mercoledì 22 aprile 2026

La dignità di Camilla

 

Ho letto stasera l’articolo di Camilla, una ricercatrice all’Università di Milano prossima a diventare “associato”. S’intitola: “Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni”

Scrive: “Ho quasi trentaquattro anni. Per una fortunata combinazione di fattori, tra poco meno di due sarò professoressa associata nella facoltà di Giurisprudenza di uno dei maggiori atenei del Paese, dopo aver avuto esperienze lavorative di alto livello sia nel pubblico, sia nel privato”. Però non può permettersi di acquistare e abitare almeno “un bell’attico con tre camere da letto e terrazza” in zona semiperiferica.

“I miei genitori, professionisti, sono a loro volta figli di una genealogia di professionisti che risale fino al mio trisavolo. [...] Siamo, banalmente, dei borghesi istruiti; un’identità che, in fondo, rivendico o di cui, comunque, non mi vergogno”. E perché mai, cara figliola, si dovrebbe vergognare degli ascendenti, che non si scelgono?

Prosegue: “Esiste infatti una dimensione pratica del vivere, fondamentale per stare al mondo in modo dignitoso, che questa pur solida genealogia non riesce più a garantire. Non nei termini e nei modi in cui era stata promessa, almeno”. Promessa vantata dunque sulla base della sua solida ascendenza, grado d’istruzione e oggettiva posizione di classe.

Camilla si duole della sua relativa, molto relativa, proletarizzazione. Che dipende da un mercato immobiliare altamente speculativo e da un reddito che è più basso di quello di un idraulico. L’emarginazione di vasti strati sociali non è un problema nuovo nel modo di produzione capitalistico. Non è forse il prodotto di determinati rapporti di produzione, di proprietà e di classe? Di tutto ciò Camilla non fa menzione. Perché, a parte l’irraggiungibile attico in centro a Milano, o almeno in zona semiperiferica, di tutto il resto a lei non importa nulla, o almeno non ne fa menzione.

Nel suo articolo è sottinteso che non si tratta di un antagonismo (Camilla lo chiama “odio”) innescato dai rapporti di produzione e di classe, ma di una semplice rivendicazione di status, mortificato dalla dequalificazione retributiva e di ruolo sociale di gran parte del lavoro intellettuale tradizionale. Che in origine, vale la pena ricordare, aveva una marcata connotazione classista e perfino razzista.

Ogni fase del modo di produzione capitalistico, implica una diversa struttura e organizzazione del lavoro. Il processo di proletarizzazione, indotto dallo sviluppo tecnologico, espropria quote sempre più rilevanti di popolazione. Ultimamente, lo si può notare bene da ciò che promette l’intelligenza artificiale. Ciò indica una ulteriore polarizzazione nella società tra un piccolo pugno di capitalisti e i loro rappresentanti e l’enorme massa della popolazione subalterna al rapporto capitale/lavoro.

È la tendenza, quella della proletarizzazione del ceto medio e di fare di ogni lavoratore intellettuale un salariato del capitale (salario di mera sussistenza), non nuova. Sempre che sia un lavoratore intellettuale in qualche modo funzionale al capitale. Una donna che ha avuto esperienze lavorative di alto livello, queste cose dovrebbe comprenderle da sé, pur senza diventare una potenziale antagonista del “sistema”.

Tra l’altro, allargando un po’ il discorso, stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale e locale, senza partire dalla modificazione intervenuta a livello mondiale. Ma già questo richiede un più alto livello di analisi, che a Camilla non si può chiedere.

Camilla è precisa e concreta nelle sue aspirazioni: “Se, infatti, è il pane il bene che garantisce la sopravvivenza, è la casa quello che ne assicura la dignità. La casa in cui abitiamo è in grado di determinare se la nostra vita sia vivibile o, all’opposto, se non lo sia affatto o non abbastanza, quantomeno”. Vero, ma che cosa dovrebbero dire milioni di persone che sopravvivono nel peggio del peggio, negli alveari di periferie degradate a livelli di anomia totale? Qual è esattamente il loro demerito per non essere stati ammessi alla dignità a cui si riferisce e aspira Camilla?

Quello di un’abitazione di pregio in (quasi) centro città, precisa Camilla, “Non è sicuramente l’unico, ma è tra i primi indicatori utili a quantificare quanto la nostra vita possa qualificarsi o meno come una merda”. Eppure, insiste Camilla, “possiedo, in astratto, tutti i requisiti (famiglia, ceto, titoli di studio, professione) per accedere a una casa, eppure, da un anno a questa parte, la mia traiettoria (quantomeno la sua dimensione reale) si è interrotta”. E incolpa la “pur solida genealogia” di non aver saputo dotarla del dovuto peculio.

Ammette di essere, nonostante tutto, una “privilegiata, ma perché ho dovuto farmi il mazzo per dieci anni, sacrificare tutto mettendo da parte ogni singolo centesimo”. Dieci anni di mazzo, come dice Camilla, bisogna riconoscere che sono tanta roba.

Camilla nel suo articolo non rivendica solo il diritto ad una generica abitazione, bensì rivendica in primis il riconoscimento del suo status e i corrispettivi attributi e privilegi che un tempo vi erano connessi.

Non cogliendo, almeno in ciò che scrive, le profonde trasformazioni in atto da tempo, resta subalterna ideologicamente al sistema che ne provoca sofferenza e frustrazione. Non le resta che tentare la strada di un’unione all’altezza della sua solida genealogia, avendo cura di catturare un rampollo solidamente provvisto di quanto serve per un solido attico in Via Dandolo.

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