L'Amazzonia
è diventata un passepartout non solo per parlare del cambiamento climatico, ma
anche per inzupparci la questione del celibato ecclesiastico. Trattarne la
questione separatamente e specificatamente sarebbe stato poco gesuitico.
Travolti dall'inevitabile destino, ossia dagli scandali sessuali (uno degli ultimi riguarda un prete della diocesi di
Padova che per sbaglio ha postato foto hard nella chat dei bambini cresimandi –
compresa la foto del suo pene in erezione che non si sa bene a chi volesse spedirla) e preoccupati dal crollo delle
cosiddette “vocazioni”, i vertici ecclesiastici vogliono correre ai ripari,
rendendo potabile oggi ciò che era ufficialmente negato e condannato fino a
ieri: il prete sposato non sarà più un tabù. O meglio, non lo sarà più il
diacono sposato che diventa prete. A ricalco del sillogismo per cui le sarde
salate infine tolgono la sete, al prete è fatto divieto di sposarsi; ma siccome
ogni prete deve dapprima, anche solo per pochi mesi, essere diacono, come tale
gli sarà lecito sposarsi. Il passo successivo sarà nelle cose che matureranno.
La
realtà è diversa, quella dei preti sposati è pratica assai diffusa, quindi
quella annunciata dal cosiddetto Sinodo sull'Amazzonia (?!) è una proposta tardiva e ipocrita.
L’obiettivo,
dicono i sepolcri imbiancati, “non è di per sé l'abolizione del celibato, ma
una soluzione per la scarsità di preti nel mondo”. Il celibato ecclesiastico
non sarà abolito, ma diventerà col tempo facoltativo, almeno per la base della
piramide gerarchica cattolica. Si comincerà con i diaconi già sposati e in
certe particolari situazioni, ossia potranno essere ordinati sacerdoti a ogni
effetto "uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, potendo avere una
famiglia legittimamente costituita e stabile".
La cosa era nell’aria, poiché Bergoglio ne aveva
già parlato cinque anni fa in una risposta data ad Eugenio Scalfari nel corso
di un’intervista pubblicata il 13 luglio 2014. Chiedeva Eugenio e rispondeva
Jorge Mario:
« – Ebbene, molti di questi sacerdoti o
pastori sono regolarmente sposati. Quanto crescerà col tempo quel problema
nella Chiesa di Roma?
– Forse lei non sa che il celibato fu
stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La
Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d'ora che i suoi presbiteri si
sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le
soluzioni ci sono e le troverò».
Il problema era ed è invece di gigantesca
entità, ossia il problema dei problemi. Tra parentesi è da notare che Bergoglio
parla della “morte di nostro Signore”, non già della resurrezione. Un segno dei
tempi anche questo.
Ebbene, dalle parole del Papa si riceveva conferma
che il celibato ecclesiastico è stata una scelta storico-ecclesiastica e non
dovuta alla tradizione apostolica. Sennonché, nel gioco delle parti, giungeva poi
la notizia che Bergoglio non avrebbe mai detto quella frase sul celibato a
Scalfari, non almeno in
quei precisi termini.
Se effettivamente le affermazioni riportate da Scalfari sono state pronunciate dal Papa, allora bisogna osservare che l'obbligo del celibato, pur largamente disatteso nella pratica, fu imposto, nella Chiesa occidentale, ben prima del IX secolo (verso il 385). Nei primi secoli, e anche dopo Nicea, la pratica del celibato era considerata, perfino dai padri della Chiesa, con molto sospetto ed anzi con riprovazione (cfr. H.C. Lea, Storia del celibato ecclesiastico, I, Mendrisio, 1911, p. 46).
