive natura è causa immanens, è una causa che sta dentro la cosa, la manifestazione di tutte le cose. Non è una causa transiens, non è la causa creatore che crea per sua libera volontà le cose che diventano creature. Non c'è né creatore né creature.

La causa è immanente ad ogni ente. La causa prima si manifesta immanentemente e continuamente, perennemente, nella concretezza dell'esistenza dell'ente. Questo è quintessenzialmente Marx, cioè la potenza della causa prima, la potenza della Natura sive Deus spinoziana è immanente all'ente.

L'ente - e l'ente uomo in primis, che più interessa Marx - è manifestazione piena della causa prima: non c'è una causa e poi questa causa ha noi e tutti gli enti finiti come effetti, non ci sono propriamente effetti, perché ogni ente ha in sé la potenza della causa prima.

Quindi l'eliminazione della causa transiens cosa comporta? L'eliminazione della prospettiva religiosa, di ogni religione (quindi presupposto del discorso di Marx è Feuerbach). «La critica della religione - dirà Marx costantemente - è il presupposto del mio discorso». Feuerbach, dunque, ma letto in questa chiave potente, spinoziana. Feuerbach va superato perché è ancora umanesimo, mi parla di una «natura umana» in generale. No, non vi è «la natura umana», non vi è nessuna natura umana. L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa. La determinatezza storica dell'ente non inficia minimamente la sua potenza. Non c'è nessuna causa creatrice. Io sono uomo, io sono il creatore, non l'uomo di Feuerbach, ma questo uomo storicamente determinato.

L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa.

La determinatezza dell'uomo e il capitalismo.

E allora che cos'è la determinatezza contemporanea dell'uomo?
Marx si rivolge alle nuove scienze che secondo lui determinano con concretezza storica la specificità dell'uomo contemporaneo. Ecco la sociologia e l'economia in particolare. Perché il mondo contemporaneo è dominato dall'economico. In Marx vi è una filosofia del capitalismo. Il capitalismo è una grande trasformazione di tutti i rapporti sociali, economici, politici.

La sua peculiarità consiste nel porre per la prima volta nella storia delle civiltà, l'economico al primato: il primato dell'economico è qualcosa che nessuna civiltà aveva conosciuto prima della civiltà capitalistica. È una grande rivoluzione di cui Marx esalta la portata.

L'uomo storicamente determinato contemporaneo - basta umanesimo, basta "ismi" - sono gli uomini e i conflitti tra uomini che si manifestano nella concretezza del sistema capitalistico sociale di produzione.

Sistema economico sociale di produzione perché è composto da soggetti storicamente determinati che rappresentano questa situazione. Quali sono questi soggetti fondamentali

del conflitto contemporaneo? Sono due classi, ognuna delle quali ha potenza in sé: capitale e lavoro.

In che cosa consiste la contraddizione tra capitale e lavoro?
Consiste nel fatto che i produttori, coloro che producono la ricchezza sociale, né conoscono le condizioni del proprio lavoro (perché il proprio lavoro è organizzato da potenze che gli sono esterne), né i fini del proprio lavoro, né i frutti del proprio lavoro.

Questa è la situazione di complessiva alienazione che domina il sistema sociale capitalistico di produzione: capitale-lavoro. Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.

La visione marxista

La grandiosità del discorso di Marx sta nel vedere, direi profeticamente, come il mondo si stia avviando a manifestare un unico sistema sociale di produzione, quello capitalistico, che mette al lavoro secondo schemi e secondo strategie organizzative identiche, tutto il mondo. Quello che Marx chiama il «cervello sociale», l'intelletto generale messo al lavoro all'interno di un sistema unico. Questa è la grande tendenza che vede Marx soprattutto nei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, in opere non pubblicate durante la sua vita, in cui profetizza questa dinamica del sistema che tende inevitabilmente a globalizzarsi e a mettere tutto il mondo al lavoro, l'intelletto generale al lavoro, secondo un unico schema. Secondo un unico sistema ma senza poter eliminare quella contraddizione tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell'altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.

Per Marx questa contraddizione tende inevitabilmente ad allargarsi, a drammatizzare fintanto che si giungerà alla rivoluzione, cioè a qualcosa che mette fine ai caratteri propri di questo sistema sociale di produzione.

