Il lavoro dello schiavo appare
come non pagato, anche per la parte della giornata di lavoro che serve a
compensare il valore del suo proprio sostentamento. Del resto, lo schiavo
per poter lavorare deve vivere, ma poiché fra lui e il suo padrone non viene
concluso nessun patto e fra le due parti non ha luogo nessuna compravendita,
tutto il suo lavoro sembra lavoro dato per niente, gratis.
Invece per l’operaio le cose sembrano
andare diversamente, poiché al contrario dello schiavo fra lui e il padrone
viene stipulato un contratto, ossia fra le due parti ha luogo una compravendita in
piena regola, e tutto il lavoro erogato dall’operaio sembra lavoro pagato, anche quello non
pagato.
E, tuttavia, sia l’antico schiavo e sia il moderno salariato ricevono in cambio solo il valore della proprio
riproduzione.
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Il contadino servo della gleba
lavorava, per esempio, tre giorni per sé nel proprio campo o nel terreno assegnato a lui e alla sua famiglia, e i tre giorni seguenti eseguiva il lavoro forzato e gratuito nel podere
del suo signore, infine il settimo giorno lo dedicava alla sua anima e alla
crapula del prete.
In questo caso il lavoro pagato e
quello non pagato erano visibilmente separati nel tempo e nello spazio, e il buon
borghese si indignerebbe per una simile iniqua situazione, tanto è vero che
persino la mezzadria è vista come un retaggio del passato. Infatti, è ingiusto far
lavorare un uomo in cambio di niente!
E tuttavia cosa c’è in realtà di
diverso se un individuo lavora tre giorni della settimana per sé nel proprio campo e tre
giorni senza essere pagato nel podere del suo signore, oppure se lavora nella
fabbrica due ore al giorno per sé e altre sei per il suo padrone?
L’unica reale differenza è che in
quest’ultimo caso la parte pagata e la parte non pagata del lavoro sono (con)fuse
in modo inscindibile, e la natura di tutto questo procedimento è completamente
mascherata dalla stipula di un contratto e dalla retribuzione a fine mese. Il lavoro non pagato, nel caso del contadino che lavora nel campo del
padrone, sembra preso con la forza, mentre nel caso dell’operaio sembra offerto volontariamente. Altra differenza non c’è.
L’operaio si ritiene un libero
cittadino e considera, giustamente, l’antico contadino come un servo.
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Immaginiamo per ipotesi che
l’antico contadino, ossia il servo della gleba, ad un certo punto raggiunga, con
l’introduzione di macchine e fertilizzati e nuove tecniche di coltura, un livello
molto alto di produttività tale da produrre in un solo giorno quanto
produceva prima in tre giorni, e tanto da poter soddisfare ogni suo bisogno e anche di più. Che cosa direbbe allora il servo quando il padrone, nonostante il
grande aumento di produttività, lo costringesse a lavorare ancora per tre
giorni nel podere padronale? In tal caso si determinerebbe una situazione di grave
conflitto, il padrone si vedrebbe costretto di correre ai ripari.
Poniamo che il padrone dica al suo contadino: devi lasciare il terreno che ti ho assegnato poiché ho trovato un bracciante cinese che lo lavora tre giorni in cambio del prodotto di un giorno solo, e poi lavora per tre giorni anche il mio podere personale senza fare storie. Il contadino, mancando di mezzi propri, è costretto ad accettare di fare il lavoro alle stesse condizioni del bracciante cinese. Dopo qualche tempo il padrone rilancia: il contadino cinese non solo farebbe quel lavoro alle condizioni che ti ho detto, ma ha anche accettato di ridurre del venti per cento il suo vitto nel caso gli affidi il terreno. Il contadino nostrano si vede costretto ancora una volta ad accettare anche quella condizione pur di non perdere il lavoro, ossia i mezzi del proprio sostentamento. A quel punto il datore di lavoro lo minaccia nuovamente: c’è un contadino indiano che non solo farebbe quel lavoro alle condizioni del contadino cinese e pure rinunciando al venti per cento il suo vitto, ma accetta anche di ...
Questo esempio, ricorda qualcosa?
*
Nonostante le condizioni di
sfruttamento siano oggi per certi aspetti più temperate, il salariato moderno
rischia in caso di licenziamento di trovarsi privo di mezzi di sostentamento
per lui e per la sua famiglia, ovvero di dover accettare lavori peggio retribuiti, più precari e faticosi.
Sul piano delle teorie liberiste,
fatte proprie dalle teste calde della politica e diffuse dalle teste di cazzo
della propaganda, viene sostenuto che il salariato non deve avere un lavoro a
tempo indeterminato, poiché ciò è contrario ai principi di redditività ed
efficienza, e impedisce ai padroni di potersi liberare degli schiavi che per un
qualsiasi motivo siano ritenuti poco produttivi o poco graditi.
Tutti gli esempi qui sopra esposti denunciano quanto l’ideologia degli sfruttatori sia penetrata in profondità nella coscienza degli sfruttati. Per svolgere questo lavoro di indottrinamento e persuasione sono incaricati e retribuite molte maschere sociali: economisti, giornalisti, politici, sindacalisti, intellettuali vari, preti, eccetera.

Oltre all'inganno, la beffa che alle «testedicazzo della propaganda», non viene usato lo stesso trattamento di ricambio: ecco perché durano.
RispondiEliminal'unica cosa che sanno dire è: riformare il mercato del lavoro
RispondiEliminaci sta bene, oh se ci sta bene
Per una volta Olympe, mi permetto qualche citazione, che ben si confà, a questo tuo post.
RispondiEliminaInvece del motto conservatore, “Un giusto salario giornaliero per una giusta giornata lavorativa!”, i lavoratori dovrebbero scrivere sulle loro bandiere la parola d'ordine rivoluzionaria: “Abolizione del sistema del lavoro salariato!”.
(K. Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865)
"Il capitalismo mantiene e manterrà sempre il suo dominio sui lavoratori fintantoché riuscirà a convincerli che l'organizzazione del lavoro basata sul sistema del lavoro salariato non può essere cambiata".
Ciao Olympe.
Franco
ciao Franco
EliminaSono d'accordo con l'uso del termine schiavismo perché di fatto è quello a cui stiamo tornando. C'è chi dice, e l'ho sentito con le mie orecchie- parafrasando lo slogan del movimento per l'acqua pubblica- che " il lavoro non è merce". Niente di più ingannevole, il lavoro è merce e sempre a basso, bassissimo costo dove i lavoratori non sono solo precarizzati ma messi in concorrenza al ribasso. anche in settori che una volta erano protetti, come la scuola ad esempio...
RispondiEliminaFaccio altri due esempi di sostanziale ritorno allo schiavismo: la logistica, gestita dai gironi infernali delle cooperative, e il contratto expo.
L''expo milanese- a cui è affidata parte della nostra "ripresa"- significa contratto di apprendistato, quindi inquadramento inferiore, tempo determinato e stage a 5 euro all'ora. Ma pure volontariato gratuito- di cui viene ovviamente viene esaltato il lato "solidale e pluralistico"- per mansioni come l'accoglienza che prima erano pagate.
E' un test per come sarà gestito il lavoro: ed è piaciuto molto anche alla Cgil che ha firmato questo contratto con Cisl, Uil, comune di Milano amministrato dal centro sinistra arancione di Pisapia e dal soggetto privato Expo 2015 spa.....