mercoledì 2 settembre 2026

Per chi?

 

Ieri sera, verso casa in treno, riflettevo sul fatto ormai evidente che il pensiero razionale è diventato obsoleto. Non solo per quanto ho visto e ascoltato ieri, che è solo un frammento di quanto avviene ovunque.

Non volendo ora entrare nel merito (troppo lunga e complicata la faccenda), mi limito ad un esempio apparentemente marginale e però concreto: com’è possibile dire che sono “gli esseri umani” a causare la crisi climatica. Come se io ed Elon Musk, per citare un nome, fossimo sulla stessa barca. A dire queste cose, sulla comune responsabilità, sono proprio quelli che parlano in continuazione di “crescita” e simili.

È questo solo un esempio, tra i tanti, di lavoro ideologico. Ne siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.

Ab ovo. Giovanotti che furono dei fascistoni di prim’ordine nel regime si riciclarono dal 1943 e anche molto dopo come intellettuali marxisti o comunque di sinistra. Alcuni facevano capo al Comitato per la Strategia Psicologica subordinato al Consiglio di Sicurezza Nazionale americano. I nomi li conosciamo, ed ormai è acqua passata. Sto saltando di palo in frasca? Ma no, attenzione, è proprio di quanto sta succedendo che sto parlando.

Un giorno sarà chiaro a tutti. Anche oggi, per la guerra ideologica, abbiamo gli opinionisti del Dipartimento di Stato americano che pontificano sui nostri giornali. E studiosi che attaccano il marxismo in terminologia marxista. La sostanziale difesa dell’ordine sociale occidentale in terminologia di sinistra. Scava e trovi sempre un nesso tra Stato, capitale e intelletto.

La dittatura del capitale non può più essere garantita dalla facciata della democrazia liberale, questo è un fatto assodato. Ritorno del fascismo? Non se n’è mai andato. Del resto, non è vero che il fascismo è stato sconfitto nel 1945. I regimi fascisti, e nemmeno tutti, furono sconfitti militarmente. Il fascismo cambiò solo abito. Quello più furbo indossò l’abito “democratico” e “liberale”.

Il cosiddetto Partito dei Lavoratori Tedeschi, con i suoi soli 55 membri, tenne la sua prima grande riunione alla fine di febbraio del 1920, dove Hitler coniò il nome “nazionalsocialista”. Che c’entrava Hitler con il socialismo? Da quattro anni l’Italia ha un presidente del senato e una presidente del consiglio che sono dei reduci del partito fascista di Almirante, che ha cambiato solo nome. Cambiano i nomi, i simboli e i colori, ma è la stessa merda.

La cosa non è sembrata turbare realmente nessuno o quasi. E ora si fa avanti uno come Vannacci. Troppo apertamente fascista per esibirlo in una futura coalizione di governo? Se lo crediamo, allora non abbiamo capito niente di ciò che è già avvenuto e sta per succedere in Europa e altrove. E per scongiurare tale “pericolo” dovremmo votare? 

martedì 1 settembre 2026

Settembre, andiamo

 


Niente di nuovo in Occidente.

Nello stesso periodo in cui la “sinistra” ha litigato sulle “primarie”, gli Stati Uniti hanno violato tre trattati di pace e distrutto l’Iran nove volte. Il prezzo della benzina è aumentato del 16%. Non importa.

Una vedova, a passeggio con il suo caimano per Villa Borghese, ha avvertito un odore acre. Non aveva pestato una merda. Si trattava del cadavere del PD. Dall’esame autoptico è risultato che la testa era sprovvista di cervello.

Trump sta colmando di attenzioni l’imperatore nordcoreano Kim III, motivo per cui quest’ultimo ha messo le sue forze armate in stato di massima allerta.

Lo stesso Trump ha ribattezzato la Terra “Pianeta America”. Google ha provveduto immediatamente all’aggiornamento.

La Russia sta facendo sul serio.

L’anno scorso è stato scoperto un deposito di armi in una foresta vicino a Berlino. Poiché nessuno si è presentato a recuperare le due (!) pistole, un uomo è stato arrestato in Romania. Il che dimostra, logicamente, che dietro a tutto ciò ci sono i russi.

«Perché i russi?» – chiese l’ufficiale dei servizi segreti al Ministro Federale del Panico. Lui rispose: «Beh, erano Makarova russe!» – «E allora? Abbiamo centomila pistole russe dell’esercito nordvietnamita nel deposito dei servizi segreti.» All’ufficiale dei servizi segreti fu quindi ordinato di smontare tutte quelle pistole.

Secondo Repubblica (non ridete), il cancelliere tedesco (hanno ancora il cancelliere!) si preparerebbe ad accusare Mosca per i tre famosi droni dell’aeroporto di Lipsia (ne ha trattato anche Bartezzaghi sulla Settimana enigmistica). Sennonché i tre droni esplosivi sono stati arrestati senza opporre resistenza e si rifiutano di rilasciare dichiarazioni. Uno era semplicemente abbandonato, uno avrebbe attaccato un aereo senza esplodere e il terzo svolazzava senza meta finché un autista di autobus non lo ha abbattuto con un calcio.

Un ufficiale dei servizi segreti tedeschi ha osservato che gli attacchi sembravano così amatoriali da escludere l’intervento di attori statali. L’ufficiale è stato adibito a rimontare le pistole nordvietnamita e poi a trasportarle dal seminterrato alla soffitta e viceversa.

domenica 30 agosto 2026

Il punto cieco del gazzebo Pirelli

 

Mentre al riparo dall’afa soffocante mi trastullo sulla dialettica valore d’uso – valore di scambio, il mondo reale, quello degli schei, va avanti come un rullo compressore. Ne ho già scritto anche di recente, per esempio qui e anche qui, e perciò non desidero ripetermi. Segnalo al riguardo il nuovo rapporto Altrata.

Di seguito dirò di un altro rapporto, nostrano come i capponi del Manzoni, ovvero il Report Pirelli. Alleluia. Nel presentarlo nell’inserto del Sole 24 ore odierno, un sociologo, Derrick de Kerckhove (il quotidiano confindustriale lo indica come Kerchove), scrive:

«C’è un piccolo esperimento che chiunque può provare a fare, e la maggior parte di noi sa già come andrà a finire. Immaginate il mondo tra trent’anni. La versione cupa si presenta subito, già completa di tutti i dettagli e gli arredi: il caldo, le inondazioni, il lavoro affidato alle macchine, i prezzi che nessuno può permettersi. Ora provate immaginare l’opposto: una strada migliore, una scuola per cui valga la pena camminare, una vecchiaia che non sia solitaria, un modo di vivere insieme che funzioni davvero. Per la maggior parte di noi, a quel punto, lo schermo diventa nero. Non perché non lo desideriamo, ma perché proprio non riusciamo a concepire un’immagine adeguata.»

Questo genio della sociologia ha appena immaginato un sistema con strade migliori, assistenza adeguata agli anziani e salari che ti permettono di vivere dignitosamente. Dunque, un sistema socialdemocratico che funziona. Di tutto il resto, cioè della realtà di quest’ordine sociale, non gliene importa un fico. Perché se gliene importasse qualcosa e ne desse conto onestamente, ciò non gli darebbe accesso né ai compensi monetari Pirelli né alla prima pagina dell’inserto del Sole 24 ore.

Osserva ancora il sociologo che monta le Pirelli: «Quello che proviamo ora non è il solito brontolio di fronte alle notizie. È un tipo particolare di perdita: sembra che abbiamo smarrito la capacità di immaginare che la vita possa essere organizzato in modo diverso e migliore. [...] la causa, a mio avviso affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone.»

Dunque, Derrick si smarca dalla solita omelia pretesca, cerca le cause dello stato di cose presenti ben oltre la bontà o la cattiveria delle persone. Finalmente. Osserva con pacata genialità: «Con l’avvento della stampa, [...] milioni di persone si sono ritrovate sole davanti a una pagina, ciascuna immersa nei propri pensieri, nelle proprie convinzioni, nella propria vita interiore.»

Dio, com’è vero. È proprio con l’avvento della stampa che ci siamo trovati immersi nella nostra vita interiore. «È così – rivela Derrick –, che ha preso forma l’individuo moderno.» Grazie Gutenberg, che ci hai dato la possibilità di sviluppare «un io autonomo, separato, convinto di abitare il centro della propria coscienza e di guardare il mondo da lì, come un osservatore distinto da ciò che osserva.»

