domenica 15 novembre 2015

Banalità dell'amore


Il motivo principale per il quale continuo ad occuparmi degli editoriali di Eugenio Scalfari – ossia a scriverne in questo blog posto ai margini della costellazione di Orione – è dato dal fatto che essi rappresentano un veicolo importante di trasmissione di quelle opinioni che vanno a formare quella che poi chiamiamo ideologia dominante. Un altro motivo sta nel mio divertimento a leggere e commentare ogni domenica le verità di base di questo grande intellettuale che sempre più aspira alla citazione postuma come filosofo.

*

Questa domenica, Scalfari, parlando degli eventi tragici ma non imprevedibili di Parigi, decide di affrontare la questione “assai complessa” che “riguarda la libertà, che cosa significa, da dove ci viene”. Niente di meno. Prepariamoci.

«Ebbene, noi non siamo liberi se non per un istinto e per la natura che contraddistingue la nostra specie da quella degli altri animali. La nostra natura possiede la capacità di guardare noi stessi mentre viviamo. È questa capacità che ci fa diversi da tutti gli altri animali. Noi ci guardiamo agire, vivere, invecchiare e sappiamo anche di dover morire.»

Detta così e a dar retta al senso comune non ci sarebbe da cambiare una virgola, e invece in queste parole c’è tutto l’equivoco borghese sul concetto di natura e su quello di libertà, laddove il primo viene ad assumere, come si vedrà, una dimensione astratta e l’altro i tratti dell’enunciazione stereotipata e tautologica.

Secondo Scalfari a distinguerci dalle altre specie animali (o vitali, come preferisce) sarebbe la nostra natura. Ciò che sfugge a Scalfari, a tutti i riduzionisti e agli innatisti, è il non vedere che tale “natura” è essenzialmente storica, il non tenere sufficientemente conto della distinzione fra ciò che è culturale, storico e sociale nello sviluppo psichico umano e nelle complesse forme culturali del comportamento, e ciò che invece è istintivo, naturale e biologico.

In altri termini, il riduzionismo antropologico alla Scalfari identifica tout court l’essere umano con l’individuo concreto e non già l’essere umano nella concreta materia sociale e nelle sue forme di esistenza storicamente determinate. Non deve dunque stupire che per i riduzionisti l’individuo in sé possa assumere di volta in volta l’aspetto di qualunque fantasma, e che la libertà diventi un portato della sua stessa natura. L’uomo naturalmente libero!



Scrive Engels nell’Anti-Dühring:

La libertà non consiste nel sognare l'indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l'esistenza fisica e spirituale dell'uomo stesso: due classi di leggi che possiamo separare l'una dall'altra tutt'al più nell'idea, ma non nella realtà. […] La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali: essa è perciò necessariamente un prodotto dello sviluppo storico. I primi uomini che si separarono dal regno degli animali erano tanto privi di libertà in tutto quello che è essenziale, quanto gli stessi animali, ma ogni progresso verso la civiltà era un passo verso la libertà.

Pertanto gli esseri umani non sono liberi per istinto non più di quanto lo siano gli altri animali, né lo sono per la loro “natura” intrinseca. Il significato più profondo del concetto di libertà consiste nella capacità pratica degli esseri umani di piegare tutte le forme di esistenza della materia, compresa quella sociale, alla soddisfazione e alla produzione dei bisogni umani. E ciò è possibile alla condizione di conoscere proprietà e leggi di movimento e di impiegare queste conoscenze nel modo appropriato (*).

Insiste ancora l’Oracolo:

«Tutte queste caratteristiche fanno sì che il nostro istinto di sopravvivenza è duplice: vogliamo sopravvivere come individui e vogliamo anche sopravvivere come specie.»

«L'istinto principale che abbiamo e che condividiamo con tutte le altre specie vitali, è quello della sopravvivenza. In più abbiamo la memoria, altro segno che ci distingue dalle altre specie viventi.»

L’istinto di sopravvivenza – come può dimostrare qualsiasi etologo ma anche il caso del nostro domestico cagnolino – è duplice anche negli altri animali, poiché ogni animale lotta per la propria sopravvivenza e procrea per perpetuarsi come specie, il cosiddetto spirito di conservazione, senza dire che molti animali mostrano di avere più cura della propria prole di certi umani.

