mercoledì 30 maggio 2018

Si voterà l'8 settembre



In un paese come questo, dominato dall’analfabetismo (non solo grammaticale ed economico) e dall’idiozia (in senso etimologico), non può esserci altra data per il voto. Ne abbiamo un gran bisogno.

lunedì 28 maggio 2018

Agli italiani manca la fortuna



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Il 10 giugno 1940, Mussolini non ebbe il tempo di finire la frase con la quale annunciava l’entrata in guerra dell’Italia che nella piazza esplose un prolungato boato di giubilo. Mussolini perse il suo bluff, ma a farne le spese non furono solo i fascisti.

Rilevo che il Genio ducesco mutò l’ordinamento dei reggimenti dell’esercito italiano, i quali da ternari passarono a binari, cioè furono costituiti non più da tre ma da due battaglioni. In tal modo le divisioni da 40 divennero 60.

In quell’anno, una manciata di brigate britanniche accerchiarono e sconfissero numerose divisioni italiane in Libia. Vennero in soccorso i tedeschi.

Nell’autunno del 1940, l’Italia attaccò inopinatamente la Grecia. Fu un disastro. Anche in quel caso, nel 1941, intervennero in soccorso delle truppe italiane quelle tedesche, le quali in tal modo e per fortuna ritardarono l’operazione “Barbarossa”.

Qualcuno dopo il conflitto ebbe a scrivere che non mancò il coraggio, ma la fortuna.

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Per venire all’oggi, è incredibile come milioni di persone adulte non riescano a farsi capaci di fatti molto semplici, cioè che i debiti vanno onorati e che tanto maggiore è l’entità dei debiti tanto più stretta è la dipendenza dai propri creditori.

L’on. Matteo Salvini oggi ha dichiarato testualmente: Paolo Savona ci serviva come ministro dell’economia poiché avremmo chiesto di cambiare i trattati in modo da ottenere le risorse necessarie per le riforme del nostro programma (quando scrivevo che l’assenza delle coperture non era casuale …).

Cambiare i trattati non è cosa di breve momento, e non basta la volontà di un singolo paese o di un gruppo di paesi europei. Ecco allora che viene in chiaro il ruolo di Paolo Savona e la sua teorizzazione del famigerato piano “B”, con il quale si prevede l’uscita dall’euro, da attuare con la massima segretezza, nottetempo, a banche chiuse … .

È la stessa furbata delle divisioni di Mussolini e di altri bluff consimili.



giovedì 24 maggio 2018

Al prossimo colpo di maglio



Una delle idee forti che la sinistra liberale ha coltivato e difeso nel secondo dopoguerra è stata quella che vede la società borghese in costante e generale evoluzione. Non ha mai contemplato, di là di alcune battute d’arresto che però non riguardavano direttamente le democrazie occidentali, la possibilità di una vera regressione politica e civile.

I mutamenti strutturali indotti dalla rivoluzione scientifica e tecnica in atto, quelli connessi con i nuovi assetti economici e geopolitici, il tema del lavoro e le dinamiche demografiche, le migrazioni e le disuguaglianze, sono tutti problemi che si pensava (e si pensa) di poter ricondurre nell’alveo del tradizionale riformismo grazie all’impegno delle forze progressiste e liberali della società, al generale miglioramento delle condizioni sociali e civili che pure vi è stato.

mercoledì 23 maggio 2018

Un altro fatto strano e preoccupante



Se a fronte della proposta di introdurre un’imposta a due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie, ossia una tassazione che favorisce palesemente i redditi alti e altissimi, la gente non è scesa in piazza alzando barricate, allora si spiega anche un altro fatto strano e preoccupante, seppur del tutto personale, cioè che mi trovi d’accordo con Luttwak per quanto riguarda la situazione economica e politica italiana.

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Il 20 gennaio 2017 Donal Trump s’insediava alla Casa Bianca. Il giorno dopo, a Coblenza, cinque esponenti dell’estrema destra sono comparsi assieme sul palco della Rhein-Mosel-Halle. Un’internazionale socialnazionalista di nuovo conio capace di mescolare temi sovranisti di destra a temi sociali di sinistra, con a capo Marine Le Pen, Frauke-Petry di Alternative für Deutschland, Geert Wilders dell’olandese Partij voor de Vrijheid, Harald  Vilimsky del Partito della libertà austriaco, e un certo Matteo Salvini.

