domenica 16 dicembre 2018

I nuovi apostoli del “popolo”


Le nostre abitudini alimentari, soprattutto fino a ieri, hanno avuto molto a che vedere con la religione, segnatamente con le prescrizioni imposte dalla Chiesa. Le feste erano scandite da precisi rituali alimentari che prevedevano piatti di grasso o di magro, ossia di carne oppure di pesce.

I cosiddetti “precetti” stabilivano con molto cinismo che ci si dovesse astenere dal consumo della carne e da tutti quei prodotti alimentari di derivazione animale nelle giornate di mercoledì, venerdì, sabato e in tutte le vigilie delle altre feste infrasettimanali di particolare rilievo liturgico e religioso. L’astinenza dalle carni era inoltre e rigorosamente prevista durante i quaranta giorni della “quadragesima”, ossia in quello che conosciamo come periodo quaresimale.

Dicevo che tali precetti erano stabiliti con molto cinismo e rispettati con molta ipocrisia poiché la quaresima per i poveri durava tutto l'anno. Il contadino povero non mangiava quasi mai carne e non poteva permettersi di comprare pesce, mentre per i ricchi tali tabù alimentari rendevano la loro dieta più varia e salutare. Infatti, il pesce, soprattutto quello di acqua dolce, potevano permetterselo solo i ricchi e, appunto, i preti. Nei conventi e nelle grandi dimore si allevavano carpe, lucci, tinche, anguille. Sulle loro tavole era servita per esempio lampreda e carpa in gelatina, il tutto innaffiato con quantità incredibili – a leggere le cronache del tempo – di vino.

La carne, anche solo certi tipi di carne, è in ogni credenza religiosa oggetto di proibizioni e limitazioni per i più svariati motivi. Ciò riguarda molto meno o per nulla il pesce. Il cristianesimo si rifà ai vangeli, laddove il pesce ha un posto di tutto privilegio, se non altro perché l'apostolo Pietro, un pescatore professionista sul lago Genézareth, e un suo amico panettiere, fornirono al mitico protagonista di quei racconti il pesce e il pane del famoso miracolo della moltiplicazione.

Ciò dovrebbe farci riflettere su quanta incidenza nella vita di ognuno possono avere le più incredibili balle, come quelle che verranno tra poco approvate in Parlamento dai nuovi apostoli del “popolo”.

domenica 9 dicembre 2018

Basta un nulla


Tra il 2000 e il 2017 in Italia il salario medio annuo è aumentato del'1,4 per cento in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6 per cento, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. 52° Rapporto del Censis sulla situazione del paese.

Ingrati questi francesi, vero? E pensare che molti italiani sarebbero disposti a baciare il culo a chiunque garantisse loro 780 miseri euro il mese a vita.

Anche perché un disoccupato, specie se di lungo corso o considerato  "anziano", deve scontare che si vedrà costretto ad accettare lavori a bassa retribuzione e con un minor valore dei contributi versati. In definitiva ciò produce un effetto al ribasso sulla media delle retribuzioni.

A volte basta un nulla perché tutto cambi nella nostra vita, ma basta ugualmente un nulla perché tutto finisca anche peggio.

sabato 8 dicembre 2018

I veri teppisti



In Francia il gilet giallo è diventato in poche settimane il simbolo di chi il capitalismo ha lasciato sul ciglio della strada. Questo movimento spontaneo e finora genuino, almeno come appare oggi, non è, come sostiene qualcuno, la manifestazione del fallimento del populismo (termine assai equivoco e astratto), bensì il risultato a livello sociale della crisi del sistema politico riformista, dell’idea cioè che il capitalismo sia a lungo compatibile con la vita delle persone reali.

Non dobbiamo quindi stupirci, semmai riflettere sul troppo tempo impiegato da così tanti uomini e donne per uscire dal letargo e dalla rassegnazione, persone la cui esistenza è una lotta quotidiana contro il sistema del profitto per il profitto che desertifica la vita e la terra. Come si è potuto così a lungo tollerare l'arroganza dei poteri economico-finanziari e la fattiva complicità dei politici che rappresentano solo i loro interessi personali e dei loro clienti?