Dato che ci siamo, ringraziamo anche quegli anonimi nostri progenitori che ci hanno donato il modo di accendere il fuoco, illuminando il nostro io autonomo all’interno della caverna. E anche gli inventori della scrittura, che permette oggi al nostro io domestico di mettere in bella mostra nelle nostre librerie le opere classiche dell’antichità pagana. Eccetera.

Profondo Derrick, ma il suo scavo non si ferma al “centro della coscienza”, va ancora più in profondità, in quelle viscere dell’io autonomo che si collegano alla sua coscienza: «a quella forma di coscienza dobbiamo la nascita della scienza moderna, l’affermazione dei diritti individuali, il riconoscimento della dignità della persona. [...] Ha funzionato così bene che abbiamo finito per considerarlo l’unico modo possibile di essere umani.»

Derrick evidentemente conosce altri modi di essere umani, bevendo molti margarita. Dunque a una nuova coscienza dobbiamo la scienza moderna e poi anche tutta la merda che gli si aggrappa. Tutto promana da lì, dalla nostra coscienza stimolata dalla “pagina a stampa” di Gutenberg. La storia umana altro non sarebbe che uno svolgimento della coscienza individuale attraverso i suoi diversi gradi. Ecco svelato il filo conduttore dell’evoluzione storica umana: a un certo punto, la coscienza s’è liberata dall’antico giogo e s’è data alla caccia delle verità accessibili per la via delle scienze positive.

Non si trattava che di foggiare il mondo intero secondo i principi di questa nuova coscienza. E però «quell’idea di sé portava con sé un punto cieco. Ed è proprio da quel punto cieco che derivano molti problemi che oggi ci sembrano così difficili da affrontare.» Compreso il caldo e le alluvioni? Derrick non si pronuncia, è sufficiente averci rivelato qual è il punto cieco.

Che altri non è che l’”io”. Con la maiuscola o la minuscola non ha importanza. «Poiché si percepisce come separato, questo io tende a vedere il mondo come una collezione di cose: cose da conoscere, da utilizzare, da possedere. È estremamente abile nel conquistare, accumulare, misurare, controllare. Molto meno nel sentirsi parte di qualcosa. Fatica a riconoscere, nel profondo, di appartenere a una realtà più vasta e di avere nei suoi confronti una responsabilità». Un io porco, insomma.

Ma non s’era detto testualmente, caro Derrick, che la causa affonda molto più in profondità del carattere individuale e ha ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone? E poi, che gli uomini, uniti o separati che fossero, non hanno forse in ogni tempo storico manifestato il desiderio se non la brama di conoscere, utilizzare e possedere le “cose”? Quindi di conquistare, accumulare, misurare, controllare? Dov’è mai la novità?

Derrick scivola via: «quando i problemi sono diventati grandi quanto il pianeta stesso, quando è apparso evidente che nulla esiste isolatamente e che ogni cosa è intrecciata a tutte le altre, quel punto cieco ha cominciato a mostrarsi in tutta la sua portata.»

Dunque, par di capre, il punto cieco non è l’io in quanto tale, quell’egoista irresponsabile che sta dentro di noi, ma la sua crisi. Derrik pensa che i problemi attuali dipendano solo da una coscienza sbagliata. Da quell’“io” che «si è trovato impreparato a comprendere un mondo fondato sulle relazioni, perché la soluzione è un problema condiviso e non nasce mai dall’azione di una singola parte. Nasce un nuovo modo di appartenere. Nasce dalla capacità di riconoscersi dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati. Ed è proprio questo che l’io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare».

Padroni e schiavi salariati hanno obblighi reciproci e destini incrociati, che non vuol dire rapporti reali tra classi sociali, rapporti di proprietà e di sfruttamento tipici di quest’ordine sociale. Ma no, siamo tutti sulla stessa barca, poco importa chi rema e chi in plancia beve champagne. L’atto d’accusa è contro l’”io” comune, sta nel mormorare al nostro orecchio profezie sul “futuro”; smettiamola di «confondere il futuro con l’ennesima innovazione o con un gadget tecnologico».

Eh, caro Derrick, come vorrei darti retta, ma il problema è dirlo agli azionisti di quelle «150 società quotate a livello globale che contribuiscono maggiormente alla creazione di ricchezza per i miliardari, non di rado con valutazioni di mercato gonfiate di startup focalizzate sull’IA» (Rapporto Altrata, p. 10).

Nessun accenno, nemmeno velato alle contraddizioni insite nei rapporti di produzione, che non voglio chiamare capitalistici, mi limito a dire: moderni. Questi sociologi, semifilosofi e begli spiriti, sono pagati per richiamare le virtù della vecchia società e delle buone maniere nel mentre rimproverano agli elementi della loro stessa classe sociale, che vedono avvicinarsi il momento nel quale verranno sostituiti nel ruolo e nel processo sociale dalla tecnologia, di non essere abbastanza ascetici, di non mortificare abbastanza la carne e lo spirito in nome dei “comuni interessi”. Ma neanche i preti sono più ipocriti di così.

Quanto al fatto che «questo io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare» un futuro diverso, «riconoscen[dosi] dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati», ad immaginare quindi «il modo nuovo di vivere insieme», beh, a questo riguardo bisogna proprio dire, Derrick, che sei uno stronzo. Uno di quegli stronzi, e dio sa quanti sono, che, nella crisi storica del sistema capitalistico, è stato incaricato d’impugnare la bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare il ceto medio per fotterlo ancora e anche meglio.

Un vecchio sporco imbroglio

 

Molte persone, anche tra quelle riputate “colte”, ritengono che Marx sia stato, nella migliore delle ipotesi, fondamentalmente un “filosofo”; oppure, nella versione più becera, un ideologo, fondatore di una dottrina “politica” che porta il suo nome: il marxismo. In realtà egli è stato più di tutto uno scienziato, uno scienziato sociale diremmo oggi. Il maggiore studioso e critico dell’economia politica “classica” e, suo malgrado, anche di quella “volgare”.

A riguardo di “volgarità”, vorrei soffermarmi sulla più immediata e prosaica volgarità che s’incontra all’approccio dell’economia politica, laddove per indicare la merce gli economisti usano il termine “bene”. Sembra una mera pinzillacchera terminologica, e invece già in questa banale premessa trovano radice le successive assurdità della teoria economica, l’origine del “vecchio sporco imbroglio”, per dirla con Lucio Battisti.

Marx, per indicare la merce, non usa mai il termine “bene” (bonum). Infatti, è vero che ogni merce, sotto l’aspetto utile, è un valore d’uso, dunque un bene, ma non tutti i valori d’uso (“beni”) sono delle merci.

La natura è la prodiga fonte dei valori d’uso (in ciò consiste la ricchezza effettiva!), altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza- lavoro umana.

La merce è un prodotto esclusivo del lavoro, anche se non tutti i prodotti del lavoro sono merci. Il valore d’uso di una merce, questo suo carattere di utilità, non dipende dal fatto che costi all’uomo molto o poco lavoro.

I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società capitalistica i valori d’uso sono i depositari materiali del valore di scambio [*]. In quanto tale, il valore d’uso, è soltanto il mezzo per raggiungere un fine, cioè la produzione di valori di scambio (o meglio, di plusvalore in quanto valore di scambio accresciuto) [**].

Pertanto: la merce è, in primo luogo, una cosa che soddisfa un qualsiasi bisogno dell’uomo; in secondo luogo, una cosa che si può scambiare con un’altra. La merce è un’unità di valore d’uso e di valore di scambio.

Tra parentesi: laddove il valore d’uso entra in relazione con i rapporti sociali di produzione, influisce su di essi e ne subisce l’influenza, pertanto diventa anch’esso una categoria economica. Come sanno bene gli specialisti della réclame, per esempio.

Negli scambi sul mercato capitalistico si stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra i valori d’uso più diversi e meno comparabili l’uno con l’altro (ferro e grano, per es.). Cos’hanno allora in comune tutte queste cose diverse, e che cosa le rende comparabili?

Hanno in comune il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Attraverso lo scambio dei prodotti, gli uomini stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra le diverse specie di lavoro.

Quel che le merci hanno in comune, quindi, non è il loro valore d’uso, bensì il lavoro umano astratto, il lavoro umano in generale, vale a dire il loro valore di scambio, la cui grandezza è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario per la produzione di un determinato valore d’uso.