E sarà Salvini, con ogni probabilità, a ricoprire l’incarico di ministro dell’interno del prossimo governo Lega-M5S. Questi ultimi sono sotto schiaffo, come si muovono Salvini minaccia di rovesciare il tavolo e andare a elezioni. In realtà è un bluff che nessuno avrà il coraggio di andare a vedere. Quanto al Pd è un cadavere ancora in mano al suo imbalsamatore.

Sono saltati i cardini sociali, politici e culturali ai quali, bene o male, era ancorato questo paese. La cosa non sembra preoccupare più di tanto e non più di pochi. Il dramma vero è che non si vede un barlume di alternativa a questa deriva figlia delle irrisolte contraddizioni di questo sistema.



martedì 22 maggio 2018

Meritocrazia




Questo Conte Giuseppe è un altro racconta frottole sulla traccia di Oscar Giannino? Almeno l’Oscar, asserite due lauree e un master a Chicago, è simpatico e ci fa ridere, mentre con questi rivoluzionari al ragù ci sarebbe solo da piangere.


Un paese con l’ossessione per la laurea, che a parole disprezza, a cominciare da Bossi padre e Trota figlio, per finire con quello che non ha mai avuto una busta paga e farà il ministro del Lavoro e pure dello Sviluppo. Questi so’ mejo de Manuel Fantoni.

Il complotto


Quanto è importante la conoscenza del passato, di ciò che chiamiamo storia? Nella misura in cui acquistiamo conoscenza del passato, acquistiamo conoscenza del presente e del futuro, poiché sia l’uno e l’altro derivano dal passato e in parte ne sono determinati. L’ignoranza è la mancanza del senso della storia.

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Non fu un complotto, non almeno nel senso corrente al quale associamo questo termine. La Deutsche Bank, che viene sempre tirata in ballo nelle ricostruzioni complottistiche del 2011, con le sue operazioni sui titoli del debito italiano non influenzò negativamente il mercato, e del resto non agiva su mandato di Berlino, piuttosto di quello dei suoi azionisti, cioè degli investitori internazionali (in maggioranza, cinesi, americani e qatarioti) i quali puntavano solo a ciò a cui puntano tutti coloro che fanno un investimento, piccolo o grande, ossia al profitto, al vile denaro, allo sterco del diavolo.

Più che di un complotto si può parlare di una serie di circostanze che vennero a coincidere, di nodi che venivano al pettine. E quello italiano è un pettine nel quale s’impigliano nodi storici giganteschi.

domenica 20 maggio 2018

Tanto peggio, tanto meglio


Il risultato elettorale del 4 marzo scaturisce da un voto di scambio basato su promesse elettorali in gran parte palesemente irrealizzabili e che nulla hanno a che vedere con la costruzione di un welfare robusto e sorretto da politiche fiscali adeguate. A leggere il “contratto” appare chiaro che la vaghezza sui tempi e le coperture, così come su altri “dettagli”, non è casuale. La prima bozza confessava l’azzardo laddove si fantasticava della cassazione di 250 miliardi del debito. In realtà ciò che si prospetta sulla base di tali promesse è un ulteriore e massiccio aumento del debito che condurrà al collasso della finanza pubblica.

Del resto, che Lega e Movimento abbiano trovato davvero un punto di convergenza nel cosiddetto “contratto”, e cioè su alcune questioni cruciali di ordine economico e sociale, a me pare realisticamente assai dubbio. Le parti hanno giocato la partita con carte truccate, l’improvvisazione e l’impreparazione hanno fatto il resto.

Gli esempi più noti sono quelli della tassa piatta e dell’ancor vago progetto sul reddito di cittadinanza, ossia, da un lato, la riduzione delle tasse per i più abbienti e, dall’altro, l’estensione di un sussidio universale per il proletariato giovanile e per chiunque si trovi, per volontà o necessità, in una certa condizione reddituale. Sono due obiettivi antitetici e destinati a procedere ognuno in direzione opposta.

sabato 19 maggio 2018

Quel genere molto diffuso di cittadini sovrani



Laura Castelli, deputata pentastellata e unica donna presente al tavolo tecnico (??) che ha redatto il “contratto per il programma del cambiamento”, a riguardo dei tempi di attuazione dei singoli capitoli dell’azione di governo ha così risposto: “I tempi sono nella nostra testa”; in riferimento alle coperture finanziarie, che non sono indicate nel documento, ha replicato: “Se lo avessimo fatto avremmo impiegato sei mesi [sic!] per chiudere il documento. In realtà le coperture ci sono”.