Grazie alla complicità di tutta la melassa borghese che opera per distogliere l'attenzione verso i problemi e le contraddizioni reali facendo molto baccano intorno a dispute politiche in cui i conflitti fasulli tra sinistra e destra finiscono per annoiare e sprofondare nel ridicolo. E ora si stupiscono che in Francia finalmente la gente comune si sia rotta il cazzo e si rivolti contro il sistema che non da oggi permette al capitale di macinare i viventi senza interruzioni.

I veri teppisti stanno al caldo e tramano protetti nei loro covi. Non sono quelli che rompono qualche vetrina del lusso, quelle che scherniscono con cinismo le vittime della crescente pauperizzazione. E comunque i borghesi fingono di temere il lancio di qualche sasso, ma sanno bene che non si possono semplicemente distruggere i simboli per abbattere il loro sistema. Infatti, bruciare una banca non significa far saltare in aria il sistema bancario e la dittatura del denaro.

venerdì 7 dicembre 2018

Terrorismo di Stato



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È passato quasi mezzo secolo da quel 7 dicembre del 1968 quando Mario Capanna e i ragazzi del Movimento studentesco accolsero il pubblico della Prima della Scala con un fitto lancio di uova che fece scempio di pellicce, smoking e abiti da sera. Una contestazione senza precedenti e per questo inaspettata che portò la protesta sulle copertine dei giornali di tutto il mondo. Quei giovani non ce l’avevano con la Scala, ma con il «bel mondo» della Prima, con quella casta ante litteram fatta di vecchia borghesia milanese, nuovi ricchi del boom (i «cumenda» con la fabbrichetta) e potere politico.

Così scriveva il Corriere della sera qualche tempo fa a proposito di ciò che avvenne la sera del 7 dicembre 1968 davanti al teatro alla Scala, denotando tale contestazione come un fenomeno di "inaspettato" folclore. Ciò che gli scagnozzi della borghesia non vogliono ricordare e anzi rimuovere sono i reali motivi di quella contestazione, la quale avveniva a seguito di ciò che era successo il 1 dicembre ad  Avola.

Così scriveva Mauro De Mauro sull’Espresso:

Fino a ieri era noto come il “posto delle mandorle”, le buone, dolcissime, tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza. Gli hanno sparato con i mitra. Protestavano per avere una paga uguale a quella dei braccianti di un paese vicino. Due chili di bossoli.

La polizia sparò centinaia di colpi contro i braccianti uccidendone due e ferendone 44.


Seguirono gli anni delle bombe, che la propaganda, ancora una volta con un capovolgimento logico e storico, chiamerà anni di piombo.

mercoledì 5 dicembre 2018

Non copia conforme, ma ...


Tutte le forme di governo sono fondamentalmente espressione di determinati rapporti sociali, ossia di determinati rapporti di classe. Ciò significa che il rapporto sociale fondamentale risulta dalle particolari forme storiche nelle quali viene a rappresentarsi il rapporto sociale tra padroni e schiavi, tra proprietari e non proprietari, anche laddove la proprietà non sia incarnata da una figura sociale individuale e la sottomissione dei non proprietari non sia diretta e personale.

Questo il quadro generale, avendo presente che non esiste un dominio di classe “buono”. Ciò non significa ovviamente che tutte le forme di dominio e di governo siano uguali, sia in rapporto alle varie epoche e sia in rapporto alle situazioni locali, tenendo presente nondimeno le concezioni ideologicamente determinate di chi osserva e descrive tali fenomeni sociali.

Un esempio concreto: quando definisco come cesarismo l’epoca napoleonica, faccio uso di una comoda etichetta, quasi di una metafora, per descrivere un fenomeno comune in alcuni suoi tratti a tutte le forme di governo autocratico; tuttavia, altri tratti a volte ben decisivi possono presentarsi in modo diverso, come in realtà si riscontra nel raffronto tra il cesarismo dell’impero romano e quello napoleonico.

Dunque, certi tratti del cesarismo sono comuni alle forme di governo autocratico di ogni epoca e certi altri aspetti invece differiscono; però, nel concetto di cesarismo, noi abbiamo ben presenti i tratti che caratterizzano a grandi linee l’autocrazia in ogni epoca, che per tale motivo diventano non “eterni” ma bensì “storici”.

L’estensione del concetto non esclude, come detto, che ogni forma storica di simili sistemi di governo presenti di volta in volta anche dei tratti più specifici, tanto che per esempio al concetto di cesarismo possiamo preferirne un altro che ne indica meglio certe peculiarità proprie, cosa che accade per esempio e del pari con il concetto di fascismo.