Non si tratta dunque di una distinzione terminologica e nemmeno semplicemente concettuale. Il rapporto dialettico tra valore d’uso e valore di scambio rappresenta la contraddizione fondamentale della merce all’interno del modo di produzione capitalistico.

[*] Purtroppo, e non solo in questi magri tempi, è necessario chiarire: solo in certe condizioni sociali un prodotto si trasforma in merce: queste condizioni storicamente determinate sono rappresentate dai rapporti di produzione mercantili, basati sull’esistenza di lavori effettuati indipendentemente l’uno dall’altro e collegati dallo scambio. Di per sé, quindi, la forma mercantile di produzione non si identifica con il modo di produzione capitalistico: ad esempio, all’interno del modo di produzione antico e feudale esistevano già rapporti di mercato (produzione mercantile semplice). Tuttavia, è soltanto nel capitalismo che la produzione mercantile si sviluppa a tal punto da diventare la forma produttiva assoluta e dominante. Anche la forza-lavoro umana, sottratta alle antiche forme produttive, viene trasformata in una merce (con buona pace di quell’essere fittizio di Karl Polanyi o di quell’insulso di Ludwig von Mises). I rapporti di mercato penetrano fin dentro il processo di produzione diventando i rapporti generali e più frequenti della società.

[**] Come dico in premessa, già in radice questa confusione, che non è solo concettuale, tra bene e merce è gravida di conseguenze. Infatti, di quid pro quo e di furbe confusioni è intessuta la “scienza” economica accademica (consumo, soddisfazione, comfort, felicità e altre coglionate sul genere Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, ecc.) e a cascata il senso comune generale. Anche questo non accade casualmente. È vero che bisognerebbe istruire fin dalla scuola sui più basilari rudimenti economici (ma non è interesse dei “manovratori”), ma ciò risulterebbe ancor più esiziale dell’ignoranza. Prima ancora bisognerebbe rieducare gli economisti, i giornalisti, insomma i preti dell’ideologia borghese in generale. E ciò non è possibile in questo sistema sociale (anche somministrando poca zuppa e tanto duro lavoro). Però, se un giorno sarà data tale opportunità, si potrà tentare anche per questa via di moderata somministrazione di zuppa e forte spinta al duro lavoro.

sabato 29 agosto 2026

La questione delle alleanze: nascita di un impero

 

Molti storici definiscono la guerra dei Sette anni (1756-1763) come la “prima guerra mondiale”. Tale definizione non è imprecisa, in quanto segnò la prima manifestazione degli effetti di un’economia di mercato globale e un graduale passaggio dalla politica coloniale a quella imperiale.

Mentre tutte le potenze europee perseguivano una politica di (ri)conquista freddamente calcolatrice, nessuno controllava le dinamiche che portarono il conflitto a una guerra di vaste proporzioni. Il 1° maggio 1756, con il Trattato di Versailles, Austria e Francia, le acerrime nemiche da secoli, conclusero il proprio patto difensivo. Ma già il 16 gennaio 1756, con la Convenzione di Westminster, Prussia e Gran Bretagna avevano stipulato un’alleanza puramente difensiva.

Tutto ciò ricorda molto da vicino la questione delle alleanze che portò al conflitto 1914-18 e di cui dirò in un prossimo post.

La rivoluzione diplomatica di metà Settecento, andava ben oltre le alleanze di mera difesa. In aprile, le truppe francesi avevano iniziato l’invasione dell’isola mediterranea di Minorca, che era sotto il controllo britannico dal 1708. Il 18 maggio 1756, l’Inghilterra dichiarò ufficialmente guerra alla Francia.

Come ogni guerra, anche le continue guerre nell’Europa della prima età moderna dovevano essere finanziate. Gli Stati, in particolare l’Inghilterra, iniziarono a integrare le loro colonie e i loro avamposti commerciali, inizialmente relativamente indipendenti, in un sistema fiscale e amministrativo unificato. Il capitale era ancora sottosviluppato, ma gli Stati erano già costretti dalla competizione a espandersi ulteriormente.

La linea di faglia decisiva della guerra dei Sette Anni passò attraverso il Nord America, dove la cosiddetta guerra franco-indiana infuriò dal 1754 al 1760. A quel tempo, i coloni inglesi erano confinati sulla costa orientale, mentre i Monti Appalachi erano controllati da numerose tribù di nativi americani e la Francia deteneva un’ampia porzione di territorio che si estendeva dal Canada alla foce del fiume Mississippi.

Le dinamiche demografiche sconvolsero rapidamente gli equilibri di potere. Poiché i francesi non si affidavano a una colonizzazione diffusa, bensì a un sistema di avamposti commerciali, verso la metà del secolo circa 60.000 coloni francesi si trovarono ad affrontare circa un milione di coloni britannici. Questi coloni si insediarono su territori sempre più vasti, soprattutto nella valle dell’sOhio, dove gli speculatori terrieri intravidero una ricca opportunità.

Sennonché i territori posti oltre i Monti Appalachi (2 500 km di rilievi con direzione da SO a NE), erano stati interdetti da Londra per legge e con la presenza di truppe. Oltre quei monti s’estendeva un vastissimo territorio fertile e ricco di risorse, che però aveva il difetto di appartenere alle popolazioni autoctone, ossia a quelli che erano chiamati “pellerossa” o “indiani”. I coloni americani vedevano queste tutele come un ostacolo al loro “diritto” di espansione.

Per tutto il 1754, scoppiarono ripetutamente schermaglie tra i coloni britannici e gli avamposti francesi. Una delle più significative coinvolse il giovane George Washington, che era azionista della Ohio Land Company. Nel novembre del 1754, Londra decise di trasferire unità militari britanniche in Nord America. Ciò diede inizio a una brutale guerra di guerriglia durata anni, che coinvolse i nativi americani da entrambe le parti, caratterizzata da una guerra asimmetrica e da tattiche di guerriglia.

Il 29 agosto del 1756, la guerra era già in pieno svolgimento quando Federico II invase la Sassonia con oltre 60.000 soldati. Invadendo la Sassonia, Federico il Grande trascinò tutta l’Europa centrale nella guerra anglo-francese, commettendo un grave errore di valutazione.

Nel febbraio del 1757, la Russia si alleò con l’Austria e, a maggio, la Francia fu obbligata da un secondo Trattato di Versailles a radunare un esercito offensivo di oltre 100.000 soldati. Il 17 gennaio 1757, la Dieta imperiale di Ratisbona decise di creare un esercito imperiale per punire la Prussia per aver violato la pace del Sacro Romano Impero. Nel settembre del 1757, anche la Svezia invase la Pomerania. Praticamente l’intero continente era ora contro la Prussia. I circa 160.000 soldati che Federico riuscì a radunare si trovarono potenzialmente ad affrontare oltre un milione di soldati nemici.

La tattica di Federico II era incentrata sul cosiddetto “ordine di battaglia obliquo”, ossia sulle manovre di aggiramento piuttosto che sui consueti scontri frontali di fanteria. Tale tattica si dimostrò vincente in diverse occasioni. La vittoria contro le forze congiunte di Francia e Sacro Romano Impero a Rossbach, il 5 novembre 1757, suscitò particolare attenzione in tutta Europa. Goethe in seguito ricordò come, da bambino, tali vittorie lo avessero reso completamente “di mentalità fritziana” (Fritz è l’ipocoristico di Friederich).

Tuttavia, alla lunga, la superiorità numerica si rivelò insormontabile. Dopo l’improvvido attacco prussiano contro le posizioni fortificate austro-russe nella battaglia di Kunersdorf (vicino a Francoforte sullOder), nell’agosto del 1759, l’esercito di Federico era in uno stato di disgregazione e ampie zone della Prussia erano occupate. Già nel gennaio del 1758, Königsberg si era arresa senza combattere e aveva reso omaggio all’imperatrice russa Elisabetta I; Immanuel Kant, che pur doveva sbarcare il lunario, teneva lezioni agli ufficiali russi su fortificazioni e pirotecnica.

Nel frattempo, la guerra in Nord America si era conclusa con la conquista britannica di Montréal nel settembre del 1760. Il teatro di guerra tedesco in quanto tale non interessava più a Londra. Nel dicembre del 1761, il Parlamento inglese interruppe tutti gli aiuti finanziari alla Prussia.