Queste risposte mi hanno fatto venire in mente un episodio dell'assurdo al quale mi accadde di assistere esattamente 43 anni or sono. Durante un controllo dei registri di carico e scarico delle materie prime e ausiliarie necessarie alla produzione, approvvigionate e stoccate in magazzino, fu chiesto al responsabile per quale motivo nei registri figurassero trascritte solo le operazioni di carico ma non le movimentazioni di scarico. Questi, con l’aria più pacifica del mondo, rispose: “lo scarico ce l’ho in testa”. Testuale. Nessuno tra i presenti osò accennare a un sorriso poiché la situazione che si presentava era assai seria. Al magazziniere fu ripetuta la domanda, e questi, sempre con molta tranquillità, portando l’indice della mano destra verso la tempia, ripeté: “ce l’ho tutte in testa”.

Evidentemente la deputata Laura Castelli pensa di avere a che fare ancora con le sue bambole e non con questioni di governo di una nazione che riguardano la vita, ossia il presente e il domani, di decine di milioni di persone. Potrei segnalare all’on. Laura Castelli che negli ultimi giorni molte persone hanno visto assottigliarsi il proprio gruzzoletto investito in titoli e azioni grazie a ciò che lei e altri statisti scarabocchiavano sul cosiddetto contratto per il programma (e il peggio deve ancora venire, perciò penso di vendere tutto e comprare un gregge di pecore). A cosa servirebbe farlo presente a persone che hanno la loro testa impegnata altrove, che sono più in declino loro che il sistema stesso?  

Il magazziniere di cui sopra fu ovviamente rimosso seduta stante dal proprio incarico. Quelli come Laura Castelli invece ce li dobbiamo tenere perché milioni di cittadini esattamente come lei li hanno votati e continueranno a votarli. Gli stessi che approveranno un “contratto per il programma del cambiamento” senza sapere nulla a riguardo dei tempi di attuazione dei singoli capitoli e nulla in riferimento alle coperture finanziarie. Quisquilie. Si tratta di quel genere molto diffuso di cittadini sovrani molto fiduciosi sulle buone intenzioni altrui e che non mancano mai di apporre la propria croce su un contratto senza leggerlo, altrimenti ci vorrebbero “sei mesi”.

venerdì 18 maggio 2018

La realtà e le sue ombre


Troppo facile e comodo stracciarsi le vesti ora. Né di destra né di sinistra, le ideologie sono morte. Così si diceva, e serviva da sponda per demolire tutto ciò che contrastava con le sorti magnifiche e progressive del neoliberismo. Eludendo una contraddizione fondamentale: che se da un lato la produzione è sociale, dall’altro la proprietà è privata. Quando lunedì scorso scrivevo: “lo Stato ha perso ruolo quale regolatore del meccanismo della riproduzione sociale, di garante e interprete dei principi costituzionali e della loro estrinsecazione nella sfera della legislazione, lasciando esposto il lavoro alla condizione darwiniana del mercato”, proprio a questo alludevo. Bisogna dare peso alle parole. Tutto ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi da molti anni, non solo in Italia, e di cui paghiamo sempre più le conseguenze, ha a che fare con tale situazione e con l’ideologia che l’ha favorita. È sempre dai rapporti di produzione, piaccia o no, che bisogna partire se si vuol tentare di uscire dalle nebbie della mera analisi politologica, ossia se non ci si vuole fermare alle ombre “misteriose” proiettate sul fondo della caverna.

giovedì 17 maggio 2018

Una buona idea



con aggiornamento


L’idea di impiegare greggi di pecore per risolvere il problema dell’ostinato ricrescere dell’erba nei parchi e giardini pubblici di Roma non è poi così farlocca come può apparire di primo acchito. A ben considerare essa presenta dei vantaggi prevalenti ad eventuali negatività. Anzitutto si realizzerebbe un risparmio di spesa sul macchinario, i carburanti, il personale, oltre ad evitare l’inquinamento acustico e dell’aria, il superamento dell’indolenza (o altro) di chi oggi non provvede alla falciatura.

