sabato 14 novembre 2015

Considerazioni sulle leggi naturali ovvie


In queste ore ciò che ci pervade è un senso di paura e d’insicurezza, di sgomento e pietà per le vittime di tanta ferocia. E però dovremmo porci delle domande, ad esempio sulle responsabilità di un ordine economico e geopolitico che produce, per contrapposizione, forme di coscienza così involutive e irrazionali. Con quali armi, per conto di quali intricati e sovrapposti interessi, si combattono le guerre in Medio Oriente, in Africa e altrove? Con la stessa coerenza ideologica che in altre epoche si giustificava la schiavitù, continuiamo a considerare normale la condizione di sfruttamento di tanta parte dell’umanità. Anche nel nostro caso, siamo stati abituati a considerare “normale” e anzi di sicuro avanzamento sociale e di benessere la condizione in cui viviamo. Additiamo il nostro modello di sviluppo agli altri ben sapendo che entro le coordinate del capitalismo non c’è trippa per tutti. E che il nostro sia un modello economico e sociale vincente lo dimostra il fatto, inconfutabile, che milioni di profughi e di poveri fuggono dal loro inferno per venire nel nostro paradiso. Un inferno ricco di petrolio e di altre materie prime il cui approvvigionamento è indispensabile per mantenere alti i profitti dei nostri benefattori e pacificato il nostro paradiso.

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Le operazioni economiche appaiono come atti di volontà di quelli che vi partecipano, come manifestazioni della loro volontà comune espressa nei contratti. Le forme giuridiche, quali semplici forme, non fanno che esprimere il contenuto di tali volontà contrattuali, ma non possono determinarne il contenuto stesso, anche se il potere giudiziario può esigere l’esecuzione delle volontà espresse nei contratti rispetto alle singole parti.

Tale contenuto economico è ritenuto “giusto” quando corrisponde al modo di produzione, quando gli è adeguato. È ingiusto quando si trova in contraddizione con esso. Per esempio la schiavitù, sulla base del modo di produzione capitalistico, è ritenuta non solo illegale ma un istituto esecrabile poiché espressione di una condizione di sfruttamento inumana. Tale giudizio, di là dell’aspetto giuridico, è un giudizio morale che tutti ci sentiamo di condividere ma che in altre epoche, anche recenti, non fu per nulla condiviso.

Vediamo dunque come la morale, e con essa l’ideologia di cui è per tanta parte espressione, muti con il mutare delle circostanze storiche. Aristotele, per esempio, dal proprio punto di vista etico e antropologico non considerava ingiusta la schiavitù poiché essa era adeguata al contenuto del modo di produzione della sua epoca. Senza l’istituto della schiavitù egli non avrebbe potuto godere di quell’ozio operoso che gli permise di filosofare. Al pari dell’antico, lo sfruttamento moderno del lavoro altrui non produce condanna sotto il profilo morale e non ha rilievo sotto quello giuridico.

Il proprietario moderno, il capitalista, non ha bisogno di acquistare degli schiavi per ottenerne prestazioni lavorative. Si limita ad acquistare la forza-lavoro dell’operaio salariato. La forza-lavoro è l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di una persona, e che questa mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere. Tale capacità lavorativa è comune a tutte le epoche storiche, ma perché tale capacità possa essere venduta deve presentarsi sotto forma di merce.

Un lungo percorso storico ha visto da un lato lo schiavo affrancarsi dalla sua condizione e dall’altro svilupparsi e affermarsi come modo generalizzato di produzione quello basato sulla produzione di merci. Dal punto di vista storico sarebbe interessante ricostruire il percorso seguito dalla cosiddetta accumulazione originaria, ad ogni modo gli ex schiavi sono liberi formalmente ma costretti dal bisogno a vendere l’unica cosa che essi realmente possiedono: la loto capacità lavorativa nella forma di merce.

Nella sua forma storica capitalisticamente determinata di merce, la capacità lavorativa, come qualunque merce, ha un duplice aspetto: quello di valore d’uso e di valore di scambio. Ma, mentre il valore di scambio della forza-lavoro è identico a quello di tutte le altre merci, il suo valore d’uso ha una caratteristica particolare, cioè quella di essere la fonte del valore, ossia di poter creare, durante il suo impiego produttivo, un valore maggiore, aggiuntivo, a quello posseduto in partenza (*).

Ciò che è mutato sono dunque le forme in cui avviene lo sfruttamento della capacità lavorativa umana nell’ambito della divisione sociale del lavoro e nell’ambito della divisione sociale in classi. L’operaio si presenta sul mercato come libero venditore della sua capacità lavorativa nella forma di merce, e il capitalista l’acquista per sfruttarne il valore d’uso per un tempo determinato. Un rapporto apparentemente chiaro, trasparente.

Il tempo di lavoro richiesto all’operaio è fissato contrattualmente, ma naturalmente è più lungo del tempo di lavoro che viene retribuito. Del resto che senso avrebbe se il capitalista acquistasse forza-lavoro “al suo valore”, cioè se dovesse limitare il tempo di lavoro dell’operaio allo stretto necessario a ripagarne il salario?

Già questa semplice riflessione dovrebbe rivelare che lo scambio tra capitale e lavoro non corrisponde ad uno scambio paritetico. E il fatto che l’operaio vi sia costretto dal bisogno, dovrebbe indurre a ritenere che egli non si trovi nella condizione di decidere liberamente come invece si rappresenta nella finzione giuridica e in altre sedi.

