martedì 28 febbraio 2017

Non funziona più



«I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».

Non so se il futuro ci riserva cose migliori, tuttavia, per quanto s’intravvedano delle involuzioni sul piano politico, il mondo sta cambiando a passi veloci e solo attraverso il cambiamento è data la possibilità di migliorarlo. C’è chi, nella sua rassegnazione, nega che ciò possa essere fatto, sostenendo che il mondo va per la sua strada e noi, di fronte alla complessità degli eventi, possiamo solo illuderci di incidere in qualche modo su di essi. Infatti, è vero che spesso le cose nella realtà non cambiano secondo gli auspici e gli sforzi intrapresi, che le sorti individuali sono legate al caso, che il corso della storia non può derogare dalle grandi leggi della necessità.

lunedì 27 febbraio 2017

Ma 'ndo vai, bischero?



Marx, nel 15° capitolo del III Libro de Il capitale, critica dell’economia politica, sottolineava che “il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

Questa frase, nel cotesto in cui è stata scritta, ha un significato ben preciso. Vedo di volgarizzare sperando di non far venire le convulsioni al Vecchio nell’aldilà.

Prendo spunto da un altro bucolico esempio dopo quello di ieri. Per arare un jugero di terra con un rudimentale aratro trainato da buoi, lo schiavo del leggendario Cincinnato doveva rompersi letteralmente la schiena per una giornata intera. Oggi, lo stesso schiavo, a bordo di un moderno trattore, arerebbe il suo quarto di ettaro in men che non si dica, senza rompersi la schiena ma anzi standosene comodamente seduto. Non solo, la produttività del suolo arato con mezzi meccanici è senza confronto rispetto a quella di un tempo.

Ecco dunque messo in chiaro ciò che del resto tutti sanno: il livello di produttività del lavoro è connesso strettamente al grado di sviluppo della tecnologia impiegata. Se la produttività del lavoro di un operaio risulta mediamente meno elevata di quella di un suo collega (sia che parli etrusco, turco o tedesco), pur lavorando più ore, ciò significa che meno evolute sono sia la componente tecnologica e sia le tecniche di lavorazione presso le quali esso è impiegato. Tradotto in italiano: lo sviluppo delle forze produttive da noi è mediamente di grado e livello inferiore. Ma non chiediamoci realmente il perché e diamo la colpa agli operai nostrani, 'sti fannulloni che puntano solo alla pensione anticipata rispetto agli standard di durata della vita fissati per loro da chiarissimi professori.

Il motivo fondamentale per il quale ogni capitalista è indotto a introdurre sempre nuove tecnologie e tecniche di lavoro è molto semplice (se siete di bocca buona e vi accontentate della melassa borghese) e potete leggerlo nelle geremiadi quotidiane del Sole 24 ore e di altri. Lo scopo, da un lato, è quello di abbassare ciò che i padroni e i loro leccaculo chiamano il “costo del lavoro” (impiegandone meno, ovviamente); dall’altro lato, ma questo resta più implicito, serve per far aumentare lo sfruttamento del lavoro e cioè per estorcere una quota maggiore di lavoro non pagato. Poi, il padrone buono, alla Marchionne, darà la mancetta ai suoi operai più bravi: sono questi i mezzi dei quali si servono i padroni, in democrazia, per condurre la loro indefessa lotta di classe.

Messa in altri termini la faccenda sta così: la produzione capitalistica ha come scopo la conservazione del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione, vale a dire l’accrescimento accelerato di questo valore.

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domenica 26 febbraio 2017

Tassiamo le forbici


Fonte di ogni ricchezza è la natura e il lavoro umano. La natura è la fonte di ogni valore d’uso, e la forza-lavoro umana è la manifestazione di una forza naturale che consente che qualcosa di utile, un dato valore d’uso ancora in potenza, venga ad essere un valore d’uso effettivo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Perché un valore d’uso possa divenire anche un valore di scambio, cioè valore, sono necessarie determinate condizioni storico-sociali e dunque dei rapporti sociali che abbiano raggiunto un grado di sviluppo adeguato.

Già nello scambio delle eccedenze attraverso il baratto, tali condizioni minime sono raggiunte. In tale fase il valore di scambio si presenta come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perché lo scambio di valori, a mezzo di un equivalente universale, denaro, diventi la forma dominate degli scambi è necessario uno sviluppo economico ulteriore e del quale qui non interessa dire altro.

