martedì 22 settembre 2026

Lealtà suprema

 

«L’unità economica europea si realizzerà, poiché è giunto il suo momento.»

Walther Funk, Ministro dell’Economia del Reich, 1942.


Leggo dal Sole 24ore: «In un quarto di secolo i dividendi sono cresciuti in termini nominali del 380%, ma il valore delle azioni nel frattempo è salito più velocemente: + 410%. E poi, soprattutto a Wall Street, la lettura del dividendo non basta perché assai diffuso il ricorso al buyback, il meccanismo attraverso il quale le società di acquisto azioni proprie riducono il numero di titoli in circolazione». È come con i francobolli da collezione: meno ce ne sono in circolazione e maggiore è il loro prezzo.

Tutto sommato il fulcro dell’economia finanziaria capitalistica è questo e poco altro. I fondamentali contano sempre meno: gli acquisti sono guidati dagli investimenti del retail, da basket e da Eft, dalla volatilità che determina comportamenti automatici e, appunto, da buyback. Un linguaggio da iniziati (in una situazione di voluta scarsa alfabetizzazione finanziaria), che significa semplicemente: si tratta di azzardo.

Scrivevo il 6 luglio dell’anno scorso: « [...] è un gioco truccato. Gli stop-loss si attivano, le liquidazioni si incatenano, i prezzi scendono ancora, e chi aveva scommesso su una discesa fa cassa. I trader in preda al panico fissano i loro schermi, increduli. Gli ordini stop-loss sono inghiottiti in un abisso senza fondo. C’è anche chi ne approfitta, un qualche miliardario che compra la paura a un prezzo sempre più basso. In pochi secondi, la marea cambia. Ma per alcuni, è già troppo tardi. In questo modo, gli algoritmi non seguono il mercato: lo guidano.»

Interessante ciò che precisavo al riguardo: «In tale situazione, ogni pretesa schematica (di modello matematico), basata sulla famigerata e tautologica “crescita”, che si richiami ad un mitico equilibrio, sia pure in una prospettiva di dinamica ciclica, perde di senso sia teorico che pratico.» Se poi il lettore vorrà prendersi la briga di andare a leggere la nota che scrissi in fondo a quel post, avrà più chiaro che cosa succede nel presente e soprattutto ciò che accadrà nel futuro prossimo.

Ma andiamo un po’ più a fondo sul tema di chi controlla e decide le politiche finanziarie. Fino al 1977, a Basilea, vicino alla stazione centrale, nel palazzo di un ex albergo, vi era una porta, seminascosta da un negozio di cioccolato. Solo una piccola targa indicava che quella stretta porta conduceva alla BRI, ossia alla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La più antica istituzione finanziaria internazionale al mondo, nata nel 1930 tramite l’accordo dell’Aia sul Piano Young (quello relativo al debito tedesco per le riparazioni di guerra). La BRI funge tutt’ora da “banca delle banche centrali” per promuovere la cooperazione monetaria e finanziaria globale.

Basilea costituiva la sede ideale, situata com’era all’estremità settentrionale della Svizzera, quasi a ridosso dei confini francese e tedesco. A pochi chilometri di distanza, soldati nazisti e alleati combattevano e morivano; alla BRI, però, tutto ciò non aveva importanza. Le riunioni del Consiglio di amministrazione vennero sospese durante la IIGM, ma la BRI rimase incredibilmente attiva, fungendo da unico canale di contatto finanziario (spesso ambiguo e criticato nel dopoguerra) tra le potenze dell’Asse e gli Alleati. Anche i rapporti tra il personale della BRI proveniente dalle nazioni belligeranti rimasero cordiali, professionali e produttivi. La nazionalità era irrilevante: la lealtà suprema era rivolta alla finanza internazionale.

Il triunvirato di gestione della BRI era formato da presidente, Thomas McKittrick, un americano; dal direttore generale, Roger Auboin, francese; dal segretario generale, Raffaele Pilotti, italiano e uomo di fiducia del Regime (*). Quindi il vicedirettore generale, Paul Hechler, era membro del partito nazista e firmava la corrispondenza con la formula “Heil Hitler”; Per Jacobsson, svedese, era l’influente capo economista della banca (dal 1956 direttore generale del Fondo Monetario Internazionale). I vice di quest’ultimo e di Pilotti erano britannici.

L’istituto divenne rapidamente una delle istituzioni finanziarie meglio informate al mondo, in particolare riguardo alle transazioni bancarie transfrontaliere e ai flussi di capitale internazionali. Dalla sua fondazione, le corpose relazioni annuali costituivano una vera e propria enciclopedia di statistiche e indicatori economici e finanziari. Ogni anno il Rapporto Economico Annuale analizzava il commercio internazionale sia nel mondo occidentale che in quello in via di sviluppo, trattando temi quali la politica monetaria, i mercati obbligazionari, i tassi di cambio, i flussi di capitale nei mercati emergenti e occidentali, nonché l’evoluzione dei mercati finanziari internazionali.

Dopo il 1945, cinque dirigenti della BRI, furono accusati di crimini di guerra. La Germania perse la guerra ma vinse la pace economica, in gran parte grazie alla BRI. La visibilità internazionale, i contatti, le reti bancarie e la legittimazione che la BRI garantì – dapprima alla Reichsbank e successivamente agli istituti che ne raccolsero l’eredità – contribuirono a preservare la continuità di interessi economici e finanziari di enorme portata, dall’epoca nazista fino ai giorni nostri.

L’adesione alla BRI non è aperta automaticamente a qualsiasi stato o banca centrale. L’adesione rimane un privilegio piuttosto che un diritto. Nel 1994, la Federal Reserve acquisì proprie quote della BRI, aderì all’istituto e nominò due membri del Consiglio di amministrazione: il presidente della Federal Reserve e il presidente della Federal Reserve di New York. La BRI passò dall’essere un’istituzione eurocentrica, a cui gli Stati Uniti prestavano scarsa attenzione, a una realtà globale e internazionale. Nel 1996, aderirono anche le banche centrali e le autorità monetarie di Cina, India, Russia, Brasile, Hong Kong, Singapore e Arabia Saudita.

Considerato il ruolo cruciale della BRI nell’economia internazionale, il suo basso profilo è sorprendente. Ai giornalisti non è consentito accedere alla sede centrale durante lo svolgimento del Global Economy Meeting. I funzionari della BRI parlano raramente e con riluttanza con la stampa, e quasi mai “ufficialmente”.

Attualmente la BRI ha sede al civico 2 di Centralbahnplatz, a Basilea, a pochi passi dalla stazione centrale. È un luogo silenzioso e tranquillo. Non ci sono manifestanti radunati davanti alla sede della BRI, né accampamenti di protesta nel parco adiacente, né vivaci comitati di accoglienza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Schiere di blogger e giornalisti chiacchierano delle banche, eppure, a parte brevi accenni, della BRI ci si occupa quasi nulla.

La BRI ospita quattro dei più importanti comitati internazionali che si occupano di attività bancarie a livello mondiale: il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, il Comitato sul sistema finanziario globale (Committee on the Global Financial System, abbreviato in CGFS, o CSFG in italiano), il Comitato sui sistemi di pagamento e regolamento (Committee on Payments and Market Infrastructures) e il Comitato Irving Fisher, una rete globale di statistici ed economisti di banche centrali.

