Non leggo gli articoli di Ravasi puntualmente pubblicati ogni santa domenica nell’inserto del Sole 24 ore. Per la semplice ragione che non mi interessa che cosa ha ancora da raccontare un prete dopo duemila anni di spudorate falsità.
Oggi ho fatto un’eccezione poiché il titolo dell’articolo lo chiedeva: Il mistero buffo del giullare di Dio, ammiratore di Gesù. L’articolo è, manco a dirlo, un esempio classico di strumentalizzazione di stampo pretesco. Del resto, la biografia di Dario Fo, più ancora della sua opera artistica e letteraria, si presta a diverse interpretazioni e utilità.
Giovanissimo, classe 1926, Fo aderì al regime di Salò vestendone la divisa. Nulla di straordinario, a meno di vent’anni e specie in quella congerie storica, si poteva essere anche fascisti. Non però a trenta, come invece lo furono molti altri che poi divennero insigni antifascisti (a babbo morto). In seguito, Dario Fo sì riscattò amplissimamente, divenendo perfino un’icona della sinistra. Tuttavia, per giustificare quella macchia giovanile inventò di aver ricoperto un ruolo di doppiogiochista, motivazione scarsamente credibile e anzi assai meschina.
Fo divenne, con la moglie Franca Rame, un personaggio televisivo di prima fascia, ma sgradito ai soliti democristiani per le sue troppo audaci performance che puntavano a fare della televisione un palcoscenico d’avanguardia (ai tempi di Andreotti e Fanfani!). Banditi dal palinsesto televisivo, i coniugi Fo e Rame ripresero la strada del teatro, questa volta politicamente impegnato, inventando un genere comico nuovo e con un approccio critico verso le democrazie capitaliste e la religione.
Anche nella rappresentazione della sua opera più famosa, Mistero buffo, il messaggio ideologico, una idealizzazione della lotta di classe e del marxismo, a quel tempo fu sempre più importante della differenziazione estetica e psicologica dei suoi personaggi. Pier Paolo Pasolini definì Fo “una specie di piaga che ha infettato il teatro italiano”.
Bisogna però riconoscere a Fo che durante gli anni di Berlusconi, fu uno dei pochi personaggi a far notare quanto comodamente la sinistra italiana si fosse adagiata all’ombra di Berlusconi.
Come scrittore di pièce teatrali, tradotte in moltissime lingue, Fo non eccelse, ma come attore, interprete, costumista e scenografo delle stesse fu riconosciuto maestro e venerato dal pubblico come tale. Negli ultimi anni della sua vita aderì al movimento fondato da Grillo (a suo tempo usato dalla Dc tramite Baudo per attaccare Craxi), del quale evidentemente condivideva le idee e la posizione sociale.
Ravasi, nel suo untuoso articolo, sicuramente non racconta di quando la Rai finalmente trasmise Mistero buffo e il Vaticano telegrafò al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, esprimendo “dolore e protesta per la trasmissione profanatrice e culturalmente inaccettabile”. Oppure di Fo interprete de Il Papa e la strega, che ritrae un papa in crisi che, sotto l’influenza di una strega, decide di farsi promotore della liberalizzazione della droga e allarga le maglie della morale sessuale.
Sorvola Ravasi di quando l’Osservatore Romano, nel 1997, in occasione del Nobel a Fo, definì scandalosa la scelta, denunciando un autore la cui opera era segnata da una permanente “mancanza di rispetto” per i principi religiosi cattolici. Né ricorda, il monsignore, quando nel 2013 il Vaticano negò l’autorizzazione per l’uso dell’Auditorium per uno spettacolo commemorativo dedicato a Franca Rame. Eccetera.
Certo, Fo strizzava l’occhio a un personaggio di cartapesta come Gesù, come nella scena in cui raffigura la fuga di Gesù e dei suoi genitori da Betlemme per sfuggire ai piani omicidi di Erode. Nel luogo in cui si rifugiano, vengono emarginati come stranieri; a Gesù non è permesso giocare con i bambini del posto e alla fine compie un miracolo per conquistare il loro favore.
Ecco che Vatican News scrive: «A cento anni dalla nascita, il premio Nobel italiano torna al centro della scena culturale. Il suo anticlericalismo, spesso motivo di tensione con il mondo cattolico, può oggi essere riletto come critica costruttiva e richiamo alla povertà evangelica. In un’intervista del 2014 alla Radio Vaticana l’attore e drammaturgo si definiva “ateo in ricerca”.»
Questi presunti eunuchi per il regno dei cieli sono come la peste. Sarebbero pronti a scoprire d’emblée un “rapporto dialettico con la fede” anche in Lenin.
Ravasi rilancia, anch’egli sfrutta l’ambivalenza di Fo e non tende solo ad arruolarlo tra i non credenti aperti al “dialogo”, più ancora vuole annoverarlo nella cerchia degli amici di un Gesù “storico” e anticonformista, sull’esempio di un Cacciari madonnaro. Che pena questa Italia, direbbe Trump.
Nessun commento:
Posta un commento