Se l’esperimento dovesse avere successo ed essere imitato altrove, s’incrementerebbe il patrimonio ovino, la produzione di lana, del latte e dei suoi derivati, oltre a generare un avvicinamento tra il mondo cittadino e quello rurale, assai marginalizzato. Bisognerà però stare attenti, specie in quel di Roma, in Magna Grecia ma anche in Gallia Cisalpina, che non vengano a formarsi nuove municipalizzate e lobby pastorali di stampo monopolistico.

Inoltre, e ciò non potrà non incontrare i favori del nuovo ceto politico molto attento alle identità e tradizioni, in periodo natalizio sarebbero in tal modo pronti e disponibili sul posto greggi e pastori per l’allestimento di presepi viventi. All’uopo, per quanto riguarda gli asini, il problema non sussiste, e anche per l’altro animale del presepe, quello con le corna, l’offerta locale soddisferebbe adeguatamente la domanda.


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"Ho riscontrato diverse valutazioni positive" ha concluso Montanari. "Dal Wwf alla Coldiretti che ha addirittura riconosciuto che può essere un'alternativa moderna alla transumanza che per secoli ha caratterizzato i nostri territori. È chiaro che gli animali autorizzati devono essere indenni da determinate patologie e sottoposti a profilassi particolari".

I situazionisti del bel tempo che fu a questi qui gli fanno le pippe.

mercoledì 16 maggio 2018

Come Alice


È solo aria fritta. Non c’è un numero reale e non c’è dettaglio. Non è un programma di governo, ma un pamphlet propagandistico e tra un anno scopriremo argomenti di doglianza per un secolo. Questi statisti, che solo a sentirli parevano far vacillare il sistema, dovevano essere fermati già alle medie.

Come Alice stiamo ruzzolando nella tana del Bianconiglio. Resta da scoprire quanto è profonda la tana.


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In attesa di leggere i deliri a riguardo delle vaccinazioni, godiamoci quelli sui Rom (e i Sinti?):



Per i numeri reali sulla situazione, leggere qui.

martedì 15 maggio 2018

Si sono mai domandati perché ...


Un lettore mi ha chiesto di commentare una trasmissione radiofonica di radio24 che aveva per tema un argomento davvero ambizioso: Disoccupazione e ricollocazione - Marx, 200 anni dopo.

Che cazzo vuoi commentare quando senti discorsi sul tipo che Marx era un politico, un filosofo visionario, un sociologo e non uno scienziato, responsabile di ogni nequizia connessa a quello che è stato chiamato poi comunismo, insomma un poveraccio tirato in ballo in occasione della crisi, eccetera? È un genere di prodotto tipico di questo nostro tempo disordinato che permette di dire ad ognuno di noi, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, tutto ciò che gli frulla per la testa.

Sono personaggi che si reputano considerevoli e perciò non disdegnano di occuparsi di Marx come fosse stato un uomo superficiale quanto lo sono loro, vantandosi molto a torto di conoscerne l’opera. Se il pensiero marxiano non è il loro forte, la cialtroneria è il loro debole.

Il loro ardimento consiste in discorsi da osteria, da carrozza ferroviaria, da radio24 appunto, approcciando Marx non su una conoscenza diretta, di prima mano, ma solo sulla base del proprio pregiudizio, anteponendo alienati sarcasmi, truismi e stupidaggini ad ogni prudente riflessione. L’unico che ha fatto un cenno un po’ serio, nel senso che non l’ha buttata subito in caciara, è stato Seminerio, ma non ci si salva quando si viaggia al traino di siffatte compagnie.

Il tempo brucia in fretta anche queste miserie e in definitiva questi metafisici sono una garanzia per la reputazione di Marx. Sono convinti che tutto ciò che differisce dalle loro certezze contrasti con la verità. Si sono mai domandati perché Hegel e Ricardo in mano a Marx sono diventati rivoluzionari, e Marx in mano loro può diventare solo carta da macero?

lunedì 14 maggio 2018

Quanti corazzieri saranno necessari?


Se al cospetto di Gianni Riotta, giornalista dotato di una smisurata autostima e di un forte senso dell’umorismo involontario, già direttore del TG1 e del Sole 24 Ore, vi lasciate sfuggire che “la sovranità appartiene al popolo”, state sicuri che vi dirà che siete dei veterocomunisti. Se avete l’ardire di replicare che tale principio è sancito in Costituzione, allora vi sentirete rispondere che siete proprio degli asini.