Completamente stremata, la Prussia si salvò solo per caso. Nel gennaio del 1762, Elisabetta I morì e il suo successore, Pietro III, fervente ammiratore del re prussiano, fece immediatamente pace con lui. La sua successiva deposizione, avvenuta a luglio a seguito di un intrigo, non cambiò nulla. Sua moglie, salita al trono come Caterina II, mantenne la pace. Anche la Svezia si ritirò dall’alleanza e concluse una pace separata il 22 maggio 1762. Con la Pace di Hubertusburg del febbraio 1763, la Prussia e l’Austria accettarono di mantenere lo status quo ante.

Come è noto, la sopravvivenza della Prussia avrebbe avuto notevoli ripercussioni storiche. Tuttavia, la guerra su scala globale fu ancora più significativa nella storia mondiale. Nel 1759, gli inglesi riuscirono a conquistare tutti gli insediamenti francesi sulla costa occidentale dell’Africa: un duro colpo per la Compagnie des Indes, a lungo dominante, poiché fino ad allora l’Inghilterra aveva pochi avamposti commerciali sulla rotta marittima per l’India e solo quattro insediamenti sulle coste stesse.

L’Inghilterra riuscì a imporre un blocco navale relativamente efficace alla costa atlantica francese. Mentre l’Europa continentale veniva tagliata fuori da numerose rotte commerciali verso le colonie, la Royal Navy, con oltre 300 navi ed equipaggi di 80.000 uomini, divenne la potenza quasi indiscussa sugli oceani del mondo. Sotto la sua protezione, la Compagnia delle Indie Orientali poté iniziare la sua trionfale espansione.

Infatti, quando la notizia dello scoppio della guerra tra Inghilterra e Francia raggiunse l’India all’inizio del 1757, la Compagnia britannica delle Indie Orientali colse al volo l’occasione. Le sue truppe (le truppe di una società privata!), al comando di Robert Clive, conquistarono l’accampamento francese di Chandernagore, nel Bengala Occidentale.

Ancora più significativa fu la battaglia di Plassy, il 23 giugno 1757, quando circa 3.000 uomini al servizio della Compagnia (di cui solo circa 900 erano europei; la maggior parte erano sepoy, ovvero truppe ausiliarie indiane) sconfissero il sovrano del Bengala, Siraj-ud- Daulah, nonostante fossero in netta inferiorità numerica. Questa vittoria segnò l’inizio del dominio britannico sull’India (su questo argomento ho già scritto a proposito del libro di William Dalrymple: Anarchia (The Anarchy. The Relentless Rise of the East India Company).

Il 4 gennaio 1762, l’Inghilterra dichiarò guerra anche alla Spagna, che in precedenza era intervenuta a fianco della Francia. Di conseguenza, le più importanti roccaforti coloniali spagnole andarono perdute: L’Avana fu conquistata dagli inglesi il 13 agosto 1762 e Manila nelle Filippine il 7 ottobre.

Quando la notizia di queste conquiste giunse a Londra nell’aprile del 1763, la guerra era già finita. L’Inghilterra emerse come chiara vincitrice dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1763. La Spagna riconquistò Cuba e le Filippine, ma perse la Florida. La Francia fu costretta a ritirarsi dal Nord America (salvo che dalla Louisiana) e a cedere anche il Senegal e Minorca. Nacque così l’Impero britannico.

venerdì 28 agosto 2026

La qualità della propaganda

 

Il nemico principale è stato identificato da tempo. La strategia perseguita dall’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti è diretta contro la Repubblica Popolare Cinese, considerata il suo principale nemico, porterà alla prossima guerra mondiale (concetto strategico di NATO 3.0). Questo mi sembra di averlo scritto già molte volte. Beh, lo ripeto.

Sei mesi fa, Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran. Questa settimana, l’amministrazione Trump è passata ufficialmente a una guerra economica. Qualunque persona di media intelligenza direbbe che ciò rappresenta una dichiarazione di bancarotta militare. Ma nessun media “occidentale” s’azzarda a dire che due più due fa quattro.

Passiamo ad altro. In seguito alla visita a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la propaganda della NATO si è scatenata in una frenesia di speculazioni su quanto sarebbe accaduto nella capitale russa. Il Wall Street Journal di Murdoch e Politico di Springer (è bene citare la proprietà non semplicemente nominale di questi media) sono stati i primi a riportare la notizia che Ratcliffe avrebbe messo in guardia la Russia dall’attaccare gli alleati della NATO.

Come se la Russia avesse l’intenzione e la possibilità reale di attaccare la NATO. Ieri, il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, l’ha liquidata come “storie dell’orrore”. Infatti, sarebbe tempo di smetterla con queste fantasie. Epperò come fai a giustificare il massiccio riarmo dei fascisti d’Europa? E difatti c’è chi si spinge oltre, fino ad accusare apertamente il capo della CIA di connivenza con il nemico: “Ratcliffe è noto per una certa affinità con la Russia. Da membro repubblicano del Congresso nel 2019, ha criticato aspramente l’ex procuratore speciale statunitense Robert Mueller, che aveva indagato su una possibile interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 e sui contatti di Trump con la Russia”.

Per chi avesse dimenticato: la presunta interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 era una montatura, le indagini di Mueller non hanno prodotto nulla di nulla e le critiche di Ratcliffe erano pertanto giustificate. Un altro quotidiano invece lo difende: “Ratcliffe è considerato un falco anti-Russia all’interno del governo americano, il che significa che rappresenta una linea dura tradizionale contro Mosca. Il direttore della CIA ha sostenuto sia gli aiuti militari americani sia la condivisione di informazioni di intelligence americane con l’Ucraina”.

Le provocazioni della NATO con le manovre al largo di Kaliningrad sono invece un fatto reale; il resto è storia vecchia.


giovedì 27 agosto 2026

Cosa sta tramando Trump?

 

Nell’attuale clima mentale della Casa Bianca quale significato può avere la visita a Mosca del direttore della CIA? Gli Stati Uniti non si sono nemmeno preoccupati di mantenere segreta la visita: martedì John Ratcliffe è stato accompagnato dall’aeroporto internazionale di Vnukovo al Cremlino in un convoglio di veicoli dell’ambasciata.

La visita, di cui si sa ben poco, è stata la prima di un alto funzionario della CIA a Mosca in quasi cinque anni. Nell’autunno del 2021, il predecessore di Ratcliffe, William Burns, aveva presentato alla leadership russa informazioni provenienti dai servizi segreti esteri statunitensi riguardanti i piani di attacco contro l’Ucraina, segnalando così alla Russia che non poteva più contare sull’elemento sorpresa. Probabilmente in relazione a questo incontro, Mosca aveva poi lanciato un ultimatum negoziale all’Occidente nel dicembre 2021, che, come è noto, era stato respinto. Il resto è noia.

Secondo il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, l’incontro tra Vladimir e Ratcliffe non si è svolto. Il Financial Times ha riportato che, da un punto di vista protocollare, il capo del servizio di intelligence estera russo, l’SVR, Sergei Naryshkin, sarebbe stato l’interlocutore più appropriato. Ieri, Peskov ha confermato questa modalità, definendo la visita uno “sviluppo positivo”.

Nelle quattro ore di colloquio sicuramente si sarà parlato di Iran. Se la questione riguardasse la condivisione di dati satellitari con l’Iran per attacchi contro le infrastrutture statunitensi nel Golfo Persico, la parte russa potrebbe replicare che Washington fa la stessa cosa da anni a sostegno dell’Ucraina. Dunque si è parlato di altro. I media dicono che si stia perseguendo quella che nel gergo dell’intelligence viene definita “gestione dell’escalation”: mantenere i contatti per evitare un’escalation inattesa con conseguenze imprevedibili.

Può essere, ma non va escluso che Trump stia preparando un coup de théâtre in vista delle elezioni di medio termine. In tal caso, le resistenze maggiori verrebbero da Londra e Berlino, che vogliono mantenere aperta la questione ucraina fino a quando non si sentiranno pronti per la guerra. Forse gli Stati Uniti sono più consapevoli dei fascisti europei sui pericoli ai quali si va incontro.

mercoledì 26 agosto 2026

Il “bambino” nel piatto

 

Poco più di una trentina di anni or sono, mi invitarono a partecipare a una riunione promossa da persone residenti in prossimità di un grande allevamento avicolo. L’assemblea popolare era stata indetta a causa dell’odore insopportabile che proveniva dagli allevamenti. Pensavo si trattasse dell’odore causato dalla decomposizione batterica anaerobica delle deiezioni di pollame. Mi resi subito conto, da quanto mi veniva riferito, che quello era il problema minore.

