mercoledì 29 aprile 2026

Il lavoro “oggettivato” della signora Minetti


Nel momento della più grave tensione internazionale da 64 anni a questa parte, che tra l’altro minaccia una crisi finanziaria ed economica imponente, in Italia tiene banco l’ennesimo scandalo. Non solo quello che coinvolge gli arbitri di calcio (ridicolo credere che in Italia un business del genere e in un mondo opaco come quello dello sport professionistico non esistano manipolazioni), ma più appassionante ancora è quello che ha per protagonista una pregiudicata già amante di un altro pregiudicato al cui nome è stato intitolato uno dei più importanti aeroporti nazionali.

Il caso è noto, riguarda la grazia presidenziale che è stata concessa sulla base di attestazioni che, si dice, si stanno rivelando false. Un tipico scandalo di regime, che però questa volta non coinvolge solo il governo e il suo trincante ministro di grazia e giustizia, ma anche, e secondo il mio parere, non meno, il Quirinale e il suo illustre inquilino. Dunque, con tali chiari di luna quale speranza posso avere di richiamare l’attenzione dei lettori su altri temi che non siano quelli del meretricio nelle sue più concrete e anche astratte variazioni?

Del resto, di che cosa vado a lamentarmi, per esempio del fatto che nella cosiddetta sinistra “istituzionale” sia ormai completamente assente un qualsiasi riferimento a un lavoro teorico degno di tale nome? Non da oggi, ma da tempo ormai immemorabile. I risultati dell’analfabetismo teorico si vedono e si scontano. Vengo ora al dunque.

I paesi che vendono combustibili fossili non hanno certamente derivato la loro ricchezza da una sorta di “plusvalore” derivante unicamente dal lavoro, bensì dalla vendita di una materia prima ad alta densità energetica: il petrolio. È innegabile, almeno in superficie, che il prezzo del petrolio non derivi dal lavoro di nessuno (salvo il lavoro di estrazione, stoccaggio e trasporto), bensì dalla domanda di petrolio come materia prima e fonte di energia per la produzione e altri usi civili.

Nel terzo volume del Capitale, Marx afferma: “La proprietà fondiaria presuppone il diritto monopolistico, da parte di certi individui, di disporre di determinate porzioni del globo, come di sfere riservate alla loro volontà privata, con esclusione di tutti gli altri”. (III, 37, Condizioni della rendita fondiaria; MEW 25, 628, qui il testo è un po’ diverso ma dal significato identico).

Grazie a questo monopolio gratuito sui doni della natura, le nazioni produttrici di petrolio si appropriano di una considerevole quantità di ricchezza, che possono poi utilizzare per acquistare beni di ogni tipo sul mercato mondiale. Pertanto, anche le nazioni produttrici di petrolio realizzano un profitto – questo a un livello superficiale della questione – ma si appropriano solo di “una parte del plusvalore generato dal capitale” che “spetta loro in quanto proprietari terrieri” (ibidem).

Questo chiarisce come prezzo e valore divergano in questo caso: le nazioni produttrici di petrolio si appropriano dei prodotti del lavoro di altre nazioni, semplicemente grazie al loro potere dominante sui giacimenti naturali degli idrocarburi. Questa divergenza è osservabile anche in superficie: il prezzo di mercato mondiale di questi prodotti della natura apparentemente privi di valore fluttua in base alla domanda e all’eventuale shock dell’offerta, e dunque non oscilla attorno a un valore fisso. Questo fenomeno viene spesso definito “volatilità dei prezzi”, ma più spesso di tratta di un fenomeno meramente speculativo.

Marx afferma nella sua teoria del valore, che non è sufficiente che il lavoratore produca qualcosa, ma deve produrre plusvalore. Solo il lavoratore che produce plusvalore per il capitalista o che serve all’autovalorizzazione del capitale è produttivo. Con il suo concetto di valore, Marx sembrerebbe (per i lettori superficiali, o più spesso per sentito dire) affermare che solo il lavoro salariato crea valore; mentre appare ovvio, per quanto qui precede, che anche la natura crea “valore di scambio” (*).

Marx, con il suo concetto di valore, offre una critica devastante al capitalismo, proprio perché solo ciò che serve alla proprietà privata entra nel metabolismo sociale del denaro e, di conseguenza una grande quantità di lavoro socialmente necessario e le sue condizioni vengono consumate come un dono gratuito (si pensi, per esempio, al “lavoro di cura”). Marx dimostra che in questa società solo ciò che serve alla proprietà privata è considerato di valore, compresi il terreno fertile, l’aria respirabile, eccetera.

(*) Marx polemizzò, ogni volta che poté, contro i rappresentanti del primo movimento operaio quando questi producevano perle di saggezza come quelle contenute nel Programma di Gotha, che afferma che “il lavoro [...] è la fonte di tutta la ricchezza e di tutta la cultura”. Al contrario, Marx, nelle sue glosse, precisò: “Il lavoro non è la fonte di tutta la ricchezza. La natura è fonte di valori d’uso tanto quanto il lavoro, che a sua volta non è altro che l’espressione di una forza naturale, la forza lavoro umana”. Pertanto, il processo lavorativo è indipendente da qualsiasi forma sociale particolare ed è sempre “un processo tra uomo e natura”.

Marx, con “plusvalore”, non si riferisce a una categoria fisica, bensì sociale. I suoi riferimenti alle necessità materiali del processo lavorativo sono ben diversi dal contenuto del processo di valorizzazione. In altre parole, Marx stesso insiste in modo piuttosto evidente sul fatto che – sebbene scriva ripetutamente che tutti i valori d’uso derivano dalla natura e dall’uomo – il valore è semplicemente “lavoro astratto oggettivato”. 

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