martedì 25 giugno 2019

"Tempo tre minuti e la faccio finita"



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Il 28 giugno 1919, quinto anniversario dell'assassinio dell'arciduca austro-ungarico Franz Ferdinand, la casuale scintilla che innescò l’esplosione della prima guerra mondiale, la delegazione tedesca alla Conferenza di pace di Parigi firmò il Trattato di Versailles nella Sala degli Specchi.

I maggiori responsabili germanici di quell’incendio e dei madornali errori strategici, soprattutto all’inizio del conflitto, insomma gli alti comandi militari, mandanti di quell’immane tragedia, si chiamarono fuori. In tal modo il Trattato divenne il fulcro del mito della "pugnalata alle spalle".

Il trattato proposto era stato presentato ai tedeschi il 7 maggio. Il capo della delegazione, il conte Brockdorff-Rantzau, protestò contro le condizioni punitive, ma le potenze vittoriose – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone – apportarono solo lievi modificazioni.

La Germania doveva ridurre il suo esercito a non più di 100.000 uomini, assumersi essa sola la colpevolezza per la guerra (la famigerata clausola 231) e pagare un risarcimento di 442 miliardi di dollari del 2019. Poco importa se quella somma fu poi rinegoziata più volte.

I termini del trattato includevano notevoli cessioni territoriali da parte della Germania, la quale perdeva oltre 7 milioni di abitanti e vasti territori. L'Alsazia-Lorena andava alla Francia; l'area della Saar doveva essere sottoposta all'amministrazione internazionale per 15 anni, dopodiché si sarebbe tenuto un plebiscito, mentre la Francia nel frattempo ne sfruttava le miniere di carbone; lo Schleswig settentrionale e centrale dovevano decidere la propria alleanza - in Danimarca o in Germania - con un plebiscito.

Inoltre, la Germania doveva cedere la maggior parte di Posen e della Prussia occidentale alla Polonia; Danzica doveva essere uno stato libero all'interno dell'unione doganale polacca; i plebisciti si sarebbero svolti in alcune parti della Prussia orientale. Tutte le colonie tedesche furono cedute ad alcuni Stati vincitori, per essere organizzate come mandati sotto la supervisione ufficiale della Società delle Nazioni.

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Il trattato fu il fulcro della propaganda agitata dalle destre tedesche durante la Repubblica di Weimar, tuttavia il motivo reale del successo nazista fu la crisi economica a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Ancora una volta è di scena la crisi del capitalismo: senza la crisi, quella crisi così drammatica, Hitler non avrebbe mai conquistato il potere.

A dire il vero la Germania era già entrata in recessione prima del crollo di Wall Street (che ebbe però un effetto decisivo e dirompente). Il padronato contestava le spese per la politica sociale spingendo invece per favorire la “formazione di capitale”. I sindacati, per contro, rivendicavano la “forza d’acquisto di massa”, ossia la difesa dei salari per sostenere i consumi, pur riconoscendo l’esigenza di “creare capitale”. Le solite ricette illusorie. Hjalmar Schacht, governatore della Banca centrale, impose “una drastica riduzione delle spese pubbliche, l’alleggerimento fiscale e l’accantonamento di una somma destinata all’estinzione dei debiti statali”, costringendo il ministro delle Finanze Hilferding (autore del celebre Il capitale finanziario) alle dimissioni. Insomma, cose che grossomodo sperimentiamo anche oggi.

Spostiamoci ora in avanti di qualche anno, ossia al periodo della crisi economica, politica e sociale conclamata. Il cancelliere Hermann Muller cadde sullo scoglio dell’assicurazione contro la disoccupazione e fu sostituito dal cattolico Heinrich Bruning, sostenuto dall’esterno dai socialdemocratici, al quale dal maggio del 1932 subentrò quell’anima bella del cattolico Franz von Papen, che non trovò una maggioranza che lo sostenesse. Si arriva così alle elezioni legislative del luglio 1932, nelle quali i nazisti ottennero il 37,3% dei voti, non abbastanza per formare un governo con a capo Hitler, semmai Hindenburg avesse consentito di affidare l’incarico di cancelliere al “caporale boemo”, capo di un partito di “delinquenti”.

A novembre, in nuove elezioni, i nazisti, che pagavano sfiducia e stanchezza nel proprio elettorato, persero due milioni di voti e 34 seggi, ottenendo il 31,1 (il Partito popolare nazional-tedesco ebbe solo l’8,5). A Monaco e in Franconia erano il più forte partito, ma in tutti gli altri distretti erano stati battuti dal Centro cattolico. Complessivamente potevano contare 247 seggi su 584, cioè ancor meno che nel luglio precedente (267 su 608). Per il partito nazista l’esito delle elezioni significò il disastro, la spinta propulsiva che aveva portato il NSDAP di vittoria in vittoria fin da 1929 si era ormai esaurita.

All’indomani della sconfitta elettorale di novembre, le divisioni tra l’ala destra e sinistra (!!) del partito nazista, che avevano afflitto il nazionalsocialismo negli anni Venti, riemersero improvvisamente. Scrive Joachim Fest: «Hitler avrebbe potuto divenire cancelliere soltanto di un governo che avesse dalla sua la maggioranza parlamentare; e poiché il capo dello NSDAP evidentemente non era in grado di assicurarsela, il segretario di stato di Hindenburg, Meissner, gli indirizzò una lettera»  nella quale liquidava ogni velleità del «Signor Hitler» alla nomina a cancelliere. Nella lettera si diceva testualmente: «il Signor Presidente del Reich non può non temere che un gabinetto del genere da Lei guidato si trasformi inevitabilmente nella dittatura di un partito».

Sul fronte finanziario, con migliaia di funzionari di partito e le SA, che da sole costavano due milioni e mezzo di marchi la settimana, il NSDAP era alla bancarotta. Eloquente in tal senso l’annotazione tratta dal diario di Goebbels secondo cui Hitler, in dicembre, se ne uscì con questa frase: «Se il partito va a pezzi, tempo tre minuti e la faccio finita con un colpo di pistola».

Ai primi di dicembre Hindenburg, anche sotto la pressione di parte delle forze armate di cui il generale Kurt Schleicher era ministro, affidò l’incarico di formare il nuovo governo proprio a quest’ultimo, il quale considerava Hitler come “un pericoloso maniaco”. Ciò avvenne con grave scorno del suo rivale, von Papen. Il 31 dicembre 1932 Goebbles scrive: «sparite interamente ogni prospettiva e ogni speranza». Assunti i pieni poteri, Schleicher fece una mossa popolare tentando di aprire ai sindacati (questi peraltro in profonde divergenze con i socialdemocratici) avviando la prima iniziativa nazionale per la creazione di lavoro. «Gustav Stolper ricordò poi una scherzosa colazione tenutasi presso la cancelleria del Reich nel gennaio 1933, in cui Schleicher e i suoi collaboratori fecero a gara nel prevedere quanti voti avrebbero perso i nazisti nelle elezioni che Schleicher intendeva indire nella primavera successiva. Gli editoriali di capodanno della stampa berlinese erano ottimisti. “Vorwats”, il quotidiano socialdemocratico, salutò il nuovo anno con il titolo: «Ascesa e caduta di Hitler».

Pertanto, il quadro generale era dato dalla crisi economica e dai milioni di disoccupati. Nel proscenio, stavano delle marionette, nelle quinte i burattinai, ossia quelle forze economiche e sociali che avevano tutto l’interesse a rovesciare il tavolo. Non mancarono ovviamente elementi di casualità in quel lungo gennaio del 1933, ma questa cammina sempre a braccetto con la necessità (e dossier di ricatto).

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