Mi scuso per questa elementare propedeutica, ma posso assicurare che su questo tema sotto il cielo prosperano le più bizzarre teorie, a cominciare da quella più triviale che individua nel capitale costante una delle fonti di nuovo valore, in concorso con il capitale variabile (necessario all’acquisto di forza-lavoro).

Prendiamo un esempio che più bucolico non si può. Per cogliere delle frutta dagli alberi (cose utili, valori d’uso in potenza) e con tale atto renderli da un lato valori d’uso effettivi, e poi, al mercato, valori di scambio, può essermi necessaria una certa attrezzatura, per esempio una scala, delle forbici, delle cassette per porvi le frutta e un carretto per il trasporto al mercato. Ebbene, va da sé che né la scala, le forbici, le cassette e il carretto aggiungono nuovo valore alle frutta raccolte, se non nella misura in cui essi cedono al prodotto, alla merce, di volta in volta, una parte del loro valore (il valore di una scala, delle forbici, di un carretto) mano a mano che vengono consumati (usurati) nel processo lavorativo di raccolta. Alla fine della storia tale attrezzatura non avrà aggiunto alcun nuovo valore che non esistesse già in partenza. Pertanto è soltanto la quantità di lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro socialmente necessario per fornire un valore d'uso che determina la sua grandezza di valore.


Ciò che vale, dal lato del valore, per le forbici, la scala, le cassette, il carretto, eccetera, vale anche per il più sofisticato dei robot. Tassare i robot è come tassare la scala e il carretto. Non farebbe altro che rendere più cara la frutta, facendone diminuire il consumo e favorendo altri tipi merceologici. 

giovedì 23 febbraio 2017

Contraddizioni 4.0



Alessandro Gilioli, con la sua concretezza abituale, si pone delle domande partendo dalle delle considerazioni che in parte riporto:

[…] accadrà che altre tecnologie - altre app, altri sensori, altri robot, altri outsourcing, altre intelligenze artificiali - renderanno altrettanto obsoleto quello che facciamo noi, cioè il nostro modo per portare a casa un reddito. Ci saranno soluzioni più soddisfacenti per i consumatori di quanto siamo noi, a un costo minore. Nessuno, fuori, ci rimpiangerà.

Ecco: allora, a quel punto: ci sarà qualcuno che ci accompagnerà nel mondo nuovo?

Ci sarà una politica che non potendo né volendo proteggerci come categoria (giustamente, siamo obsoleti) ci proteggerà come persone?

Ci sarà un modo per garantire un minimo di continuità di reddito in questo passaggio strutturale (ed epocale) verso il mondo in cui il lavoro umano sarà rarefatto?

Ci sarà qualcuno che si occuperà di redistribuire alle persone rese obsolete dalla tecnologia i profitti miliardari dei proprietari delle app, dei robot, delle piattaforme e del resto?

A queste osservazioni molto pertinenti di Gilioli mancano due domande senza le quali si resta a pestare acqua nel mortaio.

martedì 21 febbraio 2017

Stranezze



Prendo spunto da un libro di Lucio Russo che a suo tempo ebbe buona critica e diffusione: La rivoluzione dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli 1996. Scrive l’Autore a pag. 210:

«[…] La moderna teoria psicoanalitica dei sogni è nata, secondo l’autorevole testimonianza di Freud, partendo dagli elementi “vicini alla realtà” da Artemidoro […].

«[…] si può pensare che il lontano casuale precursore di Freud sia in realtà non Artemidoro, ma Erofilo e la sua scuola».

Infatti, nel suo Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni), Freud scrive in un passo a conclusione di una nota posta alla fine del terzo capitolo:

Sono ben lontano dal cercare di sostenere che sono il primo autore ad avere l’idea di far derivare i sogni dai desideri […]. Coloro che attribuiscono una qualche importanza a queste anticipazioni, possono risalire all’antichità classica e trovare Erofilo, il medico che visse sotto il primo Tolomeo. Secondo Buchsenschutz, egli distingueva tre tipi di sogni: quelli […]».

