mercoledì 31 ottobre 2018

[...]


Marx indagò le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico. Ad Engels spettò il compito di divulgare le dinamiche alla base di quei fenomeni economici e sociali che noi abbiamo preso a considerare come segno distintivo della nostra epoca solo in anni recenti, vale a dire anzitutto l’incidenza e le conseguenze dello sviluppo tecnologico, il relativo aumento della produttività del lavoro umano, la disoccupazione e sottoccupazione di massa.

*

Scrive Engels: 

«È la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che muta l'infinita perfettibilità delle macchine della grande industria nell'obbligo imposto al singolo capitalista industriale di perfezionar le sue macchine, o di sparire. Ma perfezionar le macchine rende superfluo il lavoro umano. Se introdurre e aumentar le macchine sostituisce milioni di operai manuali con pochi operai addetti alle macchine, allora migliorare il macchinario significa render superflui perfino tali addetti alle macchine, cioè creare una massa di salariati disponibili superiore al bisogno di impiego medio occupabile dal capitale […].

Tale eccedenza è in tutti i tempi una palla al piede della classe operaia nella sua lotta per l'esistenza contro il capitale, regolatore che serve a tenere il salario a livello più basso, il solo atto alle esigenze dei capitalisti. Per dirla con Marx, così la macchina diviene l'arma più potente dei capitalisti contro gli operai; il mezzo di lavoro toglie all'operaio i mezzi di sussistenza; il prodotto dell'operaio diviene strumento per il suo asservimento. Cioè ridurre le spese di produzione è a priori una dilapidazione spietata della forza-lavoro e un lesinar sui normali presupposti della funzione lavorativa. Le macchine (il mezzo più potente per ridurre il tempo di lavoro) mutano nel miglior mezzo per mutar tutta la vita dell'operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per valorizzare il capitale. Il sopralavoro degli uni diviene il presupposto della disoccupazione degli altri. La grande industria caccia nuovi consumatori su tutto il pianeta ma in patria riduce il consumo delle masse a un minimo di fame, fa crollar il suo mercato interno».

martedì 30 ottobre 2018

Stanno riscrivendo la storia (e la geografia)




C'è un errore. Anzi, due: l'anno (2018) e la valuta in euro. E poi una domanda: perché la terra solo al Sud, sarà per caso perché sono ... "terroni"? 

domenica 28 ottobre 2018

Allora sarà tutto molto più facile



Ernesto Galli lamenta che non vi sia una strategia per uscire dai soliti schematismi retorici del riformismo parolaio. Ha ragione, manca una strategia. Per esistere la sinistra deve trovare altre giustificazioni che non sia semplicemente quella di proporsi come partito di governo.

Non ha strategia non solo per incapacità, per assenza d’idee, di leadership, ma per un motivo di base: la sinistra inseguendo il proprio pragmatismo s’è adeguata con gioia al liberismo, professando anzitutto l’identità d’interesse tra capitale e lavoro. Su questo equivoco, così come su altri, la sinistra ha perso la propria identità ed è un’evidenza storica perfino pleonastica che quando la sinistra fa disastri la società esce sempre a destra.

La sinistra sconta una caduta verticale della sua cultura politica, così come in generale si nota una incultura diffusa, e già questo ha in sé molti pericoli, anzi è uno dei dati più preoccupanti della nostra epoca. Deve porre al primo posto l’analisi critica e l’autocritica, e invece vive di polemica assecondando la sottocultura che si esalta attraverso i social. C’è altrimenti il rischio di essere minoritari? È un rischio che va accettato, non ci sono scorciatoie.

Quello che Galli non può ammettere (data la sua posizione di classe) e che la sinistra ignora bellamente (per lo stesso motivo), riguarda un fatto strategico fondamentale: oggi più che mai il superamento del capitalismo è un problema aperto. Le persone che rappresentano la sinistra sono ben lontane dal condividere anche solo l’ipotesi di tale questione, in gran parte disinteressate ad interrogarsi realmente sugli effetti prodotti dalle nuove tecnologie, dal monopolio e dalla globalizzazione, se non nella lettura ideologica corrente. Non sono per nulla inclini a prefigurarsi un domani diverso da come si prospetta nel capitalismo e sotto il governo di filibustieri decerebrati.