La BRI ospita inoltre tre organizzazioni indipendenti: due gruppi che si occupano di assicurazioni e il Financial Stability Board (FSB). Quest’ultimo, che coordina le autorità finanziarie nazionali e le politiche di regolamentazione, viene già considerato il quarto pilastro del sistema finanziario globale, accanto alla BRI, al FMI e alle banche commerciali.

Secondo la BRI, i compiti principali di una banca centrale consistono nel controllare il flusso del credito e il volume di valuta in circolazione, garantendo così un clima economico stabile, e nel mantenere i tassi di cambio entro fasce gestibili per assicurare il valore della moneta e agevolare il commercio internazionale e i movimenti di capitale. Ciò è fondamentale, soprattutto in un’economia globalizzata in cui i mercati reagiscono in microsecondi e la percezione della stabilità economica e del valore conta quasi quanto la realtà stessa (**).

L’Italia una Banca centrale non ce l’ha più, salvo che per eseguire gli ordini della BCE, distribuire euro, stampare brochure e organizzare convegni. La realtà è che siamo entrati in una nuova fase storica, segnata da una profonda crisi strutturale, alimentata dall’avidità e dalla rapacità delle banche e delle grandi società di speculazione finanziaria. Complice la venalità e la corruzione della classe dirigente di ogni Paese. Ovvio che la rabbia e il cinismo stiano logorando la già scarsa fiducia dei cittadini nella democrazia e nello stato di diritto, così come non deve meravigliare che i giovani e le persone più mobili lascino il proprio paese d’origine in cerca di una nuova vita all’estero.

Le potenti forze del capitale internazionale stanno trionfando e non si vede chi possa almeno contenerle. Quanto al potere politico e a tutta l’agitazione mediatiche che gli scodinzola intorno, si tratta di semplice fuffa. Per molti, ma sempre meno, il progetto d’integrazione europea è diventato una verità intangibile, un articolo di fede nell’inesorabile cammino del mondo verso un futuro più radioso e sicuro. E tuttavia, le decisioni importanti sono prese dietro le quinte di santuari politici e finanziari. La chiamano democrazia e ci raccontano che le elezioni, quelle degli altri, sono truccate.

Una verità scomoda e taciuta è che esistono reali parallelismi tra i piani della leadership nazista per l’economia europea del dopoguerra e il successivo processo di integrazione economica e monetaria europea, che non a caso ha avuto la Germania come protagonista principale. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto da filo conduttore in entrambi i casi (***).

L’élite tecnocratica e finanziaria europea e statunitense, fatta da amicizie personali basate su frequentazioni scolastiche d’élite, viaggi e pranzi comuni, nonché da legami matrimoniali, è intimamente convinta di dover trasformare lo “spazio vitale” che ritiene assegnatogli dalla storia in un’unica dimensione economica, politica e ideologica. Del resto, a chi deve rendere conto democraticamente la BCE? Di fatto, a nessuno (lo stesso vale per la BRI). Ha il controllo sulla maggior parte degli strumenti di politica monetaria e la libertà di utilizzarli a propria discrezione (****).

Un gesto di apertura alla democrazia si ebbe quando con il Trattato di Maastricht si stabilì dovesse essere ratificato da tutti i dodici membri dell’UE. Tuttavia, solo tre dei firmatari si fidarono a sufficienza dei propri cittadini da indire un referendum. Nel 2005, sia la Francia che i Paesi Bassi votarono contro la nuova Costituzione europea nei rispettivi referendum. I funzionari europei aggirarono l’ostacolo ribattezzando la Costituzione “Trattato di Lisbona”, sostenendo che si limitasse a modificare i trattati precedenti, rendendo così superfluo il ricorso a referendum.

Quanto al fatto che l’Europa è rimasta immune da guerre dal 1945 al 1989, ciò non è dipeso dall’Unione Europea e dal “mercato”, bensì grazie alla presenza di forti partiti riformisti di sinistra che hanno puntellato, nonostante tutto, un sistema improntato alla democrazia. È un merito storico che va loro riconosciuto nella travagliata vicenda della Guerra Fredda. Quei partiti, con un abile lavoro, sono stati smantellati e alcuni riconvertiti in partiti a sostegno del mercato e della dittatura di chi lo controlla.

(*) Pilotti monitorava i movimenti dei cambi, i regolamenti dei pagamenti internazionali e i crediti commerciali, aggirando dove possibile le sanzioni e i blocchi economici. Sempre durante il conflitto, Pilotti dovette gestire le delicatissime transazioni della Reichsbank nazista e della stessa Banca d’Italia. Il regime fascista vedeva nella BRI una cassaforte sicura e un canale di regolamento preferenziale, specialmente quando le riserve auree italiane iniziarono a subire forti pressioni a causa delle spese belliche. Nel dopoguerra Pilotti ricoprirà anche ruoli presso la Banque d’État du Maroc.

Il ruolo di Raffaele Pilotti nella gestione dell’oro della Banca d’Italia rappresenta uno dei capitoli più complessi, ambigui e affascinanti della storia economico-diplomatica italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. L’oro fisico (119 tonnellate, composte da 626 cassette di lingotti e 543 sacchi di monete) finì dapprima nel Forte di Fortezza (BZ), una delle fortificazioni asburgiche ottocentesche più grandi e imponenti dell’arco alpino, e poi in gran parte in Germania. Quest’estate ho visitato il Forte e tratto documentazione fotografica e notizie sul travagliato iter di quell’oro. Forse pubblicherò un post sulla vicenda.

(**) Negli anni Settanta, la BRI gestì il cosiddetto “Serpente monetario”, il meccanismo attraverso il quale le valute europee venivano mantenute entro specifici margini di oscillazione dei tassi di cambio. Negli anni Ottanta, la BRI ospitò il Comitato Delors, il cui rapporto del 1988 delineò il percorso verso l’Unione monetaria europea e l’adozione di una moneta unica.

La BRI favorì la nascita dell’Istituto Monetario Europeo (IME), precursore della Banca Centrale Europea. Presidente dell’IME fu Alexandre Lamfalussy (1929-2015), uno degli economisti più influenti al mondo, noto come il “padre dell’euro”. Prima di entrare nel 1994 all’IME, precursore della Banca Centrale Europea, Lamfalussy aveva lavorato presso la BRI per diciassette anni, dapprima come consulente economico e successivamente come direttore generale della banca. Lamfalussy non dovette allontanarsi molto: l’IME aveva sede proprio presso la BRI. Gli fu affidato il compito di creare la prima istituzione monetaria transeuropea, in vista dell’introduzione della moneta unica. Dopo undici mesi, nel novembre 1994, l’IME aveva ormai superato le dimensioni consentite dalla sede della BRI e si trasferì a Francoforte. La nuova sede era un grattacielo in Willy-Brandt-Platz, noto come Eurotower. L’Eurotower conta quaranta piani, più del doppio dei diciotto della sede della BRI. Il presidente dell’IME condivideva la stessa intesa con Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank, e con Jacques Delors, presidente della Commissione europea.

