venerdì 3 aprile 2026

Il sistema solare come campo di battaglia

 

Il rover Perseverance è ancora in attesa di Elon Musk. Lo attenderà ancora a lungo. Non è da escludere che in un giorno ancora lontano un umano metterà piede su Marte, ma si tratterà di un caso isolato e di un suicida.

Intanto, a bordo di Orion, lanciata dal razzo Space Launch System, sono in viaggio verso la Luna quattro astronauti. La missione Artemis II di 10 giorni non prevede l’allunaggio, ma funge da volo di prova per un allunaggio previsto dalla missione Artemis IV, attualmente programmata per il 2028. Nel frattempo, si prepara la missione Artemis III, che ha in programma di testare le manovre di rendezvous e attracco con la Starship HLS di SpaceX e la Blue Moon di Blue Origin, entrambe ancora in fase di sviluppo, e la nuova tuta spaziale Axiom.

Non c’è nulla di tecnicamente rivoluzionario nello Space Launch System. Si tratta di un Saturn V in scala ridotta con razzi ausiliari a propellente solido e motori RS-25 recuperati da Space Shuttle dismessi. La capsula Orion è una versione ingrandita del Modulo di Comando Apollo. L'intera architettura della missione, inclusa una traiettoria di rientro libero sulla Luna, seguita da futuri allunaggi con equipaggio utilizzando un modulo separato, replica fedelmente il programma Apollo.

Ciò riflette il carattere burocratico e orientato al profitto del programma, non le esigenze di una vera esplorazione scientifica. Ma il motivo principale è un altro: è la risposta all’espansione del programma cinese di esplorazione lunare e spaziale, che comprende la stazione spaziale Tiangong, le sonde lunari e il rover marziano. Ma c’entra anche la Russia: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Inoltre, gli sviluppi nel settore missilistico sono principalmente finalizzati all’ammodernamento delle capacità di lancio nucleare degli Stati Uniti. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia.

Fatta la tara a queste bagatelle della contesa terrestre tra imperi concorrenti, il ritorno dell’umanità all’esplorazione spaziale è un anacronismo. Una fantasia morta una prima volta dopo l’ultima missione Apollo nel 1972, e una seconda volta con il successo di Hubble, una terza con James Webb Space, il quale ha incontrato dei veri piccoli alieni, sotto forma di puntini rossi (vedi, tra l’altro, l’ultimo numero di Le scienze).

Prima del decollo, i tre americani e il canadese selezionati per la missione Artemis II si sottoposero a centinaia di test fisici. Sputarono in decine di provette e urinarono in centinaia di becher. Nessun mal di stomaco. Nessun problema. Quattordici giorni prima del lancio, furono messi in quarantena. Un modo per garantire che, al momento di dirigersi verso l’orbita lunare, sarebbero stati completamente intoccabili.

Tuttavia, con questa gita intorno alla Luna, gli astronauti (tre dei quattro sono veterani della ISS) comprometteranno irreversibilmente il proprio stato di salute. Anche se la NASA e organizzazioni simili selezionano i più forti tra noi per mandarli in orbita a 27.600 km/h, gli esseri umani rimangono fragili e gli effetti dello spazio sulla salute sono ancora poco conosciuti.

Dapprima sintomi fastidiosi ma tutto sommato modesti. Nel 1968, a bordo dell’Apollo 8 si verificò un’epidemia di diarrea. Poi più seri: nel 1970, sull’Apollo 13 si manifestò un’infezione delle vie urinarie, poi trasformatasi in un’infezione renale. Per chi raggiunse la superficie lunare un nuovo disturbo: “febbre da fieno lunare”. Senza il fieno, ma con la polvere lunare. Si manifesta più come un ammasso di fazzoletti appiccicosi, qualche raffreddore e, per i più sfortunati, una persistente irritazione respiratoria.

Diciassette missioni lunari tra il 1967 e il 1972, dodici paia di piedi sulla Luna e, senza dubbio, le migliori cavie nella storia della salute in assenza di gravità. Ora sappiamo che gli astronauti Apollo hanno un tasso di mortalità cardiovascolare significativamente più elevato rispetto alla media degli abitanti della Terra e degli astronauti rimasti in orbita terrestre bassa, con una differenza di oltre il trenta percento.

Intense radiazioni cosmiche. E qui che entriamo nel regno della fantascienza. Perché, una volta lasciata la magnetosfera – la regione di spazio attraversata dal campo magnetico terrestre – le cellule del sangue degli astronauti sono esposte a raggi galattici e particelle solari. Questi fattori favoriscono le ostruzioni arteriose, aumentando il rischio di malattie cardiovascolari, per tacere del rischio oncologico.

Sei anni fa, nel gennaio 2020, a bordo della ISS, un astronauta che partecipava a uno studio su come i fluidi biologici reagiscono in assenza di gravità ha scoperto un coagulo di sangue durante un’ecografia. Una massa di sangue si era incastrata nella sua vena giugulare. A bordo, l’equipaggio ha impiegato più di tre mesi per trattarla e prevenire un’embolia polmonare. La microgravità ridistribuisce il sangue verso la parte superiore del corpo, e ciò può persino alterare i meccanismi di coagulazione, in particolare nelle astronaute.

Il 7 gennaio scorso, a 408 chilometri di distanza sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), Mike Fincke, 59 anni e con 548 giorni di volo cumulativo, non è riuscito a pronunciare una parola, per venti minuti ha avuto un attacco afasico. È successo all’improvviso, mentre stava consumando il suo pasto liofilizzato. Non se ne conoscono ancora le cause.

Ah, prima di chiudere questo post, una raccomandazione: ricordiamoci di mettere da parte qualche tanica di benzina per i nostri rendezvous estivi. 


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