martedì 15 novembre 2016

Hitler al potere / 1


Bahnhof Zoo di Berlino. È l’alba del 30 gennaio 1933, cielo color piombo ma non nevica. Al terzo binario è in arrivo un treno che per tutta la notte e parte del giorno prima ha attraversato da sud a nord la Germania. In uno scompartimento riservato di una carrozza di prima classe trovano posto il generale Werner von Blomberg e il suo aiutante di campo, colonnello Walter von Reichenau. Sono partiti da Ginevra, dove il generale rappresenta la Germania alla conferenza per il disarmo. Indossa un cappotto privo di martingala e con collo in pelliccia. Il colonnello è già nel corridoio del vagone e sta scrutando dal finestrino due ufficiali superiori in attesa sulla banchina.

I viaggiatori scesi dal treno sono raggiunti dai due ufficiali che scattando nel saluto militare. Il primo ufficiale è il colonnello Oskar Hindenburg, aiutante di campo del padre, il presidente della Repubblica, feldmaresciallo Paul Ludwig Hindenburg; l’altro ufficiale, è il maggiore von Kuntzen, aiutante di campo del generale Hammerstein-Equord, comandante in capo dell’esercito. Il generale Blomberg è atteso dal presidente, convocato d’urgenza, e il colonnello Hindenburg gli farà strada. Anche il maggiore von Kuntzen invita Blomberg a seguirlo, gli vuole parlare il capo dell’esercito, Hammerstein. Dopo un momento di comprensibile imbarazzo, Werner von Blomberg decide di salire nell’auto del colonnello Oskar Hindenburg, per dirigersi verso il luogo dell’incontro con il presidente della Repubblica, in Wilhelmstrße, 73.



Blomberg ha 54 anni, discende da una nobile e antica famiglia di militari. Intelligente ma non brillante, marziale quanto un tedesco della sua condizione. Seppur amante dei salotti, a differenza del suo collega Hammerstein [*], considera le mot d’esprit riprovevole. È stato cadetto a 13 anni, capitano nella prima guerra mondiale in servizio nello Stato Maggiore della 19a divisione di riserva; promosso al grado di maggiore nel 1917, venne trasferito al comando della 7a armata dove fu poi insignito di una croce a qualche merito. Attualmente, oltre a rappresentare la Germania a Ginevra, comanda l’esercito in Prussia. È spesso ospite nella tenuta di Hindenburg, ed è favorevole ad affidare l’incarico di formare il nuovo governo ad Adolf Hitler [**].

Walter von Reichenau è figlio di un generale prussiano e porta il monocolo. Ritiene di essere l’espressione di una superiorità razziale che segnerà il destino del mondo. Entrato in servizio nel 1903, prende parte alla prima guerra mondiale servendo sul fronte occidentale, meritandosi la croce di ferro. Nel 1918 è promosso capitano. Nel 1932, un suo zio ardente nazista lo presenta a Hitler; conquistato dalla personalità dell’uomo che già si fa chiamare Führer è tra i primi esponenti dell'esercito ad abbracciarne la causa.

Oskar Hindenburg non è una mente sveglia, come non di rado nei rampolli di secondo stampo, ma esercita comunque molta influenza sull’anziano padre. Pochi giorni prima di ricevere i suoi ospiti alla stazione ferroviaria, era stato segretamente ospite nella casa di un commerciante di vini nazionalsocialista, certo Joachim Ribbentrop, amico dell'ex cancelliere von Papen, con il quale era stato ufficiale sul fronte turco durante la guerra. Fino a quella sera, secondo il sottosegretario di stato Otto von Meissner, Oskar si era opposto a ogni compromesso con i nazisti. In quell’occasione incontrò Adolf Hitler e con lui s’intrattenne a quattr’occhi per un’ora. Anche se non si saprà mai che cosa si siano detti in quest'incontro, è un fatto che il capo nazista perforò la resistenza di Oskar Hindenburg, coinvolto pesantemente nello scandalo degli aiuti alle regioni orientali.

Blomberg fu accolto dal segretario di Stato e fatto accomodare nell’anticamera dello studio del presidente Hindenburg. L’anno prima, l’anziano e mitico feldmaresciallo era stato rieletto, sebbene personalmente riluttante, alla presidenza della repubblica, battendo alle elezioni l’ex caporale Adolf Hitler, che al primo turno ottenne il 30,1% e al ballottaggio appena il 36% delle preferenze. Hitler per candidarsi alle presidenziali doveva ottenere la cittadinanza tedesca, poiché era ancora cittadino austriaco. La prima idea, bastando un incarico pubblico per ottenere la cittadinanza, fu di nominarlo “professore di sociologia organica” presso l’Istituto di tecnologia di Brunswick, ma tale progetto sollevò le proteste degli accademici locali e fu abbandonato [Cross, pp. 160-61]. Quindi si ricorse a una manovra da operetta: «il 25 febbraio fu annunciato che il ministro nazista degli Interni dello Stato di Brunswick aveva nominato il signor Hitler addetto alla legazione di quello Stato a Berlino, divenendo automaticamente cittadino tedesco, e di conseguenza eleggibile» [Shirer]. Hindenburg si trovava da tempo alle prese con una crisi politica, istituzionale e sociale molto difficile e pericolosa, culminata nel settembre 1930 con l’avanzata elettorale dei partiti nazionalisti e antisemiti di destra, il NSDAP di Hitler e il DNVP (Partito popolare nazional-tedesco) del magnate dei media Alfred Hugenberg. Questi partiti, tuttavia, pur disponendo della maggioranza relativa dei voti al Reichstag, non avevano una forza parlamentare sufficiente a formare una coalizione di governo. Per contro, i socialdemocratici e i comunisti, i centristi ed i cattolici, non riuscivano a trovare un accordo per opporsi validamente ai nazionalisti con un fronte unico, lasciando perciò la Germania in una condizione di instabilità politica, con ripetute tornate elettorali, cambi di governo e una situazione economica e sociale ingravescente.