Quando per esempio definisco certi atteggiamenti e proponimenti politici come fascistici, non intendo dire che certi personaggi o movimenti politici sono la copia conforme del fascismo classico, bensì che essi ne colgono alcuni atteggiamenti caratteristici, tanto più perché tale esperienza è ancora storicamente vicina e soprattutto perché i conti con tale regime non sono mai stati fatti realmente e seriamente, vuoi per un motivo vuoi per altri. Poi sappiamo bene che quando i rapporti sociali dominanti entrano in crisi si alimentano da un lato le nostalgie o i salti di binario dall'altro. Le parti in commedia le recitano fenomeni mediatici come il berlusconismo, renzismo, grillismo e l’analfabetismo di massa coltivato da sempre in questo fantasmagorico paese.

lunedì 3 dicembre 2018

Il senno di poi non fa la storia


Il Sole 24 ore di ieri pubblicava un’intervista a Romano Prodi, in realtà un articolo etnogastronomico a firma di Paolo Bricco (dove il prefisso "etno" sta ovviamente per emiliano). L’unica cosa di rilievo che dice Prodi riguarda la globalizzazione: “La globalizzazione ha fatto una selezione dura e dolorosa, ma ha anche plasmato e migliorato il tessuto produttivo italiano”. Selezione dura e dolorosa soprattutto a spese dei ceti sociali medio-bassi, salvo rilevare “il desiderio di autorità che si è propagato nel mondo”. Non una parola sulle cause di tale insorgente “desiderio” e su ciò che ci riserva.

Prodi pensa invece ai suoi “imprenditori delle piastrelle, che hanno accompagnato e attraversato la nostra storia fin dal Boom economico. Hanno dominato a lungo il mondo”. E ciò mentre, soggiungo a mia volta, la polizia uccideva i braccianti di Avola e la Fiat schedava il popolo sovrano. Tanto per citare.

Il resto dell’intervista è a base di “mortadella, salame, prosciutto crudo e pezzi di parmigiano reggiano portati dall’oste”, e che il Professore – assicura Bricco – “nemmeno guarda” per mantenere la linea. Quindi “tortellini di magro, bistecche di manzo, insalate” e, per finire in gloria, “mascarpone e ananas”.

È quel Prodi silurato da Renzi durante il voto per l’elezione del presidente della repubblica. Un Renzi d’accordo con Berlusconi. Il senno di poi non fa la storia, ma aiuta a comprenderne i paradossi: con Prodi al Quirinale le cose sarebbero andate diversamente ed è probabile che oggi Salvini non sarebbe diventato l’asso pigliatutto.

sabato 1 dicembre 2018

La vera opzione strategica



Ieri sera, il professor Massimo Cacciari, ospite della trasmissione condotta da Dietlinde Gruber, ha sostenuto che il cosiddetto reddito di cittadinanza, o altrimenti chiamato e variamente strutturato, rappresenta un provvedimento di natura “strategica” per far fronte alla crescente disoccupazione di massa dovuta alla sempre minore richiesta di “lavoro necessario”.

Dunque, per Cacciari diventa strategica l’opzione dell’assistenza prima ancora di quella del lavoro. Osservo che ciò crea già in premessa una contrapposizione tra chi lavora e chi, volente o nolente, si fa mantenere dalla carità di Stato. Una contrapposizione che potrebbe diventare esplosiva nel tempo breve in un paese dove oltretutto il lavoro “nero” è pratica diffusissima e dove l’enorme debito pubblico minaccia ogni giorno di far saltare tutto. E crea altresì una dipendenza sul piano politico molto pericolosa, come dimostrano le ultime elezioni che hanno visto il prevalere di una data formazione politica sulla base della promessa di un assegno di mantenimento a tutti coloro che dimostrino di non raggiungere una certa soglia di reddito.

La vera opzione strategica è quella di lavorare meno per lavorare tutti, ma ciò non è praticabile in un’economia capitalistica. E che questa sia l’unica strada percorribile e tutt’altro che utopica, diverrà presto chiaro anche presso i più pragmatici assertori dell’inestinguibile continuità del capitalismo.