Johnny l’americano per una volta non ha solo torto. Vero che tale principio sta iscritto all’art. 1 della Costituzione più contraddittoria del mondo, e però nei fatti la sovranità non appartiene per nulla al popolo. Non a quel 25 per cento che non si è recato alle urne il 4 marzo scorso, e nemmeno a quel 68 per cento che non ha votato per Di Maio&C., e però la sovranità non appartiene, per quanto a taluni possa sembrare paradossale, nemmeno a quel 32 per cento che ha votato per il “gobierno del cambiamento”.

Stando alle notizie di stampa, sembra che la sovranità appartenga a quelle poche migliaia di iscritti alla piattaforma Rousseau di proprietà del signor Casaleggio, i quali con un clic decideranno se il governo M5S e Lega debba nascere oppure no. Del resto, questo è un paese dove tutti stanno al livello delle loro competenze e, come dimostra questa e altre vicende, anche un pochino più in là.

Ai posteri resterà solo da dire: “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie e l’audaci imprese” di un’epoca singolare.

Sempre procedendo sulla via delle stravaganze, poniamo che il 50 per cento più uno di questa gente voti contro il “programma di governo”, e quindi, per ultronea stravaganza, che dell’esito referendario sia dato esatto e veritiero responso, in tal caso che cosa succederà? Salterà tutto l'ambaradan costruito in giorni e notti nel ritiro di un albergo.

Domanda: in tale caso, quando l’on. Di Maio Luigi riferirà al presidente della Repubblica l’esito della consultazione on-line, quanti corazzieri saranno necessari per trattenere il mite Sergio Mattarella dal rincorrere Giggino o’ bibitaro con un’alabarda per i corridoi del Quirinale?  

L'obiettivo di tirare a campare


In tema di “squilibrio” tra capitale e lavoro lo Stato aveva progressivamente assunto il ruolo di garante delle dinamiche interne a tale conflitto, nell’alveo giuridico dei rapporti di produzione borghesi, vale a dire nell’ottica del meccanismo dello scambio tra domanda e offerta.

Oggi invece lo Stato ha perso ruolo quale regolatore del meccanismo della riproduzione sociale, di garante e interprete dei principi costituzionali e della loro estrinsecazione nella sfera della legislazione, lasciando esposto il lavoro alla condizione darwiniana del mercato.

Una multinazionale può liberamente eludere le normative nazionali in materia di lavoro e spesso anche il diritto costituzionalmente protetto dei lavoratori di organizzarsi sindacalmente all’interno dei luoghi di lavoro (*), oltre al fatto assodato che quelle stesse multinazionali possono esportare i profitti e scegliere la propria sede fiscale dove più gli aggrada.

La merce lavoro è sempre più variabile dipendente dei processi di liberalizzazione dei mercati, laddove il capitale, alla costante ricerca di un più remunerativo saggio del profitto, sposta senza vincoli le sue produzioni e dotazioni infrastrutturali, nella tendenziale e inarrestabile discesa dei salari reali e caduta dei prezzi, così come nell’eccedente disponibilità di forza-lavoro.

Alla logica della redditività industriale le multinazionali privilegiano i valori azionari, spinte da un’inattaccabile posizione monopolistica. Come rilevava Marx un po' di tempo fa, l’aspirazione del capitale è quella di fondare processi di accumulazione su pratiche estranee alla produzione e al valore del lavoro, puntando a generare denaro dal denaro (D – D’).

Il processo di accumulazione del capitale segue le sue leggi e nuove e più cruente forme di competizione tra multinazionali e tra Stati ci attendono.

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sabato 12 maggio 2018

Non c’è analogia possibile con il passato


Marx ed Engels ebbero modo di rendersi ben conto che le leggi dello sviluppo storico si fanno beffe delle nostre utopie, ossia che la storia non fa salti. Nella prima prefazione al Capitale Marx scrisse:

In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze operanti ed effettuantisi con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l'immagine del suo avvenire.

E però Marx pose in chiaro:

A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.

