domenica 30 giugno 2019

Stroncature



Basta con la povera carne umana mercanteggiata dagli uni e dagli altri, passiamo ad altro.


*

Come stroncare un libro in modo inappellabile pur scrivendo che si tratta di “un’ottima presentazione ragionata di temi e problemi che continuano a occupare la mente e cuore di molti intellettuali” [e di qualche semplice lettore, si conceda] ?

Riesce bene a Sebastiano Maffettone sul Domenicale nel recensire il libro di Giorgio Cesarale, professore di filosofia politica, dal titolo: A sinistra: il pensiero critico dopo il 1989. Scrive il recensore:

“Entrando nel merito, la selezione da parte di Cesarale degli autori di sinistra privilegia troppo – a parer mio – una linea post-modernista e per così dire French-thought. Questa scelta schiaccia la sinistra sulla identity politics, e rischia di far diventare il dopo marxismo un parente di Deleuze e Derrida, per non dire di Heidegger e Nietzsche”.

Meglio di così non si poteva dire, e ciò vale per tutta la filosofia politica di “sinistra” di questi ultimi decenni. Rincara e precisa Maffettone:

“Ora, per quel che credo la sinistra non può prescindere dall’eredità marxiana, e Marx non solo non somiglia a Fanon e Said ma è direi l’opposto di qualsiasi pensare post-moderno.

Questo assunto – forse in senso contrario alle intenzioni del recensore – lo leggo personalmente come un ineccepibile chiarimento che sta a distinguere l’originale dal surrogato, l’eredità marxiana dal dilagamento escrementizio che ne è seguito specie negli ultimi decenni. C’è chi dalla grande miniera di Marx ha saputo trarre ricchezza; chi è riuscito a estrarne almeno qualche pagliuzza di valore (spero sia anche il mio caso); chi invece, ed è maggioranza, crede che quella miniera sia costituita da un accumulo d’inutili pietre, peraltro di pietre “filosofali”.

Continua Maffettone:

“Sono consapevole che qui stiamo disputando sul filo di interpretazioni controverse. Ma […] proprio faccio fatica a immaginare che, per esempio, chi si accosta alla sinistra teorica oggi debba passare attraverso l’opera tutto sommato modesta di Slavoj Zizek oppure debba capire fino in fondo il tortuoso Alain Badiou”.

Messa la prua nella giusta direzione, Maffettone prosegue a vele spiegate:

[…] la stessa presenza di Agamben tra i fondamentali della sinistra crea problema, questa volta non per il livello intellettuale stesso ma per il livello se mi si perdona ‘soprastrutturale’ della sua analisi. Al tempo stesso, se appare ineccepibile ricordare l’importanza dello spesso trascurato Giovanni Arrighi o quella di Wolfgang Streeck, affidare i destini intellettuali della sinistra al populismo di Ernesto Laclau o alla queer theory di Judith Buttler appare quantomeno discutibile”.

Su Giovanni Arrighi avrei personalmente molto da ridire, tuttavia complessivamente non si può non essere d’accordo sull’impostura che Maffettone rileva a proposito di quelli che passano per essere i maître à penser di una sinistra critica che usa un frasario ermetico per nascondere il vuoto d’idee.

venerdì 28 giugno 2019

Ostaggi


(La lettera, che merita una lettura integrale, è stata pubblicata dal CdS del 29 giugno. Dovrebbe leggerla anche Riccardo Chiaberge, sempre se, oltre a problemi di scrittura, come ebbe a rilevare a suo tempo Roberto D'Agostino, non ne avesse anche di lettura). 


Poniamoci nei panni di quegli sventurati ospiti della Sea-Watch 3. Dopo essere stati raccolti dallo yacht, e dopo che le autorità italiane hanno consentito lo sbarco di 10 persone, 7 per motivi sanitari e 3 come accompagnatori, gli altri restarono a bordo per il divieto di sbarco imposto dalle leggi italiane. La comandante dello yacht è ben al corrente del divieto e potrebbe far rotta per la penisola iberica, per la Corsica, oppure per Israele. Invece decide di bordeggiare ai confini delle acque territoriali italiane, su e giù per due settimane. Il caso nel frattempo assume rilevanza internazionale, la comandante diventa un’eroina che sfida il truce ministro dell’Interno italiano. Per contro questi diventa ancor più il presunto baluardo che si oppone agli “invasori”. Infine la comandante decide d’infrangere il divieto e di puntare su Lampedusa. Non trova di fronte a sé un blocco navale, non tecnicamente per fortuna. Arriva a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa e lì getta l’ancora in attesa degli eventi. Se fossimo tra quegli sventurati ospiti della Sea-Watch 3, avremmo ovvio motivo di risentimento verso chi c’impedisce di sbarcare, e ci sentiremmo ostaggi delle decisioni delle autorità italiane. E un po' anche delle decisioni della comandante?