Quello cui si deve puntare non è il mantenimento della sopravvivenza attraverso l’assistenzialismo, bensì la rimozione delle condizioni che impediscono ad ognuno di svolgere un’attività lavorativa effettivamente proficua sotto l’aspetto individuale e sociale, e ciò è possibile solo attraverso il cambiamento del modi di produrre e distribuire la ricchezza, nel mutarsi di una società da disumana in umana.


venerdì 30 novembre 2018

A mano libera



Se questi sono i librai, figuriamoci gli altri. E gli altri sono questi qui sotto:


Ieri pomeriggio su radiotre il conduttore che intervistava il critico d’arte Flavio Caroli ne storpiava il nome, tanto che l’interessato doveva correggerlo. Lo stesso conduttore se ne venne fuori con un’opera dipinta da Raffaello nel 1574 (sic!), tanto che lo stesso Caroli emise un: “Nooo!”.

E veniamo all’inserto del Corriere della sera, diretto da una delle migliori intelligenze italiche, il quale informa di come stiamo messi male a 370° (cit.) in questo meraviglioso paese:




Per soprammercato il povero Gramsci non può nemmeno rigirarsi nella tomba ("Cinera Gramsci").



domenica 25 novembre 2018

Domanda e risposta


Venerdì a tarda sera, sul canale televisivo Nove, un certo Scanzi ha intervistato Pierluigi Bersani, ex segretario del Partito democratico e fondatore del disciolto partito Liberi e uguali, cioè di quel partito che si proponeva di andare “nel bosco per recuperare pezzi del popolo di sinistra” e vi ha invece trovato la Boldrini e Grasso. Bersani, giammai comunista, poiché il comunismo è quello dei gulag, amava definirsi liberale fino a pochi mesi or sono. Ora si dichiara socialdemocratico, che è un bel passo avanti.

Le interviste televisive ai politici avvengono tutte con la stessa modalità: domandina innocua del giornalista, comizietto libero e spontaneo dell’intervistato. Bersani sostiene e ripete che bisogna creare una “cosa” nuova, tornare alle radici popolari, di sinistra. Un rassemblement largo e plurale per fermare la destra, questo è il claim. Per tornare a fare cosa? Il riformismo di prima, o rivisto e corretto, comunque un riformismo che aggiusti qualcosa qui e ora e poi prometta qualcosa più in là?

Bersani è fuori tempo massimo se pensa di recuperare il voto sulle promesse di una più equa distribuzione della spesa pubblica o sulle “lenzuolate”. Il Novecento ci ha mostrato alcune cose che non dovremmo ignorare, per esempio che il “popolo” non è né di sinistra né di destra. Sta con chi sa illuderlo meglio, e non c’è miglior illusionista di chi gli promette tutto e subito.

In soldoni: chi lavora vuole pagare meno imposte, chi non lavora vuole un reddito. Le due cose sono inconciliabili, anche perché saranno sempre di meno coloro che avranno un lavoro, tanto più se si tratta di un impiego stabile. I conti non tornano, la mucca in corridoio si farà mungere per un turno elettorale o due. E poi? Questo è il timore di Bersani, l'unica cosa che mi sento di condividere.

venerdì 23 novembre 2018

L’uno e l’altra


Target 2 è un gioco, molto simile al gioco dell’oca, oppure una piattaforma elettronica per il regolamento dei pagamenti in euro tra i Paesi della Ue? L’uno e l’altra. Ovvero la piattaforma si comporta come un gioco. Pericoloso.

Supponiamo che un’azienda italiana acquisti della merce da un’impresa tedesca per un valore di 100 €, saldando con un bonifico. Il trasferimento del corrispondente importo avviene elettronicamente. Poniamo dalla banca italiana Intesa (BI), la quale chiede alla Banca d’Italia (BdI) di disporre il saldo dal proprio conto di riserva che essa vi detiene. A sua volta la BdI chiede alla Banca Centrale Europea (Bce), della quale le banche centrali dei paesi europei sono divenute, con l’unione monetaria, semplici succursali, di effettuare il trasferimento, tramite sistema Iterlinking (rete telematica che collega i sistemi di pagamento fra il sistema bancario nazionale e la Bce), di 100 € presso la Bundesbank (Buba), e da questa alla banca presso cui l’impresa tedesca ha il conto, per esempio Deutsche Bank (DB).

Vi sembra assurdo? Non ha importanza. Ciò che conta è che dal conto dell’azienda italiana sono registrati a debito 100 €, e nel conto dell’impresa tedesca è accreditato un pari importo. L’operazione di pagamento tra le due società è andata a buon fine.