Si tratta invece di dimostrare anzitutto che un’alternativa a questo sistema ha ragioni serie, che vanno tradotte in programma di lungo periodo entro una dinamica molto più vasta di quella meramente nazionale; e così per quanto riguarda la tattica sull’immediato, dal tema del lavoro, del reddito, della fiscalità, dell’ambiente, tutti obiettivi intermedi che devono avere per forza di cose respiro e collegamento quantomeno europeo.


Se però il nuovo soggetto politico della sinistra che si propone unitariamente per le prossime elezioni europee avrà tra i suoi esponenti le vecchie cariatidi, allora per la destra fascistoide sarà tutto molto più facile.

Come piace a lui


Vivremo tempi interessanti? Non ho dubbi, basterà non tirare le cuoia prima d’allora. Di tempi interessanti ne ho già vissuti alcuni, quasi tutti d’autunno. Ricordo sopraggiungere improvvisa e incredibile la nebbia che in rapidi banchi ci avvolse nel tardo pomeriggio dell’ultimo giorno di mare. Fu quello uno dei momenti più malinconici della mia prima giovinezza. Del resto accadeva nella stessa spiaggia, a pochi passi, dove meno di un decennio dopo Visconti girerà Morte a Venezia. E che la città stesse morendo era un dato di fatto conclamato dall’esodo inesorabile dei suoi abitanti verso la terraferma, dei quali noi non fummo i primi ma nemmeno tra gli ultimi.

Venezia restaurata, resa asettica alla patina del tempo, turistica, non sarebbe più stata la stessa. Ciò avvenne ben prima della realizzazione dell’opera pubblica più demenziale della sua storia, il “mose”; ben prima del passaggio delle grandi navi da 115mila tonnellate. Anche negli anni Sessanta transitava nel canale della Giudecca una grande nave, la Cristoforo Colombo, gemella della sfortunata Andrea Doria. La stessa che portò in Italia, tra gli altri, l’esule cubano Alvar González-Palacios. Appunto, una sola grande nave, di nemmeno 30mila tonnellate di stazza lorda, una barchetta a confronto dei giganti di oggi che innumerevoli e settimanalmente transitano per lo stesso canale. La Colombo attraccava comodamente al molo delle Zattere, davanti alla sede della Società adriatica di navigazione (mi pare si chiamasse così) e al consolato di Francia (a tale riguardo rammento una veridica liaison dangereus tra la silfide francese, moglie del giovane console, e … ).

sabato 27 ottobre 2018

Soltanto mediante un’analisi delle circostanze empiriche date


Yann Le Bohec ha scritto Spartaco, signore della guerra, Carocci. Tra le altre perle vi si legge questa:

«Spartaco guidò un «movimento sociale», ma è «poco probabile» che volesse «intraprendere una lotta di classe», perché «non avevano certo letto Karl Marx».

E già, perché è noto che sia stato Marx l’inventore, proprio così, della lotta di classe. No Marx? no party.

Prima di Spartaco (109-71), nei domini di Roma, le rivolte degli schiavi furono numerose: a partire dal 217, poi nel 199, nel 196, nel 185. Nel 185, ad Apulia, circa 7.000 schiavi furono giustiziati durante la repressione che seguì la loro rivolta.

In una lettera a Engels del 27 febbraio 1861, a proposito di Spartaco, Marx scrive:

«[…] alla sera per sollievo [leggo] le guerre civili romane di Appiano nel testo greco originale. Libro di grande valore. Costui è un egiziano dalla testa ai piedi. [Friedrich Christoph] Schlosser afferma che “non ha anima”, probabilmente perché sviscera fino in fondo le cause materiali di queste guerre civili. Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale (non un Garibaldi), carattere nobile, rappresentante reale dell’antico proletariato» (XLI, 176).

martedì 23 ottobre 2018

La riforma Seminerio



Sul suo blog Mario Seminerio avanza una proposta di riforma previdenziale entro la cornice di una riscrittura della manovra finanziaria del governo:

“Se obiettivo è quello di svecchiare gli organici, decisamente meglio prevedere dei fondi aziendali o settoriali per gestire gli “scivoli” alla pensione, sulla falsariga di quello esistente nel credito, e alimentarli con contributi datoriali e dei lavoratori, con eventuale residuale integrazione pubblica”.