Tutto ciò può essere ovviamente criticato, è stato criticato, stra-criticato: tutta la parte di filosofia della storia di Marx o più propriamente politica di Marx può essere correttamente criticata. E tuttavia nulla può inficiare la grandiosità della predizione, della profezia marxiana che non ha eguali tra gli autori del XIX secolo.

Nel primo affermarsi del sistema capitalistico di produzione - che allora nelle forme che dice Marx interessava la Gran Bretagna, l'Inghilterra, interessava le isole europee -, che in quella situazione in cui ancora la grande massa del lavoro era impiegata nel primario (cioè in agricoltura), che in quelle condizioni appunto Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, ecco questo è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

Marx può avere questa visione, può giungere a questa straordinaria visione del futuro, dei nostri rapporti sociali economici e anche culturali perché parte da quella filosofia che vede nel nostro mondo europeo l'affermarsi di un'idea di causa totalmente immanente. Un'idea che vede il sistema capitalistico di produzione alla luce di quella rivoluzione che mette fine ad ogni idea di creatore e di creatura. Marx si muove perfettamente in questo ambito di pensiero: «Deus sive Natura». Che potremmo anche dire con Nietzsche: «Dio è morto».

Che Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

mercoledì 7 ottobre 2026

La borghesia chiese il permesso a Luigi XVI prima di decapitarlo?

 

La Francia: liberté, égalité e altre cazzatè. Un Paese dove, come in Italia e in Germania, due paesi ampiamente fascisti sotto molti riguardi, nessuno sembra ricordare che manifestare, scioperare e “bloccare” sono diritti. Dove la polizia antisommossa, i famigerati CRS (dei criminali in divisa), viene mandata contro i bambini delle medie; dove osano usare la violenza contro di loro perché manifestano davanti alle loro scuole (un gangester in divisa ha costretto un minorenne a spogliarsi completamente in mezzo alla strada), dove gli studenti delle scuole superiori vengono colpiti dai gas lacrimogeni, picchiati, soffocati, dove vengono cavati loro gli occhi, dove vengono rotti i denti e amputate le mani (su quest’ultimo caso, la procura di Béthune ha affidato le indagini all’IGPN, l’ispettorato interno della Polizia francese!).

I mercanti, i pettegoli, i demagoghi, gli ideologi ci raccontano la loro verità: gli studenti (quasi 1.800 licei) sono strumentalizzati politicamente in vista delle elezioni. Te pareva. Studenti medi e universitari, insegnanti, genitori, sindacati e persino i vigili del fuoco si sono uniti sotto la bandiera de La France Insoumise. Che si tratti, in Francia o in Spagna, del prodotto sociale di decenni di politiche neoliberiste, viene escluso a priori. Non protestano solo contro i tagli al settore dell’istruzione (chi ha soldi va in una scuola privata, chi non ne ha finisce nelle scuole pubbliche in pessime condizioni), ma contro un sistema che ha pianificato di ammassare le persone povere nelle periferie e nelle Cités HLM (habitation à loyer modéré, una forma di edilizia sociale). Protestano contro lo scandalo di un governo che taglia la spesa sociale mentre allo stesso tempo investe somme astronomiche nello sforzo bellico.

Le violenze della polizia sono il sintomo di un regime di terrore, a sua volta terrorizzato dalla propria incapacità di fornire soluzioni alla situazione invivibile che è diventata la caratteristica della vita quotidiana francese. Il patetico riflesso di repressione immediata, ma addirittura preventiva, come accade in Italia, nel silenzio pressocché generale (perfino a riguardo del divieto di andare allo stadio per seguire la propria squadra!). Che cos’altro debbono fare i fascisti al governo dei Paesi europei per dimostrarsi tali? Aprire i lager? Beh, quelli già ci sono, al momento solo per i migranti e i reclusi al 41 bis. Ma non è detto ...

Noi contro di loro

 

Non è un caso che il termine “propaganda” derivi dalla Propaganda Fide (formalmente Sacra Congregatio de Propaganda Fide) del 1622, ovvero la fede che il papato desiderava diffondere. Il papato e gli imperatori disponevano di un vasto ed efficace apparato mediatico per la loro propaganda.