Poco dopo, nella grande sala dove si teneva la riunione, venne aperta una confezione di farina di pesce, la stessa utilizzata nell’allevamento. In men che non si dica la gente fuggì all’aperto a causa delle esalazioni. La causa principale era la trimetilammina.

Oggi, per quanto riguarda gli allevamenti avicoli, pare che le cose siano cambiate, ma sicuramente il branzino, l’orata o la trota che consumiamo abitualmente, proviene da allevamenti dove quei pesci sono allevati prevalentemente con farine di pesce.

Il Perù è il principale produttore mondiale di farina di pesce, generando circa un terzo delle esportazioni globali. Le acciughe, l’ingrediente principale, vengono trasformate in mangime ad alto contenuto proteico per l’acquacoltura europea e l’allevamento del bestiame in Asia.

Per secoli, i pescatori peruviani che solcavano le coste del Sud America nel Pacifico orientale si sono trovati ad affrontare un problema ricorrente: ogni pochi anni, le loro abbondanti catture di acciughe si esaurivano.

Il colpevole si nascondeva nelle profondità marine, dove un’enorme ondata di acqua insolitamente calda e povera di nutrienti aveva causato un drastico calo degli stock ittici. Poiché questo riscaldamento raggiungeva sempre il suo picco intorno a dicembre, in prossimità del Natale, veniva chiamato El Niño (riferimento, in spagnolo, al Gesù bambino).

Oggi, questo nome si riferisce alla fase calda di una massiccia oscillazione climatica del Pacifico che si ripresenta ogni due-sette anni e dura fino a un anno. Riscaldando il Pacifico equatoriale come una febbre, El Niño innesca un effetto domino con conseguenze sul clima di tutto il mondo.

In condizioni normali, nel Pacifico gli alisei soffiano da est a ovest attraverso l’equatore, spingendo l’acqua superficiale riscaldata dal sole verso l’Asia, dove si accumula. Lungo le coste sudamericane, profonde correnti ghiacciate e ricche di nutrienti risalgono per rimpiazzare le acque superficiali spostate. La parte orientale del Pacifico rimane fredda e arida, pur mantenendo fiorenti ecosistemi marini.

Anche El Niño è un fenomeno climatico naturale che ha origine nel Pacifico equatoriale, ma la sua portata è globale. Riscaldando la temperatura della superficie del mare, altera i modelli dei venti, modifica la pressione atmosferica e distorce le precipitazioni in tutto il mondo. L’oceano fluttua costantemente durante questo ciclo pluriennale, alternando El Niño e il suo opposto più freddo, La Niña, e gli stati neutri intermedi (*).

Le acque calde e l’attività tempestosa si spostano verso est, in direzione del Sud America, sconvolgendo l’equilibrio oceanico. Uno spesso strato di calore superficiale avvolge l’oceano, bloccando la risalita delle acque profonde e privando gli ecosistemi marini dei nutrienti necessari. Pertanto, El Niño non ha effetti solo sul clima. Sconvolge il ciclo di riproduzione delle popolazioni di acciughe, con un impatto sui sistemi di produzione alimentare in tutto il mondo.

(*) Per quanto riguarda La Niña, i forti venti alisei spingono le calde acque superficiali attraverso il Pacifico verso il Sud-est asiatico. Acque fredde e ricche di nutrienti risalgono dalle profondità oceaniche al largo del Sud America, alimentando la vita marina. La conseguente cascata atmosferica altera le temperature invernali e innesca siccità e inondazioni.

martedì 25 agosto 2026

Perché non possiamo non dirci comunisti

 

«Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d’esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

«Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.»

Questo pronostico si trova alla fine del II capitole del Manifesto. Un pamphlet divulgativo e propagandistico (“destinato alla pubblicità”) che troppo spesso e a sproposito viene indicato e agitato come la summa dottrinale del duo Marx-Engels, e dunque del “comunismo”.

Spesso si trascura il contesto storico in cui venne scritto (all’inizio del 1848), quando gli autori non erano ancora trentenni. A distanza di un quarto di secolo (1872), Marx ed Engels dichiararono che “i principi generali svolti conservano anche oggi, nelle grandi linee, tutta la loro giustezza”. Resta da intendere a quali principi essi si riferissero.

Luciano Canfora, all’inizio dell’ottavo capitolo (p. 116) del libro Comunismo, un’altra storia, rileva come siano presenti all’interno del testo del Manifesto diverse contraddizioni dovute alla sua “composizione rilassatamente in progress dell’opuscolo” da parte di Marx. Esse, sostiene, «ben si comprendono con il mutamento di obiettivo, e perciò di “tattica”, intervenuto nel frattempo», ossia non solo nel corso della stesura del testo, ma anche probabilmente per la stessa «composizione tipografica andata avanti in progress» (p. 119). Pertanto, «si dovrebbe forse aggiungere che il più vasto cambiamento consiste nel passaggio da una prospettiva essenzialmente di “principi” a una, sempre più stringente, operativa (p. 116).»

Infatti, scrive: “Non si potevano eliminare le parti già composte, in attesa di altre, e più congruenti. La spiegazione più ragionevole di questo stato di cose è che il testo sia stato inviato, da Bruxelles, a Londra a tappe e via via composto. Le parti scritte in un secondo momento sotto l’incalzare degli eventi riflettevano una rapida evoluzione politica in atto. Non vi era tempo per smontare la composizione già fatta, riscrivere e rimontare (p. 119).»

Insomma, secondo il professore barese, tali principi programmatici non eran scolpiti nel marmo, ma mutavano man mano che procedeva il lavoro di redazione e di stampa, in conseguenza delle necessità “tattiche” del momento. Pertanto, osservo, fare del Manifesto un monumento dottrinario è del tutto fuori luogo, salvo che alcuni “principi” generali in esso espressi non hanno perso nel tempo la loro validità.

Il Manifesto è un lavoro giovanile, redatto in fretta e nell’incalzare degli avvenimenti del 1848, «quando – scrive ancora Canfora a p. 127 – di rivoluzioni tedesche all’orizzonte potevano forse parlare soltanto dei “giovani hegeliani” convintesi per via filosofica dell’attualità del comunismo.» Nondimeno, i due “giovani hegeliani” erano pervenuti già a partire dal 1845 a una concezione materialista e dialettica della storia che li smarcava dal precedente materialismo unilaterale, volgare e meccanico, incapace di concepire il mondo come un processo, come una sostanza soggetta a una evoluzione storica.

Ed è proprio tale approdo a una nuova concezione della storia, del rapporto tra natura e uomo, tra pensiero ed essere, che libera Marx ed Engels sia dai vecchi impacci idealistici hegeliani e sia da quelli del materialismo feuerbachiano (“Le epoche del genere umano si distinguono soltanto per dei mutamenti religiosi”). L’uomo è un prodotto degli uomini, della cultura, della storia. E ciò segnava una tappa ben più importante raggiunta, non solo da Marx ed Engels, dal pensiero umano in generale, che non la teorizzazione secondo la quale l’umanità, almeno per il momento, si muove complessivamente in una direzione progressiva che sfocerà in una società senza classi (*).

I materialisti francesi nutrivano questa convinzione progressiva in modo quasi fanatico, non meno dei deisti Voltaire e Rousseau. Sia Marx che Engels troveranno modo, nella maturità, di precisare le loro idee sulla questione (in modo più strutturato e scientifico), partendo dall’assunto che il mondo non deve essere concepito come un complesso di cose compiute, ma come un complesso di processi, che ciò che si dice essere necessario si compone di pure casualità, e che il cosiddetto elemento casuale è la forma dietro cui si nasconde la necessità, e così via.

Ma essi già ponevano nel Manifesto il tema che nella società borghese, nella produzione capitalistica, si ha cura che la grande maggioranza delle persone uguali in diritto riceva solo lo stretto necessario per vivere (che varia secondo le epoche e le situazioni), e che dunque da tale lato la società borghese non rispetta il diritto della maggioranza di tendere all’uguaglianza più di quanto lo rispettassero la schiavitù o la servitù della gleba. Non va meglio, soggiungo, con la cazzimma dei preti, i quali pongono la sola condizione che si sfrutti e si speculi con rettitudine.

Alla fine del libro, Canfora nega che la storia possa avere una conclusione e che il conflitto, in primis quello sociale, si estingua. A supporto di questa tesi richiama “una memorabile discussione” tra Benedetto Croce e Concetto Marchesi avvenuta all’indomani del secondo conflitto mondiale. Croce – scrive Canfora – condusse Marchesi a “convenire sull’inestinguibilità del conflitto sociale, discostandosi dall’utopistica conclusione dell’Ur-Manifesto (finale del capitolo II)”.