Quanto alla memoria, come altro segno distintivo che arriva in soccorso alla mera natura (un po’ fragile per reggere tutto il peso dell’umana condizione), non è difficile scoprire che anche altre specie animali possiedono forme, anche complesse ed evolute, di memoria. E tuttavia la memoria che ci distingue dev’essere altra, sennò dov’è la differenza? E però non solo "memoria" come funzione psichica superiore, ma più in generale credo si debba intendere come “cultura”, come accumulo dell’informazione non ereditaria e dei mezzi per la sua realizzazione e conservazione. Da cui il pensiero, il linguaggio, la coscienza. E però Scalfari ci lascia soli con questa cazzo d’indefinita “memoria”.

Apprezziamo quest’altra verità:

«All'individuo che ciascuno di noi ha scelto di essere abbiamo dato un nome che è il nome dell'Io che siamo. L'Io è una costruzione, è il nostro sentirci individui e c'è sempre, in qualunque momento, dalla nascita fino alla morte. Quindi la sopravvivenza e l'amore per noi stessi è automatico, fa parte della nostra natura.»

Mera tautologia: l’istinto di sopravvivenza fa parte della nostra natura e come tale produce l'amore per noi stessi; l'amore per noi stessi, innato per nostra natura, produce l’istinto di sopravvivenza. Caro Scalfari, per capire l’uomo quale essere sociale e non semplicemente quale entità metastorica abbiamo bisogno di un modello qualitativamente diverso da quello del ragno che ama istintivamente la sua tela secondo natura.

Quanto al sentirci individui c’è da osservare che possiamo sentirci tali solo in società, poiché un individuo che non sia anche un essere sociale esiste solo come astrazione, come Tarzan tra le scimmie. E quanto al nome esso serve, buttiamola così, per distinguere il nostro smisurato Io dall’Io altrettanto smisurato degli altri. Anche lo schiavo ha un nome, un amore per se stesso quale prodotto di un istinto secondo natura. E tuttavia, quale essere sociale, inserito in una società di classe, egli è libero quanto può esserlo la coscienza dei feticci compatibili sotto il dominio reale del capitale.


(*) Potrà sembrare stupefacente per qualche biologo con le lastre della risonanza magnetica in mano, ma cervello, orecchi, occhi, mani, eccetera, sono anch’essi il risultato di una produzione interamente umana. Perché è proprio nel complesso processo della produzione materiale – e ciò è assente negli altri animali – che il cervello diviene cervello che pensa in modo umano e l’occhio impara a vedere umanamente. Dal che segue un’altra generalizzazione: l’educazione dei cinque sensi, così come l’intelligenza, sono il risultato dell’intera storia universale.

6 commenti:

  1. Si,cara Olympe,puo'sembrare stupefacente,ma noi sembra che si sia quel che si sia,proprio in funzione "solo"della nostra storia,che 'absit iniura verbis",pare sia proprio cosi',nonostante ad ogni pie'sospinto,tanto per guadagnarsi la pagnotta,schiere immani di filosofi,scoprano sempre le leggi di una morale universale,parlandosi uno sopra l'altro...alla scoperta e alla ricerca del santo Graal dell'acqua calda.
    Acqua calda, che detto tra pochi intimi,pare risiedere nelle leggi della termodinamica,a cui pare si ispirassero pure quei santoni nobel ,del mito dei derivati.
    Ignorando pero' la semplice considerazione che per portare un po'di ordine ,si finisce per provocare piu' disordine complessivo,come nel capitolismo.
    Se la natura sociale umana ,vuole sopravvire al tempo,non ha che una scelta:nel sociale superare le leggi della termodinamica,senno',dopo il capitalismo ci puo'essere solo la morte termodinamica.
    Fate voi,esseri che diconsi senzienti..

    Caino

    RispondiElimina
  2. Orione? Pensavo Andromeda.

    Sia dove sia, tali glosse alla filosofia scalfariana sono assai preziose per noi poveri lattanti della misera Via.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. andromeda? oh no, affitto troppo caro lì

      Elimina
  3. Ma libertà non era partecipazione?
    Roberto

    RispondiElimina