Potrei pensare ad altro, al ritorno della primavera, alla bellezza delle mie malve che promettono di superare i tre metri d’altezza, alle passeggiate per le strade soleggiate della periferia veneta, o per le calli della mia città, invece di lasciarmi consumare dalla rabbia malinconica suscitata in me dalla distruzione di Beirut da parte dell’oligarchia razzista e fascistoide israeliana. In fin dei conti, che cosa ce ne dovrebbe importare davvero di Beirut, così come di Kiev e di Teheran?
A chi importò davvero della distruzione della biblioteca Vijećnica di Sarajevo e della biblioteca di Mossul, ma soprattutto della nazionale di Bagdad, avvenuta nell’aprile 2003 nel corso della cosiddetta battaglia di Baghdad? In quest’ultima biblioteca non erano conservate solo opere antiche e classiche della storia araba medievale relativa al periodo degli abbasidi e dei mamelucchi, ma anche libri di scienze con riferimento all’algebra e i documenti dei tribunali sharaitici d’epoca ottomana. Librerie trasmesse di padre in figlio, elenchi di libri lasciati in eredità che avrebbero permesso un giorno di riscrivere la storia araba, tanto comunemente maltrattata.
Testimonianze di un’unità araba che possono avere una presa fortissima sulla coscienza collettiva araba. Ed ecco perché quella storia, così come tante altre, fa paura.
Quasi di sfuggita s’è avuta notizia del bombardamento condotto da Stati Uniti e Israele, nella notte tra il 6 e il 7 aprile scorso, della sinagoga Rafi-Nia, nel centro di Teheran. Ciò testimonia che gli ebrei a Teheran possono riunirsi tra loro in società e nei loro luoghi di preghiera. E Dio solo sa quanto siano fanatici e intransigenti gli ayatollah sciiti, ma non tanto quanto i sionisti razzisti e i loro alleati.
Probabilmente si è trattato di una ritorsione contro la comunità ebraica locale, il cui leader, Homayoun Sameh Najafabadi, è un parlamentare iraniano che ricopre la carica di rappresentante ebraico nell’Assemblea consultiva islamica dal 2020. Nel 2024, ha affermato che “l’aiuto del governo iraniano alle sinagoghe, alle scuole, ai ristoranti e ai circoli sociali della comunità ebraica è aumentato notevolmente negli ultimi anni” (fonte: Voice of America).
Sulle macerie della sinagoga completamente rasa al suolo, accorse anche Siyamak More Sedgh, ex parlamentare e medico ebreo iraniano, presidente dell’istituzione benefica ebraica “Dr. Sapir Hospital and Charity Center”. Neanche lui aveva avuto parole gradite ai sionisti quando, per esempio, ha ripetutamente criticato Israele, che ha definito il “regime sionista”. Oppure quando ha sostenuto l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.
Insomma, come già ho avuto modo di documentare più volte qui nel blog da un quindidecennio, non vi sono solo ebrei disposti a giustificare il colonialismo e l’apartheid. E anche qui in Italia vi sono ebrei con i quali si può ragionare anche di queste cose. Ne ho incontrato uno, mia antica conoscenza, proprio ieri pomeriggio a Venezia (ho visitato lì vicino l’orrore architettonico progettato da Vittorio Gregotti). Mi ha detto di essere quasi una rarità: non è antisionista, ma è molto critico (eufemismo) per quanto riguarda Israele.
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