Non so a quali commenti abbia dato adito tale ipotesi di riforma e ad ogni buon conto, conoscendo l’epoca e i suoi attori, non reputo possano essere più rilevanti del mio.

Tale proposta manca di troppi dettagli per essere motivatamente giudicata, tuttavia come prima traccia mi sembra debole. Le banche sono una cosa (e così i gruppi economici), le officine e i laboratori artigianali, le piccole e piccolissime imprese, che fanno rete alla struttura produttiva nazionale sono tutt’altra faccenda. Nel senso che non credo che i piccoli e anche i medi imprenditori accarezzino l’idea di assumersi nuovi oneri da conferire ad appositi fondi pensione per favorire lo “scivolo” pensionistico dei propri dipendenti più maturi. Né credo i loro dipendenti, con i loro asfittici salari e stipendi, vedano di buon occhio l’idea di foraggiare fondi ad hoc per raggiungere l’agognato traguardo della pensione un qualche annetto prima. Sembra, a prima vista, una riedizione aggiornata dell’Ape volontaria.

Come spruzzi di vapore


I fatti umani cercano sempre una misura umana, da qui l’idea che la decadenza della società borghese sia dovuta a fatti eminentemente “politici”, alla stanchezza per la democrazia, al fallimento del riformismo, che pure sono fatti reali e tuttavia conseguenti a cause eminentemente economiche. Le spiegazioni politiche e umane danno l’idea del dramma nel suo compiersi, ma si fermano alla superficie dei problemi.

Tuttalpiù, cioè nel migliore dei casi, la pubblicistica borghese più radicale scopre che la politica s’è dissolta completamente nell’economia e le vecchie e nuove povertà sono frutto dell’abbondanza e della ricchezza di pochi, che dunque la società attuale, progredita economicamente come mai prima, si muove in un circolo vizioso di contraddizioni che continuamente riproduce senza poterle superare, cosicché essa raggiunge sempre il contrario di ciò che si prefigge o che dà a vedere di voler conseguire.

lunedì 22 ottobre 2018

Giganti tedeschi, Nelline italiche



«Che meraviglia – scrive Nellina – il nuovo monumento a Berlino. Una torre [sic!] di libri in ricordo del rogo di libri compiuto durante il Nazismo».

Cara, com'è commovente questa sua interpretazione.

Che cavolo c’entrano Grass, Böll, autori del dopoguerra, ma per altri versi anche Lutero, Kant, Schiller, Die Gebrüder Grimm (i fratelli Grimm !!) con i falò di libri accesi il 10 maggio 1933? E poi, perché solo autori tedeschi? Evidentemente la colonna di libri in effigie riguarda altro. Basta leggere qui. A Berlino esiste già una piazza in cui sono collocati targhe e monumenti a ricordo dell'evento, si chiama, come sanno tutti i berlinesi (e non), Bebelplatz.

Invece la "torre" di libri non esiste più dal 2006, ebbe vita per pochi mesi in occasione dei mondiali di calcio ed era dedicata a tale Gutenberg, un orafo e, a tempo perso, un tipografo.

A migliaia hanno cliccato il "mi piace". Non meravigliamoci ormai di alcunché. È una situazione disperata che mi riempie di ... speranza.

23 ott. : il tweet è stato tolto, anche da chi l'aveva ritwittato. Se non altro.

domenica 21 ottobre 2018

Il Capitale di Marx? Solo un esercizio di stile!



Qual è il livello degli studi su Marx, almeno per quanto riguarda l’Italia? Generalmente il più infimo. Si va dall’ignoranza che si fa protervia alla falsificazione vera e propria, ma spesso le due cose sguazzano nella stessa pozzanghera. Un esempio? L’articolo di Benedetto Vecchi, Il dono dell’incompiutezza, recensione al libro di Carlo Galli, un tizio molto confuso sull’argomento.

Basterebbe citare questa frase per aver chiaro con chi abbiamo a che fare:

“Il proletariato sarà sconfitto nel 1848 con la cancellazione della Comune di Parigi, ma la sua storia non finisce con quell’insuccesso, annota Galli”.