giovedì 27 giugno 2019

Quale dei ministri non si sarebbe ritratto con orrore



Ritornando sui miei passi e cioè a latere dell’articolo del prof. Ernesto Galli della Loggia, di cui al post precedente, vorrei evidenziare un aspetto saliente della percezione pubblica sulla differenza tra nazismo tedesco e fascismo italiano. Del nazismo non rimane altro ricordo che non siano i suoi orrori e le cause della sua caduta. Il fascismo, invece, pur se si tiene conto delle cause della sua caduta e dunque dei suoi indiscutibili errori e orrori, è percepito nell’opinione pubblica anche per delle opere “buone”, siano esse vere o solo presunte. È rilevabile da ciò un diffuso suffragio verso tale schema interpretativo che dà luogo a un giudizio meno tranchant rispetto al nazismo, riconosciuto come male assoluto.

Non deve stupire che nel clima di disperante presa d’atto sull’irredimibilità dello stato di cose presenti, tale indulgenza si muti facilmente in rimpianto nostalgico, esplicito o silente. Il rimpianto non è per il fascismo truce e bellicoso, ma per il regime idealizzato dei suoi giorni e delle sue opere migliori. Nei paesi germanofoni, e in altri, sta succedendo la stessa cosa a riguardo delle “benemerenze” del bel tempo antico.

*

Scriveva, nel 1957, lo statista statunitense Henry Kissinger in chiusa all’Introduzione alla sua più riuscita opera, Diplomazia della restaurazione:

«Quale dei ministri che dichiararono la guerra nell’agosto del 1914, non si sarebbe ritratto con orrore, se avesse previsto l’aspetto del mondo nel 1918, per non parlare di quella attuale».

Parafrasando: quale dei maggiori responsabili politici attuali non si ritrarrebbe con orrore se potesse prevedere l’aspetto del mondo quale sarà tra pochi decenni a causa delle contraddizioni di un sistema economico che non ha ormai più nulla di razionale?

P.S.: scrive Kissinger in nota a p. 10: «Chi ebbe un’intuizione del genere, e in effetti si tirò indietro fu, naturalmente, il ministro degli esteri britannico, lord Edward Grey». Non concordo. Grey fu ministro degli Esteri fino al 1916, e fu un ministro fiacco, specie nel momento cruciale del luglio 1914.

mercoledì 26 giugno 2019

Momenti migliori


Scrive il prof. Ernesto Galli della Loggia nel suo ultimo editoriale dal titolo Il monopolio inesistente:

«La verità è che – esattamente come negli anni venti del Novecento – le ideologie antiliberali e antidemocratiche ricompaiono oggi in modo virulento in tutta Europa (anzi in Italia forse meno che altrove) non già per l’insensibilità antifascista dei «moderati», ma per l’incapacità dello schieramento democratico – sinistra in prima linea – di dare risposte convincenti ai nuovi problemi e alle tensioni che affliggono le nostre società.»

In altri termini, Galli parla del fallimento del riformismo. Il riformismo, sia chiaro, non ha avuto il merito, nel bene e nel male, di averci condotto fin qui. Il riformismo ha seguito le sorti magnifiche e progressive dello sviluppo capitalistico eseguendo la funzione di garante della riproduzione della classe operaia e della “pace sociale”. Con la crisi e l'avvento delle nuove tecnologie, anche il riformismo, la maschera buona del sistema borghese, cade. E “ricompaiono le ideologie antiliberali e antidemocratiche”, le quali non erano mai scomparse del tutto, ma giocoforza si mantenevano sottotraccia in attesa di "momenti migliori".