Senonché la BdI, che detiene presso la Bce un proprio conto di riserva, si vede addebitare 100 €. Sembra ancora più assurdo? Tranquilli, Salvini e Di Maio (quando avrà finito di stampare tessere) ci spiegheranno il perché e il percome. Poi Enrico Mentana ci apparecchierà una maratona. Dopo le elezioni europee. Per ingannare l'attesa Giovanni Floris riassumerà in dieci puntate la differenza tra promesse elettorali e voto di scambio.

Attualmente, a seguito di questi pagamenti Target 2, la Banca d’Italia si trova ad avere un passivo Target 2 di circa 500 miliardi di euro. La Germania, dal canto suo, è arrivata a luglio scorso a registrare un credito di 976,3 miliardi di euro nei confronti degli altri paesi (Italia e Spagna su tutti).

Target 2, piattaforma elettronica per il regolamento dei pagamenti in euro tra i Paesi della Ue, non fa che registrare i rapporti di forza economici (surplus commerciale), ed ecco quindi spiegato il perché alla fine del giro i 100 € pagati dall’azienda italiana a quella tedesca in realtà figurano a debito dell’Italia.

Funziona così da una decina d’anni. Prima, i saldi T2 dei Paesi erano intorno allo zero, e questo avveniva perché gli istituti commerciali (Intesa - Deutsche Bank ecc.) si scambiavano direttamente fra loro moneta elettronica (riserve bancarie, per essere più esatti) sul mercato interbancario, un’operazione che andava ad annullare i trasferimenti T2.

Semmai vi prendeste la briga di saperne di più, cliccate qui.

giovedì 22 novembre 2018

Un unico scopo lo anima


Nessuno crede che lo sviluppo storico segua una linea retta e continua. Nondimeno i fatti storici dimostrano un accrescimento che se non altro è dato dall’aumento demografico e dunque dalla crescita della produzione e degli scambi. In altri termini, si tratta dello sviluppo delle forze produttive, cioè di quelle forze del lavoro sociale che sole possono fornire, in prospettiva, la base materiale di una libera società umana (*).

Sappiamo che l’essenziale si presenta sempre in forma specifica. E l’essenziale, per quanto riguarda questo discorso, è prima di tutto il processo d’industrializzazione che alla lunga s’impone e supera necessariamente la produzione artigianale. Proprio per questo le idee di un ritorno a una decrescita felice (Marx le definiva robinsonate) sono utopistiche (**).

Se la produzione non avesse creato la base materiale per soddisfare non solo i bisogni sociali ma per assicurare, con il suo plusprodotto, tutti gli strumenti necessari alle attività non strettamente produttive, non vi sarebbe stato sviluppo umano. Nel creare il fondamento materiale di tutte le attività non direttamente produttive e la soddisfazione di tutti i bisogni non materiali, la produzione ha avuto e continuerà ad avere un ruolo fondamentale.

Per i “marxisti” d’antan è appena il caso di ricordare che in tutto il passato storico, e cioè fino agli albori del XX secolo, le trasformazioni dei rapporti economici si sono realizzate spontaneamente. Ciò non significa, a priori, che tali rapporti non possano essere trasformati con la lotta di classe, anzi. A ben vedere è proprio questo uno degli aspetti essenziali e decisivi delle trasformazioni storiche; tuttavia ciò non è mai avvenuto e mai accadrà sulla base della semplice azione consapevole e variamente motivata degli individui. Non con esiti stabili e positivi. Infatti, tale aspetto della dinamica storica, la trasformazione dei rapporti di produzione, deve sempre scaturire dallo sviluppo delle forze produttive. Il movimento storico non è quello del salto della quaglia.

domenica 18 novembre 2018

I padroni d’allora e di sempre


Nella generalizzazione teorica che segue, va tenuto conto che essa si esprime necessariamente con concetti attraverso i quali si cerca di dare conto della sostanza generale di una quantità di fenomeni storici che altrimenti analizzati in profondità e ampiezza non troverebbero posto in un post.

*

Partiamo da degli esempi concreti.