La classificazione del sogno secondo Macrobio e Artemidoro è proposta da Freud nella pagina successiva, in un’aggiunta del 1914, che Freud sostiene essere tratta dal Otto Gruppe in Griechische Mythologie und Religionsgeschichte (1906). A pagina 101, sempre in una nota del 1914, Freud s’intrattiene sulla figura e il contributo di Artemidoro, sulla base di un’opera di Theodor Gomperz. In un’aggiunta apportata alla stessa 4a edizione è citata una frase tratta dalla Spiegazione.

lunedì 20 febbraio 2017

Coriandoli



Il tema del chiacchiericcio mediatico odierno, così come giorni addietro, è quello della scissione annunciata del Partito democratico. Coriandoli. E proprio ieri sentivo alla radio ricordare una ben più storica scissione, quella avvenuta a Livorno al congresso del Partito socialista, dal teatro Goldoni al San Marco, e che diede vita al PCd’I. E fioccano le rievocazioni di nomi come quello di san Gramsci e del beato Togliatti. Nessuno che faccia menzione di quello che allora fu il primo segretario del partito nuovo, ossia un partenopeo verace nato a Ercolano, tale ingegner Amadeo Bordiga. Il quale, sia detto di sfuggita, non doveva riconoscenze pedagogiche verso un altro napoletano (di adozione), il proprietario terriero Benedetto Croce. Bordiga assecondò “il lento evolvere dall'idealismo filosofico al marxismo” di Gramsci. E vi fu anche “Un Gramsci perfettamente bordighiano”, come scriveva Paolo Spriano nell’ottavo capitolo del primo volume della Storia del Partito comunista italiano.

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domenica 19 febbraio 2017

Troppo facile dargli del matto



La conferenza stampa di Donald Trump di giovedì pomeriggio è stata un fatto senza precedenti. Non è paragonabile a qualsiasi altra cosa vista prima nella storia americana moderna, anche al culmine della crisi del Watergate. L'evento ha avuto un carattere surreale, laddove per più di 75 minuti il presidente degli Stati Uniti ha avuto un franco scambio d’insulti con i giornalisti.

In un tale spettacolo è necessario indagare il contenuto razionale, la dinamica politica sottostante. In questo caso la conferenza stampa ha posto in luce un conflitto all'interno della classe dirigente americana, specie sulla politica estera, poiché il rischio di precipitare verso la guerra è diventata la cosa meno remota da oltre mezzo secolo in qua.

Molti si chiedono se Trump sia fuori di testa. Troppo comoda la scorciatoia della psichiatria per spiegare i fatti storici. Cesarismo, fascismi e stalinismi, devianze varie, spiegati sulla base della “malattia”! Con ciò non voglio negare il ruolo delle singole personalità (e delle loro patologie) nella storia. Tuttavia queste personalità, con le loro variegate mende psicotiche, sono esse stesse un prodotto di una particolare situazione storico-sociale. Che poi ad occuparsene siano i psicoanalisti è, dal mio punto di vista, davvero paradossale.

venerdì 17 febbraio 2017

Sillogismi


Poste determinate premesse ad un ragionamento, la deduzione viene da sé. A scuola, il prof di filosofia, per farci sorridere, ne recitava un sillogismo famoso e paradossale: “La sarda salata fa bere e ribere; bere e ribere spegne la sete; dunque, la sarda salata toglie la sete”. Anche nel caso che pongo in esame si parte da una premessa generale, si passa poi a una seconda premessa di carattere particolare, per giungere a una conclusione logica ingannevole quanto l’esempio delle sarde salate. Vediamo.

La premessa generale è quella riguardante il welfare: ha degli elevati costi sociali (questo in tutta l’Europa occidentale). La seconda premessa, di carattere particolare, è questa:

«Nel 2015 la spesa totale per pensioni, sanità, politiche attive e passive del lavoro, assistenza sociale è stata pari a 447,3 miliardi pari al 54,13% dell’intera spesa pubblica, interessi sul debito compresi. In rapporto al PIL, cioè a tutta la ricchezza prodotta nel Paese, la spesa sociale pesa per il 27,34%».

La sarda salata che toglie la sete è data dalla seguente conclusione:

«Questa incidenza pone l’Italia al quarto posto europeo [per spesa sociale] dopo Danimarca, Francia e Finlandia e davanti alla Svezia».