*

martedì 25 giugno 2019

Domanda




Domando agli straziati esperti di Repubblica: in questi tredici giorni, invece di muoversi su e giù consumando tra l'altro tonnellate di carburante, perché la SeaWatch non ha raggiunto porti europei più amichevoli? Spagna, Portogallo, Corsica, Olanda, Amburgo? A che gioco stanno giocando? Salvini può star contento e tranquillo, il 40 per cento non glielo toglie nessuno alle prossime elezioni.

"Tempo tre minuti e la faccio finita"



-->
Il 28 giugno 1919, quinto anniversario dell'assassinio dell'arciduca austro-ungarico Franz Ferdinand, la casuale scintilla che innescò l’esplosione della prima guerra mondiale, la delegazione tedesca alla Conferenza di pace di Parigi firmò il Trattato di Versailles nella Sala degli Specchi.

I maggiori responsabili germanici di quell’incendio e dei madornali errori strategici, soprattutto all’inizio del conflitto, insomma gli alti comandi militari, mandanti di quell’immane tragedia, si chiamarono fuori. In tal modo il Trattato divenne il fulcro del mito della "pugnalata alle spalle".

Il trattato proposto era stato presentato ai tedeschi il 7 maggio. Il capo della delegazione, il conte Brockdorff-Rantzau, protestò contro le condizioni punitive, ma le potenze vittoriose – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone – apportarono solo lievi modificazioni.

La Germania doveva ridurre il suo esercito a non più di 100.000 uomini, assumersi essa sola la colpevolezza per la guerra (la famigerata clausola 231) e pagare un risarcimento di 442 miliardi di dollari del 2019. Poco importa se quella somma fu poi rinegoziata più volte.

I termini del trattato includevano notevoli cessioni territoriali da parte della Germania, la quale perdeva oltre 7 milioni di abitanti e vasti territori. L'Alsazia-Lorena andava alla Francia; l'area della Saar doveva essere sottoposta all'amministrazione internazionale per 15 anni, dopodiché si sarebbe tenuto un plebiscito, mentre la Francia nel frattempo ne sfruttava le miniere di carbone; lo Schleswig settentrionale e centrale dovevano decidere la propria alleanza - in Danimarca o in Germania - con un plebiscito.

Inoltre, la Germania doveva cedere la maggior parte di Posen e della Prussia occidentale alla Polonia; Danzica doveva essere uno stato libero all'interno dell'unione doganale polacca; i plebisciti si sarebbero svolti in alcune parti della Prussia orientale. Tutte le colonie tedesche furono cedute ad alcuni Stati vincitori, per essere organizzate come mandati sotto la supervisione ufficiale della Società delle Nazioni.

*

giovedì 20 giugno 2019

Assolti per insufficienza


Fiume / Rijeka, per noi italiani prima di essere una città, un luogo geografico, è un concetto politico. E quando c’è di mezzo la “politica”, storia e geografia diventano melassa (*).

A Fiume, allora una piccola città, storicamente molto contesa, Gabriele D’Annunzio, poeta e mediocre romanziere (**), aveva buon gioco, tra il 1919 e il 1920, ad atteggiarsi a dittatore rivoluzionario e libertario. Sapeva bene che quella avventura sarebbe finita presto (al primo colpo di cannone), dunque meglio offrire ai posteri dei tableaux vivants di gioia e gloria. Ora vorrebbero dedicargli una statua, non a Fiume ma a Trieste. Inevitabili le barricate fatte di chiacchiere e il rilascio di patenti varie.

Fu fascista D’Annunzio e dunque bisogna opporsi a tale iniziativa commemorativa e celebrativa? Che importa stabilire oggi se fu fascista o diversamente fascista, è questa una diatriba rauca e irritante che non finirebbe mai. Il minimo che vi possiate beccare, sia in un caso ma anche nell’altro, non sempre a torto, è di essere degli ignoranti. Si può quindi lasciar correre nel caso di Gabriele ciò che è stato perdonato a molti altri con minor merito poetico e patriottico? Sì, sì, sì, mettiamogliela questa statua da qualche parte, cosicché i piccioni possano dileggiare anche lui, in effige almeno, e purché non sia uno degli ordinari obbrobri che negli ultimi decenni usano deturpare i nostri parchi e le circonvallazioni.