La Germania era già entrata in crisi prima del crollo di Wall Street. Il padronato contestava le spese per la politica sociale spingendo invece per favorire la “formazione di capitale”. I sindacati, per contro, rivendicavano la “forza d’acquisto di massa”, ossia la difesa dei salari per sostenere i consumi, pur riconoscendo l’esigenza di “creare capitale”. Le solite ricette illusorie. Hjalmar Schacht, governatore della Banca centrale, impose “una drastica riduzione delle spese pubbliche, l’alleggerimento fiscale e l’accantonamento di una somma destinata all’estinzione dei debiti statali”, costringendo il ministro delle Finanze Hilferding (autore del celebre Il capitale finanziario) alle dimissioni. Anche in questo, nulla di nuovo sotto il sole.

Il cancelliere Hermann Muller cadde sullo scoglio dell’assicurazione contro la disoccupazione e fu sostituito dal cattolico Heinrich Bruning, sostenuto dall’esterno dai socialdemocratici, al quale dal maggio del 1932 subentrò quell’anima bella del cattolico Franz von Papen, che non trovò una maggioranza che lo sostenesse. Si arriva così alle elezioni legislative del luglio 1932, nelle quali i nazisti ottennero il 37,3% dei voti, non abbastanza per formare un governo con a capo Hitler, semmai Hindenburg avesse consentito di affidare l’incarico di cancelliere al “caporale boemo”, capo di un partito di “delinquenti”.

A novembre, in nuove elezioni, i nazisti, che pagavano sfiducia e stanchezza nel proprio elettorato, persero due milioni di voti e 34 seggi, ottenendo il 31,1 (il Partito popolare nazional-tedesco ebbe solo l’8,5). A Monaco e in Franconia erano il più forte partito, ma in tutti gli altri distretti erano stati battuti dal Centro cattolico. Complessivamente potevano contare 247 seggi su 584, cioè ancor meno che nel luglio precedente (267 su 608). Per il partito nazista l’esito delle elezioni significò il disastro, la spinta propulsiva che aveva portato il NSDAP di vittoria in vittoria fin da 1929 si era ormai esaurita.

All’indomani della sconfitta elettorale di novembre, le divisioni tra l’ala destra e sinistra [pensa un po’!] del partito nazista, che avevano afflitto il nazionalsocialismo negli anni Venti, riemersero improvvisamente. Scrive Joachim Fest: «Hitler avrebbe potuto divenire cancelliere soltanto di un governo che avesse dalla sua la maggioranza parlamentare; e poiché il capo dello NSDAP evidentemente non era in grado di assicurarsela, il segretario di stato di Hindenburg, Meissner, gli indirizzò una lettera»  nella quale liquidava ogni velleità del «Signor Hitler» alla nomina a cancelliere. Nella lettera si diceva testualmente: «il Signor Presidente del Reich non può non temere che un gabinetto del genere da Lei guidato si trasformi inevitabilmente nella dittatura di un partito».

Sul fronte finanziario, con migliaia di funzionari di partito e le SA, che da sole costavano due milioni e mezzo di marchi alla settimana, il NSDAP era alla bancarotta. Eloquente in tal senso l’annotazione tratta dal diario di Goebbels secondo cui Hitler, in dicembre, se ne uscì con questa frase: «Se il partito va a pezzi, tempo tre minuti e la faccio finita con un colpo di pistola».

L’avanzata comunista nelle elezioni del novembre 1932 metteva una paura matta alla borghesia e nelle plebi rurali.

Ai primi di dicembre Hindenburg, anche sotto la pressione di parte delle forze armate di cui il generale Kurt Schleicher era ministro, diede l’incarico di formare il nuovo governo proprio a quest’ultimo, il quale considerava Hitler come “un pericoloso maniaco”. Ciò avvenne con grave scorno del suo rivale, von Papen. Il 31 dicembre Goebbles scrive: «sparite interamente ogni prospettiva e ogni speranza». Assunti i pieni poteri, Schleicher fece una mossa popolare tentando di aprire ai sindacati (questi peraltro in profonde divergenze con i socialdemocratici) avviando la prima iniziativa nazionale per la creazione di lavoro. «Gustav Stolper ricordò poi una scherzosa colazione tenutasi presso la cancelleria del Reich nel gennaio 1933, in cui Schleicher e i suoi collaboratori fecero a gara nel prevedere quanti voti avrebbero perso i nazisti nelle elezioni che Schleicher intendeva indire nella primavera successiva. Gli editoriali di capodanno della stampa berlinese erano ottimisti. “Vorwats”, il quotidiano socialdemocratico, salutò il nuovo anno con il titolo: «Ascesa e caduta di Hitler».

[*] Most often two of these qualities come together. The officers who are clever and industrious are fitted for the highest staff appointments. Those who are stupid and lazy make up around 90% of every army in the world, and they can be used for routine work. The man who is clever and lazy however is for the very highest command; he has the temperament and nerves to deal with all situations. But whoever is stupid and industrious is a menace and must be removed immediately!

[**] Correlli Barnett, Hitler’s generals, a p. 130 si legge: «A decisive factor for Blomberg's future career was the fact that he did not get on very well with the powerful chief of the miniterial office at the Defence Ministry, Major General Kurt von Schleicher ».

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