Sermoni in chiese gremite, simboli anti-islamici nella numismatica e nell’araldica, teatro, poesia, la moltitudine di opuscoli, le arti performative: ovunque, nel corso dei secoli, le argomentazioni venivano deliberatamente presentate come anti-islamiche e anti-turche.

L’islam, con la sua tradizione quasi priva di immagini e con la diffusione del Corano solo in forma calligrafica, non aveva nulla per contrastare questo apparato mediatico, sorto anche grazie alla nuova stampa.

Il papato tardo medievale fece di tutto per mantenere il proprio potere, che considerava minacciato dalla diffusione della “setta dell’islam”. Oltre alla sua influenza ideologica, alimentava la “minaccia turca” servendosi anche della riscossione della “decima turca” per finanziare gli eserciti delle “guerre turche”.

Gli stessi slogan maligni, ripetuti più volte, un intero arsenale di contenuti stereotipati: i turchi sono crudeli, rapiscono i bambini cristiani e li impalano sulle recinzioni dei giardini, violentano le donne, sono barbari, assetati di sangue, lussuriosi, bestiali.

Il catalizzatore di tutto ciò fu la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453. Naturalmente, la perdita della seconda Roma, fu una ferita dolorosa per i cristiani del continente europeo. Fu una sconfitta in guerra. E questa perdita dovette essere compensata da una campagna di propaganda il cui veleno aleggia ancora oggi.

Con il rafforzamento dell’impero e la sua manifestazione nel Sacro Romano Impero Germanico, e in particolare con l’impegno degli Asburgo nell’unificare gran parte dell’Europa sotto la loro guida, vennero reclutati eserciti congiunti sotto il comando asburgico.

Emersero anche forme di resistenza. La nobiltà e i ceti sociali emergenti bloccarono o ritardarono la riscossione delle tasse per proteggere i propri interessi finanziari. la Francia e la Repubblica di Venezia, ad esempio, mantennero per un certo periodo lucrosi scambi commerciali con l’Impero Ottomano, e anzi in accesa concorrenza tra loro.

Emersero gli Stati nazionali, che perseguivano i propri interessi e stringevano alleanze di convenienza. Anche le guerre di religione cristiane nel tempo persero forza e mordente. L’idea di un Occidente cristiano unificato, costretto a difendersi dall’”altro”, si dissolse.

L’Europa non fu mai una patria comune; non si sviluppò organicamente. Piuttosto, sorse e si sviluppò come potenza militare, plasmata da un senso di superiorità civile, alimentato dal rapido sviluppo borghese-capitalista e rafforzato da perenni menzogne propagandistiche.

Insomma un amalgama egemonico, fatto di espansione predatoria, colonialismo e opera missionaria cristiana. Un amalgama che oggi viene rimpianto. E dunque voce alla propaganda: la “minaccia russa”. Il nemico supremo è ancora una volta a Est. La Russia è barbara, dispotica e guerrafondaia. Sta minando i valori europei e distruggendo l’ordine democratico.

È quindi giunto il momento di alimentare nuovamente la paura e, soprattutto, di armarci per un presunto attacco imminente (che persino le agenzie di intelligence statunitensi negano). Vladimir Putin è il “sanguinario Vlad” in persona. Volodymyr Zelensky adotta il collaudato schema di disumanizzazione del nemico: “Putin riconosce la debolezza come un animale, perché è un animale”. Quando sente odore di sangue, Putin diventa forte “E divorerà tutti per cena, insieme alla vostra UE, alla NATO, alla libertà e alla democrazia”.

Esiste una stretta connessione storica tra la propaganda crociata medievale, la denuncia dei turchi all’inizio dell’età moderna e la russofobia odierna: noi contro di loro. La civiltà contro la barbarie. Noi, i giusti, contro voi, i falsi. L’Ucraina “europea” deve essere difesa dalla Russia “asiatica”.

Kiev, la città ai confini più remoti dell’Europa, non deve cadere nelle mani dei barbari come accadde a Costantinopoli. Le nostre sanzioni rovineranno la Russia. L’Europa è un giardino, il resto del mondo una giungla. Ormai l’unico collante politico che ancora tiene unita l’UE è la “minaccia russa”.