Eleviamo in quel di Ferrara una statua anche a Italo Balbo, quale “atlantico” se la merita per dio! E pure a Benito Amilcare Andrea Mussolini (questa sua da piazzare in Vaticano), che di cose buone ne ha indiscutibilmente fatte fare, pur tra tante di pessime che fece di suo. Del resto non abbiamo dei licei intestati a Caio Giulio Cesare, ossia a uno stragista seriale? Bisogna essere realisti e al passo con i tempi. Storicizziamo, dunque, cari legionari, lasciamo da parte i preconcetti e anche la storia, i posteri capiranno e soprattutto ci assolveranno per insufficienza, se non di prove, sicuramente d’interesse.

(*) A proposito di melassa, avevo pronosticato che ci sarebbe stato D’Annunzio e Fiume tra le “tracce” del tema d’italiano. Un abbaglio, il mio, dovuto a sopravvalutazione. Meglio il più innocuo e apparentemente meno compromesso e smutandato Ungaretti.

(**) Mi picco di essere tra le poche persone temerarie ad aver letto, quasi mezzo secolo or sono, non solo L'innocente, ma perfino Il piacere, di prima mano e fino all’ultimo palpito. Dunque si tratta di giudizio motivato per aver pagato cospicuo dazio.

mercoledì 19 giugno 2019

Il Piano Funk


Keynes, il sognatore, credeva con il suo progetto di riforma monetaria di poter superare le contraddizioni del capitalismo. La creazione di un’International Clearing Union, la famosa “stanza di compensazione”, e l’introduzione di una moneta internazionale (il bancor), avrebbero permesso di vivere in un mondo senza conflitti e “disarmonie” economiche. Un sistema immune da crisi, partendo dalla sfera della circolazione, dello scambio, trascurando dunque la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico; è così che i teorici dell’”equilibrio” vogliono riformare il capitalismo. Anche Walther Funk, ex giornalista economico, già segretario di Stato al ministero per la pubblica informazione e la propaganda, divenuto ministro dell’economia (1938) e presidente della Reichsbank (1939), sognava un “ordine nuovo”, e prometteva che l’oro non sarebbe più stato l’equivalente universale (la posizione degli industriali tedeschi fu molto più articolata [*]). Anche Keynes definiva l’oro una “reliquia barbarica”. Scrisse: “Se prendiamo il piano di Funk al valore facciale, è eccellente ed è esattamente ciò che dovremmo fare anche noi”.

Il cosiddetto piano Funk, al quale si è data pretestuosamente troppa importanza e sul quale in Italia recentemente hanno farneticato in molti (non fu – in quanto tale – un piano di predominio economico sull’intera Europa da parte della Germania, anche s’è evidente che i propositi dei vertici politici erano tutt’altri), aveva l’obiettivo generale di “promuovere e intensificare l'integrazione dell'area economica tedesca con altre aree economiche semplificando i pagamenti e quindi preparare organicamente l'economia di un più vasto spazio europeo”. Fu il Dipartimento di ricerca economica (ERD) della Reichsbank, a fornire all'istituzione monetaria centrale del Reich un’analisi approfondita (il cosiddetto “Piano”, per l’appunto) dello stato dell'economia mondiale e dei possibili scenari futuri. Va ricordato, tra parentesi, che "l'inetto" ma malleabile Funk aveva realmente un'importanza marginale nella gerarchia del Reich, e cadde ben presto in disgrazia.

martedì 18 giugno 2019

Ricorda qualcosa?

Aggiornato con addendum e correzione dei soliti refusi ed errori di battuta.


La Me.Fo GmbH, Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico), fu una società fittizia del Terzo Reich, inesistente nella realtà, ideata per finanziare la ripresa economica tedesca e il riarmo aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni che il Trattato di Versailles del 1919 aveva imposto alla Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.

Questo sistema di finanziamento si basava su uno schema ideato nel 1934 dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht, nel quale era prevista l’emissione di speciali obbligazioni a nome della summenzionata società fantasma, i cosiddetti Mefo-Wechsel. Grazie all'emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di stato, il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo.

MEFO era dunque l'acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro entro i confini nazionali. John Maynard Keynes, riprendendo un'osservazione fatta da Hubert Douglas Henderson, così si era espresso nel 1941 riguardo al sistema ideato da Schacht: «il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male, non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa».