Scrive Lea a p. 66: «ma coloro i quali introdussero questa nuova legge erano probabilmente guidati da un altro motivo. La chiesa andava ricevendo continuamente nuove cessioni di vasti territori fondiari dal pio zelo dei membri suoi più ricchi, dai più disperati peccatori che si convertivano sul letto di morte, dalla munificenza di imperatori e prefetti. Fin dai tempi più antichi essa aveva fatto tutto il possibile perché tali possedimenti diventassero inalienabili. Naturalmente queste collazioni, sia reali che personali, erano esposte ai più gravi pericoli quando gli ecclesiastici che le avevano in cura avessero avuto una famiglia alla quale provvedere, sì che le ansietà naturali della famiglia potevano benissimo soffocare il sentimento del dovere che doveva guidarli nel disimpegno del posto di fiducia loro affidato. Perciò parve che il mezzo più semplice onde ovviare a questi inconvenienti fosse quello di esonerare l'ecclesiastico dalle cure della paternità, e, tagliando netto con tutti i legami di famiglia e di parentela, vincolarlo per per completo e per sempre alla chiesa e ad essa sola».
A pagina 165: «Qualora gli ecclesiastici avessero potuto apertamente ammogliarsi, senza dubbio avrebbero seguito l'esempio dei laici anche circa le loro cariche ed il loro benefici. A poco a poco si sarebbe costituita una casta ereditaria la quale si sarebbe appropriata per diritto le chiese e le terre, indipendentemente dall'autorità centrale; tutta l'unità sarebbe andata distrutta ed il potere collettivo della Chiesa sarebbe scomparso.»
Tutto ciò non vietò nella pratica e per moltissimi secoli agli ecclesiastici di ogni rango, vescovi, cardinali e papi compresi, di sposare, avere concubine e amanti, di procreare come e più dei laici. Impegnati in queste pratiche sessuali assai naturali, se non altro, in genere, lasciavano stare i ragazzini.
Se effettivamente le affermazioni riportate da Scalfari sono state pronunciate dal Papa, allora bisogna osservare che l'obbligo del celibato, pur largamente disatteso nella pratica, fu imposto, nella Chiesa occidentale, ben prima del IX secolo (verso il 385). Nei primi secoli, e anche dopo Nicea, la pratica del celibato era considerata, perfino dai padri della Chiesa, con molto sospetto ed anzi con riprovazione (cfr. H.C. Lea, Storia del celibato ecclesiastico, I, Mendrisio, 1911, p. 46).
Scrive Lea a p. 66: «ma coloro i quali introdussero questa nuova legge erano probabilmente guidati da un altro motivo. La chiesa andava ricevendo continuamente nuove cessioni di vasti territori fondiari dal pio zelo dei membri suoi più ricchi, dai più disperati peccatori che si convertivano sul letto di morte, dalla munificenza di imperatori e prefetti. Fin dai tempi più antichi essa aveva fatto tutto il possibile perché tali possedimenti diventassero inalienabili. Naturalmente queste collazioni, sia reali che personali, erano esposte ai più gravi pericoli quando gli ecclesiastici che le avevano in cura avessero avuto una famiglia alla quale provvedere, sì che le ansietà naturali della famiglia potevano benissimo soffocare il sentimento del dovere che doveva guidarli nel disimpegno del posto di fiducia loro affidato. Perciò parve che il mezzo più semplice onde ovviare a questi inconvenienti fosse quello di esonerare l'ecclesiastico dalle cure della paternità, e, tagliando netto con tutti i legami di famiglia e di parentela, vincolarlo per per completo e per sempre alla chiesa e ad essa sola».
A pagina 165: «Qualora gli ecclesiastici avessero potuto apertamente ammogliarsi, senza dubbio avrebbero seguito l'esempio dei laici anche circa le loro cariche ed il loro benefici. A poco a poco si sarebbe costituita una casta ereditaria la quale si sarebbe appropriata per diritto le chiese e le terre, indipendentemente dall'autorità centrale; tutta l'unità sarebbe andata distrutta ed il potere collettivo della Chiesa sarebbe scomparso.»
Tutto ciò non vietò nella pratica e per moltissimi secoli agli ecclesiastici di ogni rango, vescovi, cardinali e papi compresi, di sposare, avere concubine e amanti, di procreare come e più dei laici. Impegnati in queste pratiche sessuali assai naturali, se non altro, in genere, lasciavano stare i ragazzini.
Molto mi piace (come il 95% delle cose qui).
RispondiEliminasennò ti rincorro col mattarellum
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