Non è una coincidenza che esista un innegabile parallelismo tra la disumanizzazione del nemico e il genocidio israeliano contro i palestinesi. Il ministro della guerra Yoaw Gallant, dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, dichiarò: “Stiamo combattendo contro degli animali umani e ci comportiamo di conseguenza”. Pertanto, anche Ursula von der Leyen può affermare senza mezzi termini: “Russia e Hamas sono molto simili”.

È la guerra contro i “putinisti” (che si collocano subdolamente sia a destra che a sinistra), insieme alla vecchia spinta verso Est, a legittimare il riarmo. Proprio come faceva il III Reich, oggi la Germania funge da centro e forza trainante del movimento. Il Premio Nobel per la Pace assegnato all’UE nel 2012 è stato, e rimane, un premio fraudolento.

martedì 6 ottobre 2026

La forza della mobilitazione nel presente

 

In questo nostro Occidente, che si ammanta di essere paladino dei diritti umani, non si fa per nulla caso al fatto che anche il diritto a un tetto rientra nel novero dei diritti umani. È una questione fondamentale che riguarda la dignità delle persone.

La proprietà non è una legge di natura, dunque perché chi produce pane, guida un tram, lavora negli ospedali, in fabbrica o in ufficio non deve aver diritto a un alloggio? L’edilizia popolare è precisamente una prima risposta politica a tale diritto.

È un diritto che non sovverte gli attuali rapporti sociali, dunque un diritto che dovrebbe essere esplicitamente riconosciuto e sancito per legge anche negli ordinamenti borghesi. Ciò non accade perché gli attori giuridici e politici agiscono come intermediari a vantaggio della grande proprietà.

Il tema della proprietà è stato da molto tempo totalmente abbandono da parte delle organizzazioni politiche di sinistra, come se la questione non fosse dirimente in quanto sinonimo di espropriazione e anche di alienazione.

Abbandonata la questione della proprietà, le organizzazioni politiche cosiddette di sinistra sono diventate l’espressione degli interessi di classe globalisti, nell’idea che la tesi del conflitto sociale, dunque della lotta di classe, sia stata superata.

La prospettiva del superamento del capitalismo è stata sostituita dall’appello a una mera riorganizzazione della sua gestione capitalistica e dal desiderio di amplificare le sue credute tendenze positive intrinseche.

Si è persa quindi la chiave di comprensione della realtà capitalistica, laddove i rapporti di proprietà sono lo strumento e la forma del dominio di classe, qualcosa di completamente diverso anche da una eventuale, auspicata e semplicistica distribuzione della ricchezza.

Perciò è tanto più urgente un ritorno a Marx, il quale giunse a concepire la trasformazione dei rapporti di proprietà non come l’orizzonte lontano di una collettivizzazione compiuta, bensì come la forza motrice di una mobilitazione nel presente.

Oggi riprenderanno le proteste anche in Francia. È normale che i concetti qui espressi sulla proprietà privata non risulteranno chiarissimi, e però chi protesta intuisce che sono in qualche modo connessi anche alla lotta su obiettivi apparentemente più limitati.

Nel maturare della loro coscienza comprenderanno che il mondo non ha altra scelta che il comunismo. Inteso non tanto come un’organizzazione sociale consolidata e ben definita, quanto piuttosto come un intervento in divenire all’interno del capitalismo stesso.

Solo da questa prospettiva sulla proprietà può derivare una dimensione politica e strategica centrale del comunismo, come costruzione attiva della mobilitazione che attinge ai bisogni sociali che il capitalismo al contempo genera, distorce e nega.

Il comunismo, dunque, non è un progetto distante e astratto, ma piuttosto ciò che caratterizza nel presente un certo tipo di intervento politico e di mobilitazione collettiva, che non ha nulla a che vedere con la trasformazione automatica e immanente del capitalismo.

lunedì 5 ottobre 2026

Masochismo


In Italia, il centrosinistra si sta autodistruggendo in modo molto efficace. E non potrebbe essere altrimenti. I grandi media, alla ricerca delle cause, stanno improvvisamente scoprendo il vuoto. Del resto ci sono voluti solo trent’anni per approdare a tale consapevolezza, proprio perché in molti hanno dimenticato da tempo cosa dovrebbe rappresentare la sinistra, sia pure moderatissima e sedicente riformista.

