domenica 19 aprile 2026

Comprese le guerre

 

Leggendo un libro, un saggio storico o un diario, incontro ad ogni pagina personaggi che non conosco o che conosco poco, quelli per così dire non “famosi”, o non celebrati oggi. La prima cosa che faccio, e che mi rallenta di molto la lettura ma chi se ne importa, è quella di occuparmi di loro, delle loro vite, in dettaglio. E, nel fare ciò, la prima cosa che guardo è quanti anni sono vissuti. Poi mi dico: alla mia età erano a un passo dalla fine, oppure erano già morti. Mi prende un misto di tristezza e di consolazione: la prima perché riflette la consapevolezza di una sorte comune e ineluttabile; la seconda perché in fondo io sono ancora qui e respiro abbastanza bene. Un atteggiamento un po’ sciocco, ma è anche vero che non diamo il meglio di noi stessi continuativamente ventiquattr’ore il giorno, anzi.

Un’altra riflessione riguarda gli avvenimenti vissuti da quelle persone, in genere tra la fine del XIX secolo e la prima metà di quello successivo. Ma come, mi chiedo, possibile non vedessero il baratro che stava davanti ai loro occhi, laddove le premesse del loro destino erano già tutte evidenti, dispiegate per benino? La prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la miopia della conferenza di Parigi, poi i fascismi e la nuova guerra. Facile col senno di poi, si potrebbe dire. E invece no, basterebbe leggere Barbara Tuchman, per vedere inanellati tutti quei fatti che preconizzavano con chiarezza quasi aritmetica, un passo dopo l’altro, il nuovo baratro che si apriva. Anche Keynes, dopo la conferenza di Parigi, lo vide. E molti altri, malgrado il foxtrot e i ruggenti anni Venti.

Poi venne la crisi, la grande depressione, che scoccò improvvisa, per chi non seppe prevederla. Come potevano i corsi azionari battere uno dopo l’altro nuovi record con disuguaglianze sociali così marcate? Anche i ricchi e i benestanti in genere non mangiano più di tre volte il giorno. Non si producevano solo troppe merci in rapporto ai consumi, si produceva anche troppo capitale. E con la crisi venne anche il resto. Com’è più o meno noto.

Hjalmar Schacht fu l’artefice dello schema finanziario che permise la ripresa tedesca e il riarmo, aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles del 1919. Lo schema, ideato nel 1934 dal ministro, prevedeva l’emissione di speciali obbligazioni a nome della Me.Fo GmbH, Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico), una società fittizia, inesistente nella realtà.

Già, la realtà. Che cosa sappiamo esattamente oggi di questa fantomatica realtà, cui siamo convinti di averla in pugno? Nella stessa misura di quanto le anime comuni ne sapevano allora! Ecco la realtà: grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di Stato (i cosiddetti Mefo-Wechsel), il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania, oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo. Emissione di pezzi di carta senza alcun valore in cambio di ricchezza altrui.

Tutto molto semplice, in definitiva. Uno schema Ponzi o Madoff, molto più in grande. Che rappresenta poi essenzialmente la natura stessa del sistema creditizio e finanziario. Chi di noi potrebbe dire di essere effettivamente padrone dei propri soldi depositati in banca come contante o nel portafoglio titoli? Basterebbe un blackout elettrico prolungato per rivelarci la realtà della nostra condizione.

MEFO era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro entro i confini nazionali. John Maynard Keynes, riprendendo un’osservazione fatta da Hubert Douglas Henderson, così si era espresso nel 1941 riguardo al sistema ideato da Schacht: «il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male, non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa».

La realtà finanziaria, così come tutto il resto, si fa beffe della morale, del bene e del male. Solo quando si ha a disposizione una moneta propria, vera o fittizia che essa sia, si possono fare certe cose. Comprese le guerre.

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