Rimpianti



Il professor Massimo Cacciari rimpiange il centralismo democratico, ma non ha il coraggio di chiamarlo per nome e cognome. Lo evoca come “cultura politica”, locuzione che nel vago non significa un cazzo. Il partito democratico, fin dalla sua nascita e per costituzione propria, si è rivelato inadatto a qualsiasi forma di centralismo, così come qualsiasi altra forma di direzione e di leadership è assolutamente insufficiente a ricomporre le beghe da pollaio di un partito che è solo un’accozzaglia di personalismi e interessi non solo differenti ma fortemente contrapposti.

domenica 16 giugno 2019

Guardoni


Nessuna sorpresa straniante circa le magnifiche e progressive sorti della gentrificazione. Dario Ceccarelli troverebbe conferma se si prendesse la briga di leggere di prima mano Marx. Così per il sig. Paolo Pagani, caporedattore a Sky, autore di uno di quei tanti libri fasulli che un’editoria fallita s’incarica di stampare per il gusto letterario di sedicenti liberaldemocratici il cui tratto più caratteristico è quello di essere, prima di ogni altra cosa, pregiudizialmente antimarxisti. L’antimarxismo è una linea di demarcazione, uno status, perciò essi si somigliano tutti.

Ceccarelli e Pagani sono solo capaci di misurare il corso della storia secondo il personale grado di avanzamento della propria carriera, perciò lisciano il pelo a un compiaciuto pubblico che vuole passare per erudito ma è solo spettatore smanioso di guardare dal buco della serratura Marx che s’inchiappetta la cameriera.

*

Marx scrisse effettivamente il Manifesto del partito comunista, titolo suggeritogli da Engels, a Londra, ma non era ancora esule in quella città, nella quale vi si trovava quale delegato della comunità di Bruxelles e anche come mandatario dell’Association démocratique, che egli doveva rappresentare all’Assemblea dei Fraternal Democrats del 29 novembre 1847. I delegati della Lega dei giusti, riuniti nel II congresso al secondo congresso della Lega comunista si tenne nella sala al piano superiore del pub Red Lion (Great Windmill Street, Soho), decisero di affidare a Marx ed Engels la redazione del programma. Il comitato centrale restò fissato a Londra. Dalla metà di dicembre alla fine di gennaio 1848, Marx lavorò al Manifesto. Quando l’ultimo foglio del manifesto uscì a Londra, Marx si trovava già nella Parigi rivoluzionaria.

Marx, relegato dalla polizia francese nel dipartimento del Morbihan, “le paludi pontine della Bretagna”, preferì andare esule a Londra. Passò la Manica il 24 agosto 1849, sua moglie lo segui il 15 settembre. Visse dapprima presso Anderson Street, Chelsea, e dal 1851 al 1856 presso il civico 28 di Dean Street. La famiglia Marx risiedette dall’ottobre 1856 al marzo 1864 al numero 9 (oggi 46) di Grafton Terrace, quindi dal 1864 a Modena Villas, Maitland Park Road, Belsize Park, poi dal 1875 presero un’altra casa sempre in Maitland Park.

R.I.P.


I giudizi su Zeffirelli sono molto contrastanti e non potrebbe essere diversamente date le sue note posizioni politiche oltre che artistiche. Zeffirelli si doleva di una certa ostilità da parte della “sinistra”, cosa che può essere vera, tuttavia egli ha fatto molto per meritarsela. Personalmente delle idee politiche di Zeffirelli m’importa poco, anzi nulla. Se dovessi apprezzare solo le persone che condividono, sia pure grossomodo, le mie idee politiche, dovrei assumere una posizione di totale misantropia. Si deve pur tener conto delle idee accessibili ai più, e dunque vivere mediando in ogni momento, il che non significa ovviamente accettare qualsiasi situazione e compromesso.