Le politiche economiche e sociali perseguite con i governi di centrosinistra sono state, anche solo vagamente, progressiste e di sinistra? C’è uno stato sociale che garantisce buoni salari, posti di lavoro decenti e previene la disoccupazione? Quale classe sociale ha goduto i maggiori favori dai governi europei e dalla UE?

Tanto per dire, il riarmo europeo l’ha intrapreso la destra o la sinistra? I diversi sistemi fiscali per favorire i grandi capitali e i patrimoni sono un’idea di chi? Precariato e sottoccupazione sono frutto delle politiche di chi? Le periferie metropolitane afflitte da povertà e carenza di servizi sono un lascito di governi di destra e di sinistra? E i tagli alla spesa sociale e la privatizzazione dei servizi? Uguale.

Per quanto ci riguarda direttamente, il massimo che possa rivendicare la sinistra parlamentare negli ultimi trent’anni sono le “lenzuolate” di Bersani (ma le banche continuano a macinare decine di miliardi di utili netti ogni anno) e gli 80 (ottanta) euri di Braccobaldo Show. E ora criticano gli sconti sui carburanti, ma nessuno propone un tetto massimo ai prezzi.

Insomma, in che cosa si differenziano destra e sinistra? Nessuno realmente lo sa. Se proprio vogliono parlare di riforme, esse devono raggiungere i luoghi in cui le persone le vivono concretamente: nella vita di tutti i giorni, sul lavoro e nei servizi sociali.

Invece si procede con mance, condoni ed esenzioni. In tal modo, con qualsiasi governo, l’Italia si colloca stabilmente ai vertici dell’Unione Europea per volume assoluto di evasione fiscale. Padroni, professionisti e i componenti delle categorie di lavoro autonomo possono versare le imposte di propria sponte, e dunque decidere se e quanto dichiarare, mentre i salariati sono munti alla fonte. Questo meccanismo, da quasi tutti ritenuto ovvio, produce la prima e più marcata disparità di classe, l’ineguaglianza sostanziale che contraddice la presunta pari dignità sociale.

Che gli elettori votino per i fascisti e i nazisti non scuote questi presunti democratici più di tanto. Con Berlusconi hanno pure appoggiato il governo Monti, perché serviva a salvare l’Italia dal default. Così ci hanno mentito tutti concordi. Le elezioni non hanno mai conferito un mandato per un cambiamento radicale, tantomeno in Italia, un Paese solo formalmente sovrano. Pertanto, pensare che le cose possano cambiare andando al voto è non solo illusione ma anche masochismo.

Possibile che questo Paese non sia ancora stanco di questo sistema tutto sommato a partito unico, composto da snob borghesi e presuntuosi imbecilli che ci rifilano delle frottole? 

Cartoline lagunari

 

Ieri mattina, arrivando in stazione a Venezia, la prima cosa che ho fatto è stato cercare un cestino dei rifiuti. Per liberarmi dell’inserto de Il sole 24ore. Dedicato integralmente a Francesco d’Assisi. Già ogni domenica sull’inserto vi defeca le sue larve Gianfranco Ravasi, ma francamente dedicare l’intera foliazione a un santo cattolico mi è sembrata un’esagerazione. Evviva la presunta laicità liberale.

Mi si potrà obiettare (ma chi obietta?) che Francesco d’Assisi è stato questo e quello, ma in tal caso mando cordialmente a cagare. Sì, a cagare, perché certa gentaglia non merita altro.

Il resto della giornata è proseguito molto bene. Appena fuori la stazione, sulla destra, imbarcadero D, si prende il vaporetto della linea 5.2 per Fondamenta Nuove. Da lì, imbarcadero A, ci si imbarca sul vaporetto della linea 12. Superata l’isola cimitero di San Michele, quindi il faro di Murano, l’imbarcazione si dirige verso l’isola di Mazzorbo, di discrete dimensioni e frontale a quella di Torcello.

Adoro questo periodo indeciso tra estate e autunno. Giornata soleggiata, celo terso, leggera brezza, silenzio assoluto. Non ti viene voglia di nient’altro. Si può percorrere il perimetro dell’isola camminando su ottimi viali, a tratti ombreggiati da piante d’altro fusto. Una passeggiata distensiva tra natura, cielo e la luce riflessa della laguna. Già Mazzorbo vale il viaggio.

