giovedì 8 marzo 2012

Cosa faremo da grandi?


"Senza teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario.
Non s’insisterà mai abbastanza su questo concetto
in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda
è accompagnata dalle forme più anguste di azione pratica".
Lenin, Che fare ?

Perché mai dovremmo dare appoggio al progetto di una società di tipo comunista? È questa una domanda spontanea quando per comunismo ci si riferisce alle esperienze sociali di tipo russo o cinese, come se tali esperienze avessero precluso definitivamente ogni ipotesi sociale alternativa. Del resto, anche facendo la tara alle particolari situazioni storiche ed economiche in cui sono nati e sviluppati quei regimi che si sono richiamati al nome e agli ideali del comunismo, dovremmo ben guardarci di dare fiducia a quelle esperienze fallimentari che non si può certo affermare siano state il coronamento delle aspettative promosse per decenni dal movimento comunista internazionale.

Tutto da buttare dunque? Possiamo tranquillamente passare a equiparare quel tipo di comunismo con il nazifascismo? Certo che no, si tratta di esperienze molto diverse e i conti con la storia non si possono fare solo con la conta delle vittime. Anche perché al capitalismo, dai suoi albori, ossia con l’espansione europea e il colonialismo, fino alla sua fase attuale, di orrori e vittime si può metterne in conto assai, compreso il nazi-fascismo, che non è solo un’ideologia, nato come risposta alla crisi del sistema da parte delle classi dirigenti.

Si è visto che tali società sedicenti comuniste programmavano e sapevano anche realizzare, una volta raggiunto un certo stadio di sviluppo, un sistema sociale di garanzie e tutele universali ma a scapito di alcune libertà fondamentali. Anche il capitalismo, a un certo punto, ha saputo rispondere al conflitto sociale realizzando un sistema di protezione sociale in una cornice più democratica. Tuttavia solo in alcuni paesi ciò è avvenuto, sia in forza dei proventi realizzati sfruttando selvaggiamente il resto del pianeta in un quadro politico e strategico molto diverso dall’attuale, sia creando un enorme debito pubblico statale.

Abbandonata l’idea, perché resa improponibile, di una società di tipo sovietico o cinese, il proletariato europeo (nei paesi latini aveva finito per non credere più alla possibilità concreta di un comunismo “dal volto umano”), accettava e partecipava col proprio consenso attivo ad un sistema sociale che sostanzialmente si può definire “socialdemocratico”, ossia un regime capitalistico misto pubblico/privato, laddove lo Stato interviene con un forte welfare e facendosi o fingendosi arbitro del conflitto tra le forze sociali.

Ora, senza entrare in altri dettagli perché sto parlando di cose ampiamente note, possiamo dire che, venendo a cambiare le precedenti condizioni, essendo cioè pervenuti alla competizione globale dei fattori economici, saltate le barriere e liberato da ogni vincolo il capitale, tramontato il ruolo strategico del patto sociale tra le classi e con il rifiuto del capitale di farsi carico per la sua parte del debito statale, il proletariato europeo si trova in una situazione per certi aspetti senza precedenti. E questo insieme di fatti (ma non solo questi) marca la differenza tra la crisi capitalistica attuale e quella delle fasi precedenti.

Pensare che superata questa fase (quando?) si possa tornare (come?) al passato è l’illusione e l’errore più grave. E del resto, con un candore altrimenti sorprendente, gli alfieri del capitale lo affermano chiaramente decretando la fine dello stato sociale europeo, mentre altri, meno scoperti, sostengono che sarà “solo” fortemente modificato. Si tratta quindi di comprendere appieno la situazione e di compiere delle scelte. Tuttavia questi nodi non verranno al pettine se non quando la crisi indotta anche dalle nuove dinamiche mondiali comincerà a colpire pesantemente anche quei paesi e quegli strati sociali che finora ne sono rimasti immuni o poco coinvolti.

Allora saremo in molti a porci finalmente la domanda di cosa vogliamo essere da grandi. Sempre se per allora non si sarà trascinati da altre volontà verso diversi obiettivi. E il quesito non potrà che essere grossomodo che questo: possiamo liberarci di un sistema dominato dalla grande proprietà e dai monopoli che oltre a uccidere il pianeta ci priva di ogni sicurezza e diritto facendoci ritornare molto in là nella storia, e quindi con cosa lo sostituiamo?

Liberarsi della vecchia società non potrà essere un evento, ma un processo in divenire e niente affatto incruento. Su cosa costruire al suo posto è una vecchia questione, ma le diverse esperienze del Novecento possono insegnare molto perché non tutto è stato inutile o da buttare (come vuol far credere certa propaganda), ponendo ogni attenzione possibile per gli errori, ossia per le forme di totalitarismo sia privatistico e sia burocratico. Insomma, uscire dalla mera contestazione e da velleitarie idee di “decrescita” e “autogestione”, prendere di petto una faccenda seria e anzitutto coscienza che senza teoria e senza organizzazione non si va da nessuna parte.