C’è da chiedersi: che cosa c’entrino gli “interessi sul debito” con la spesa sociale, vale a dire con pensioni e assistenza, spesa sociale per la casa, il finanziamento delle politiche regionali del lavoro? Insomma che cosa hanno a che fare gli “interessi sul debito”con il welfare? State certi che chi sostiene questa tesi saprà rispondere alla domanda e farvi passare la sete ingozzandovi di sarde salate, ma vi farà venire anche la nausea.

E veniamo ad un’altra specie di sillogismo non meno ingannevole:

«[…] su 60,5 milioni di italiani, quelli che fanno la dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni ma quelli che dichiarano almeno 1 euro sono solo 30,7 milioni quindi la metà degli italiani non ha redditi …».

Premessa generale: gli italiani sono 60,5 milioni. Come negarlo? A fare la dichiarazione dei redditi sono 40,7 milioni, ma solo 30,7 milioni dichiara un reddito (siamo al “bere e ribere spegne la sete”). E quindi, deduzione logica, “la metà degli italiani non ha redditi” (“le sarde salate tolgono la sete”).

Nei 60,5 milioni d’italiani, posti in premessa per poi arrivare a concludere che “la metà degli italiani non ha redditi”, sono compresi i neonati, i bambini che vanno all’asilo e alle primarie, i ragazzi che frequentano le medie secondarie e gli studenti universitari, i degenti nei cronicari, in genere i carcerati, e, se permettete le tanto bistrattate casalinghe, eccetera. Invece di affermare – cosa di per sé ineccepibile quanto il fatto che le sarde salate aumentano la sete – che la metà degli italiani non ha redditi, sarebbe stato corretto scrivere che il 75% degli italiani che fanno la dichiarazione dei redditi dichiarano un reddito positivo, mentre, per contro, il 25% degli italiani non dichiara almeno 1 euro.

Anche in Francia, tanto per dire, “en 2015, il y a 36,5 millions de foyers fiscaux. Sur l'ensemble de ces foyers fiscaux, 17 millions sont imposables, et 19,5 millions ne le sont pas”. Fatto che conferma che le monde est un village. Con un dato di cui tenere conto, infatti il “10% des foyers les plus aisés ont représentent 74% de l'impôt collecté (selon la Commission des finances du Sénat)”. Non proprio ciò che accade in Italia.

E nella mitica Germania? Cliccate qui, una ricca messe di dati confermerà che tutto il mondo è paese anche da quelle parti.

La spesa sociale in Italia è tra le più basse d’Europa occidentale, questa la realtà, anche se è il paese che in proporzione spende di più per gli anziani. E questa è una buona notizia. Tassando come in Germania (basterebbe un copia-incolla della loro legislazione) le successioni e le donazioni, le polizze vita e le abitazioni di pregio e di lusso, si potrebbe ricavare un bel gruzzoletto da investire sui più giovani senza fare la guerra agli anziani.

giovedì 16 febbraio 2017

"O parlo turco?"



Ieri sera ho registrato, per vedermelo stamani, un programma televisivo (La gabbia open) perché volevo sentire cosa avrebbe detto il filosofo Massimo Cacciari. Il professore veneziano invita a fare sempre “discorsi di verità”, e la cosa m’intriga. Alla domanda riguardante la straripante disoccupazione di massa indotta dalle nuove tecnologie, il filosofo ha risposto che “la liberazione dal lavoro è un bene, che è ora di finirla con l’etica del lavoro di stampo antico”. Come non essere d’accordo? Se avesse precisato che è ora di finirla con l’etica del lavoro salariato, sarebbe stato meglio, tuttavia accontentiamoci.

E però, ha precisato Cacciari, tale liberazione dal lavoro non deve creare masse di “disperati”. E anche in tal caso, come non essere d’accordo? Sennonché, per ovviare a questa non lieve contraddizione generata dal sistema, Cacciari propone la solita ricetta: “distribuire a tutti la ricchezza sociale prodotta” di modo che chi resta escluso dall’attività lavorativa “necessaria” non abbia a patire e possa dedicarsi alla lettura, alla pesca sportiva, ecc.. Insomma, se non vuoi fare il filosofo almeno prova a prendere qualche pesce all’amo.

“O parlo turco?” è sbottato a dire Cacciari al conduttore della trasmissione che per contratto doveva menare il can per l’aia.

martedì 14 febbraio 2017

Il paese più libero e democratico del mondo


Dal Domenicale del Sole 24ore la recensione di un libro che difficilmente sarà tradotto in italiano. Racconta la storia del totalitarismo americano, ossia la dittatura della borghesia statunitense sul proprio proletariato, di là del mito hollywoodiano. Ad ogni modo basta leggere Steinbeck per farsene un'idea.


