domenica 17 marzo 2024

Arte: da Neanderthal a Duchamp

 

Nell’inserto culturale del Sole 24 ore di questa domenica è dedicata un’intera pagina all’uomo di Neanderthal. Senza polemica, mi permetto osservare che quasi mai, per non dire mai, viene citata negli articoli di questo genere la donna di Neanderthal, che pure doveva essere un tipino interessante anche se non facile.

Dei due articoli prenderò in esame quello dal titolo: Ma io vi dico che Neanderthal aveva una sua arte. Leggo che le più celebri pitture parietali sono state tutte realizzate dopo la scomparsa del Neanderthal, con il quale il Sapiens aveva in comune il nonno africano. Pertanto, l’autore dell’articolo, Pablo Echaurren, così prosegue: «Se fossero sopravvissuti avrebbero sviluppato tale tendenza e avrebbero cominciato a decorare grotte anche loro? Forse la predisposizione all’accumulazione, all’affermazione, tipica di noi Sapiens non era condivisa dai Neanderthal che preferivano attività fugaci, labili, ineffabili».

Poi conclude: «Certo, io non sono uno scienziato, non sono abilitato, non mi dovrei permettere, ma come diceva Mario Tronti in Operai e capitale “nel cielo delle scoperte teoriche è giusto volare sulle ali di una intelligente fantasia”.»

A mio avviso, il pittore Pablo Echaurren elude (non a caso) una domanda fondamentale: che cos’è arte e cosa non lo è. Si badi, non si tratta di elaborare una teoria estetica che s’interroga sulla natura dell’arte, se essa parli della realtà o della sua rappresentazione. E nemmeno del bello e del brutto, discorso che ci porterebbe lontano. Qualcosa di molto più terra-terra, anzi, più merda- merda.

Il Pontormo, al secolo Jacopo Carucci (1494-1557), aveva l’abitudine negli ultimi anni della sua vita di tenere un diario personale nel quale annotava dettagli riguardanti i lavori in corso, le commissioni, le spese quotidiane, gli alimenti che consumava e persino le condizioni di salute. Scendeva anche in dettagli molto più intimi, per esempio scriveva: “Cacai due stronzoli non liquidi”.

Vengo al punto: quei due stronzoli non liquidi, evacuati dal Pontormo, possono essere considerati come un prodotto artistico? Vorrei ricordare, all’uopo, la famosa “merda d’artista” prodotta e inscatolata da Piero Manzoni. Non deve stupire che quelle scatolette siano battute all’asta a prezzi stratosferici, né il semplice fatto che esse vengano considerate opere d’arte, o quantomeno beni degni di mercato.

Non deve stupire che nell’epoca in cui domina il capitale qualunque oggetto materiale o immateriale, fosse pure una merda vera e propria o una sua immaginifica rappresentazione grafica, possa assumere valore sia monetario che artistico. L’unico discrimine semmai è il prezzo (chi ha la grana per comprarli) e l’autenticità delle “opere”. Gli “artisti” sono diventati ormai dei marchi di fabbrica, la réclame fa il resto.

Basti pensare all’orinatoio rovesciato e firmato di Duchamp, che nel 2004 i critici d’arte, in un loro referendum, decisero essere l’opera d’arte più importante del Novecento. Si sostiene che Duchamp avesse ridefinito cosa può essere un’opera d’arte. Mi pare un’affermazione un po’ tautologica: in tal modo potrebbe anche aver definito che cosa non può essere un’opera d’arte. Se degli archeologi tra mille anni ritrovassero quell’oggetto non ci sarebbe più nessuno a spiegargli che cosa rappresenta oltre al fatto di essere un orinatoio maschile.

Racconto al riguardo un episodio illuminante: Constantin Brâncui, celebre scultore (?) romeno naturalizzato francese, quando decise nel 1926 di recarsi negli Stati Uniti, alla dogana un funzionario, F.J.H. Kracke, gli contestestò l’importazione di un oggetto commerciale, un “utensile da cucina” (kitchen utensils), rifiutando di applicare l’esenzione fiscale. Brâncui protestò facendo presente che l’oggetto era una scultura destinata al Brummer show. Il funzionario fugò ogni suo residuo dubbio quando scoprì che Brâncui aveva venduto degli altri oggetti simili.