La Banca Centrale Europea entrò in attività. Sette mesi più tardi, il 1° gennaio 1999, undici paesi lanciarono l’euro. Dal punto di vista tecnico, la nascita della moneta unica rappresentò un risultato straordinario. I deficit di bilancio nazionali non avrebbero potuto superare il tre per cento del PIL. In questo clima di euforia, si prestò minore attenzione agli aspetti politici della moneta unica. Ancora una volta, la progressiva erosione della sovranità nazionale venne presentata come un’innovazione di natura essenzialmente tecnocratica, anziché come una decisione politica. La Bundesbank plasmò l’assetto della BCE, garantendo che si concentrasse sulla stabilità dei prezzi, e mantenne un’enorme influenza sulle operazioni della BRI.

A Londra, l’idea di cedere la sovranità monetaria suscitava orrore. A Washington, Paul Volcker sosteneva che l’idea di una Banca Centrale Europea fosse “una cosa molto singolare senza un governo e una stessa disciplina fiscale”.

La perdita di sovranità monetaria era un prezzo modesto da pagare per ridisegnare un continente, seguendo un piano elaborato tanto a Berlino quanto a Parigi e Bruxelles. Il cancelliere Helmut Kohl, il presidente François Mitterrand e Jacques Delors erano ossessionati dal loro posto nei libri di storia.

La BRI oggi detiene circa 119 tonnellate metriche d’oro e si posiziona solidamente tra i maggiori possessori di metallo prezioso al mondo. Il confronto con paesi come il Canada è particolarmente calzante, dato che la banca centrale canadese ha venduto l’ultima delle sue riserve d’oro nel 2016 per diversificare il proprio portafoglio in valute estere facilmente scambiabili (idioti).

(**) L’Eurozona non costituiva un’area valutaria omogenea. Unire paesi tanto diversi tra loro come la Germania e la Grecia, oppure l’Italia e l’Olanda, ciascuno con culture, storie, politiche economiche e fiscali e concezioni differenti del ruolo dello Stato e del potere di imposizione fiscale, si prospettava sin dall’inizio come un’impresa non solo rischiosa, ma assurda.

L’Eurozona necessitava di un sistema fiscale transnazionale credibile, dotato di regole e di un meccanismo di applicazione delle stesse. I governi nazionali dell’Eurozona mantenevano il potere di imporre tributi e di gestire la spesa pubblica, e tali decisioni hanno ripercussioni sugli altri membri. Di conseguenza, tutti i paesi dell’Eurozona si ritrovavano, di fatto, ostaggi l’uno dell’altro, ma alcuni molto più di altri.

In altre parole, le decisioni tecniche riguardanti la politica finanziaria e monetaria sono state utilizzate per introdurre surrettiziamente, spesso attraverso la BRI, uno Stato sovranazionale controllato dai tecnocrati e dalla finanza. Fu reso impossibile per un Paese uscire dalla presa dell’euro e le contraddizioni della moneta unica sono state aggravate dalla successiva espansione dell’Eurozona ai Paesi dell’Est Europa, molto più disomogenei rispetto ai Paesi fondatori.

(***) Il Parlamento europeo ha approvato diverse risoluzioni chiedendo alla BCE di pubblicare i verbali delle riunioni del Consiglio direttivo e di diffondere una sintesi delle votazioni, senza indicare i nomi dei singoli membri. I governatori delle banche centrali nazionali che siedono nel Consiglio direttivo della BCE adducono, contro tale richiesta di pubblicazione, le stesse argomentazioni avanzate dai funzionari della BRI per giustificare la mancata diffusione dei verbali delle riunioni dei governatori: il timore che ciò possa limitare il libero scambio di idee durante le sedute.

Le elezioni russe

 

Alle elezioni della Duma di Stato russa, il partito al governo Russia Unita (RE) ha rafforzato la propria posizione. Dopo lo spoglio di circa il 95% delle schede, RE ha ottenuto il 57,83% dei voti e 355 seggi su 450. Questo risultato è sufficiente per emendare eventualmente la Costituzione.

Il Partito Comunista della Federazione Russa (PRF) si è classificato secondo con il 13,81% dei voti e 40 seggi. Il PRF ha perso un numero significativo di voti; alle ultime elezioni del 2021, con una minore affluenza alle urne, aveva ottenuto quasi il 19%.

Il terzo posto è andato al Partito Liberal Democratico (PLD), che, dopo la morte del suo carismatico e demagogico leader di lunga data, Vladimir Zhirinovsky (morto nel 2022), è sceso a poco meno del nove percento con 25 seggi.

Il quarto partito rappresentato nella nuova Duma di Stato è Gente Nuova, un partito di “liberalismo giuridico” (sic!), che ha ottenuto il 7,96% dei voti e 20 seggi.

L’affluenza alle urne è stata del 59,32 percento, significativamente superiore a quella di cinque anni fa, quando si attestava intorno al 51 percento. Restano da capire i motivi prevalenti per i quali oltre il 40% e a volte la metà degli elettori russi non vada a votare. La stessa domanda vale per molti altri Paesi.

Si è votato anche nelle ex regioni ucraine recentemente annesse dalla Russia e nelle due repubbliche del Donbass, Luhansk e Donetsk. L’UE ha dichiarato che non avrebbe riconosciuto i risultati elettorali e ha annunciato nuove sanzioni, principalmente a causa dell’inclusione di regioni precedentemente ucraine (*).

La rappresentante dell’UE, l’estone Kaja Kallas, a nome dei 27 Stati membri, aveva già definito le elezioni antidemocratiche fin dall’inizio. Invece sono democratiche le elezioni in Israele. Soprattutto si continua a fornirle armi nonostante il genocidio di un popolo che può essere seguito in ogni suo dettaglio 24 ore su 24. Le risoluzioni delle Nazioni Unite sono carta straccia. Viviamo tutti nella realtà totalitaria basata su una “verità” fabbricata.

(*) Secondo i dati forniti dall’Institute for the Study of War, un’organizzazione non governativa statunitense e pubblicati da Le Monde, al 20 settembre 2026 la percentuale dei 603.550 km2 di territorio ucraino occupati dalla Russia e di quelli controllati da Kiev è la seguente: Kiev controlla l’80,72% del territorio, pari a 487.180 kmq; Mosca controlla il 19,29, pari a 116.420 kmq, l’esatto equivalente della superficie del Triveneto, Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna.

lunedì 21 settembre 2026

Sant'Erasmo

 

È l’isola più vasta della laguna di Venezia (il centro storico della città è costituito da oltre cento isolette collegate tra loro da circa 400 ponti). Sant’Erasmo è estesa per circa 325 ettari, una lunghezza di circa 5 chilometri e un chilometro di larghezza che si riduce della metà e anche meno verso le due estremità.

Che cosa c’è da vedere di turisticamente interessante in quest’isola della Laguna? Assolutamente nulla. Infatti è unisola rurale e non approdano “turisti” foresti (rarissimi). Vi sono estesi e rigogliosi orti (famose le eccellenti castraùre, ossia il carciofo voletto di Sant’Erasmo) e vaste distese di vegetazione. Questo verde ovunque durerà nella mia mente per diversi giorni, forse per sempre. Alcuni vigneti di uva nera non ancora vendemmiata (pare sia buono il vino bianco locale). Qua e là, abitazioni di agricoltori, rare seconde case e anche qualche vecchia casetta disabitata. C’è anche un piccolo albergo tra il verde.

