domenica 7 luglio 2013

Divagazioni domenicali


Nonostante gli enormi progressi tecnologici e scientifici, la scolarizzazione di massa e l’ampia possibilità d’accesso ai fatti che riguardano le variegate manifestazioni della cultura, tutti noi – chi saltuariamente e chi più frequentemente – ci comportiamo nella pratica quotidiana, nei nostri discorsi e atteggiamenti, come se non ci fossimo mai del tutto affrancati dai “miti” del passato. È questo un atteggiamento culturale, ossia quello di trascinarci dietro il “pregresso”, ben comprensibile entro certi termini.

Ogni individuo e ogni generazione trovano un mondo già dato, costituito anzitutto da una somma di rapporti storicamente prodotti con la natura e dagli individui fra loro, vale a dire delle circostanze materiali e spirituali che da una parte possono senza dubbio essere modificate da ogni nuova generazione, ma che d’altra parte impongono ad essa le loro proprie coordinate di vita e di uno sviluppo determinato, ossia uno speciale carattere che poi gli storici, i filosofi e gli ideologi chiamano di volta in volta in vario modo.




Si possono rilevare però anche frequenti comportamenti e atteggiamenti che con la razionalità non hanno nulla a che vedere anche in àmbiti nei quali essi non dovrebbero essere di casa. Si pensi solo a certe pratiche “mediche” o “para-farmacologiche”, o a certe eclettiche teorie filosofiche e politiche, per esempio alle assurdità di uno Steiner e quindi a quelle dei suoi adepti. O ai deliri di certi epistemologi, cosa di cui dà conto in un bel post il solito molto egregio Popinga. Ma da questa critica non vanno immuni nemmeno le scienze “serie”, le scienze naturali, di là della matematizzazione dei loro modelli, esse non di rado finiscono per trascendere nella pura metafisica e nel più sfrenato relativismo. E non è quindi casuale la loro perdurante impasse.

Scrive Engels nella Dilettica della natura:

Gli scienziati credono di liberarsi della filosofia ignorandola o insultandola. Ma poiché senza pensiero non vanno avanti e per pensare hanno bisogno di determinazioni di pensiero e accolgono però queste categorie, senza accorgersene, dal senso comune delle così dette persone colte dominato dai residui di una filosofia da gran tempo tramontata, o da quel po’ di filosofia che hanno ascoltato obbligatoriamente all’Università, o dalla lettura acritica e asistematica di scritti filosofici di ogni specie, non sono meno schiavi della filosofia, ma lo sono il più delle volte purtroppo della peggiore; e quelli che insultano di più la filosofia sono schiavi proprio dei peggiori residui volgarizzati della peggiore filosofia.

E dio solo sa quanta cattiva filosofia – di tutti i tipi – si trovi in circolazione, e come per contro sia invece considerato un cane morto Hegel, il quale ha esposto, in modo addirittura profetico, molte categorie dialettiche della massima importanza per certi problemi moderni; ma resta tuttavia il fatto che l’unico filosofo borghese realmente dialettico non ha avuto quasi nessuna influenza sugli scienziati (a parte ovviamente Marx ed Engels), essendosi essi rifiutati, più per ignoranza e pigrizia che per consapevole scelta, di considerarlo nella sua effettiva e non trascurabile importanza.

I classici del pensiero – come ricordava Robert Havemann – hanno sempre insistito nell’affermare che per le scienze naturali, come per tutte le scienze, il problema principale sta nell’uscire dal pensiero meccanico, metafisico, per arrivare a un pensiero dialettico sempre più consapevole. Questione questa generalmente ignorata o sottovalutata, come se studiare la filosofia, la storia del pensiero filosofico, fosse un’occupazione cui giocoforza ci concediamo in età scolare. E vorrei vedere quali scienziati del bosone abbiano cognizioni sufficienti con la filosofia idealistica e materialistica, dialettica e non dialettica, con Laotze e Hegel, Spinoza e Kant, Marx e soprattutto Engels.

Ma non è proprio di questo che nel post volevo riflettere, anche se ciò mi serve per avvicinarmi – per un sentiero di pensiero che considero parallelo – al tema del quale voglio dire, giunti a questo punto, in poche parole.