Lo scalpellino Brâncui dovette pagare la dogana per una cifra non proprio modesta. Adiva poi alle vie legali, e il processo Brâncui vs. United States presso la U.S. Customs Court terminò due anni dopo, il 26 novembre 1928 (segno che stabilire la natura dell’oggetto non era cosa pacifica). Quell’oggetto, né opera d’arte né utensile da cucina, è oggi valutato 27,5 milioni di dollari.

Pertanto, come scrive Pablo Echaurren, non è da escludere che Neanderthal “non ignorasse il problema” (quello della produzione artistica) e potrebbe “aver condiviso alcune intuizioni con i primi Sapiens che incontrava”.

Sono perfettamente d’accordo con Pablo. La defecazione è senza dubbio un’attività fugace, labile, ineffabile e, soggiungo, a volte dolorosa, tuttavia essa, ancorché obbligatoria, può assumere aspetti gioiosi. Che sia anche un processo creativo e artistico, i Neanderthal forse lo avevano intuito, e dunque non possiamo escludere a priori che alcune loro produzioni “astratte”, nella descrizione di Pontormo o nello specifico di Piero Manzoni, avessero il reale intento di rappresentare degli oggetti artistici, come se ne vedono nei musei e nelle mostre d’arte contemporanei.

venerdì 15 marzo 2024

C’è anche il tuo nome

 

Sta diventando sempre più difficile scrivere qualcosa che non rasenti la disperazione e anche l’allucinazione. Ci raccontano quello che vogliono della guerra della Nato con la Russia, di riarmo o di minacce nucleari. In Asia, gli Stati Uniti si preparano allo scontro con la Cina e, in Medio Oriente, il conflitto israelo-palestinese sta raggiungendo un livello di violenza mai sperimentato prima.

Ve ne dico una: i Comuni, ogni anno, procedono alla formazione delle liste di leva, finalizzate ad un eventuale ripristino della leva obbligatoria, le quali contengono i nominativi di tutti i cittadini maschi da 17 a 45 anni. Se rientri in questa fascia d’età, c’è anche il tuo nome.

Con i giovani bisogna essere chiari: preparatevi a essere chiamati. Il servizio militare è stato sospeso nel 2005, ma può essere riattivato dall’oggi al domani. Chi ha più di 45 anni ha superato l’età, ma voi, segaioli degli anni 2000, se continua così, vista la situazione di merda che c’è in Europa e nel mondo, potreste essere i primi ad avere il culo caldo e trovare un Vannacci a comandarvi (ce n’è varie versioni).

Trattandosi di una sospensione e non di una soppressione, il servizio di leva rimane obbligatorio. L’articolo 1929 del Codice dell’ordinamento militare di cui al d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66, prevede che «Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, [... oppure] nei seguenti casi: se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate».

Pertanto non serve una formale dichiarazione di guerra. Basterà che dal comando Nato di Bruxelles alzino il telefono o una Meloni s’alzi dal letto col bigodino incazzato. Mattarella?

Possiamo scherzarci su quanto vogliamo, ma abbiamo visto con il Covid-19 (“Bergamo non ti fermare! ... Sono convinto che un virus non fermerà Bergamo”) quanto poco ci vuole per mobilitare un intero Paese, il mondo intero. Nel luglio 1914, chi se lo poteva permettere era in villeggiatura; uguale nell’agosto del 1939. E nell’ottobre 1962, quanto c’è mancato? Avevano già la baionetta innestata e nel sito Pluto spolveravano le “munizioni speciali”.

Vedremo nei prossimi mesi e anni, ma quando Macron chiama alla guerra i francesi (“Non siamo sicuri di farlo, al momento non ci troviamo in questa situazione, ma non escludiamo questa opzione”), la Germania dibatte tra coscrizione e deterrenza nucleare, altri Paesi europei ripristinano la leva, ma soprattutto quando uno con la faccia di Tajani dice che non invierà truppe italiane in Ucraina, beh, cominciamo a chiederci se questo scenario catastrofico non potrebbe diventare realtà tra la sera e il mattino.

mercoledì 13 marzo 2024

Bella scoperta

 

Dopo anni si sono accorti che l’astensionismo elettorale è un fatto decisivo in un sistema parlamentare e di stagnazione istituzionale. Non per la destra, perché il reazionario e il fascista, il padroncino e l’evasore, ma anche il tartassato e il deluso, votano. E anche i salariati votano, magari a destra. Non tutti. Una buona parte si astiene, disaffezionata e stufa di farsi prendere per il culo. Una sinistra trasformista, già governativa e senza popolo, che s’indentifica, come già il Pci del resto, nel modello dello Stato e delle istituzioni, nazionali ed europee.