Soggiunge Canfora: «Le forme in cui i conflitti si riapriranno non sono prevedibili con buona pace dei cultori di vecchie e nuove “filosofie della storia”.»

Nel 1848, nel pieno degli avvenimenti di quel torno di tempo, in un pamphlet divulgativo, nella prima formulazione teorica di un programma comunista, peraltro non firmato e commissionato da un’associazione segreta, essi adombravano una società senza classi sociali. E del resto, che altro avrebbero dovuto prospettare agli operai miserie e sfruttati se non l’abolizione delle distinzioni di classe e con esse la scomparsa di tutte le disuguaglianze sociali e politiche che ne derivano?

Leggiamo cosa dicevano al riguardo delle loro giovanili “profezie” gli Autori del Manifesto nella prefazione all’edizione tedesca del 1872:

«L’applicazione pratica di questi principi, come dichiara il Manifesto stesso, dipenderà sempre e dovunque dalle circostanze storiche del movimento; quindi non si dà alcuna importanza particolare alle misure rivoluzionarie proposte alla fine della sezione seconda. Questo passo suonerebbe oggi diversamente sotto molti rapporti. Di fronte all’immenso progresso della grande industria negli ultimi venticinque anni e all’organizzazione in partito della classe operaia che con quella è progredita, di fronte alle esperienze pratiche della rivoluzione di febbraio prima, e poi ancora molto più della Comune di Parigi, nella quale il proletariato ha tenuto per la prima volta il potere politico, per due mesi, questo programma è oggi invecchiato in vari punti».

Qui ci si riferisce ai punti programmatici elencati nel II capitolo e perciò non propriamente alla prospettiva storica “utopica” (come la definisce Canfora) che chiude il capitolo del Manifesto. La prefazione del 1872 chiude così: «Tuttavia, il Manifesto è un documento storico, al quale non ci riconosciamo più il diritto di apporre modifiche. Un’ulteriore edizione uscirà forse accompagnata da un’introduzione che colmi il distacco fra il 1847 e oggi; ma la presente ristampa ci è giunta troppo inaspettata per lasciarcene il tempo.»

È qui necessario citare per esteso quanto scriveva Engels nel 1886 (pubblicato 1888) nel quale precisa: «[...] la filosofia della storia, del diritto, della religione, ecc. consisteva nel sostituire al nesso reale da dimostrarsi nei fatti un nesso creato nella testa del filosofo, consisteva nel concepire la storia, tanto in generale come nelle sue singole parti, come la realizzazione graduale di idee, e naturalmente sempre soltanto delle idee preferite dal filosofo. La storia lavorava quindi incoscientemente, ma necessariamente alla realizzazione di un certo ideale precedentemente stabilito [...]. Anche qui dunque, come nel campo della natura, era necessario eliminare questi nessi costruiti artificialmente scoprendo i nessi reali; compito che si riduce, in sostanza, a scoprire le leggi generali del movimento, che si impongono come leggi dominanti nella storia della società umana

Ed è appunto delle leggi dominanti nella storia della società umana che per il resto della sua vita si occuperà Marx. Qui non mi pare il caso di riprenderle e ripeterle tutte, ma farlo passare per un profeta, e per di più smentito, ce ne passa. Basti ricordare che secondo Marx a nulla servirebbe modificare i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione se non quale condizione per il superamento della forma merce, per il superamento del processo del lavoro dalla sua sottomissione reale alla produzione di plusvalore. E tale superamento è già contenuto come forma inconsapevole nella stessa dinamica dello sviluppo e del processo di accumulazione del capitale. E dunque tale superamento della sottomissione reale alla produzione di plusvalore a cosa allude e prelude?

E dai Grundrisse si legge: «Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo.

« [Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.»

Questa è la conclusione a cui Marx perviene dopo una dettagliata analisi economica del processo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni in sviluppo, non dunque “profezie” frutto di fumisterie filosofiche (**).

Il fatto che Croce, tra una cofana di pasta e l’altra preparatagli dalla contessa Elena Carandini, abbia potuto convincere Marchesi che il conflitto sociale, quale noi lo conosciamo storicamente, non possa essere superato, è un classico della fanfara liberale e democratica, un assunto indimostrabile quanto il suo contrario. Infatti, assumendo il suo contrario non significa negare la possibilità che i conflitti in futuro non possano riproporsi in altre forme e motivi.

Per esempio, nella lettera a August Bebel del marzo 1875, Engels scriveva: «sussisterà sempre una certa disuguaglianza di condizioni di esistenza, che si potrà ridurre a un minimo, ma non si potrà mai sopprimere del tutto. Gli abitanti delle Alpi avranno sempre condizioni di vita diverse da quelle degli abitanti della pianura. La rappresentazione della società socialista come regno dell’uguaglianza è una rappresentazione francese unilaterale, derivante dal vecchio “libertà, uguaglianza, fratellanza”. È una rappresentazione che era giustificata a suo tempo e a suo luogo come una determinata tappa dello sviluppo; ma che oggi dovrebbe essere superata come tutte le unilateralità delle vecchie scuole socialiste, perché esse creano soltanto confusione e perché si sono trovate forme più precise di esposizione della questione».

Altra cosa, è vedere nella democrazia volgare, nella repubblica democratica, il regno millenario, il perpetuarsi della società capitalistica, non “immaginando nemmeno che appunto in questa ultima forma statale della società borghese si deve decidere definitivamente con le armi la lotta di classe” (Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875).

Penso vada la pena ricordare che il sistema del lavoro salariato, che è un sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro (detto ai sinistrati attuali: tanto se l’operaio è pagato meglio, quanto se è pagato peggio), non è di per sé solo un orpello del sistema capitalistico. Eccetera.

Andiamo sul concreto: quale significato può avere, ancor oggi e dopo le vicende novecentesche, la parola comunismo? Non credo che si possa definire il comunismo nel fatto che ogni persona debba possedere questo o quell’altro bene; non si fa molta strada con le definizioni tecnico-economiche, che sono tutte soltanto relative, anche perché i bisogni e i desideri mutano di generazione in generazione e secondo i luoghi, le culture e le tradizioni.

Con le minute definizioni della ricchezza materiale non si potrà mai definire il comunismo, le cui premesse essenziali sono anzitutto nel fatto che non possono esistere persone o ceti privilegiati, considerando il lusso degli sfruttatori come un risibile gravame sociale. Ovviamente è necessario che non vi sia un comunismo del bisogno e della miseria mascherato da qualsiasi pretesto. La ricchezza socialmente prodotta deve essere impiegata per i bisogni collettivi e dei singoli, senza distinzioni di stato o altro.

La vita di ognuno deve essere assicurata per la nutrizione, l’abitazione, il sonno e riposo, l’istruzione e la cura della salute. Nessuno delle persone deve cadere nello stato di bisogno, e anche a causa di malattia non deve soffrire più di quello che non debba soffrire per la malattia in sé. Dunque deve esserci una completa sicurezza sociale per ogni individuo, per ogni membro della società. Con i mezzi economici e sociali attuali, con il livello tecnologico e della produttività del lavoro raggiunti, tutto ciò è largamente possibile e realizzabile. Chi lo nega è semplicemente un farabutto che persegue altri scopi.

I singoli individui devono essere liberi nelle loro decisioni, come quella di recarsi e abitare dove vogliono, di scegliere gli oggetti del loro interesse secondo il loro gusto e loro desideri, senza essere pressati da interessi commerciali o diretti da una qualsiasi istanza più alta, più potente, che li costringe a qualcosa che non vogliono. Esiste potenzialmente un’immensa ricchezza culturale verso cui destare l’interesse; la formazione culturale, sviluppata liberamente, deve diventare la funzione di punta di una società comunista, in modo che già i più giovani possano sviluppare tutte le loro grandi capacità e gli anziani trovarvi ancora curiosità, interesse e svago.

Per realizzare tutto ciò sono necessarie, inoltre, nuove forme di aggregazione politica e rappresentativa, nuovi organismi nazionali e sovranazionali diversi dagli attuali. Penso che l’elaborazione di una siffatta utopia comunista, delineando e sviluppando nuove finalità e prospettive, sia un compito collettivo importante ed essenziale dei nostri tempi. Questa meta è naturalmente fantastica e grandiosa e appunto utopica, ma è un’utopia concreta che rientra nel novero delle possibilità reali, ed è l’unica che ci consente di rappresentare il superamento di tutte le cose inumane per le quali oggi dobbiamo soffrire.