E allora che cosa ci si va a fare? A respirare laria fine del mare e godere la luce della laguna. Sant’Erasmo è un’oasi di pace, dove il silenzio cura i pensieri cattivi. Non serve andare a Hachijojima per credere che la fine del mondo è già avvenutaUna sensazione di fluttuazione, che ci ricorda che il tempo è sempre duplice, che ogni istante inizia e finisce. Già il viaggio, in cui si percorre quasi tutta la Laguna nord, vale la pena (il vaporetto non è strapieno, anzi).

Come si raggiunge Sant’Erasmo se non volete arrivarci a nuoto: usciti dalla stazione di Santa Lucia, si prende il vaporetto 4.2 all’imbarcadero D (si trova sul lato destro dell’uscita dalla stazione) per le Fondamenta Nuove. Qui si sbarca e si prende il vaporetto numero 13 all’imbarcadero D (uno ogni ora, di solito al minuto 25).

Il tragitto: si passa a fianco dell’isola cimitero di San Michele, quindi fermata al Faro di Murano e poi si prosegue per Sant’Erasmo, ma, a richiesta, si può sbarcare al Lazzaretto nuovo o all’isola delle Vignole, dove il turismo non arriva, recita uno slogan che dovrebbe acchiappare il turista.



Stroppa, adesso la panchina scotta.

A Sant’Erasmo i punti di sbarco sono tre: “Capannone”, punta sud, e “Chiesa”, al centro dell’isola (dove c’è l’unico minimarket, giustamente chiuso di domenica), quindi Punta Vela. La chiesa (1928) è modesta all’interno, consona al luogo. Poco lontano c’è un minuscolo cimitero, con lapidi monumentali (una signora, non del posto, ci ha detto che gli abitanti dell’isola fanno a gara in grandessa). La verzura porta schei.

In zona “Capannone” vi è un ristorante e anche una pizzeria (entrambi da me non sperimentati: colazione proletaria al sacco), oltre a una spiaggetta dove si arriva in genere col motoscafo privato (classe media: idraulici, elettricisti, affittacamere, piccoli commercianti, ceto impiegatizio). Un posto tranquillo, nulla a che vedere con ... Coccia di Morto. Gente molto composta, niente musica, voci soffuse dal ristorante, pulizia e qualche aereo di linea che passa alto nel cielo. Prende bene il cellulare, ma non ho visto nessuno usarlo (incredibile!).


L’isola si percorre a piedi o in bici (di domenica ho visto transitare un’auto e due motocarri a tre ruote). L’abbiamo fatta a piedi (adoro i percorsi incogniti) e ho scattato qualche foto. Ho approfittato di una comitiva di ragazzi che aveva prenotato una visita, ovviamente gratuita, alla Torre Massimiliana, fortezza austriaca del XIX secolo. Nulla di irresistibilmente “turistico”.



Il tragitto di ritorno a Venezia, verso sera, è ancora più suggestivo. Per i foresti, consiglio acquistare tiket giornaliero per il trasporto. Invece chi è in possesso della “tessera Venezia unica” (ex carta Venezia), con tre schei a cranio va e torna. I vantaggi del comunismo veneto. 




Anche orrori stravaganze.

La Germania parla all'Europa

 

La Repubblica Federale Tedesca è divisa in 16 stati federati (Länder). Ciascuno di essi possiede una propria costituzione, un Parlamento (Landtag) e un governo locale con ampi poteri autonomi.

Nelle elezioni statali del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, l’AfD vince superando l’SPD. La CDU scende sotto il cinque percento, il suo peggior risultato nella storia della Repubblica Federale, e dunque è fuori dal parlamento del Land. Solo il Partito della Sinistra con il 6,5 % e i Verdi con il 5,7 % sono riusciti a entrare nel parlamento, mentre la CDU con il 4,9 %, l’FDP (liberali) con l’1,0 % e il BSW di Sahra Wagenknecht con il 4,8% sono rimasti fuori (*).

Il nuovo parlamento regionale sarà composto solo da AfD, SPD, Partito della Sinistra e Verdi. Questi ultimi tre partiti detengono la maggioranza con 39 seggi su 71.

L’SPD, che solo pochi mesi prima era molto indietro rispetto all’AfD nei sondaggi, ha subito lievi perdite (35,5 ieri e 39,6 nel 2021) e ha beneficiato di un effetto di polarizzazione e mobilitazione grazie alla sua presidente regionale uscente e candidata di punta Manuela Schwesig. Questo effetto ha portato voti da parte di coloro che erano principalmente preoccupati di impedire all’AfD di diventare il partito più forte, come però è avvenuto.

A Berlino vince la Linke di Elif Eralp, figlia di genitori turchi. I Verdi al 15% e invece l’SPD, al governo federale con Merz (CDU), ha subito una pesante sconfitta, ottenendo il peggior risultato del dopoguerra con circa il 12% dei voti.

In entrambi gli Stati, l’affluenza alle urne di domenica è aumentata significativamente rispetto alle precedenti elezioni federali: ha raggiunto il 79% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e il 75% a Berlino. Questo dato corrisponde approssimativamente all’affluenza di Berlino e esattamente a quella del Meclemburgo-Pomerania Anteriore per le elezioni federali del 2025.

*
La questione dell’immigrazione resta il motivo principale del successo di AfD, ma in realtà c’è anche dell’altro, e riguarda sia il declino della Germania sotto il profilo economico e sia la mai sopita voglia di rivincita di una destra fascista che rappresenta lo zoccolo duro di AfD. Non c’è alcun nuovo Hitler all’orizzonte, ma se la crisi economico-finanziaria dovesse diventare più cruda, il successo pieno di AfD non sarebbe più in discussione.

Il dato generale è che l’Europa si sposta ancora di più a destra. Qualche domanda gli “europeisti” e i sostenitori della guerra contro la Russia se la dovrebbero fare. Ma non se la porranno. E perderanno. Ricordiamoci che negli anni Venti e Trenta furono gli errori della sinistra, sia in Italia che in Germania, a favorire il succeso del fascismo e del nazismo.

(*) La CDU nel 2016 aveva ottenuto nel Land il 19% dei voti, nel 2021 il 13,3. L’AfD nel 2016 aveva ottenuto il 20,8, perciò dieci anni dopo ha quasi raddoppiato. L’SPD nel 2016 aveva ottenuto il 30,6 per cento perdendo circa 5 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni regionali. Sempre dieci anni fa Die Linke aveva ottenuto il 13,2 (mentre ieri ha ottenuto il 6,5) e i Verdi il 4,8 (ieri s il 6,5).

Pertanto il progressivo declino della CDU non riguarda semplicemente il fatto che il seggio parlamentare dell’ex cancelliera Angela Merkel si trovava proprio nel Meclemburgo- Pomerania Anteriore.

sabato 19 settembre 2026

Mi chiedo

 

Se la sospensione del pagamento del bollo auto fosse stata estesa a tutte le auto, comprese quelle di grossa cilindrata, ci sarebbe stata ‘sta canea di rigoristi al grido ma dove troveranno i soldi?

Se Renzi avesse replicato a Meloni, che gli rinfacciava di realizzare e non solo di annunciare, di aver tolto completamente la tassa sulle imbarcazioni e gli yacht, non avrebbe perso un solo voto dei suoi e per una volta avrebbe detto la verità.

