Vi ho ascoltato, ieri sera in
televisione, con rabbia e con pena. Siete persone semplici, nel significato
migliore del termine, oneste, laboriose, fin troppo pazienti. Nei vostri occhi
si leggeva l’umiliazione alla quale siete sottoposti, e gli showman televisivi sanno
bene che l’umiliazione sociale non alza solo i dividendi dei padroni delle
ferriere, ma anche gli ascolti e gli introiti pubblicitari, perciò la sfruttano,
ma senza esagerare, perché è un gioco pericoloso.
Stupite perché il vostro padrone minaccia
di chiudere la fabbrica se non accettate i suoi soliti abominevoli ricatti.
Davanti ai cancelli della vostra fabbrica non è venuta la Camusso e men che
meno verranno i segretari dei partiti sedicenti di sinistra, anzi di
centro-sinistra (un ossimoro politico, se esistesse la sinistra). E ciò non è
casuale. Vi manderanno la sbirraglia, se non sgombrate.
Perché stupirvi, il padrone fa il
suo mestiere! Lo sviluppo del capitalismo e il progresso della tecnica applicato
al saccheggio del pianeta servono ad arricchire la classe dominante e migliorano
solo incidentalmente la sopravvivenza degli sfruttati. E ora che declina il
periodo della spensieratezza che ci guidava tra gli scaffali dei supermercati,
diventa evidente a tutti che gli utili aumentano con la disoccupazione; Marx lo
aveva spiegato scientificamente un secolo e mezzo fa, e ora i salariati lo riscoprono
sulla propria pelle.
Malgrado tutto siamo ancora infatuati
di concetti come democrazia, partecipazione, cittadinanza, diritti. Cazzate. L’operaio
è anzitutto capitale variabile, merce, che il padrone è libero (lui sì) di
acquistare oggi qui, domani lì e dopodomani chissà. Secondo convenienza e
capriccio. È il principio fondamentale della libertà borghese.
Quando si parla di “mercato”,
delle sue virtù taumaturgiche, proprio di questo, essenzialmente di questo, si
tratta; ossia di fare del capitale variabile, cioè anzitutto degli operai, ciò
che più aggrada agli interessi dei padroni del mondo. Il capitale si
disinteressa della nostra sorte così come di quella del mondo se non nella
misura in cui trova il proprio tornaconto.
I più anziani di noi ricorderanno
quando, molti anni fa, si parlava di uno strano concetto, quello di “sistema imperialistico delle
multinazionali”. Molti operai avevano gli occhi scettici, e i media
irridevano, dicevano si trattava di delirio teorico di pochi, gente
pericolosissima e fuori dalla realtà. Si decantavano, per contro, le virtù
della fabbrichetta diffusa, del capannone dove prima c’era il fienile, le
famose partite iva, i titoli di stato sui quali lucrare alti interessi, un modo
come un altro per dividersi i profitti e aumentare il debito statale. Oggi il
sistema imperialistico delle multinazionali, nella sua realtà storica e negli effetti che produce, è sotto gli occhi
di tutti, e tuttavia è tabù il solo evocarlo.
Circa 700 grandi gruppi
controllano l’economia mondiale, e alcune decine ne costituiscono il fulcro.
Chi decide il prezzo dei cereali con i quali si sfama il pianeta, il prezzo del
petrolio con cui batte il cuore del mondo, sono una dozzina di gruppi di
trading dotati di magazzini, flotte e stabilimenti sparsi per il mondo. Senza
citare la solita Monsanto, le americane Adm, Bunge, Cargill e la francese
Dreyfus, queste holding tengono in pugno le commodities alimentari controllando fra il 75 e il
90% dei cereali mondiali.
Pensiamo
a colossi come Apple, Google, Microsoft, Motorola, Intel, ecc.; le grandi
compagnie degli idrocarburi, le più importanti Banche e le Borse, la loro rete
d’affari e d’intrecci, il denaro che lavora ciberneticamente. La stessa
Eletrolux, il gruppo proprietario della vostra fabbrica, fa parte di questo
sistema, non di una repubblica immaginaria fondata sul lavoro e i diritti.
Sono loro a decidere, i padroni
del mondo, è la loro venalità ad imporsi, la necessità del capitale di
valorizzarsi, non Enrico Letta o Matteo Renzi, e nemmeno Beppe Grillo quando
conquisterà la maggioranza parlamentare e la farà finita, come dice, con il parassitismo di
pensionati a 700 euro il mese. E allora, che fare? Questo sarete voi operai e
salariati a deciderlo, in base al grado di disperazione raggiunto e sulla
scorta delle suggestioni mediatiche, e tuttavia dubito che troverete coscienza
e coraggio per decisioni di rottura radicale con quest’ordine economico e
sociale. Scusate la franchezza.