Su Zeffirelli artista il giudizio deve distingue tra il regista teatrale e il regista cinematografico. Complessivamente è stato un esteta ampolloso, ancien régime, certamente non un portatore d’idee nuove. Come regista cinematografico è stato piuttosto mediocre, giudizio che condivido con molti altri. Non mi convincono i giudizi positivi nemmeno sul tanto celebrato Gesù di Nazaret, film che per ovvi motivi non può non piacere ai cattolici e in definitiva anche a quelli che si definiscono laici, termine quest’ultimo che non significa assolutamente nulla a riguardo delle religioni. Inoltre, detto en passant, è davvero difficile controllare le passioni: un prolungato approccio a qualsiasi personaggio è destinato ad avere inevitabilmente ricadute empatiche anche su chi vi si proponesse nelle migliori intenzioni critiche. Zeffirelli peraltro finge blandamente di porsi il problema, ma il suo prodotto è pur sempre un usurato Gesù della favola.

Di Zeffirelli ho ascoltato, tra l’altro, due lunghe interviste, e recentemente ho visto un documentario su Sky dedicato al registra. Ho visto anche un suo mediocrissimo film autobiografico e celebrativo. I filmati, le interviste, mi hanno offerto l’idea di quel genere d’individui che cordialmente detesto. Tra una generazione si vedrà ciò che resterà della sua opera.

R.I.P.

giovedì 13 giugno 2019

Abbiamo diritto di dire che senza l'antica schiavitù ...


I critici-critici del capitalismo, cioè gli ipercritici, il tritume ampolloso alla Fusaro ad esempio, rilevano solo il lato negativo, per così dire cattivo, del modo di produzione borghese. Essi vedono nel capitalismo solo sfruttamento e miseria, non colgono nel suo sviluppo l’aspetto rivoluzionario, distruttivo che rovescerà la vecchia società borghese, non vedono nel movimento storico del capitale la produzione delle condizioni materiali dell’emancipazione sociale. Perciò rimpiangono gli stalinismi e i maoismi, pur con le necessarie cautele e virgolette del caso.

Si sottovaluta spesso il fatto che vi è progresso anche laddove lo sviluppo estremamente unilaterale si accompagna a conseguenze che immediatamente sono distruttive e che da un punto di vista etico e morale respingiamo, ma che nell’ambito di una valutazione storica di una formazione sociale sarebbe sciocco ridurre a un giudizio di valore morale. Ciò vale per la schiavitù antica come per quella moderna, e sempre a tale riguardo tutta la descrizione sugli effetti estremi tra ricchezza e povertà che scaturiscono da questo sistema economico (*).

Tuttavia, storicamente questa forma sociale, il capitalismo, era necessaria per sviluppare le forze produttive della società a un grado che renderà possibile – e potenzialmente già oggi rende possibile – uno sviluppo egualmente degno di tutti i componenti della società. Non è una faccenda di breve momento, d’accordo, ma si tratta di una possibilità concreta, e perciò realistica. Per questo scopo tutte le forme sociali precedenti, comprese le società cosiddette comuniste del XX secolo, erano troppo povere. Solo la produzione capitalistica crea le ricchezze e le forze produttive a ciò necessarie.

Il superamento del modo di produzione capitalistico sarà possibile solo in forza dal suo sviluppo e del movimento contraddittorio delle sue stesse leggi. Allo stato si tratta ancora e solo di una possibilità, la quale risulta necessariamente dalla realtà, poiché il possibile è una componente indissolubile della realtà proprio come tutto ciò che di volta in volta si attua nel grado della sua probabilità. Studiando a fondo i nessi e i motivi del movimento storico della formazione economico-sociale attuale, possiamo trovare quali delle possibilità esistenti di trasformazione hanno un alto grado di probabilità e quali invece ne hanno uno di molto limitato. Oltre non si può andare.

(*) «Solo la schiavitù rese possibile che la divisione del lavoro tra agricoltura e industria raggiungesse un livello considerevole e ciò rese possibile il fiore del mondo antico: la civiltà ellenica. Senza la schiavitù non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia: senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'Impero romano. Ma senza le basi della civiltà greca e dell'Impero romano non ci sarebbe l'Europa moderna [altro che “radici cristiane”, nota mia]. Non dovremmo mai dimenticare che tutto il nostro sviluppo economico, politico e intellettuale ha come presupposto uno stato di cose in cui la schiavitù era tanto necessaria quanto generalmente riconosciuta. In questo senso abbiamo il diritto di dire che senza l'antica schiavitù non ci sarebbe il moderno socialismo» (Engels, Anti-Dühring, II sezione, cap. 4).