L’utopia comunista reca l’impronta dell’infelicità della nostra vita presente. Sulla via verso questa meta si presentano terribili pericoli perché naturalmente i potenti di questo mondo, i padroni di esso, non abbandoneranno le loro posizioni di potere volontariamente. Essi sono disposti a commettere la follia, per mezzo delle armi di distruzione di massa, di mettere in forse la vita di tutta l’umanità, solo perché la loro via, l’unica giusta – così pensano –, possa essere proseguita.

È la follia del capitalismo, che non può esistere, per sua legge interna, se non con una crescita illimitata, a prescindere dai costi sociali, dal saccheggio e dall’alterazione degli equilibri naturali. Tutto ciò non può durare senza portarci a una catastrofe irreversibile. Tutta l’umanità vive questa spaventosa condizione della più completa incertezza sulle decisioni di poche persone, molto limitate e non di rado instabili. In tutto il passato non c’è stata una situazione simile, nella quale gli abitanti di questo pianeta si siano preparati in modo così perfetto per darsi essi stessi il colpo di grazia definitivo.

Questo è già un buon motivo per il quale non possiamo non dirci comunisti.

(*) «Mi si conceda qui una spiegazione personale. Si è accennato più volte, recentemente, alla parte che io ho preso alla elaborazione di questa teoria, e perciò non posso dispensarmi dal dire qui le poche parole necessarie a metter a posto le cose. Non posso negare che prima e durante la mia collaborazione di quarant'anni con Marx io ebbi pure una certa qual parte indipendente tanto alla fondazione come alla elaborazione della teoria. Ma la maggior parte delle idee direttrici fondamentali, particolarmente nel campo economico e storico, e specialmente la loro netta formulazione definitiva, appartengono a Marx. Il contributo che io ho dato, - eccezion fatta per un paio di scienze speciali, - avrebbe potuto essere apportato da Marx anche senza di me. Ciò che Marx ha fatto invece, io non sarei stato in grado di farlo. Marx stava più in alto, vedeva più lontano, aveva una visione più larga e più rapida di tutti noi altri. Marx era un genio, noi tutt’al più dei talenti. Senza di lui la teoria sarebbe ben lungi dall’essere ciò che è. A ragione, perciò, essa porta il suo nome (nota di Engels in Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie, è tradotto spesso in italiano con: Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca).»

(**) Ancora Engels a precisare: «La storia della evoluzione della società si rivela però in un punto come essenzialmente differente da quella della natura. Nella natura, – sino a che non prendiamo in considerazione la reazione degli uomini sopra di essa, – agiscono gli uni sugli altri dei fattori assolutamente ciechi e incoscienti e la legge generale si realizza nella loro azione reciproca. Nulla di ciò che accade, – né degli innumerevoli fatti apparentemente accidentali che appaiono alla superficie, né dei risultati definitivi, che in mezzo a questi fatti accidentali affermano la conformità ad una legge, - si pro duce come fine consapevole, voluto. Invece nella storia della società gli elementi attivi sono esclusivamente degli uomini, dotati di coscienza, di capacità di riflessione e di passioni, e che perseguono scopi determinati. Nulla accade, in questo campo, senza intenzione cosciente, senza uno scopo voluto. Ma questa differenza, pur essendo così importante per l’indagine storica, specialmente di epoche e di avvenimenti determinati, non può cambiare nulla al fatto che il corso della storia è retto da determinate leggi interiori. Perché anche qui, malgrado gli scopi coscientemente voluti dai singoli, regna alla superficie, in apparenza e all’ingrosso, il caso. [...] Gli avvenimenti storici sembrano dunque, nel loro complesso, dominati essi pure dal caso. Ma laddove alla superficie regna il caso, ivi il caso stesso è retto sempre da intime leggi nascoste, e non si tratta che di scoprire queste leggi (Ludwig Feuerbach, cit.).»

lunedì 24 agosto 2026

Il padronato gongola

 

Ieri, il quotidiano padronale per eccellenza, titolava in prima pagina: «Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti all’origine di povertà e guerre». La frase è del Papa attuale, pronunciata al meeting di Rimini, che ogni anno raduna la gioventù più ipocrita di questo sventurato Paese bigotto.

Per una volta mi trovo d’accordo: smascheriamo i rapporti di potere all’origine di povertà e guerre; lasciamo pure correre il titolo morale di “ingiusti” riferito a tali rapporti, che tanto non frega davvero un cazzo a nessun cattolico dell’ingiustizia. Soffermiamoci sul concetto di rapporti di potere. Questi ultimi si declinano precisamente nei rapporti di produzione capitalistici.

Stiamo parlando della struttura economica della società. Si intendono per rapporti di produzione e di scambio tutti quei rapporti oggettivi, e cioè indipendenti dalla coscienza, che si stabiliscono tra gli uomini nella creazione del prodotto sociale e nella successiva ripartizione di esso. Ed è proprio in ciò che sorgono i rapporti di “potere”. Nel modo di produzione capitalistico i rapporti di produzione sono, anzitutto, rapporti di classe ed hanno un carattere oggettivamente antagonistico.

I rapporti di proprietà dei mezzi di produzione sono, tra i rapporti di produzione, quelli essenziali, poiché da essi dipende la forma di tutti gli altri. La forma privata della proprietà dei mezzi di produzione, nel modo di produzione capitalistico, si scontra sempre più aspramente con il carattere sociale del processo di produzione, e questa contraddizione si ripercuote, dialetticamente e dinamicamente, su tutte le altre relazioni sociali: relazioni giuridiche, politiche, ideologiche, artistiche, religiose.

Un esempio concreto: l’immiserimento intellettuale crescente a cui è ridotta la popolazione asservita al sistema di sfruttamento e accumulazione capitalistico, il trasferimento ed il monopolio di ogni sapere al capitale, costituiscono una delle chiavi effettive del sistema di dominio. In queste condizioni, non esiste alcuno spazio reale, sia pur interstiziale, per dei rapporti di potere più “giusti”. Per la razionalità dominante del capitale e per i suoi ideologi tali rapporti sono già ora i più “giusti” (*).

Di là dei rapporti capitalistici di sfruttamento, estorsione e rapina, non sono previste configurazioni di rapporti di potere alternativi. Pertanto, “smascherare” genericamente e astrattamente tali rapporti capitalistici definendoli come meri “rapporti di potere”, significa voler acchiappare le nuvole del cielo con le mani. Significa, per la mandria riminese, altro foraggio secondo la dottrina della “giusta mercede” e del porgere l’una e l’altra guancia. Il giornale di Confindustria gongola.

(*) Sia chiaro, tuttavia, che non opera alcun automatismo tra rapporti giuridici di proprietà e divisione del lavoro e che, pertanto, la rivoluzione dei rapporti di produzione non può essere limitata ai soli rapporti di proprietà. Il trasferimento della proprietà giuridica dei mezzi di produzione allo Stato, non vuol dire ancora effettiva appropriazione sociale dei mezzi di produzione, ma, soprattutto, non comporta necessariamente anche la metamorfosi rivoluzionaria dell’organizzazione della produzione. Di tale metamorfosi si sta incaricando, paradossalmente e fino ad un cero punto, il capitalismo stesso.

venerdì 21 agosto 2026

Le fantasie di Engels che sono invece quelle di Luciano Canfora

Dopo il caldo torrido è arrivata la pioggia. Il clima da molto tempo non è più solo un fatto naturale. L’aria più fresca mi dà modo di concentrarmi sul libro a firma di Luciano Canfora: Comunismo. Un’altra storia. Da alcune settimane mi chiedo quale interesse o anche minimo godimento può trovarvi il lettore medio leggendolo. Sempre se il lettore riesce a leggerne effettivamente e integralmente il testo, o almeno ad arrivare sano e salvo fino agli ultimi capitoli che trattano di vicende più recenti e digeribili.

Il volume è diviso in due parti. La prima è una ricostruzione su chi, quando, perché e come abbia redatto l’arcinoto pamphlet propagandistico Il Manifesto del Partito Comunista. Un’esegesi specialistica approfondita, a tal punto che può suscitare reale interesse solo presso un pubblico che abbia una dimestichezza non comune con gli scritti marxiani.