Che dire? Cascano le braccia. Questa gente doveva essere fermata in terza media, ma anche prima, se possibile. E invece scrive articoli, pubblica libri e insegna all’università ed è molto considerata da quel popolo di analfabeti che sono, in generale, gli italiani di ogni ceto sociale. Ad ogni modo sorvoliamo e passiamo a una considerazione più corposa:

Al momento l’unico disponibile



Che il giudizio delle agenzie di rating sia taroccato mi pare non ci debbano essere dubbi, e non solo per l’episodio celebre della tripla A alla Lehman e altre cosucce del genere anche più attuali. L’Italia, nonostante l’elevato debito pubblico, non può avere lo stesso rating, cioè la stessa solvibilità, della Colombia o delle Filippine e appena una tacca sopra il Gabon. E però, d’altro lato, pur non essendo dei feticisti dello spread (che con il rating c’entra qualcosa) bisogna tener conto che l’ufficio fidi delle banche ne tiene conto eccome. Non si fanno incantare dai discorsi sui disordini del clima.

Già quando porti il “bilancino” dell’azienda all’ufficio fidi delle banche non mancano mai d’alzare il sopracciglio e di ridurti il fido, di aumentarti gli interessi o entrambe le cose, ma quando poi il differenziale con la Germania passa in pochi mesi da 120 a oltre 310, il “ritocchino” è già nero su bianco. Vai a dirglielo a Di Maio, a Salvini, a Renzi e Gentiloni, ma a memoria breve anche a Berlusconi e Tremonti, che invece di abbassare il deficit e il debito l’hanno alzato.

Pensi anche a quelli che lavorano nel settore pubblico e ai cosiddetti liberi professionisti. O meglio, ad alcuni di loro, i quali, scrivendo a un certo grado di qualità e purismo sui social, si fanno beffe dello spread e del rating, e pur restando nella più astratta genericità irridono le nostre preoccupazioni, trattandoci come “complici dei padroni dell’economia mondiale” e le banche come volgari strozzini.

Se non fosse per uno di quei rari tratti della mia prima educazione, vorrei dire loro in tutte maiuscole delle paroline poco gentili ma meritate. E dunque mi limito ad osservare che è facile parlare così quando a fine mese lo stipendio arriva puntuale, o quando è data per esempio la possibilità di autoridurti l’imponibile.

Quello attuale è un mondo condannabile, lo so da me, ma è al momento e al bisogno l’unico disponibile. Ad ogni modo speriamo che domani e in settimana lo spread non salga oltre e il rating sia più benevolo di quanto meritano certi critici-critici e il governo pro tempore.

sabato 20 ottobre 2018

Il nodo vero della questione sociale



L’Italia è un paese ricco? Lasciamo da parte il celeberrimo e paradossale aforisma di Trilussa a riguardo del “pollo” statistico, concentriamoci sui numeri assoluti. Ebbene sì, l’Italia è un paese ricco, non solo perché è la seconda manifattura continentale, e ciò nonostante gli sforzi contrari della sua classe politica passata e vigente, ma perché la sua ricchezza è stimata in circa il 6 per cento di quella mondiale, pur con una popolazione inferiore all’1 per cento del totale globale. Per giunta quel 6 per cento non tiene conto del cospicuo patrimonio “nascosto” (non solo nell’accezione di “occultato”).

Un paese, l’Italia, che fino ad anni recenti o epoche relativamente recenti era povero, anzi tra i più poveri dell’Occidente. Paese dal quale nel primo mezzo secolo dall’unità nazionale emigrò circa un terzo della popolazione. Non solo dal centro-sud, si emigrava massicciamente anche da regioni del nord che oggi sono considerate tra le più ricche d’Europa e dunque del mondo.

Oggi fame e miseria, in generale e nei paesi di più antica industrializzazione, non sono più gli stessi delle epoche del passato, anche se la povertà non può più essere misurata con gli stessi parametri di un tempo. E che le povertà (al plurale) siano in crescita, non c’è dubbio, anche se sono tante le persone che, soggette invero a cattiva alimentazione, la fame se la impongono di tanto in tanto con diete e digiuni, come forma di “purificazione”. Del resto le credenze religiose hanno sempre avuto un rapporto molto stretto con i digiuni, e a quanto riuscivano a farci fare i sedicenti emissari di un dio, ora provvedono i dietisti e i pubblicitari.

venerdì 19 ottobre 2018

Inseguire il vento


I maestri dello streaming, quelli che tutto doveva essere in rete, la famosa trasparenza, quando partecipano al consiglio dei ministri non effettuano nemmeno una registrazione audio, così come si fa invece anche nei più piccoli comuni. Né risultano verbalizzazioni di ciò che si dicono. Si passano dei “bigliettini”, dice Marco Travaglio per giustificarli. Così come avveniva alle scuole medie, non quelle di oggi ma quelle del secolo scorso.