Se Elly Schlein, invece di abitare in centro a Roma con una squadra di colf, abitasse a Torpignattara, ci romperebbe tanto, alla sua maniera, sulla questione immigrazione?

Hanno bisogno di immigrati soprattutto i padroni, per poter pagare salari da fame in nome del libero mercato e della competizione.

Il nuovo status symbol: Rolex da polso a benzina.

venerdì 18 settembre 2026

Cambiamento d’epoca

 

Novant’anni fa, scorgendo la tempesta all’orizzonte, Daniel Guérin scrisse che era giunto il tempo di decidere. Di qua, le politiche di riarmo autoritarie che favorivano i grandi gruppi capitalistici; di là, la possibilità di una radicale rottura socialista: “Quelli che vogliono vivere, hanno fatto la loro scelta.”

Anche la segretaria del Partito democratico ha fatto la sua scelta. Ha scritto a Meloni dicendo che il suo partito è pronto a strategie comuni a riguardo del cambiamento politico, istituzionale e culturale che accompagna il riarmo nazionale ed europeo. Anzi, no, le ha scritto che il suo partito è pronto a strategie comuni sul clima e l’energia.

Togliere le sanzioni alla Russia e all’Iran o continuare a importare gas dagli Usa? Scelte difficili. Restiamo in trepidante attesa delle decisioni.

giovedì 17 settembre 2026

Per doverosa informazione

 

La sospensione del tributo regionale sul possesso di moto e di auto di piccola e media cilindrata è stata accolta dai ligi rigoristi annidati a frotte nel centrosinistra al grido di: si tratta di una mancia elettorale. Ben gradita agli elettori e non elettori con salari medio-bassi e anche da quelli dai patrimoni cospicui. È un’antica tradizione quella delle mance elettorali, che può essere rintracciata fin dall’antica Roma, ma che ha nel centro-sinistra degli straordinari prosecutori.

Non si vede perché chi ha un’auto, magari solo per recarsi al lavoro, debba pagare la tassa di possesso, tassa che invece non grava sui natanti e le imbarcazioni da diporto. Il governo Letta, nel 2013, aveva già esentato le imbarcazioni fino a 14 metri di lunghezza, mantenendo e rimodulando il tributo per le fasce superiori. Con il comma 366 dell'articolo 1 della Legge n. 208/2015, il governo Renzi ha eliminato il prelievo anche per le imbarcazioni (fino a 24 metri) e le navi (oltre i 24 metri), azzerando definitivamente la tassa per l’intero settore nautico a partire dal 1° gennaio 2016 (*).

Inoltre, nessuna unità da diporto sotto i 14 metri ha l’obbligo di iscrizione all’Archivio Telematico Centrale delle Unità da Diporto. In tal modo si risparmiano le relative imposte di registro e i bolli previsti per il rilascio della licenza di navigazione, che comunque ammontano a poche decine di euro.

Basta un giretto nella miriade di porti e porticcioli per farsi un’idea di quanti sono i natanti, le imbarcazioni e le navi. Come scrivevo nel post precedente, siamo un paese di benestanti che si nutre di pozze di povertà.

(*) Renzi, sapendo di avere la coda di paglia, ha definito una buona idea quella di sospendere il bollo auto.

L ’apice

 

Un sistema sociale “moderno” ha bisogno di due cose per rimanere politicamente e ideologicamente egemone: o un governo basato sulla coercizione, o un governo basato sul consenso. Tutti conoscono il governo basato sulla coercizione, esercitata dalla polizia, dalla magistratura e dagli altri apparati dello Stato. Non si conoscono governi più stabili di quelli coercitivi.

Quanto al governo basato sul consenso, esso s’instaura quando i governati accettano volontariamente l’ordine sociale, ossia l’ideologia della conservazione. Un’élite sociale governa in modo particolarmente efficace quando esercita una leadership culturale e morale, quando le sue concezioni di società, moralità, politica e di ciò che è “normale” sono così diffuse da apparire come senso comune, generando così consenso per l’ordine costituito.

In questo contesto, il consenso non è necessariamente un consenso consapevole. Piuttosto, si riferisce al fatto che certe idee diventano così ovvie da essere raramente messe in discussione, trasferendosi nella coscienza individuale al punto da apparire come fatti naturali. Fatto che veniva posto in luce già più di 150 anni fa da Marx (*).

Il modo in cui le persone devono rapportarsi alla società, l’interiorizzazione dei programmi di comportamento, ci viene insegnato in famiglia, a scuola, nell’uso del linguaggio, nell’atteggiamento, nella letteratura, nei media, nella religione, nella filosofia, nell’arte e nella scienza. Non è qualche cosa di astratto, di indefinito, ma di maledettamente concreto.

Per esempio: il sistema educativo delle società capitaliste è sempre stato concepito per perpetuare la disuguaglianza e garantire che i futuri lavoratori salariati trovino il posto che spetta loro nel mercato del lavoro. In altre parole, le disparità educative sono già previste, anzi, istituzionalmente garantite. E tutto ciò deve apparire ai più come un fatto normale.

Altro esempio: consideriamo normale questo benessere prolungato e infondato che si nutre di pozze di povertà. Ancora: far passare per sviluppo e progresso la sottomissione reale del lavoro e la sussunzione della tecnica al capitale, quando in realtà si tratta di un processo storico in cui il capitale ha occupato e piegato ai suoi bisogni ogni interstizio della formazione sociale.

E ciò significa profonda modificazione qualitativa, rivoluzione capitalistica dei bisogni, dei gusti, della mentalità, della morale, in una parola della coscienza. E produzione degli apparati, degli strumenti necessari allo scopo.

La distorsione intellettuale, la distruzione di memoria, e la mancanza di consapevolezza della realtà sociale effettiva non è un fatto casuale, ma il prodotto di un certo lavoro, discreto, subliminale ed efficace. Disabituare a pensare con la propria testa è un’attività della quale si occupa un’intera schiera di addetti più o meno specializzati, più o meno consapevoli del proprio ruolo. Disabituare a pensare significa disabituare al dubbio, alla critica, ad una visione alternativa delle cose, ad un modo diverso e possibile d’impiegare le risorse naturali, umane e tecniche.

Si corteggiano innanzitutto le menti dei più giovani, rinchiusi in gabbie semiotiche, in un perfido gioco degli specchi, saturandoli con un’irradiazione sistematica e martellante di input multimediali, producendo scissione con la realtà e declino intellettuale che li conduce all’apice dell’imbecillità.

Anche i comportamenti “trasgressivi” hanno perso qualunque carica antagonistica per assumere una regressione soggettiva che si accorda con le forme dominanti dell’ideologia e della spettacolarizzazione. La devianza, la cosiddetta follia, non è affatto una malattia individuale, ma una condizione sociale normale: è la somatizzazione, secondo specificazioni di classe, di stato, di gruppo, dei rapporti sociali in atto (**).

E mai come oggi, nella nuova Babilonia, sovviene l’impiego della tecnologia, dei dispositivi “intelligenti”; macchine che simulano di pensare al nostro posto: in realtà dispositivi codificanti. Ma sarebbe sbagliato attribuire lo stato delle cose presenti, la creazione di individui come figure di feticci compatibili, al determinismo tecnologico (“colpa” della macchina, del dispositivo, dell’applicazione, ecc.). È questa una troppo comoda chiave di lettura (***).