L’isola è collegata a Burano da un ponte in legno (qualche decina di metri). A Burano trovi ciò che non c’è a Mazzorbo: centinaia e centinaia di turisti vengono vomitati da grandi scafi privati tutti insieme, così come si sbarcava ad Omaha Beach. Altre decine arrivano col vaporetto pubblico (Burano è, ovviamente, la fermata successiva a quella di Mazzorbo (dove non scende quasi nessuno). Burano viene in tal modo invasa da sciami di ebeti dal selfie compulsivo, ai quali è stato venduto un voucher per l’isola dei merletti e dei pescatori.


Mazzorbo

Un abitante di Burano ci ha raccontato, a tale riguardo, una scenetta che a vederla dev’essere stata esilarante. Aveva lasciato socchiusa la finestra del suo bagno. Un turista asiatico si era arrampicato sul davanzale per ritrarre chissà quale immortale scorcio. Sennonché l’acrobata s’era spinto troppo oltre e la finestra socchiusa non aveva retto la spinta. Il demente è caduto all’interno del bagno sopra la lavatrice. In seguito, la padrona di casa ci ha confermato il racconto del marito con altri nipponici dettagli.

Come ho ritrovato Burano? Beh, devo dire che rispetto a una trentina d’anni or sono mi pare vi siano meno abitanti e diverse abitazioni chiuse e in vendita (non tra le migliori, comunque). Non è facile, specie per i giovani, vivere in una realtà così isolata dal resto del mondo. In un locale ci hanno detto che non potevano servire il caffè perché la macchina era guasta e nessuno voleva fare il lungo viaggio per venirla a riparare.

Per il resto, il posto è come lo descriverebbe una lady inglese col suo inconfondibile ombrellino e accento da crema calda: pittoresco. Allego al post qualche immagine, spero non troppo sfacciatamente turistica.

Come si mangia nei locali dell’isola? Presumo come dappertutto: benissimo. Branzino ed orata coltivati in Croazia o in Albania, frittura congelata alla quale s’aggiunge una sardina per farla sembrare più “nostrana”. Attenzione, in certi locali a Venezia e dintorni non fatevi fregare con la cosiddetta granceola: di questo crostaceo nel piatto troverete solo il carapace riciclato, il resto è polpa di fantasia. Suggerisco di stare lontani anche dal pasticcio di pesce, cautela che dovrebbe suggerirsi da sé.

Gli antipasti di gamberi argentini, capesante atlantiche e, al posto dei moscardini, altre amenità sottozero. Abbandonate anche l’idea dei cicchetti, erano tutt’altra cosa e contesto. Le cozze: il granchio blu e soprattutto il gran caldo quelle nostrane le ha sterminate tutte, perciò datevi una regolata. Dunque, che si mangia allora? Portatevi della frutta, un cracker, per il resto godetevi la quiete, il sole o l’ombra di una panchina lontani dalla ressa di lingua anglo- asiatica.

Mazzorbo, il parco.

Altrimenti, non aspettatevi una frittura o un risotto con i go (ghiozzo), ma spaghetti alle vongole (non certo le telline), le stesse di ogni buco dalle Alpi ai Peloritani. La pasta non è certo Setaro, Cavalieri o simili, ma quella colla indigeribile che vendono al supermercato a due euro scarsi il kilo. Paradossalmente la maggior parte degli italiani non ha una vera cultura della pasta. Soprattutto qui nel profondo Nord. Eccetera.

Queste sono settimane di moeche, ma nei menù non le troverete. Per varie ragioni, non ultima quella che le moeche non si coltivano e costano, quando si trovano al mercato, ormai più di 100 euri al kilo. Il comune turista non capirebbe il prezzo (mentre il ristoratore è un cinico adepto del marginalismo), così come in genere non sa che quel mondo di merlettaie e di pescatori professionisti (salvo eccezioni) non esiste più. È solo cartolina.

Il campanile di Burano è alto 64 metri ed è inclinato di 1,85. Sei mesi fa è stato ultimanto il restauro, gli sono stati apposti dei tiranti. Da vicino, l’inclinazione è davvero impressionante.



San Michele