Il cammin della vera vita questi non sanno che cos’è. Non li ha mai accompagnati alcuna vera durezza nei loro giorni. M’immagino questi leader del cambiamento nel 1946, cosa avrebbero combinato quando si trattò di scrivere la Costituzione? Sgrammaticature a parte, of course.

È una manovrina, dice Massimo Cacciari, lasciamoli in pace sennò offriamo loro l’alibi per fare l’en plein con il flipper elettorale. Anche nel lontano passato dicevano di lasciarli fare perché tanto “non può durare; dura minga, dura no”. Evidentemente non si è ancora compreso a quale passaggio d’epoca siamo giunti. Non da oggi, ma già da molto tempo, e non si tratta delle normali tensioni tra conservazione e cambiamento.

Siamo entrati in un labirinto del quale non s’intravvede uscita. Giriamo in tondo e non c’è movimento già avviato che meriti l’impegno delle nostre forze. Ad ogni buon conto Cacciari da un lato ha ragione: non solo loro che dobbiamo temere. E soggiungo: sono solo degli uccellini di passo che inseguono il vento.

giovedì 18 ottobre 2018

Un’accolta di furbissimi e di cazzari


Succede in affollate riunioni condominiali, cioè che delle decisioni prese subiscano delle misteriose modificazioni in corso di verbalizzazione. Scoppiano così delle liti furibonde con strascichi permanenti nei rapporti tra condomini. Succede, ma non è frequente.

Invece non s’era mai visto un vice premier e ministro che dichiarasse alla televisione di volersi rivolgere alla magistratura per denunciare presunte manomissioni alla legge finanziaria concordata in sede di consiglio dei ministri. E dire che questo sarebbe il governo del cambiamento e degli onesti, degli integerrimi e degli incorruttibili.

In realtà al ministro Di Maio Luigi deve essere stato detto: “Ma che cazzo fai, hai letto prima quanto approvato in sede di consiglio dei ministri?”. Resosi conto della figura dello sciocco, Di Maio s’è inventato la storia della misteriosa “manina”. In realtà, dietro il fumo del reddito di cittadinanza, che dopo anni di propaganda non si sa ancora bene in che cosa si concretizzerà, e dietro i fumogeni del “superamento” (!!) della Monti-Fornero, che in realtà è un pasticcio e una mezza truffa, la prossima legge finanziaria, così come prospettata, ha tutti i connotati di una legge per condonare alla grande l'evasione fiscale, e di mandare impuniti dei farabutti per reati gravi e anche gravissimi.

Come finirà? E chi lo sa, da questa gente c’è da aspettarsi di tutto, anche che chiamino “pace fiscale” un simile condono, e che un’accolta di furbissimi e di cazzari continui a ricevere ampio consenso da quel "popolo" su cui versa secchiate di merda.

mercoledì 17 ottobre 2018

La dialettica e la liberazione del nostro pensiero dalla limitatezza del “pensiero specialistico"


Nel capitalismo le difficoltà di valorizzazione si manifestano periodicamente attraverso crisi cicliche che diventano sempre più ravvicinate mano a mano che muta il rapporto tra la parte variabile e quella costante del capitale. Si giunge così ad una diminuzione del saggio generale del profitto, poiché il plusvalore cresce sempre meno del capitale complessivo. Tecnicamente quando il profitto sociale non è in grado di far fare al capitale il necessario salto di composizione organica (vedi qui).

Si ha dunque crisi di sovrapproduzione, anzitutto di capitale, per quanto la sovrapproduzione di capitale determini sempre quella di merci.

Il concetto di sovrapproduzione di capitale, scaturendo prima di tutto dal processo di produzione, mostra – come dice Marx – in che modo “il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso” e come la crisi scaturisca “dalla natura stessa della produzione capitalistica, come necessità logica”.