La schiavitù si compie e si riproduce ad un livello qualitativo superiore: come dominio totale del capitale sulla coscienza, come produzione consapevole ed organizzata di alienazione totale. La “normalità” diventa in tal modo il dramma dell’esecuzione automatica, inconscia, stabilita della programmazione. Se ciò ha effetti deleteri sugli adulti, sui più giovani ha effetti devastanti e in prospettiva tragici per l’intera società.

(*) «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza- lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione» (Il Capitale, I, VII, 3).

(**) Secondo uno studio recente pubblicato su The Lancet, in Cina un cittadino su sette soffre di problemi di salute mentale. E in occidente? Sarebbe una stima altrettanto prudente.

(***) La “colpa” non è del cellulare in mano al bambino, che in tal modo si distrae con i giochini (che non sono innocui) e non rompe i coglioni agli adulti (la stessa cosa accadeva con i cartoon in tv, le telenovele per gli anziani, le serie per tutti, ecc.). Del resto, il bambino non fa che imitare gli adulti. Bambino e adulto non dialogano più tra di loro, o i bambini tra loro, o gli adulti tra loro, ma dialogano con la macchina: una follia!

mercoledì 16 settembre 2026

Guardiamoci intorno

 

Dopo la sconfitta del 1918, la moneta tedesca, il Reichmark, aveva perso valore nei confronti delle valute occidentali. L’inflazione raggiunse il culmine nel caos del 1923-24. Le cause per le quali la tempesta inflazionistica si trasformò in uragano iperinflazionistico, furono diverse, quali la necessità di pagare delle grandi riparazioni e di ricostruire una struttura industriale decimata.

Ma le premesse inflazionistiche possono essere rintracciate già nelle decisioni politiche del 1914: la sospensione dell’obbligo di convertire la cartamoneta in oro e l’emissione di obbligazioni di guerra e titoli di stato a breve termine per finanziare la guerra, anziché farlo attraverso le imposte, che in tal caso avrebbero colpito anche la borghesia e l’aristocrazia. Insomma, una situazione che ricorda molto la vicenda degli “assegnati” durante la Rivoluzione francese.

La risposta del governo tedesco fu quella di stampare moneta in modo che i padroni potessero pagare gli operai e le aziende potessero saldare i loro fornitori. L’emissione di cartamoneta, senza essere in grado di assicurare che questa corrispondesse a un valore di scambio effettivo, scatenò l’inflazione. Il fenomeno faceva aumentare drasticamente il prezzo delle importazioni innescando ulteriore inflazione. Un engrenage.

Ma il fattore decisivo fu un altro: il debito estero tedesco nel 1918 ammontava alla cifra astronomica di 154 miliardi di marchi. Il deprezzamento del Reichmark sul dollaro e le altre valute fu l’indicatore quotidiano della tragedia tedesca. L’effetto della svalutazione fu quello di vedere tale debito denominato in valuta estera. (*).

Da qui in poi vi furono diversi interventi deflazionistici, con licenziamenti di massa, specie nella pubblica amministrazione (tra il 1° ottobre 1923 e il 31 marzo del 1924 il governo tedesco licenziò 397.000 impiegati), riduzione di stipendi e salari, tagli alla spesa pubblica e incremento della pressione fiscale. Negli anni seguenti, il proletariato tedesco e la piccola borghesia scoprirono che se lo spauracchio dell’inflazione metteva paura, la deflazione poteva essere anche peggiore (**).

Per le solite dinamiche che riguardano il denaro e la speculazione, vi fu chi da tale situazione inflazionistica ebbe a guadagnare molto e chi invece perse tutto o quasi. Il valore nominale delle proprietà tedesche si moltiplicava di giorno in giorno, e poi di ora in ora, mentre il valore effettivo del marco scivolava sempre più in basso. Gli speculatori prendevano a prestito il denaro all’estero e con i dollari, le sterline e i franchi acquistavano case, fabbriche e tutte le aziende che riuscivano ad arraffare (***).

Nella Germania degli anni Venti, mentre gli speculatori si arricchivano smisuratamente, la classe media e finanche una frazione della borghesia diventavano sempre più povere. I loro conti in banca perdevano sempre più valore con il passare del tempo. Con i risparmi di una vita, alla fine non si riusciva più a pagare l’affitto di un mese. Il costo di un pasto poteva raddoppiare mentre lo si stava consumando. La spina dorsale della società tedesca era finita sul lastrico.

Non deve dunque sorprendere, al contrario, che Hitler e il generale Ludendorff nel 1923 tentassero un Putsch a Monaco. Che però fallì dopo qualche colpo di fucile. E però dieci anni dopo, quello stesso individuo con i baffetti alla Chaplin, divenne padrone assoluto della Germania e quasi riuscì nella conquista di mezzo mondo.

Sono le situazioni oggettive a determinare le azioni umane, indipendentemente dalle nostre volontà, oppure sono queste ultime a determinare gli eventi? In tale domanda noi troviamo un nesso logico, ma non dialettico. La logica formale è un sistema di banalità e pleonasmi (****). Invece la logica dialettica è una logica che non sviluppa dalla mente: è la logica che riposa nelle cose stesse, che possiamo scoprire sono nelle cose, nella realtà, non nella nostra mente.

Il caso Hitler, così come altri casi analoghi, dimostra come molte persone non vogliano farsi una ragione sul fatto che lo stesso contenuto può apparire in diverse forme, come per esempio nei totalitarismi, e nella stessa forma possono trovarsi molti contenuti, come nelle democrazie. La contraddizione tra forma e contenuto può far sì che il contenuto spezzi la forma. Rivoluzioni e grandi sconvolgimenti derivano dalla contraddizione di forma e contenuto. Il contenuto spezza la forma e assume una forma nuova. Vi sono anche ovviamente forme che non hanno più contenuto, si chiamano fossili. Guardiamoci intorno.

(*) La nostra moneta nazionale è stata sostituita da un’altra valuta, conseguentemente anche l’enorme debito italiano è stato denominato in quella nuova valuta. Una valuta forte, l’euro, non gestita in Italia. Un Paese che non ha più il controllo sulla propria valuta, non ha più il controllo su nulla.

(**) Bisogna anche tener conto che spesso il credito è psicologico e non necessariamente razionale. Se fosse razionale, ossia basato sul sottostante valore dell’oro o di altro equivalente di garanzia, il sistema capitalistico sarebbe finito da un pezzo.

Ogni nazione che stampa del denaro senza poter corrispondere il valore promesso dalle banconote, causa la perdita di valore della propria moneta e la rende gonfia come una mongolfiera (la parola inglese inflation, che ha dato l’italiano inflazione, deriva dal verbo to inflate, che significa gonfiare).

Ma anche questo non è sempre vero: per esempio gli Stati Uniti vivono di un credito quasi illimitato poiché il dollaro funge da mediatore universale degli scambi, anche se non è convertibile in oro dal 1971. Se il dollaro perdesse tale funzione, gli Stati Uniti cesserebbero di essere una federazione e sarebbero percorsi da una guerra civile ben più cruda di quella di Seccessione. A Washington e a Wall Street lo sanno bene.

(***) In scala molto più contenuta è quello che successe in Italia negli anni Novanta e poi anche in seguito ad opera di predatori nazionali e stranieri.

