mercoledì 3 giugno 2026

Il santino

 

Alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della festa della repubblica sfondata sul lavoro, è andato in scena, in Calabria, nei pressi di Amendolara, un paese di 3.000 abitanti, un crimine barbarico, ripreso in video: due uomini hanno gettato benzina in un minivan, non nel serbatoio, ma nell’abitacolo. Hanno poi dato fuoco all’auto e bloccato le portiere dall’esterno. Per i quattro uomini a bordo, Ismat, Fazal, Waseem e Safi, provenienti rispettivamente dall’Afghanistan e dal Pakistan, ogni aiuto è arrivato troppo tardi. Tutti e quattro lavoravano come braccianti agricoli nei campi di fragole circostanti, per salari irrisori (peraltro non pagati) e in condizioni tutt’altro che umane. Sono morti bruciati vivi.

Due individui di nazionalità pakistana sono stati identificati come i presunti responsabili. Si tratta dei cosiddetti “caporali” – spesso migranti a loro volta – incaricati di reclutare lavoratori stranieri a basso salario e organizzare il loro alloggio (si fa per dire). L’unico sopravvissuto è Taj Alamyar, 35 anni, afghano, che si trova in Italia da alcuni mesi. Anche lui era a bordo dell’auto, ma è riuscito a rompere il lunotto posteriore e a fuggire.

Con gravi ustioni alle mani, Alamyar racconta che lui e gli altri erano stati alloggiati in un casolare, dormivano su un materasso a terra e guadagnavano una paga giornaliera di 45 euro. O almeno così sembrava: “Esigevamo il pagamento ogni giorno. Ma trovavano sempre una scusa. E ci facevano pagare cinque euro per il tragitto per andare al lavoro. Cinque euro all’andata, cinque euro al ritorno. Da mangiare avevamo pane e patate, nient’altro”.

La mattina della strage, ci fu un’altra discussione, durante la quale i caporali li minacciarono con un’arma. Poi tornarono nei campi. Sulla via del ritorno, ci fu un altro alterco verbale: “Volevano darci una lezione. Volevano far capire ai braccianti di questa regione che gli ordini non si discutono”, ha detto l'unico sopravvissuto.

I rappresentanti sindacali di CGIL, UIL e USB hanno chiesto un’indagine completa e approfondita. Il sindacato dei lavoratori agricoli FAI della CISL ha descritto l’incidente come senza precedenti per la sua portata. Sono ridicoli. Sanno bene come stanno le cose, non da oggi, ma da decenni.

Lo scorso marzo, il quotidiano il manifesto ha pubblicato un reportage che descriveva dettagliatamente le condizioni di questi braccianti in Puglia. Il quaranta per cento dei pomodori italiani viene prodotto in questa regione. A Borgo Mezzanone, il “cuore oscuro d’Europa”, 5.000 persone vivono in baracche senza acqua corrente e in condizioni igieniche catastrofiche “nei vicoli fangosi del ghetto”. Sono costrette ad alzarsi nel cuore della notte e a lavorare per 14-15 ore fino a tarda notte, con la schiena dolente, per pochi euro. D’estate sotto il sole a picco, d’inverno il freddo penetra nelle ossa e l’aria puzza di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni della spazzatura improvvisati bruciano lungo le strade sterrate; mobili, tegole e pezzi di gomma abbandonati offrono un po’ di calore.

Il presidente della Repubblica sfondata sul lavoro, ormai divento un santino, non si è recato in Calabria. Aveva un altro impegno, ai Fori imperiali.

4 commenti:

  1. Sul tema consiglio questo documentario: “One day One day”, che andrebbe visto in tutte le scuole del Paese https://vimeo.com/798316096

    AG

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  2. Nelle discussioni sul salario minimo i fascisti al governo dicono che in Italia non serve perché, dicono, qui c'è un'altra organizzazione del lavoro. Appunto.
    Pietro
    PS Ovviamente, dicono, con leggi più ferree contro l'immigrazione questo non succederebbe. Preferirebbero che al posto di quegli extracomunitari ci fossero gli italiani come al tempo di Salvatore Giuliano. Solo che gli italiani preferiscono andare a lavorare dove c'è il salario minimo.

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  3. È ingiusto criticare il nostro presidente per la sua assenza. In realtà, a Roma si è occupato di immigrazione, fornendoci, è vero, un concentrato di fregnacce storiche, ma la colpa è dei suoi ghostwriters, non sua: "Noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti paesi d'Europa e delle Americhe. Quindi conosciamo il problema dell'immigrazione, che non è né nuovo nè transitorio: è in fondo anche la nostra storia. Dall'emigrazione con le armi in pugno come i longobardi, che hanno dato nome alla Lombardia, a quella pacifica dopo 1000 anni degli albanesi nel meridione d'Italia, ai tanti arrivi individuali nel corso del tempo, il nostro popolo è il risultato di tanti apporti. E il risultato finale, questa storia, non ci dispiace affatto, anzi siamo orgogliosi del popolo italiano".

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