Lo sviluppo logico delle categorie economiche dimostra il carattere storico del sistema capitalistico, e ciò significa, tra l’altro, che la crisi di sovrapproduzione è un fenomeno tipico del capitalismo. E tuttavia il limite che segna l’arresto dell’accumulazione e, di conseguenza, il destino del modo di produzione capitalistico, nella realtà concreta non coincide con il “crollo spontaneo” o automatico del capitalismo. E non solo perché l’istante limite del modello è un istante logico e non immediatamente storico, ma anche perché il movimento reale è più complesso, multiforme e variegato del movimento concettuale che ne riflette le leggi, tanto è vero – come dice Lenin – che “il fenomeno è più ricco della legge”.

Le contraddizioni operano all’interno delle leggi del modo di produzione capitalistico, e giungono a maturazione (massima divaricazione) nella fase della sua crisi generale-storica. Questo processo crea le condizioni materiali a un nuovo modo di produzione, del quale, partendo da dati oggettivamente già presenti e in divenire, possiamo inferire le dinamiche più generali a riguardo del futuro. Si pensi, per esempio, al fatto che la tecnologia sempre più sostituisce il lavoro vivo, che la concentrazione e centralizzazione dei capitali favorisce sempre più il monopolio a scapito della “proprietà privata” dei mezzi di produzione, quindi gli effetti dell'enorme indebitamento degli Stati, il fallimento del riformismo e il riaffacciarsi di "nostalgie". Eccetera.

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Letterina ai Corinzi



Abbiamo in sorte di vivere in un’epoca che offre a ciascuno di noi molte opportunità. Per esempio quella di esprimere liberamente la nostra opinione, cosa non da poco se consideriamo molte situazioni del passato. Soprattutto possiamo far conoscere quelle che passano per essere le nostre idee a una platea che va ben oltre la cerchia di persone che ci vivono accanto. Le idee di ogni coscienza individuale, che un tempo si realizzavano prevalentemente nelle forme ideologiche del proprio ambiente sociale, oggi sono sottoposte a un influsso molto più vasto.

Questa è ormai una situazione molto nota, e in negativo si possono citare le sciocchezze che vengono dette senza una effettiva cognizione di causa su una vasta varietà di temi, per esempio e tanto per citarne uno, in tema di vaccini. Ma anche su questioni solo apparentemente più innocue. Ciò del resto è inevitabile ed è sempre avvenuto, con la differenza, come dicevo, che le “nostre” idee non restano come in passato ristrette in un ambito limitato e possono causare danno o quanto meno consolidare i più vieti luoghi comuni specie in chi non sa opporvi adeguata resistenza.

È appena il caso di citare il ruolo che in tal senso giocano i cosiddetti social, specie quelli dove in una breve frase si condensa un messaggio che può, in alcuni casi, avere effetti destabilizzanti per un’intera comunità o addirittura sui rapporti internazionali tra Stati. Si pensi all’uso disinvolto che ne fa il presidente Trump, e a quello scriteriato di certi altri governanti e politici. Quelle parole hanno un peso, specie se a scriverle è, appunto, chi riveste grandi e gravi responsabilità istituzionali.

Più in generale, tutti noi abbiamo delle responsabilità in tal senso, anche se il nostro nome non compare sulla Treccani, almeno per ora. Bisognerebbe dunque, senza per carità ledere il diritto sacrosanto di dire la nostra opinione, prestare più attenzione nei nostri giudizi, affrettati o ponderati che siano, specie quelli più assertivi e tranchant.

martedì 16 ottobre 2018

Per la cruna

È un ristoro per la mente leggere un libro del grande maestro che risponde al nome di Peter Brown. Il titolo originale, Through the eye of a needle, che Einaudi traduce correttamente con Per la cruna di un ago, rimanda al celebre versetto evangelico che tutti conosciamo e che fin da piccoli ci ha tolto il sonno: era fin troppo evidente che un cammello non poteva infilarsi nell’occhiello di un ago, che semmai sarebbe stato necessario un ago gigantesco o viceversa un cammello microscopico. E perché mai un cammello sarebbe stato interessato ad attraversare proprio quel forellino? Si poteva eccepire in sede catechistica che Marco e Luca sostenevano una cazzata? Ognuno coltivava il proprio dubbio per sé.