In una società che abbia un senso



Domenica pomeriggio, entrando in un bar, dove fanno un ottimo punch alle mele (analcolico), sentivamo gracchiare alla radio queste parole: “… i due portieri sono rimasti disoccupati”. Mi è stato facile osservare che ciò non è dipeso né dalla crisi e nemmeno dall’introduzione di nuove tecnologie.

La questione del lavoro è maledettamente drammatica. Quando sento dire da certi cosiddetti imprenditori che non trovano forza-lavoro, pur in cambio di un salario (pensi, signora contessa!), mi girano le scatole poiché conosco molto bene qual è la realtà. Un esempio concreto. Una giovane donna è assunta come stagista da un’azienda con 110mil. di fatturato, a pochissimi euro l’ora (non dico quanti perché non credereste) pagati dalla Regione. Un’ottima persona, anche sotto il profilo professionale e tuttavia viene posta “in libertà” non appena finiscono i contributi regionali. Sotto un’altra, poi un’altra ancora. Conosco personalmente decine di questi casi. Non parliamo poi degli studi professionali, tipo notai, avvocati, architetti, ecc..

In una società appena decente, che abbia un senso, dove sia data la possibilità di una qualche libertà e sovranità effettiva, dove il lavoro non esista solo per i bisogni di valorizzazione del capitale, l’orario di lavoro dovrebbe essere ridotto in modo drastico, cosicché anche Ichino, Fornero, Alesina, Renzi, possano essere avviati a svolgere un lavoro vero. E così altre gang del pensiero neoliberista che operano nei parlamenti, nei ministeri, nelle redazioni dei media e nei dipartimenti universitari. Dopo una sola giornata in fabbrica le loro granitiche certezze, che molto hanno sedotto, mostrerebbero vistose crepe. Scrivevo nel titolo di un post recente che l’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale, così come, soggiungo, l’anima del capitalista è l’anima del capitale.


Entro il prossimo decennio, i nodi verranno al pettine e, c’è da scommetterci, non sarà un bel vedere.

lunedì 13 febbraio 2017

Al tempo stesso troppo onore e troppo torto



Sto leggendo un fitto volumetto di Marcello Musto, L’ultimo Marx (1881-1883), Donzelli, 2016. Dovrebbe essere letto soprattutto da coloro che – come scrivevo recentemente – Marx più che conoscerlo di prima mano preferiscono farselo raccontare. A me viene utile perché in esso trovo riassunta una questione che avevo in mente di affrontare brevemente in un post a riguardo di una certa affermazione contenuta in un pamphlet di Luciano Canfora. Nulla di che.

All’inizio del libro di Musto trovo una considerazione: la scarsa attenzione dedicata dai maggiori editori italiani alla traduzione degli scritti marxiani. Soggiungo a mia volta l’ars topiaria, per così dire, alla quale è sottoposta la barba del grande vecchio da parte di gente che parla di Marx a vanvera, non si sa se più spesso in malafede o solo per ignoranza e insipienza. Scrive Musto che negli ultimi dieci anni in Italia, “nonostante la rilevante produzione teorica e l’ampia diffusione dei suoi testi avvenuta nel Novecento”, gli studi su Marx sono “stati alquanto marginali, se confrontati con lo scenario internazionale”. Non c’è dubbio.

domenica 12 febbraio 2017

Portino pazienza




Dalla sua ultima visita, tutto sembrava immutato. Sparsi sul tappeto del salotto, gli spartiti formavano ancora un labirinto ai piedi del pianoforte a mezza coda, la cui mole rannicchiata faceva pensare a una bestia in agguato. Avvicinandosi, però, Victor notò che i soprammobili in porcellana di Meissen, che il giorno precedente erano sullo strumento, erano sparsi sui cuscini di uno dei due divanetti, mentre i vasi coi fiori secchi erano stati esiliati dentro il caminetto 
(Claude Izner, La donna del Père-Lachaise,TEA, p. 114).

A chi è piaciuto il romanzo di Bruce Chatwin, Utz, e apprezza quelli scritti da Izner, suggerisco di leggere il saggio di Edmund De Waal, La strada bianca, Bollati Boringhieri, € 20.