Ripercorriamo brevemente la storia recente: la sinistra è arrivata al potere democraticamente, con il sostegno delle frazioni più “progressiste” della borghesia, dei loro mezzi finanziari e di propaganda. Il suo obiettivo era quello di restare al potere il più a lungo possibile. Per consolidare la propria posizione di potere, la sinistra doveva ottenere il riconoscimento dell’alta borghesia e del mondo padronale (i “capitani coraggiosi”, per esempio), che ovviamente aveva da ottenere in cambio il proprio elenco delle concessioni.

Il personale politico della sinistra era intento a dimostrare il proprio valore come ministri “liberalizzatori” e a cercare l’appoggio della grande borghesia più spesso di quanto si preoccupassero di rispettare gli impegni con la loro base. Veniva spontaneo, dato che avevano sposato in pieno l’ideologia del “mercato”, ossia quella del capitale.

È venuto anche il momento dei governi “tecnici”, di gente come Monti e Draghi, abili a nascondere dietro la presunta neutralità tecnica la loro vera missione. Che è certamente quella di “salvare” il Paese. E la destra, allora? Quella di Monti e Draghi è la vera destra. Quanto ai fascisti e leghisti rappresentano solo una variante meno “autorevole” e nel caso più spregevole (senza virgolette).

Oggi s’invoca l’alternativa e la mobilitazione popolare (solo a scopi elettorali), ma per decenni s’è liberalizzato tutto e incoraggiati la rassegnazione e l’attendismo. L’alternativa non c’è nei fatti ed evanescente già nei programmi, inesistente nei personaggi (il fatto che abbiano bisogno della faccia rassicurante di Bersani, dopo averlo villaneggiato in ogni modo, la dice lunga). Paradossale (in altri tempi però!) allestire un cartello elettorale con i liberali con l’obiettivo, non dichiarato esplicitamene, di non spaventare la borghesia.

Si dice che l’astensionismo rafforza la destra. È vero, numericamente indebolisce la sinistra. Ma destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia, intercambiabili. Di autentico a sinistra non c’è più niente, da molto tempo. Lo sanno molto bene quelli che votano Partito democratico e non solo chi non lo vota più o lo detesta da sempre (come i grillini).

Quello che invece bisogna dire è che l’astensionismo non ha ancora raggiunto il suo obiettivo. Nel senso che sfiora la maggioranza, ma non è ancora maggioranza. Quando diventerà maggioranza in modo netto, allora si aprirà la prospettiva di una possibile alternativa.

Alternativa non parlamentare, ma di contenuto realmente e radicalmente sociale, non semplicemente “populista-nazionalista” che si accontenta del keynesismo. Inizialmente di dimensione spontanea e selvaggia, al di fuori dei partiti, una lotta dagli esiti molto incerti. Tutto dipenderà dai rapporti di forza, dalla reale volontà delle forze contrapposte, dalla situazione contingente, ossia dal deterioramento della situazione economica e dell’ordine mondiale, e dunque dalla necessità indotta dalle cose stesse.

Lo so, le aspettative pronta cassa sono altre, ma la realtà procede a velocità diverse dai desideri e dai sogni.


martedì 12 marzo 2024

Ciò che Oppenheimer non vide

 

Ho già espresso, a caldo, la mia impressione sul film Oppenheimer di Christopher Nolan, vincitore in questi giorni di sette Oscar agli Academy Awards. Racconta la vita e la carriera del celebre fisico e teorico, noto come il “padre della bomba atomica” per aver diretto il programma per la realizzazione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

Gli insopportabili schizzinosi come me criticano la narrativa dominante che dipinge la creazione delle bombe come un progetto moralmente impegnativo ma necessario: un’invenzione straordinaria da parte di menti eccezionali, un progetto che rappresentava una questione di vita o di morte per un paese impantanato in un conflitto globale. E che usare le bombe è stata una decisione drammatica in un momento difficile, ma importante è ricordare che sono state soprattutto le bombe a salvare la democrazia.