Poi, quasi adulti, venimmo a sapere che probabilmente questa paradossale iperbole era dovuta a un errore di traduzione, laddove la parola aramaica gamal può significare sia “cammello” e sia “corda”. La spiegazione veniva accolta con un gran sospiro di sollievo, non se ne poteva più di trattenere in corpo un simile dubbio. Il presunto traduttore greco avrebbe quindi semplicemente scelto il senso sbagliato del termine, trasformando l'iperbole moderata di una corda che si tenta invano di infilare nella cruna di un ago nell'iperbole estrema del cammello contorsionista che ci ha impressionato da bambini. Non sapremo mai con certezza se sia andata così, certo è che l’iperbole del cammello ha sortito un successo clamoroso rispetto all’eventuale versione con canapo o corda (*).

lunedì 15 ottobre 2018

Cavalli di battaglia


Prendiamo in considerazione i tre cavalli di battaglia delle due formazioni politiche attualmente al governo: pensioni, reddito di cittadinanza, imposte.

Pensioni, un po’ di storia. Fino al 1992 gli statali e i parastatali potevano accedervi con 25, 20 e anche 15 anni (le donne) di contributi. Una follia sotto ogni riguardo, un welfare generosissimo che serviva a garantire il consenso. In seguito si procedette all’esodo di alcune categorie, penso per esempio ai ferrovieri. Si poteva andare in pensione con 35 anni di contributi, ma in molti casi con scivoli più generosi, con 30 anni e anche meno.

Dopo alcune riforme previdenziali parziali si giunse al 2011 con la famigerata riforma Monti-Fornero, unico reale scopo – pienamente raggiunto – di tale governo. La riforma ricalca grossomodo quella tedesca – basta un confronto –, ma con delle particolarità che non sono di mero dettaglio. Quella tedesca, di pochi anni precedente, fu una riforma segnata da grande gradualità, mentre con la Monti-Fornero molti lavoratori si sono trovati spostata in avanti di 5 ma anche di sette anni e più l’età di quiescenza. Soprattutto quella tedesca non ha lasciato centinaia di migliaia di persone (gli “esodati”) senza lavoro e senza pensione.

domenica 14 ottobre 2018

Il “trionfo” del cristianesimo


L’odierna distruzione di statue e siti archeologici operata da fanatici islamici c’indigna e ci ferisce. Non potrebbe essere diversamente. Meno noto è invece il fatto che le distruzioni comunemente e prevalentemente imputate in antico ai cosiddetti barbari, furono opera sistematica e secolare di ben altri farabutti.

Non mi riferisco solo al tristemente noto papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini (quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini), né solo all'opera di distruzione perpetrata tra il 1586 e il 1589 Sisto V che, per la costruzione della sua villa sull’Esquilino, demolì, anche con l’ausilio di esplosivi, circa 100 000 m³ delle terme di Diocleziano; né altresì al pontificato di Benedetto XIV, laddove tale Paolo Posi profanò l’attico del Pantheon sostituendo gli squisiti rilievi marmorei di Settimio Severo con delle croste. E nemmeno ai chilometri di porticato romano ancora esistenti nel IX secolo, né alle molteplici distruzioni perpetrate dai grandi uomini del Rinascimento, “nonostante il loro entusiastico amore per l’arte antica e per la civiltà classica”, i quali “trattarono i nostri monumenti e le nostre rovine con incredibile disprezzo e brutalità” [*].

martedì 9 ottobre 2018

Giotto salvato dal caso



In attesa che le dinamiche del debito/spread facciano il loro corso, e che i riformisti di ogni tinta ripensino il capitalismo a loro gusto, distraiamoci con ciò che potrà interessare al massimo due o forse tre lettori di questo blog e forse qualcuno degli altri più numerosi ospiti provenienti da FB, che però non lasciano qui un commento neanche se gli prometti il reddito di cittadinanza con accesa l’opzione “acquisti immorali”.


lunedì 8 ottobre 2018

Rapporti sociali e forme della coscienza


Gli uomini producono oggetti d’uso e di consumo nel quadro di rapporti di produzione determinati e stabiliscono rapporti sociali conformemente alla loro produttività materiale, producono cioè anche i principi, le idee, le categorie, ecc.. Nuove forze produttive cambiano i modi di produrre e dunque tutti i rapporti sociali: laddove c’è la macina a mano c’è il signore  feudale, dove c’è il mulino a vapore sorge la società industriale e i rapporti sociali si conformano ad essa. In tal modo i principi, le idee, le categorie politiche e giuridiche, non sono più eterne di quanto non lo siano le relazioni che esprimono. Sono prodotti storici transitori. D’immortale non c’è che l’astrazione del movimento.