Per mettere le cose tranquille sia dal punto di vista morale che da quello giuridico a questo punto interviene l’ideologia. Ed è in tale frangente che gli economisti (pleonastico aggiungere: borghesi) fingono di non distinguere la forza-lavoro, in quanto merce, dalla capacità lavorativa (lavoro), in quanto forza produttiva. Così facendo, gli economisti, oppure i politici, i giudici o i filosofi e sociologi dissimulano lo sfruttamento capitalistico. Non lo fanno solo per ignoranza, posto peraltro che oggi nulla la possa giustificare.

In effetti, con minore o maggiore grado di consapevolezza, gli apologeti si assumono il compito di giustificare in ogni modo possibile il furto di lavoro (e delle vite) altrui da parte dei padroni del vapore. Sotto il profilo soggettivo lo fanno con la stessa coerenza ideologica e naturalezza che in altre epoche giustificava la schiavitù, pretendendo di conoscere bene e giudicare con equilibrio.  Ovviamente negano il carattere storico, transitorio, del modo di produzione fondato sulla forma valore e sull’asservimento della forza produttiva del lavoro alle esigenze di arricchimento della classe che detiene la proprietà/possesso dei mezzi di produzione.

Il lavoro di tutte queste brave persone che ci convincono e auto-convincono della bontà di questo sistema, consiste nel farci riconoscere come leggi naturali ovvie le esigenze di questo modo di produzione. Così come furono fatte apparire naturali e ovvie quelle vigenti in altre epoche.

(*) Al pari di certi sociologi abbagliati dal feticismo della merce, Lacan è abbagliato dal feticismo del godimento e intende il plusvalore come forma che ne esprime la sottrazione. Il plusvalore non è semplice sottrazione di godimento (del “plus-godere” come lo chiama), così come la condizione dello schiavo non è semplice sottrazione di libertà, per quanto ovviamente tali aspetti siano soggettivamente rilevanti. L’istituto della schiavitù antica rappresenta il motivo fondamentale di contraddizione in cui iscrivere la crisi del mondo antico (ossia il limite al suo sviluppo, come del resto avvenne agli schiavisti sudisti nell’America dell’Ottocento), allo stesso modo in cui la tendenza divaricante tra valore d’uso e valore di scambio, tra processo di lavoro e processo di valorizzazione, mina irrimediabilmente il capitale nel suo divenire e costituisce il suo limite insuperabile.


6 commenti:

  1. Cara Olympe,
    condivido l'ottimo riassunto,conciso ,comprensibile.
    E visto che in apertura hai sfiorato l'argomento principe di queste ore,direi che sarebbe il caso di rendere esplicito la spiegazione di una domanda fatta tempo fa da altro forumista,su quali sarebbero state le occasioni per mobilitare le "masse" sic!,al fine di dare avvio a nuovi macelli.
    Ecco, a mio modesto avviso ,questa,è una di quelle occasioni.
    Direi che mi sembra palese che tali situazioni,giovino ad entrambi i contendenti,con buona pace della grande massa di commenti che dovremo subire in questi giorni,esperti,moralisti ,politologi,e solo giove sa chi altri ,...ancora ,armati tutti quanti da grandi dosi di ipocrisia ,direi ormai a buon mercato
    Caino
    ps pubblico anonimo in quanto da altro terminale,prestatomi.

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    1. Caro amico, dalle virgole avevo chiaro che sei tu a scrivere :)
      la domanda che invece mi pongo è sempre la stessa: chi fornisce armi, munizioni, medicine, mezzi di sussistenza, supporto logistico, denaro eccetera a questi tagliagole? ovvero, con quali complicità si procurano tutto ciò, chi acquista il "loro" petrolio, a quali controlli dei flussi finanziari riescono a farla franca? non si tratta quindi solo di ipocrisia ma di precisi interessi. un cordiale saluto

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  2. Cara Olympe,
    hai gia la risposta.
    Sara'la tua,l'unica domanda che non verra'mai posta ,in decice di trasmissioni.
    Caino

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  3. Tra tutti gli altri, come sempre molto suggestivi, mi ha colpito in modo particolare questo passaggio dell'articolo:

    "Vediamo dunque come la morale, e con essa l’ideologia di cui è per tanta parte espressione, muti con il mutare delle circostanze storiche ...".

    che mi ha ricordato Trotsky con il suo "La loro morale e la nostra".

    Un testo che, in estrema sintesi, mi pare molto marxiano. La "sovrastruttura", con tutte le sue articolazioni, legata dialetticamente alla "struttura".

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    1. meno male che arriva qualche commento. grazie

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  4. Gli attentati hanno avuto pieno successo. Il Sole 24 Ore è uscito a palla con un articolo (che avevano sicuramente nel cassetto pronto per l'occasione) in cui si suggerisce di mettere su un bell'esercito dell'Europa unita. Siamo in pericolo, quindi più carri armati e bombardieri, più militarizzazione, più spionaggio e magari anche una riabilitazione postuma di Bava Beccaris, che è poi il loro vero obiettivo.

    Naturalmente seguiranno altre guerre americano-saudite in giro per il mondo, e qualche altra vagonata di morti e sfaceli, per tenere l'Europa alla catena della NATO e per prolungare il ballo sul Titanic di qualche decennio.

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