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Prossimamente ho intenzione di dedicare un post al tema della sovrappopolazione, soprattutto per riportare ampi stralci di una lettera, datata 1° febbraio 1881, di Engels in risposta a Karl Kautsky. La lettera è nota pochissimo poiché, tra l’altro, il carteggio Marx-Engels, relativo agli anni 1880-1883, non fu pubblicato nelle Opere Complete edite dagli Editori Riuniti.

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giovedì 9 febbraio 2017

L’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale



Riassumo alcuni concetti base che riguardano in generale il modo di produzione capitalistico e la realtà odierna in rapporto alla sua crisi.

Per ciò che riguarda la disoccupazione, problema ridiventato centrale anche nelle aree di più antica industrializzazione, bisogna aver chiaro che in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione, la disoccupazione e con essa la sovrappopolazione relativa è un prodotto necessario. Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles.

Ed infatti, la cosiddetta globalizzazione comporta, da un lato, che un numero sempre minore di magnati del capitale usurpi e monopolizzi tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, e dall’altro che cresca la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento.

Per quanto riguarda le cause reali e fondamentali di questa situazione v’è da dire che lo sviluppo tecnologico e della produttività del lavoro, modificano progressivamente sia la composizione organica sia quella tecnica del capitale (*). In termini correnti, nella misura in cui l’aumento del capitale rende il lavoro più produttivo, esso diminuisce la domanda di lavoro in rapporto alla grandezza del capitale. Questo mutamento di rapporto determina una progressiva caduta del saggio generale del profitto. La categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, poiché il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico.

Pertanto, come sottolineava Marx, il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso.

E ciò è sempre più presente nella tendenza storica in atto, laddove il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Questo stato dell’arte diventa palese anche alle anime belle, ai critici laterali del capitalismo, che altro ruolo pubblico non hanno se non quello di mezzani del capitale.

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I critici laterali del capitalismo sono le anime belle che vorrebbero salvare capra e cavoli, laddove la capra rappresenta gli interessi della borghesia e i cavoli le condizioni di sfruttamento esistenti. Anche quando denunciano il fatto che il “capitale ha ripristinato forme di lavoro schiavile”. Si dimentica che per sua essenza il lavoro salariato è già una forma di schiavitù. Infatti, quando le condizioni sociali oggettive, di bisogno, spingono una persona a vendere la propria forza-lavoro a un padrone, non si tratta di libero scambio tra pari, tantomeno di cooperazione, bensì di sottomissione, di una forma di schiavitù mascherata dalla finzione giuridica di un contratto. E anche per quanto riguarda i “diritti del lavoro” va rilevato che essi possono essere revocati laddove sia fatto prevalere il diritto del più forte, che è appunto anch’esso un diritto, e' anzi la base stessa su cui poggiano realmente e formalmente i rapporti sociali di produzione attuali.

La loro critica verte soprattutto sulle “disuguaglianze”, e per esse si deve intendere anzitutto le disuguaglianze di ordine economico. Ebbene in ciò si rileva la lateralità della critica, poiché essa rileva la disuguaglianza nella sfera della distribuzione della ricchezza sociale (che si vorrebbe, dicono, più equa), ma si guardano bene dall’indagare il fondamento stesso della disuguaglianza che ha luogo nella sfera della produzione, cioè in quei rapporti sociali di produzione che sono all’origine dell’ampia gamma di contraddizioni, sempre più abominevoli, che segnano questo sistema.

Tale critica alimenta le rivendicazioni egualitarie e “progressiste” intese a trovare – nelle tesi per così dire più estremistiche – “nuove e più efficaci e più convincenti forme di contrasto dell’ineguaglianza e di lotta per una effettiva libertà”. In definitiva è la richiesta che il plusvalore, attraverso un’equa distribuzione, possa ritornare alla classe operaia che l’ha prodotto. Non si tratta quindi di abolire la produzione stessa del plusvalore, ma semplicemente di garantirne, mantenendo inalterate le condizioni sociali di produzione, una più “giusta” ripartizione. In questa posizione si scorge un travisamento completo e voluto a riguardo della natura stessa del modo di produzione capitalistico.