8 commenti:

  1. D'accordo da cima a fondo!

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  2. Condivido molto queste riflessioni.
    C'è in questo periodo (ma non da ora) una generale incapacità di comprendere cosa sia successo e per quale ragione sia successo. E così sembra che oggi “improvvisamente” sia diventato possibile questo attacco allo Stato sociale di tipo socialdemocratico. Ma le condizioni erano maturate da tempo, purtroppo.
    Ci si è fatti cogliere impreparati da questa trasformazione del capitalismo finanziario: e mi riferisco a coloro che si oppongono – almeno in apparenza – al “sistema”.
    Anziché lavorare per un'alternativa sociale (e politica), in questi anni si è “tirato a campare”; ci si è illusi che fosse sufficiente difendere l'esistente per parare i colpi del capitalismo “globale”. E invece le condizioni di possibilità dello Stato sociale si stavano sgretolando, con l'allargamento del “mercato” e delle sue logiche a un intero continente (perché tale è l'est asiatico, e tale è persino la Cina presa a sé). Quando si festeggiava la caduta del Muro, nell'ormai lontano '89, non si pensava forse che l'ingresso di una miriade di Stati e popoli nel club del capitalismo, con le sue promesse di crescita, sviluppo e “benessere”, avrebbe comportato contraccolpi nell'allora “privilegiato unico”, l'Occidente nord-atlantico? Chi avrebbe poi pagato quei contraccolpi, chi avrebbe pagato quelle “scosse di assestamento” del nuovo assetto del mondo, se non le classi lavoratrici?
    E pagano sia qui, sia nei Paesi “emergenti”. Per salvare i profitti, qui, vengono sacrificate le retribuzioni e le “cinture di sicurezza” (previdenza, diritto del lavoro, contratti collettivi, ecc.) delle quali le classi lavoratrici erano riuscite (con fatica e sacrificio) a munirsi. Là, nei Paesi “emergenti”, le classi lavoratrici devono lavorare “sodo” in nome della crescita, con salari irrisori e in assenza di garanzie (le “cinture di sicurezza” di cui sopra).
    E' chiaro che chi pensa di affrontare i problemi di oggi con gli schemi di ieri si illude; e a mio parere giustamente fai bene a sottolineare che oggi un “socialismo reale” come quello che vigeva nell'Urss, in Cina e nell'Europa dell'Est non è assolutamente pensabile né proponibile. Tra l'altro – sarà un mio limite – non capisco come si concili l'analisi marxista della società con le “nostalgie” e i revanscismi, che francamente mi sembrano più consoni a un orizzonte di pensiero reazionario; e per me oggi, ad esempio, la Corea del Nord non è che un regime dinastico, colorato di rosso. Una monarchia assoluta, insomma, anche se ufficialmente si definisce altrimenti. Se il “sogno” del comunismo si riduce a questo, è evidente che non può avere capacità di aggregare, non può conquistare le “coscienze”. La meta oggi non può essere quella, almeno secondo me.
    Mi ritrovo pienamente nella conclusione del post: “Liberarsi della vecchia società non potrà essere un evento...” (ecc.). Le idee di “autogestione” e di “decrescita”, poi, a mio avviso, nonostante tutte le loro buone intenzioni (che io riconosco: non mi sento autorizzato a lanciare “scomuniche”), finiscono comunque per essere soluzioni “utopistiche” (nel senso marxiano), che possono portare solo all'edificazione di piccole comunità di “saggi”, che poco possono incidere sulla struttura della società nel suo insieme. E “senza teoria e senza organizzazione non si va da nessuna parte”: proprio così.

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  3. Ottimo. Il problema è che il Grande Partito di tipo novecentesco non è riproponibile e che non siamo capaci di pensare un modo nuovo di far diventare tutte le lotte la stessa lotta.

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  4. certo pietro, i vecchi riti rivoluzionari non sono più proponibili

    ciao

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  5. a ivan: leggo con attenzione i tuoi commenti

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  6. Una solida teoria ce l'abbiamo: il pensiero di Marx.

    L'obbiettivo di riportare i mezzi di produzione al servizio
    della collettività, anche.

    Un modello organizzativo e una strategia mancano.

    Su questo bisogna lavorare.

    Ciao Olympe, stiamo sempre di più avvicinandoci al dunque, e io ne sono molto felice.
    gianni

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  7. Che intendi per "i vecchi riti rivoluzionari non sono più proponibili", Olympe?

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  8. che la conquista del potere politico non basta più, è necessario distruggere ogni illusione al riguardo e puntare a costruire una comunità reale degli individui sociali per sostituire ogni potere politico con un effettivo potere-sapere sociale

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