mercoledì 12 giugno 2019

Preferiscono parlar d’altro


Si fa sempre più sciapa la diatriba tra neokeynesiani (qualunque cosa ciò voglia dire con questi chiari di luna) e i realisti più realisti del re, i quali ultimi sostenendo che lo “stimolo artificiale della domanda” produce guasti al sistema con infine l’incremento del già enorme debito pubblico. Da entrambe le sponde è preso in considerazione solo l’aspetto circolatorio, finanziario e distributivo dell’economia. Ciò che avviene a monte non ha rilievo se non per l’asettica presa d’atto statistica relativa all’andamento congiunturale e il dato sull’occupazione/disoccupazione. Sull’interpretazione di tali dati si formano le più cervellotiche convinzioni.

Sono quasi due secoli che l’economia politica non indaga più la realtà ma si limita a descrivere le ombre proiettate sul fondo della caverna. Perché ciò avvenga è presto detto: almeno a livello ufficiale dev’essere mantenuto il silenzio sul segreto (di Pulcinella) della società borghese, ossia sul fatto che essa, sotto qualunque bandiera nazionale ed ideologica, è una società che continua a poggiare sulla schiavitù.

Dopo che l’utopia neoclassica dell’”equilibrio perfetto” si dimostrò per quel che era, iniziarono a farsi strada, presso gli apologeti del capitalismo J.A. Schumpeter e W.C. Mitchell, i primi abbozzi di una “teoria dei cicli” che non era altro che una presa d’atto della natura ciclica del capitalismo. La crisi generale del 1929, infine, con la sua sconvolgente drammaticità, rendeva indilazionabile mettere i piedi per terra, ossia abbandonare l’utopia ed escogitare nuove giustificazioni a favore del regno millenario del libero scambio.

martedì 11 giugno 2019

Diario minimo napoletano / fine


Le sculture sono forse le uniche opere d’arte che non possono essere sottoposte a radicali manipolazioni con il pretesto del recupero e del restauro. Per il resto non c’è pietra e architettura di pregio che non siano resi compatibili con l’asettico nitore delle brochure dalle agenzie di viaggio. Ciò vale per l’Italia e per l’estero. Della reggia di Versailles, per esempio, resta assai poco che si possa dire originale. Luigi XIV non crederebbe ai propri occhi, del suo grandioso palazzo non è rimasto quasi nulla che egli possa riconoscere. Guy Debord scrisse che perfino le dorature dei mobili erano state rifatte a imitazione dei falsi Luigi XIV-XVI che i mobilieri francesi vendevano ai ricchi americani.

Guardavo ieri sera le foto di Calli e canali in Venezia, opera unica nel suo genere, edita in fascicoli da Ferdinando Ongania alla fine dell’Ottocento e poi raccolta in due volumi; ebbene, si può constatare che le architetture dei palazzi veneziani non hanno subito modificazioni nel tempo, e tuttavia il raffronto con le immagini odierne ci dice che i restauratori sono andati ben oltre l’opera di recupero e di salvaguardia. A tale riguardo, per esempio, la facciata della chiesa di San Moisé non sembra nemmeno più la stessa dopo gli interventi di alcuni lustri or sono. Ben si adatta, ora, all’hotel Bauer (“diamante dell’hôtellerie veneziana”), ossia ai marmi di quest’opera demenziale frutto dei malintesi architettonici e urbanistici di epoca fascista, segnatamente quelli di un armatore genovese, “l’intraprendente signor Bennati”.

*

lunedì 10 giugno 2019

Diario minimo napoletano / 2


La metro di Napoli è più pulita e meglio vigilata di quella di Roma (non ci vuole molto per vincere un simile raffronto). Si arriva alla stazione Museo (MANN) e si trovano chiare indicazioni per la fermata dell’autobus per Capodimonte. Il vecchio autobus non è lurido come, per esempio, gli autobus romani della linea 492 con capolinea Tiburtina, ma è anch’esso male in arnese, tanto è vero che un pezzo del corrimano è legato con un grosso spago. Lungo tutto il tragitto, per chilometri e senza soluzione di continuità, il degrado urbano è assoluto. È evidente la mancanza di ogni minima cura per abitazioni, marciapiedi, negozi e qualsiasi tipo d’infrastruttura. Scesi alla fermata, ci incamminiamo lungo una via crucis di rifiuti di varia tipologia, anche se non incontriamo i grossi cumuli presenti in certi quartieri del centro storico (dirò nel prossimo post). 