I critici laterali del capitalismo sono spesso anche dei falsificatori seriali di Marx e del marxismo, approfittando anche del fatto che i loro lettori più che leggere direttamente Marx preferiscono farselo raccontare. Non ho però qui intenzione di esaminare in dettaglio le miserie contenute in due paginette dell’ultimo e inutile pamphlet di Luciano Canfora.

(*) La mancata distinzione tra capitale costante e capitale variabile, ossia la mancata definizione di “composizione organica” del capitale, e la confusione tra plusvalore e profitto, porta gli economisti alle più stravaganti teorie su tutti gli aspetti decisivi dell’economia politica e segnatamente per quanto riguarda la caduta del saggio del profitto e le cause delle crisi.

Per composizione organica del capitale s’intende il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica. In altre parole, la composizione di valore riflette la proporzione in valore delle parti costitutive del capitale (capitale costante e capitale variabile). La composizione tecnica riflette invece il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro e indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.


Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica”, riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore”, preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico, sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.

lunedì 6 febbraio 2017

Quel vecchio porco di Henry



Com'è ormai noto anche a chi non è uso ai cruciverba di Bartezzaghi, le Senkaku sono quelle isolette disabitate oggetto della disputa tra Giappone e Cina (isole Diaoyu). Tuttavia quelle isolette non sono oggetto di rivendicazione solo da parte dalla Repubblica Popolare Cinese, ma anche da parte della Repubblica di Cina, ossia Formosa, l'attuale Taiwan (come se gli indipendentisti corsi, strappata un’eventuale indipendenza, chiamassero Repubblica di Francia la Corsica. Non serve essere sciovinisti come dei francesi per incazzarsi).

Ad ogni modo a Taiwan quelle isole sono note come Diaoyutai, e si trovano più vicine a Taipei che a Okinawa, e come le vicine isole Miyaco (dove si parla una delle tante lingue ryukyuane, cioè nipponiche), fanno parte della prefettura di Okinawa. La differenza tra le isole Miyaco e le Senkaku/Diaoyu/Diaoyutai è data dal fatto che queste ultime sono disabitate. E però queste cinque isolette disabitate e tre scogli sono appartenute fino al 1885 alla Cina, quando, a seguito della sconfitta cinese nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895) e al conseguente Trattato di Shimonoseki, Formosa ed altre isole vicine passarono sotto la sovranità dell'Impero giapponese.

Tuttavia, come dichiara ancor oggi il governo di Tokio, le isole Senkaku non erano parte di Formosa, ceduta al Giappone dalla dinastia Qing secondo l'articolo II del Trattato del 1895. E però con l’approvazione del governo Meiji, nel 1896 le isole furono affittate a un giapponese, un certo Koga Tatsushiro (1856-1918), che stabilì degli impianti per varie lavorazioni. Il figlio di questi continuò l’attività del padre fino al 1945. Nel dopoguerra e fino al 1972 le isolette furono sotto controllo Usa, poi l’amministrazione fu esercitata dal Giappone.

domenica 5 febbraio 2017

Un paese di “dottori” analfabeti



La Gran Bretagna se ne sta andando per conto suo, mentre nel continente i portavoce del capitalismo tedesco annunciano la costituzione di una loro Europa, per far fronte alle nuove sfide della competizione mondiale. L’esito delle elezioni in Francia e in Germania non avrà un impatto decisivo su questi processi, poiché si tratta di dar corso a realtà economiche cui le strategie politiche s’incaricano di dare un protocollo. Palle al piede come la Grecia, la Spagna e l’Italia se la dovranno cavare da sole. Tra l’altro, in ogni caso, una ristrutturazione del nostro debito si profila necessaria, così come non è da escludere che forze sia endogene che esogene del capitalismo spingano verso la creazione di ampie “autonomie” regionali. Magari non domani, ma in un futuro non lontanissimo. Questo è anche, in parte, uno dei risultati effettivi della sconfitta del referendum neocentralista e del suo propugnatore. In ogni caso, Francia e Germania non saranno disposte a rinunciare al “filetto” a ridosso delle Alpi, cosa che nei fatti sta già avvenendo da tempo. A Roma sarà lasciato il dibattito, ormai d’impronta filosofica, sulle buche nelle strade, la monnezza, le nevicate “eccezionali veramente”, e simili. Piaccia o no, in un paese di “dottori” analfabeti è inevitabile che accada.