Questa contraddizione ha un carattere oggettivo, ed è alla base della crisi generale del modo di produzione capitalistico, alla radice dei fenomeni che accompagnano la crisi della società borghese.

venerdì 11 maggio 2018

I bulli della diretta



Il signor Casaleggio manda a dire che «Il contratto di governo con Lega sarà votato on line». È in questo retroterra immaginario che affonda le sue radici la democrazia diretta, la lotta che il populismo conduce contro le vituperate élite plutocratiche. Finalmente la cuoca di Lenin potrà dire la sua sul menù: fisco, lavoro, pensioni, politica estera, eccetera. Ci sarà da leccarsi le dita, prima di vomitare. Dopo il bullo della Leopolda, oggi abbiamo i bulli della Rousseau. Qualcuno azzarderà dire che prima era anche peggio. Infatti, se c’è qualcosa di più universale del peggio è il meno peggio. Del resto se questo sistema ha ancora qualche possibilità di sopravvivere, ciò dipende soltanto ed esclusivamente da loro. E dunque diamogli il benvenuto.

Pop-corn


Il solito feticismo americano.

giovedì 10 maggio 2018

mercoledì 9 maggio 2018

Disgusti



Il professor Ernesto Galli ha scritto per il Corriere un editoriale: Di Maio, Renzi e Salvini, tre leader frutto dei tempi. Credo meriti di essere letto, “a prescindere”. Elude solo una questione, quella delle responsabilità, che non possono essere attribuite solo ai “tempi”, signora contessa. In tal caso sarebbe come archiviarle, restando sul terreno della mera lamentazione rimpiangendo l’idea dell’antica militia. A tal riguardo basterebbe andare con la memoria alle posizioni espresse dall'intellighenzia negli ultimi decenni per rintracciare stili di pensiero e di vita “frutto dei tempi”, ossia i discorsi fatti sulla “fine delle ideologie”, per prevedere in anticipo il conflitto in crescendo tra elitismo e populismo, e quanto fosse dubbio, tra l’altro, che ciò si potesse configurare come qualcosa di diverso di quanto accade oggi. E ancora ieri sera bastava ascoltare Paolo  Mieli, ospite di quella crocuta che risponde al nome di Giovanni Floris, nei suoi deliri pseudo storiografici.

Tortura: solo se il fatto è commesso mediante più condotte


«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

La testimonianza è dell’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, allora a capo di una squadra di torturatori detta dell’Ave Maria, che si occupava di interrogare e, secondo la confessione di Genova stesso, torturare i brigatisti e sospetti tali. Facevano un “uso massiccio di waterboarding (tortura dell'acqua), ma anche di violenze sessuali, pestaggi e abusi psicologici”. Salvatore Genova in seguito divenne deputato nelle file del PSDI, che poi lasciò per aderire alla DC (*).

La ragazza è Elisabetta Arcangeli, sospettata di essere collegata alla Brigate rosse. Il lavoro sporco venne eseguito, insieme alla sua squadretta di esperti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale, da Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli. L’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, “direttamente dal ministro Virginio Rognoni”.

«Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti [… ] con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. […] Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno».

martedì 8 maggio 2018

Maschere / 3



Tra le molte altre maschere, penso non a Fusaro Diego, al quale in questo blog ho dedicato fin troppo spazio, né a David Harvey, che tanto solluchero salivare produce negli “anticapitalisti”, ma altresì a quel bel tomo di Thomas Piketty, che con le sue robinsonate ha raggiunto notorietà universale.

“Ogni società ha bisogno di una grande storia per giustificare le sue disuguaglianze”, denuncia Piketty. “Nelle società contemporanee è la narrativa meritocratica: la disuguaglianza moderna deriva da un processo liberamente scelto in cui ognuno ha le stesse opportunità”. Segue la critica tagliente a questa narrazione: “Il problema è che c'è un abisso tra le proclamazioni meritocratiche ufficiali e la realtà”. Bene, e quali sarebbero? Piketty non ha dubbi e con un grafico corrobora il suo giudizio negativo sui nuovi criteri di selezione (Parcoursup) per l’accesso universitario in Francia.

La disuguaglianza moderna affonda le sue radici nella disparità delle opportunità, ci racconta Piketty. Se solo avessimo tutti le stesse opportunità, la schiavitù moderna svanirebbe d’incanto. Però resta indeterminato che cosa realmente e concretamente sia causa dell’ineguaglianza sul piano delle opportunità. Delle contraddizioni insite nei rapporti di produzione in fondo a questa gente importa nulla.