Cuba, dopo la rivoluzione castrista, si trovò ad affrontare problemi economici di difficile soluzione, e non solo a causa del blocco economico e commerciale decretato dagli Usa, che ebbe comunque effetti assai negativi e persistenti. Due problemi assillavano in particolare la dirigenza del paese: le scarse risorse disponibili per gli investimenti da un lato e la scarsa produttività del lavoro dall’altro. Va tenuto presente che all’interno del gruppo dirigente, per dirla sbrigativamente, vinse la linea che puntava prevalentemente sullo sviluppo dell’agricoltura (Castro), mentre uscì sconfitta quella che puntava sull’industrializzazione (Che Guevara).

Per ottenere capitali e dunque anzitutto valuta da destinare agli investimenti si puntò sulla vendita dei tradizionali prodotti dell’agricoltura (canna da zucchero, tabacco) e della zootecnia (un cospicuo patrimonio bovino), nonché sugli aiuti economici e tecnici dei paesi del blocco sovietico e della Cina. Prima dall’allora lo zucchero veniva acquistato dagli Stati Uniti d’America a un prezzo di favore; in seguito venne venduto ai paesi “fratelli” a un prezzo notevolmente inferiore a quello di favore.

venerdì 16 novembre 2018

L'uomo misterioso: le basi ideologiche della pizza all'ananas


«Tra 2007 e 2016, nel più generale arretramento dei paesi avanzati e dell’area euro, l’Italia ha quasi dimezzato la sua quota della produzione industriale mondiale al netto del costo dei fattori (capitale e lavoro) impiegati per realizzarla».

Che cosa significa “quota della produzione industriale mondiale al netto di capitale e lavoro impiegati per realizzarla”? Può significare solo una cosa in termini di produzione: il plusprodotto; vale a dire, in termini di valore, il plusvalore. E allora perché non chiamarlo così?

La risposta è molto semplice: perché siamo una rivista di sinistra che, partendo dalle parole di Gramsci, s’incarica di fare “una spietata autocritica della nostra debolezza, bisogna incominciare a domandarsi perché abbiamo perduto, chi eravamo, cosa volevamo arrivare”. Insomma una rivista, sorella di quella “americana” con lo stesso nome (Jacobin), che sente il bisogno, sempre usando le parole gramsciane, “di fissare i criteri, i principi, le basi ideologiche della nostra critica”. 

E che cosa c’è di meglio per “una rivista marxista ma non propagandistica”, nel perseguire tale nobile scopo, che usare la terminologia e i modi empatici della pubblicistica borghese? Quindi parlare di economia e crisi per 140 pagine senza mai nominare il “plusvalore”, e al più chiamarlo “valore aggiunto”?

Nell’intervista al fondatore, direttore ed editore della Jacobin americana, Bhaskar Sunkara, questi precisa su quali letture è avvenuta la sua conversione al marxismo “non propagandistico”, ossia leggendo "le opere di socialisti democratici come Michael Harrington e Ralph Miliband, e alla fine anche lo stesso misterioso Karl Marx". E che cosa ha appreso dall'uomo misterioso? Ecco le esatte parole di Sunkara:

“… mi ha fornito gli strumenti per capire come mai le riforme conquistate all’interno del sistema capitalistico fossero così difficili da sostenere, e sul perché ci sia così tanta sofferenza in società così piene di abbondanza. Alla fine ho combinato il mio cuore socialdemocratico e il mio cervello ancora confusamente marxista nell’idea politica che sostengo oggi: un radicalismo consapevole delle difficoltà del cambiamento rivoluzionario e, allo stesso tempo, di quanto profonde possano essere le conquiste delle riforme”.

Al “cervello ancora confusamente marxista” di Bhaskar Sunkara, combinato con il suo “cuore socialdemocratico”, il misterioso Marx ha fornito precisamente questa basilare nozione: quanto profonde possano essere le conquiste del riformismo!

E, del resto, che cosa aspettarsi dall’ex vicepresidente dei Socialisti Democratici d'America? È dunque partendo da questi riferimenti che si vorrebbero “fissare i criteri, i principi, le basi ideologiche della critica” della sinistra critica-critica ma non propagandistica italiana.

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N.B. : il Democratic Socialist of America (DSA), fin dalle sue origini è stato nient'altro che una fazione del Partito Democratico.  

mercoledì 14 novembre 2018

In lode alla pubblica informazione



Quale grado di autonomia può avere un quotidiano, ossia a chi risponde? Alla proprietà, non c’è dubbio, essendo quella editoriale un’attività economica come un’altra. Stesso discorso vale per i canali televisivi, che, quando sono pubblici, rispondono ai vincitori politici di turno. Che qualsiasi buon giornalista possa sottrarsi ai desiderata del padrone lasciamolo dire a Dietlinde Gruber, e sia lasciato credere a chi vuole essere preso per il culo.