sabato 8 giugno 2019

Diario minimo napoletano / 1


Prima di scrivere queste note ho riflettuto a lungo poiché so bene quanto faccia male sentire denunciare le criticità della propria città da chi non vi abita. Stringe il cuore vedere le nostre città ridotte a letamai. Tuttavia se mi viene fatto osservare che Venezia negli ultimi trent’anni è peggiorata sotto molti aspetti, compreso quello igienico, ebbene non mi trincero dicendo: e allora Roma, Napoli, … ? Né costituisce un’attenuante chiamare in causa l’afflusso turistico e la complessità della gestione amministrativa di una città. Le responsabilità delle amministrazioni locali sono cronaca quotidiana, e però, specie per città come Roma e Napoli, le colpe di molti dei loro abitanti sono evidenti e gravi. Se il loro attaccamento alla propria città fosse sincero e non solo una posa, non lascerebbero andare le cose così.

Discorso che si può allargare a tutta la nazione per come stanno precipitando le cose. C’è chi sostiene che bisognerebbe agire partendo dalla scuola, dall’educazione civica. Osservo però che un bimbo ben educato si comporta in un certo modo anche in età prescolare, e che per ridurre l’evasione fiscale, pagare il ticket per il bus e mettersi in regola con l’affitto dell’alloggio comunale, l’educazione civica a scuola, pur necessaria, non basta. E non serve a tal fine nemmeno saper distinguere una obbligazione senior da una subordinata.

Eccheccazzo


Un paio di settimane fa l'avevo scritto chiaro:


Luigi, "da non confondere con il Consiglio europeo". Eccheccazzo, non si può continuare così:


venerdì 7 giugno 2019

Forse, ma anche no



Non era meglio se il sottosegretario Luigi Gaetti rimaneva a fare il medico?

Rapporti sociali e tabaccherie di legno

Battista sul Corriere di oggi, in un articolo dal titolo Il lavoro dimenticato,  scrive che l'attenzione verso il mondo del lavoro: "Sarebbe un primo passo verso quel dialogo con i ceti popolari che è uscito dall'orizzonte stesso della politica e anche della mentalità dei partiti della sinistra". Posto che il "dialogo" non basta, c'è anzitutto da chiedersi (ripeto ancora una volta ) quale sia la composizione sociale e i percorsi esperienziale dei quadri intermedi e di quelli apicali del PD,  dunque gli interessi reali che essi rappresentano. Il resto sono chiacchiere e tabacchiere de legno.

lunedì 3 giugno 2019

Eia eia alalà




E voi temete le nostalgie fascistoidi di Salvini?

(Nella foto alcuni non c'entrano, e ne mancano molti altri ...).

domenica 2 giugno 2019

Il crepuscolo borghese degli dei



Questo post è stato vergato tra le ore 1.15 e le 3, complice l’abbondante cena ben innaffiata. Del resto, gli anniversari vanno festeggiati. La festa è una delle massime espressioni della cultura umana. I cani e gli economisti non hanno nulla da festeggiare, salvo scodinzolare quanto i loro padroni con condiscendenza li gratificano di una carezza o un lucroso incarico. A volte può capitare che un cane azzanni il proprio padrone; un economista non lo farebbe mai.

*

Gli economisti borghesi e certi loro seguaci “ultrasinistri” considerano la circolazione come la base dell’economia capitalista. Al fine di non imbattersi nel problema della teoria del valore, e nelle conseguenze pericolose per l’ordine sociale esistente che essa comporta, tutti costoro evitano qualsiasi analisi del processo di produzione, limitandosi a quello dei fenomeni di mercato.

Questa caratteristica è comune a tutte le scuole economiche borghesi moderne, da quella marginalista, a quella keynesiana e a tutte le altre.

La tendenza a considerare solo il valore di scambio, riduce l’economia borghese all’analisi delle relazioni tra prezzi, così come esse sono date sul mercato. Procedendo dai prezzi, invece che dai valori, non si è in grado di andare di là della superficiale apparenza delle merci e si finisce col cadere vittime del feticismo di esse.