domenica 7 ottobre 2018

In nome del Mito



Ripropongo un post del 12 febbraio 2013, con il titolo modificato, l'aggiunta di una brevissima considerazione a inizio della nota nr. 5, e un'indicazione bibliografica: "Nel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico", di Catherine Nixey, la quale conferma nel suo libro (che consiglio di leggere e non solo di sfogliare) quanto è nel post relativamente alla distruzione dell'arte classica e sulla persecuzione dei cosiddetti "pagani".

La più grande sciagura occorsa all'umanità nella sua storia è data dalle religioni monoteiste, in primis, e per lunghi secoli, dal cristianesimo e segnatamente dal cattolicesimo. Ora il cristianesimo e specie il cattolicesimo sono in declino, ma altri fanatismi religiosi sono a dimostrarci quanto siano fomentatori d'intolleranza e odio le credenze religiose.  

*

Alle origini del cristianesimo i preti dichiaravano che le idee religiose, diverse da quella cristiana, erano fantastici artifici della credulità popolare (oggi non lo possono più dire impunemente). Trascinare gli Dei nella derisione serviva al cristianesimo per stabilire il proprio monopolio, ma esso non si presentava solo con le credenziali di esclusivo rappresentante dei prodotti di consolazione offerti dall’unica vera religione. Per affiancare la propria organizzazione a quella romana, al cristianesimo non bastava inzuppare il pane nella ferita esistenziale, inventare la sofferenza ontologica sapendo che gli individui tribolati e angosciati preferiscono dar fede a un’incongrua ma consolante fandonia piuttosto che prendere atto di una solare ma disperante realtà. Per farsi accettare come valido interlocutore dall’establishment, il cristianesimo doveva anzitutto proporre un proprio sistema di welfare alternativo a quello dell’impero irreversibilmente in crisi. Questa è la vera chiave del successo della “nuova” religione, il motivo dell’intuizione costantiniana e dell’astuta elaborazione scritturale eusebiana.


venerdì 5 ottobre 2018

Sulla differenza tra il calendario giuliano e quello gregoriano




Penso che in tema di sviste e strafalcioni nessuno possa lanciare la prima pietra perché senza peccato. Tuttavia qualche sassolino credo di potermelo permettere. Oggi, per esempio, nella rubrica Accade oggi di Rai Storia si racconta che Giuseppe Emanuele Modigliani, fratello del pittore e fondatore con Saragat del Partito socialdemocratico, sarebbe nato nel 1827. Piccola cosa, hanno solo invertito le ultime due cifre. Più grave quanto accaduto ieri nella stessa rubrica, laddove si affermava una cosa affatto non vera a proposito del calendario giuliano. Come noto, il caledario giuliano fu sostituito da quello gregoriano appunto il 4 ottobre del 1582. Su Rai Storia di simili sviste ed errori è un vero florilegio, ma non bisogna darsene troppa cura poiché nei media c’è assai di peggio.

Vedo di offrire a proposito della differenza tra il calendario giuliano e quello gregoriano una sintesi. Il problema fondamentale di ogni sistema di datazione è stato quello di far coincidere l’anno civile con l’anno solare, ovvero con l’anno astronomico. Il calendario romano (cioè quello fino a Cesare) tentava di regolare l’anno sulla lunghezza media corrispondente alla durata del corso solare, con un ciclo quadriennale di 355 + 378 + 355 + 377 = 1465 giorni, cioè in media 366 e ¼ contro i 365 e ¼ circa dell’anno astronomico, cosicché il calendario ogni 4 anni restava arretrato di 4 giorni rispetto alla stagione.

Questo grossolano errore si spiega col fatto che non è per nulla semplice stabilire la vera lunghezza dell’anno solare; e se Erodoto fece errori di calcolo al riguardo, se l’astronomo Arpalo al tempo di Serse considerava 365 giorni e 13 ore, ed Ennio infine, verso il 190 a.C., 366 giorni, non ci si deve meravigliare che i romani abbiano a loro volta sbagliato.