(****) Mi riferisco alla logica formale nella sua forma corrente, ossia catechistica, che va distinta dalla logica formale come dottrina del pensiero e delle sue leggi. Lo preciso a scanso di obiezioni catechistiche.

martedì 15 settembre 2026

Questo lo possiamo ancora fare

 

Tutto lascia presagire che entreremo presto in una nuova povertà: quella energetica. A causa della guerra in Medio Oriente i prezzi della benzina e del diesel continuano a salire, raggiungendo un nuovo massimo storico. Anche i prezzi del gas e del gasolio da riscaldamento sono in forte aumento, e di riflesso quelli della legna da ardere e del pellet. È la logica del mercato capitalistico, di una forte speculazione che può agire indisturbata. E se aumentano i prezzi dei carburanti, aumenta la spesa alimentare e tutto il resto (*).

Non si intravede una fine all’impennata dei prezzi, ma la causa non riguarda solo ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Sebbene il blocco dello Stretto di Hormuz e il conflitto per lo Stretto di Bab al-Mandab rappresentino dei problemi, la percentuale di petrolio consumato in Europa proveniente dalla regione del Golfo è storicamente e strutturalmente minoritaria. Dato che negli Stati Uniti i prezzi del carburante sono attualmente mantenuti bassi, le compagnie devono guadagnare altrove, e questo significa farlo qui, in Europa.

I primi tre fornitori dell’UE sono gli Stati Uniti, il Kazakistan e la Norvegia, ciascuno dei quali copre una quota compresa tra il 12% e il 15% del totale delle importazioni. I paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) – tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrain – forniscono complessivamente solo il 7% circa del greggio importato dall’UE. Anche includendo l’Iraq (che si attesta intorno al 5-6%), la quota totale della regione del Golfo oscilla tra il 12% e il 15%.

Prima del 2022, la Russia era il principale fornitore dell’Europa con oltre il 25% delle quote. A seguito delle sanzioni, l’UE ha azzerato quasi del tutto la dipendenza da Mosca (scesa a circa il 2%). Eccolo qui il problema, c’entra la guerra in Ucraina, alimentata dall’invio di armi e soprattutto di soldi alla criminalità statale ucraina. C’è anche da dire che per fortuna la Russia ha le armi nucleari, altrimenti l’Europa sarebbe già in guerra. In tal caso, volenti o nolenti, i nostri rampolli muniti di elmetto andrebbero a godersi l’inverno dell’Europa orientale, proprio negli stessi luoghi dove i loro antenati morirono congelati.

Il fatto che l’Ucraina sia tra le 20 maggiori economie mondiali è finora passato inosservato alle statistiche. E però Zelensky si è auto-invitato all’incontro del prossimo vertice del G20 a Miami. Sostiene di voler incontrare Putin a margine del vertice. In tale sede può ancora una volta tendere la mano per ottenere denari e favori. Tale sfrontatezza non è una novità per un governo che sostiene di lottare per la sopravvivenza del Paese, ma che in realtà cerca solo di commercializzare il proprio ruolo di mercenario nella guerra contro la Russia.

Ad ogni modo, le nuove generazioni impareranno, presto o tardi, che non si muore per la patria o altre cazzate del genere; si muore per il capitale. Impareranno che la guerra è la follia del capitale nella sua forma più intensa, a causa del suo insaziabile appetito di profitti e nuovi sbocchi. Che progresso umano attraverso la scienza, la tecnologia e uno stile di vita improntato a un conformistico benessere, sono solo il prodotto quasi accidentale di un processo che ha un solo scopo assoluto e immanente: l’accumulazione.

La guerra è un bene e la pace è un male, di questo ci faranno convinti, e perfino i pacifisti attuali si faranno convinti. Ci penseranno gli specialisti della propaganda alla mobilitazione ideologica, a mettere in moto i meccanismi del conformismo e della follia collettiva. È risaputo che le società moderne dipendono dai propri media, che in genere la gente non pensa, si limita a ripetere ciò che legge o ascolta. Un vero e proprio doping: menzogne legittimate dalla presunta giusta causa, doppi standard sistematici, eccetera.

L’abbiamo sperimentato: l’esercito ucraino è sempre sull’orlo di una svolta, quello russo sull’orlo della sconfitta. Chi non è amico della guerra è nemico. Non ci sono spettatori, come è successo in Siria o a Gaza, come succede in Ucraina e altrove. La soppressione compulsiva delle atrocità di guerra e la diffamazione delle critiche, considerate come una presa di posizione a favore del nemico.

Sono sempre degli individui legati all’alta finanza capitalistica a rendere necessaria la follia della guerra, a iniziarla e a prolungarla. Già in un recente passato, ne fecero la loro causa, investirono enormi risorse sociali, i profittatori ne ricavarono immensi margini, i leader politici vi si dedicarono con tale fervore da annientare almeno un paio di giovani generazioni e ridurre in macerie tutta l’Europa.

Nel primo e nel secondo dopoguerra nacque la convinzione che il futuro avrebbe riconosciuto quella follia e quelle menzogne per quello che erano. Chiediamoci perché quella speranza si rivelò illusoria allora e perché la stessa storia si sta preparando adesso con tanta facilità. Ebbene sì, nella nostra quasi generale indifferenza, si prepara il terreno per la storia. È perciò necessario fermare il partito trasversale delle armi. Questo lo possiamo ancora fare.

(*) Meloni, se vuole puntare a conservare il potere, più ancora dei casini con la propria coalizione, il prossimo inverno dovrà affrontare (si fa per dire) la questione dell’inflazione e del caro energia. Non basterà agire su qualche centesimo delle accise. Quanto all’accozzaglia di centro-sinistra, inciampa su ogni questione già prima di affrontare l’ostacolo. Anche sul famigerato “programma” ne vedremo delle belle.

lunedì 14 settembre 2026

Viaggio d'inchiesta

 

Il mio mestiere (un mestieraccio) di blogger, lo prendo molto seriamente. Quando posso, lascio tutto e vado a verificare di persona l’origine delle notizie. Venerdì ho pubblicato un post relativo a un verbale di contravvenzione dei vigili urbani nel quale era contestato alla “persona a margine generalizzata, in presenza di più persone, bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato”. Sembra che il malcapitato fosse un giovane su una motoretta. Nel post ponevo delle domande che non hanno trovato risposta. Per questo ho deciso di verificare di persona come si sono svolti i fatti.

Nel post avevo scritto che il verbale era stato redatto dai “vigili del Lido di Venezia”. Questo è esatto solo in parte, poiché in testa al verbale compare la scritta “Pellestrina”, una sottile lingua di terra nella Laguna di Venezia. Dunque, la mia decisione è stata quella di recarmi sul posto per avere un’idea generale più chiara della situazione locale, e, se possibile, intervistare i vigili della sede locale, magari scoprendo l’identità del multato. Intervistarlo sarebbe uno scoop, che neanche Emilio Fede con Maurizio Cocciolone.