La seconda parte è dedicata prevalentemente ai rapporti diplomatici tra il nuovo governo bolscevico e i leader occidentali, con particolare riferimento alla vicenda della “missione Bullitt”, inviata a Mosca con l’avallo del presidente Willson. Seguono poi alcuni brevi capitoli sulla seconda guerra mondiale, sul doppio golpe del 1991 e altre finali considerazioni della quali in questo post non mi occuperò.

Nella prima parte del libro, quella dedicata alla stesura del Manifesto del Partito Comunista, la tesi dell’Autore (o piuttosto dell’Autrice?) è volta a dimostrare che Marx scrive Il Manifesto in ritardo rispetto agli accordi presi, di malavoglia, utilizzando un “catechismo” scritto precedentemente da Engels, eccetera.

Si punta a dire che Engels e Marx, dopo l’esperienza rivoluzionaria del 1848, pervengono a posizioni non solo più attendiste, ma soprattutto a una concezione dello sviluppo storico di tipo evoluzionistico darwiniano (in contrasto con quello che sarà poi il leninismo). Fino ad arrivare a formulazioni come quelle che riporto integralmente e per esteso:

«Torniamo ora al “riuso” del Manifesto. Mentre la prefazione del 1872 dice con chiarezza ciò che non ha più senso illudersi di poter fare (“impadronirsi einfach, sic et simpliciter, della macchina statale e rimetterla in funzione con obiettivi mutati für ihre eigenen Zwecke”, la prefazione del 1888 è, in tono e con uno sguardo completamente retrospettivo, incentrato sull’evoluzione positiva realizzatasi nei decenni trascorsi. E più in generale sulla concezione della storia umana come evoluzione.

Si impone alla fantasia [sic!] di Engels il paragone tra la propria analisi sociale e “ciò che la teoria di Darwin ha rappresentato per la biologia”. Ribadisce questo concetto anche in una nota aggiuntiva all’introduzione tedesca del 1890. Afferma che alla visione della storia come costante processo evolutivo che culmina in qualcosa, e vi si compie, anche Marx è già giunto nel 1845. Del resto non è senza motivo che Marx avesse, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume (1867: l’unico da lui edito) del Capitale

Come il lettore accorto avrà già compreso, qui siamo a un livello apparentemente sofisticato di manipolazione delle idee e dei testi marxiani ed engelsiani. Nella citata Prefazione inglese del 1888 (MEOC, vol. VI, p. 669), si legge:

« [...] in ogni epoca storica, il modo economico di produzione e di scambio dominante e la struttura sociale che ne è la conseguenza necessaria, formano la base sulla quale si edifica, e dalla quale soltanto può essere spiegata, la storia politica e intellettuale di tale epoca; di conseguenza [...], tutta la storia dell’umanità è stata una storia di lotte di classi, lotte fra classi sfruttatrici e classi sfruttate, fra classi dirigenti e classi oppresse; la storia di questi conflitti di classe costituisce uno sviluppo nel quale si è raggiunto oggi uno stadio in cui la classe sfruttata e oppressa - il proletariato - non può liberarsi dal giogo della classe sfruttatrice e dominante - la borghesia - senza emancipare una volta per tutte la società nel suo insieme da ogni sfruttamento, da ogni oppressione, da tutte le differenze di classe e da tutte le lotte di classe.»

Dunque, dove si rileva il “paragone” con l’evoluzione naturale di Darwin? Eccolo il richiamo engelsiano al naturalista inglese: «A questa idea [dello sviluppo storico] che, secondo me, è destinata a produrre nella scienza storica un progresso uguale a quello che ha prodotto la teoria di Darwin nelle scienze naturali, entrambi ci eravamo già accostati a poco a poco vari anni prima del 1845.»

È di tutta evidenza che il “paragone” riguarda la portata scientifica e storica della nuova concezione della storia e non consta invece, come vorrebbe Canfora, in una equiparazione sic et simpliciter con la teoria evolutiva di Darwin. La concezione materialistica e dialettica della storia alla quale pervengono Marx ed Engels non è per nulla esposta al naturalismo darwiniano e tantomeno al darwinismo sociale che ne fece seguito.

Ciò è precisato ancora una volta proprio da Engels nell’orazione funebre di Marx: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata [...]. Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. [...] Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la reale sua vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto.»

E ancora: in una lettera a Engels del 16 gennaio 1861, Marx scrive: «Molto notevole è l’opera di Darwin, che mi fa piacere come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia. Naturalmente bisogna accettare quella maniera rozzamente inglese di sviluppare le cose. Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla “teologia” nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso razionale in modo empirico».

In seguito, vista la piega che stava prendendo il darwinismo in mano agli ideologi borghesi, Marx in una lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, ebbe modo di precisare ironizzando contro F. A. Lange: «riassume l’intera storia in un’unica grande legge della natura. Questa legge della natura è la frase struggle for life, la lotta per l’esistenza (in questa accezione l’espressione darwiniana diventa mera frase) e il contenuto di questa frase è la legge malthusiana del popolamento, o piuttosto del sovrappopolamento. Invece di analizzare lo struggle for life come si presenta in diverse determinate forme sociali, non occorre far altro che tradurre ogni lotta concreta nella frase “struggle for life”, e questa frase nelle “fantasie di popolamento” di Malthus. Bisogna ammettere che questo è un metodo molto persuasivo, per l’ignoranza e la pigrizia mentale ostentatamente scientifica e ampollosa» [MEOC, vol. XLIII].

Potrei continuare con simili citazioni per pagine, a cominciare dalla celeberrima Prefazione a Per la critica dell’economia politica: «A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale».

È chiaro che la soggettività rivoluzionaria si produce e si manifesta proprio sulla base della citata contraddizione oggettiva, e non può prescindere da essa senza raccogliere vento e tempesta. Tuttavia, riconoscere la contraddizione dialettica, l’interazione reciproca tra forze produttive e rapporti di produzione, quale base oggettiva della crisi del modo di produzione capitalistico, non comporta alcuna concessione al determinismo evoluzionistico (*).

Pertanto, il “paragone” darwiniano prospettato da Canfora (o chi per lui) non è del tipo inteso da Engels e tanto meno da Marx. Per non dire poi del metodo scientifico di studio di Marx, che non è metodo storico (come credono e spacciano in molti), ma logico; metodo logico che è la chiave per la comprensione dello sviluppo storico (e questo Canfora dovrebbe saperlo).

Dalle erudite falsificazioni passiamo ai piatti truismi, come quello, perdurante (vedi mons. G. Ravasi su il Domenicale del Sole 24 ore dell’11-2-2007), secondo il quale Marx avrebbe, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume del Capitale. Si tratta di un grossolano equivoco, ripetuto di volta in volta da gente che non ha cura per il dettaglio (anche da ciò deduco che Canfora sia più il curatore del libro e non il suo autentico autore).

Marx dedicò Il Capitale a Wilhem Wolff, un operaio tedesco: «Al mio indimenticabile amico, l’ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato» morto in esilio nel 1864. L’equivoco su questo presunto rifiuto nasce da una lettera di Darwin del 12 ottobre 1880. La lettera non era rivolta a Marx ma ad Aveling, il genero di Marx, compagno della figlia Eleanor (che ereditò la corrispondenza). Si pensò che la lettera fosse rivolta a Marx perché per errore finì tra la sua corrispondenza. Aveling chiese a Darwin in una lettera dell’11-10-1880 di potergli dedicare una propria opera. La faccenda è ricostruita, dapprima, da Lewis S. Feuer in Is the Darwin-Marx correspondence’ authentic?, in Annals of Science, 32, 1975, pp. 1-12, poi ripresa e definitivamente chiarita nel numero successivo (33, 1976) della rivista (Feuer, Carroll, Colp, pp. 383-394). Origine del “disguido” sembra essere stato uno studioso sovietico, Ernst Kolman, nel 1931 (per una rapida ricostruzione vedi qui). È documentato invece che Marx inviò a Darwin una copia della seconda edizione del Capitale con sua dedica. Darwin rispose con una lettera di ringraziamento il primo ottobre 1873.

Basta così; vado a vedere la pioggia cadere sulla natura assetata.

(*) Il percorso della soggettività rivoluzionaria nella crisi è ostacolato da molti fattori. Non c’è arma che non verrà impiegata contro di essa da parte delle classi dominanti, non c’è violenza, strage o genocidio che non saranno tentati per bloccarne il corso. Ma la lotta ideologica in tutto ciò riveste un ruolo fondamentale.