Pertanto, il mio giudizio sulla “narrativa” di Oppenheimer non cambia: resta un prodotto hollywoodiano e gli Academy Awards sono un barometro notoriamente inaffidabile sia dell’eccellenza artistica che delle visioni del pubblico, fortemente influenzate dai media. Un film che in buona sostanza celebra il ruolo della scienza nella potenza militare statunitense.

Tuttavia il grande pubblico ha colto anche un altro senso del film, e ciò riflette i cambiamenti nel pensiero e nei sentimenti in risposta al momento storico che stiamo vivendo. Non si tratta di sentimenti e preoccupazioni politicamente articolati tra la popolazione in generale, ma senza dubbio il successo del film parla di un’ansia diffusa e di un forte malcontento a causa di decenni di guerre, di decadimento sociale e indebolimento della democrazia, ma soprattutto del pericolo di conflitti più ampi e catastrofici, inclusa la conflagrazione nucleare.

Inoltre, questo dramma ha il merito di aver posto, proprio in un momento storico come il nostro, in cui l’establishment occidentale si sta lanciando sconsideratamente in uno scontro geopolitico che implica la pianificazione e i preparativi per una catastrofica guerra nucleare, il tema che a decidere di una questione così cruciale come l’impiego delle armi nucleari siano davvero in pochi: militari e politici a Washington, a Mosca, a Pechino.

Nonostante questi meriti, parlo ancora di occasione mancata perché il film evita ciò che realmente accadde dopo che le bombe furono fatte esplodere. Soprattutto il pubblico più giovane non ha in genere ben chiaro che cosa avvenne alla popolazione di Hiroshima e Nagasaki (nel film non vi sono immagini). Il film descrive gli effetti delle bombe esclusivamente nel contesto degli Stati Uniti in guerra contro il loro nemico, il Giappone.

La stessa cosa di quando sono stati bombardati la Serbia, l’Iran, l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri luoghi: quasi mai vi sono immagini degli effetti sulla popolazione di tali attacchi. Tutt’al più si vedono bersagli in bianco e nero che vengono colpiti e tutto si confonde in una nuvola di fumo e detriti. Ed è ciò che è avvenuto per lUcraina dal 2014 ad oggi, salvo eccezioni.

Dagli anni ’50 agli anni ’80, molti film di Hollywood hanno esplorato la paura di un’apocalisse nucleare. Mi viene in mente il famoso The Day After, ma praticamente nessuno di quei film mostrava sopravvissuti che assomigliassero a dei veri sopravvissuti. Gli statunitensi si preparavano ed erano ovviamente nel panico per la bomba lanciata su di loro, ma le immagini mostravano semplicemente funghi atomici e vedute delle bombe dall’alto o di lontano.

Rivelo in Oppenheimer, malgrado un naturale disagio personale nel protagonista per ciò che avviene con lo sgancio delle bombe, una disconnessione tra i creatori delle bombe e la distruzione da loro provocata. Rendiamoci conto che con sole due bombe morirono più di 200.000 persone e le vite perse includevano non solo civili giapponesi ma anche coreani (il 10%) che erano in Giappone come lavoratori forzati o coscritti militari.

Inoltre, circa 3.000-4.000 delle persone colpite dalle bombe erano americani di origine giapponese. La maggior parte di loro erano bambini che vivevano con le loro famiglie o studenti che si erano iscritti alle scuole in Giappone prima della guerra perché le scuole statunitensi erano diventate sempre più discriminatorie nei confronti degli studenti nippo- americani.

Dopo di che non si pone in evidenza che quelle bombe sono ormai dalle armi antidiluviane. Ho cercato di chiarirlo in un recente post, ma non mi faccio illusioni che la gravità del pericolo a cui andiamo incontro venga colta nella sua effettiva dimensione. Del resto, sarebbe stato troppo chiedere a questo film, e non perché Christopher Nolan ignori il potere distruttivo degli ordigni attuali: c’è un cenno quando raffigura Oppenheimer che immagina un olocausto nucleare mentre tiene un discorso celebrativo ai suoi colleghi dopo che la bomba è stata sganciata su Hiroshima, ma ciò che Oppenheimer vede in questa allucinazione è il volto di una giovane donna bianca e non quello dei giapponesi, dei coreani e degli asiatici americani che hanno effettivamente vissuto l’esperienza delle bombe.