Sennonché l’informazione incide in modo decisivo nella formazione della cosiddetta opinione pubblica, e dunque è chiaro il motivo politico sul perché un’attività economica con bilanci perennemente in rosso interessi tanto i capitani coraggiosi dell’imprenditoria e della finanza, ma anche, per fare un esempio di rilievo, la Chiesa cattolica e altri gruppi di potere e di pressione.

L’informazione è un ganglio vitale di questo sistema dominato da “un’oligarchia dinamica incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali” (Luciano Canfora, La democrazia, p. 331). Non avrei saputo dire meglio.

Uno dei problemi più antichi del mondo


«Il giorno che cambiò tutto gli faceva così male un molare che credeva di impazzire. Era rimasto a letto tutta la notte e aveva ascoltato la sua affittacamere russare nella stanza accanto. Verso le sei e mezzo, quando diede un’occhiata stanca alla luce dell’alba, trovò la soluzione a uno dei problemi più antichi del mondo.

Barcollava per la stanza come un ubriaco. Doveva scriversela subito, non poteva dimenticarla. I cassetti non volevano aprirsi, di colpo la carta si era nascosta, il pennino si era spezzato e faceva delle macchie, e per giunta era inciampato nel vaso da notte colmo. Ma, dopo mezz’ora di scarabocchi, tutto fu scritto su fogli spiegazzati, sui margini di un libro di greco e del tavolo. Posò il pennino. Respirò a fatica. Si rese conto di essere nudo, si stupì della sporcizia sul pavimento e della puzza. Si sentì raggelare. Il mal di denti era insopportabile.

martedì 13 novembre 2018

Sfida imperiale


Il Sole 24ore ha pubblicato un lungo estratto della prefazione di Romano Prodi a un libro dell’economista Ignazio Musu sulla Cina. Romano Prodi conosce bene la Cina con la quale ha stretti rapporti.

Apre citando Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi, dicendo che in Cina si sta facendo l’esatto contrario di quanto raccomandava il principe di Salina. In Cina non si cambia tutto per lasciare tutto com’è, come accadeva (e accade) a Palermo (a Roma, soggiungo, nemmeno si finge); a Pechino si lascia tutto com’è ai vertici del potere politico per cambiare in modo radicale, veloce e senza precedenti tutta la Cina.

Questo sostiene il professor Prodi, il quale c’informa che la Cina è prima per “reddito prodotto”. Sapevamo. Bisognerebbe aggiungere che ha anche più del quadruplo della popolazione statunitense e quasi il triplo di quella della UE. Vero che verso la fine dell’articolo chiarisce che il reddito pro capite cinese è “una frazione di quello americano”.

D’interesse è invece la notizia che il divario salariale tra Cina e Italia s’è drasticamente ridotto. Sapevamo anche questo, del resto i salari netti italiani sono al palo da tempo immemorabile. Prodi ci dice che in Cina è in atto una dura lotta contro l’endemica corruzione. E anche questo è noto. Infine scrive che la Cina ha bisogno di riforme, dalle banche alla sanità pubblica passando per la scuola. Non accenna a diritti civili e amenità del genere.

Altro fugace accenno di Prodi riguarda la situazione demografica cinese, presente e futura. Su quest’aspetto il libro di Kissinger sulla Cina è molto esaustivo. Soggiungo una cosa che non è mero dettaglio: la Cina appartiene ai cinesi. I bianchi negli Usa entro pochissimi anni saranno una minoranza. Avere lo stesso colore della pelle non è fondamentale, ma averlo diverso non è nemmeno nulla. Né in Europa, come sta emergendo, e tantomeno negli Usa, dove la cosa è nota da molto tempo.

Insomma, Prodi non ci dice nulla che non possiamo apprendere da altre fonti, che non sia già opinione comune. Soprattutto non può dirci ciò che più c’interessa o dovrebbe interessarci, poiché è un economista e dunque esula dalle sue competenze informarci a che punto è nell’Impero di Mezzo la preparazione per affrontare la guerra con l’Impero americano.