Leggevo questa mattina una storiella che ha per protagonista Michael Leahy, un ex ispettore minerario improvvisatosi antropologo, il quale nel suo primo incontro con gli indigeni della Nuova Guinea, negli anni Trenta, sperimentò una curiosa situazione. Quando arrangiò il grammofono su una stuoia, gli indigeni continuavano a fissare la scena con un misto di stupore tragico e sospettosa attenzione. Quando dall’apparecchio uscì una musichetta allora in voga, Looking on the Bright Side of Life, saturando l’aria di quelle note, Michael e gli altri bianchi al suo seguito, si aspettavano di veder danzare gli abitanti radunati in quel luogo.

Lo stupore di Michael fu grande quando vide che i “selvaggi” non solo non ballavano, ma se ne stavano immobili. E solo dopo, per compiacere probabilmente le insistenze degli uomini civilizzati, cominciarono le loro danze ma con cadenze forzate, e accompagnati da quelli sguardi strani che furono documentati dalle foto e dai filmati ripresi in quell’occasione. C’era anche chi piangeva.

Alcuni decenni dopo, uno degli indigeni superstiti di quel primo incontro con gli uomini bianchi, nel corso di un’intervista, rivelò: “sentivamo gridare, credevamo fosse una scatola piena di spiriti, credevamo fossero le grida dei nostri antenati”.

Mi chiedo spesso – come credo molti altri di noi – quale sarebbe l’atteggiamento e lo stupore dei nostri antenati se si trovassero, tornando dal mondo dei defunti, a contatto con quelle strane creature che noi siamo oggi. Come giudicherebbe Beethoven ciò che si ode uscire dalle nostre “scatole piene di spiriti”? Si metterebbe anch’egli a lacrimare come gli indigeni di Guinea? E Michelangelo come valuterebbe una geniale tela bucata di Lucio Fontana? Una pazzesca bischerata, c’è da esserne certi. E tuttavia si tratterebbe solo di un gap culturale al quale potrebbe porre rimedio, che so, un critico d’arte di grande vaglia come Philippe Daverio, spiegando compassionevolmente al povero artista redivivo le alte vette conquistate dall’arte concettuale, senza dimenticare di dirgli che nel capitalismo non vale ciò che conta ma ciò che si paga.


E infine, per chiudere, il greco Fidia come avrebbe giudicato le sculture michelangiolesche? Forse come opere non ultimate, visto che mancano di colorazione. Ma senz’altro apprezzate come opere d’arte di valore. E Vitruvio come avrebbe considerate le ville palladiane? Forse con sufficienza, ma non le avrebbe considerate degli aborti. E invece i manufatti odierni di vetro e cemento? Si sarebbe consolato sapendo che per fortuna avranno vita ben più breve delle antiche costruzioni, visti gli scadenti materiali con i quali sono stati realizzati (qui).

Nella foto: veduta di Ostia Antica (2013).

3 commenti:

  1. http://www.beppegrillo.it/2013/07/lotta_di_casta.html

    LOTTA DI CASTA E NON LOTTA DI CLASSE?

    E non è il mov. 5 stelle, un organismo politico, per creare confusione, oltre che per allontanare le persone dall'individuare il "nemico" di classe?

    Saluta da F.G

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    1. a parte ogni considerazione teorica sulla lotta di classe, il blog di grillo ha ragione. ciò che è ben chiaro è cosa intende per casta, poiché le elenca. ciò che non dice è quale forma sociale produca inevitabilmente queste caste, le quali non sono solo un fenomeno italiano, anche se in italia tale fenomeno assume caratteristiche a dir poco patologiche. evidentemente la questione è un'altra, e con la lotta politica, quale l'intende grillo e alla quale si richiama, non combina un tubo. come del resto abbiamo visto. aveva la possibilità di portare dei piccoli cambiamenti, salutari anche quelli, per ricondurre il problema entro limiti più accettabili e in linea con la media degli altri paesi. non ha voluto farlo e ha perso un'occasione storica. in effetti a grillo non interessa il cambiamento, gli basta il ruolo da protagonista in opposizione al sistema. ma è lui stesso che fa parte di questo sistema e gli dà credito. del reto, l'impasse che egli denuncia alla fine dovrebbe indurlo ad altre conclusioni, ma non lo fa. non è suo interesse farlo. come scrivevo nel post precedente, la moralizzazione della politica e di un paese così scadente, infiacchito da un benessere fasullo, troppo rassegnato e adattabile a ogni situazione, è un’illusione e una frode. grillo lo sa, lo dice pure, ma adotta comportamenti opposti, chiede per esempio incontri con napolitano, anzi li rinvia perché sta facendo i bagni di mare .......

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