La trasferta sull’isola è tutta a mie spese da quando Putin non mi versa più un rublo per il blog. Consulto internet, appare AI Overview che mi dice che il modo migliore, una volta raggiunta la stazione di Santa Lucia, è quello di prendere un vaporetto ACTV fino al Lido di Venezia e poi proseguire con l’autobus della linea 11. La frase esatta è questa: “Dalla fermata dei vaporetti fuori dalla stazione Santa Lucia, prendi la linea 6 o la linea 5.1 fino al Lido (Santa Maria Elisabetta). Il viaggio dura circa 35-40 minuti”.

Dio solo sa quanto sono una persona pedante, rompicoglioni e scrupolosa: consulto l’orario ACTV per avere conferma degli orari sia del vaporetto della linea 6 e sia dell’autobus della linea 11. Traccio il programma: alzata alle 7.15, partenza dalla stazione del treno alle 9.35, arrivo a Venezia Santa Lucia, imbarcadero della linea 6 fuori dalla stazione, vaporetto delle 10.41, arrivo al Lido alle 11.12, autobus linea 11 alle ore 11.30. Orario di arrivo a Pellestrina: 12.15 – 12.20, con lieve brezza da nord-est. Neanche “Furio Zòccano” mi batte.

Tutto secondo i piani prestabiliti? E invece arrivati a Venezia è incominciata l’avventura. La linea 6 del vaporetto non si trova “fuori dalla stazione Santa Lucia”, ma in Piazzale Roma. Non è proprio la stessa cosa. Con i minuti contati, ci siamo dovuti accontentare di prendere il vaporetto della linea 2, cosa che mandava a pallino la concatenazione degli altri orari previsti (ciao Furio).

Ma il bello doveva ancora arrivare. La linea 2, dopo Rialto e San Marco, normalmente prosegue per Sant’Elena e quindi per il Lido. Sennonché, arrivati a San Marco, scopriamo, così come altri viaggiatori, che quel vaporetto non avrebbe proseguito. Per quale motivo? Ci viene detto che si tratta di un “bis”, previsto per la mostra del cinema. Tanto meglio, osservo, avrebbe dovuto proseguire per il Lido. Eh no, il “bis” è stato mantenuto ancora per un giorno, ma la mostra del cinema, ci viene rivelato come se fossimo degli ottentotti, “si è chiusa ieri”, per cui la corsa terminava a San Marco. La logica non è affatto stringente, ma le conseguenze sono chiare.

Sembra Kafka? Ma non esageriamo, è solo Anton Čechov in viaggio all’isola di Sachalin (se non avete ancora letto il suo poderoso resoconto, sbrigatevi a farlo). Arrivati al Lido, si scopre che la corsa dell’autobus della linea 11 per Pellestrina (è prevista una corsa ogni mezz’ora), quella teorica delle ore 12, non c’è. Non è prevista dall’orario. Devono pur mangiare a quell’ora anche gli autisti. Del resto si tratta di poco più di mezz’ora d’attesa, nulla a confronto di ciò che aspettava ieri nel tardo pomeriggio ai viaggiatori delle linee ferroviarie per Napoli e Torino (investimento tra Monselice e Terme Euganee, ritardi fino a due ore).

Alle 12.30, l’autobus della linea 11 puntualmente parte, noi per fortuna seduti, altri stipati in piedi come pinguini imperatore. Seduta di fronte a noi c’è una coppia di anziani signori britannici, i quali parlano un loro pressoché incomprensibile (per noi) dialetto. Giunto dopo una mezz’ora al Faro Rocchetta, l’autobus, con il suo carico stipato e accaldato, s’imbarca sul traghetto, che puntualmente comincia a muovere per Santa Maria al Mare, ossia per la punta più settentrionale di Pellestrina. Dopo pochi minuti, si sbarca e si prosegue sullo stesso autobus lanciato lungo l’isola (in totale circa 11 chilometri).

Primo appunto: gli autobus della linea 11 sono elettrici e non sono molto grandi (per via dell’imbarco sul traghetto), sono frequenti (salvo pausa prandiale), e corrono velocissimi, soprattutto sul rettilineo di Pellestrina. Sull’isola, motorette e biciclette con pedalata assistita sfrecciano a velocità che neanche nella Scampia di Saviano. Complice il fatto che a Pellestrina il traffico è quasi inesistente, almeno di domenica.

Al centro dell’isola sorge l’abitato più consistente, fatto di abitazioni decorose e per lo più modeste, con le facciate variopinte, un paio di chiese (una abbastanza singolare), una vecchia torre piezometrica, qualche ristorante, una piccola gelateria e pochissimi bar (forse tre). A parte i turisti (numerosi, ma non tantissimi: si può giungere lì anche da Chioggia), di autoctoni in giro se ne vedono pochi. Ci hanno raccontato che la sera siedono fuori casa e nei campielli i ragazzi giocano come in un cortile. Come cinquant’anni fa, ci hanno detto. Palesemente nessun problema di furti nelle abitazioni.

Numerosi i piccoli e medi pescherecci all’attracco. Qui andava forte il “peocio”, ossia la cozza o mitile. Il troppo caldo, e il granchio blu, mi dicono, ha sterminato tutto. Poi, con quello che costa il gasolio ...

Il luogo è tranquillissimo e silenzioso. Numerose le panchine, il cellulare perlopiù a zero virgola zero tacche. Viene spontaneo il rilassamento fino all’abbiocco. Salvo, appunto, lo sporadico e velocissimo passaggio di un paio di motorette e alcune bici, alcune voci lontane provenienti dai ristoranti all’aperto, c’è pace. Passaggi di auto sul lungomare ne abbiamo contati al più un paio, forse uno solo.

Dicevo dei ristoranti: sold out. Quale pesce? Quello che chiunque può trovare al supermercato (orate, branzino, capesante, ecc.), che qui di pescato, nei ristoranti, in genere neanche a parlarne. Prima di partire, ho letto decine di recensioni a tale riguardo. Quelle negative e anche molto negative (“terribili”) non sono poche, come chiunque può constatare.

La responsabilità principale di questo stato di cose non è solo dei ristoratori, ma dei clienti. I quali (tutti!) pretendono di mangiare pesce anche quando pesce pescato non c’è o ce n’è molto poco. E anche quando c’è il fermo-pesca (31 luglio – 13 settembre 2026). Gli stupidi rappresentano non meno del 70% della clientela, si sa. Quanto ai ristoratori, molti sono dei pirati, conviene questo stato di cose e i prezzi li mantengono comunque alti.

Suggerisco, non solo a Pellestrina, pranzo al sacco: per esempio, un po’ di frutta fresca e acqua minerale. Per chi può permetterselo, un panino.

E vengo al dunque, ossia al motivo principale del mio sopralluogo ispettivo/informativo: ho cercato la sede locale dei vigili urbani. Quella che ho visto, presso il municipio, è in ristrutturazione, il cartello che la indica è quello qui sotto.

Lascio ai lettori eventuali considerazione o altro, ma vi chiedo di non commentare in troppi, che oggi non ho molto tempo per leggere le vostre cazzate dopo aver scritto, in piena notte, le mie.

P.S. : la coppia di anziani britannici dell’andata, l’abbiamo ritrovata al ritorno seduta nei medesimi posti, noi di fronte a loro nei due unici posti rimasti liberi. Il fatto casuale ha suscitato comune ilarità e scambio di qualche battuta in un inglese abbastanza comprensibile. All’arrivo al Lido ci siamo salutati dandoci, ovviamente per celia, appuntamento per l’indomani.