martedì 30 gennaio 2018

Se son contenti così ...



Le democrazie si distinguono dalle dittature poiché nelle prime è il popolo a scegliere liberamente e attraverso il voto chi legifera e governa in sua vece e per suo conto. Fosse così semplice, si eviterebbero discussioni infinite sul tema. Non già perché non sia formalmente così, ma perché allo stato pratico le cose vanno in modo opposto.

Partiamo da lontano. Nell’Atene classica, agli schiavi non era riconosciuto alcun diritto civile e politico, pur ricadendo sulle loro spalle tutto l’onere del lavoro. Anzi, proprio a ragione di tale motivo ad essi non era riconosciuto alcun diritto, e tanto più perché essi costituivano la maggioranza della popolazione, di modo che se fossero entrati nel gioco politico i rapporti di forza nella società ateniese si sarebbero capovolti in loro favore.

Nelle condizioni di allora, di democrazia diretta, i proprietari di schiavi e la plebe cittadina, nutriti dal duro lavoro dagli schiavi stessi, non avrebbero mai permesso accadesse nulla del genere. Anzi, una simile prospettiva non balenava nemmeno come ipotesi stravagante nella loro concezione dei rapporti sociali.

All’Atene del V secolo è unanimemente riconosciuto uno status di primazia per quanto riguarda l’origine della democrazia, senza che da ciò sorga qualche dubbio proprio alla luce di quella che per noi moderni dovrebbe assumersi come una palese contraddizione.

lunedì 29 gennaio 2018

[...]



Alienazione e controllo sociale convergono a tal punto e in tutte le loro varianti che c’è da restare ammirati. E tuttavia per comprare e incanalare il consenso non bastano mance contrattuali e sondaggi taroccati (gli altri non sono pubblici). In tal senso vanno intese le sempre più decise perorazioni rivolte agli astensionisti (non solo perorazioni, siamo già arrivati agli insulti e di giorno in giorno si rincarerà la dose). Il ricatto è sempre quello, collaudatissimo da decenni: votiamo il meno peggio, così da evitare il Babau di turno. Da un alto (alto) punto di vista, il gioco è più sottile (gli endorsement giunti a B. non sono casuali, evidentemente).

Dopo la molletta al naso di montalleniana memoria, ora alle narici vogliono farci mettere l’anello e lo smartphone al collo. State tranquilli, le alternative suggerite non sono Potere al popolo e CasaPound, apparentemente agli antipodi. Tra parentesi entrambe le liste raccoglierebbe i nostalgici del Novecento e, coalizzate, forse otterrebbero il tre per cento, valido per qualche seggio, testimoniando in tal modo e una volta di più la fine di ogni contrapposizione reale, che è una delle tendenze fondamentali dell’ideologia da un quarantennio in qua, il punto zero della politica.

«Se oggi qualcuno è in grado di recuperare milioni di dati sui profili individuali di ciascuno di noi, visto che già solo con uno smartphone in tasca tutti li produciamo abbondantemente, perché mai darsi la pena di avere una fede politica?», scrive Renato Curcio. E soggiunge: «In Italia è stata applicata un’evidente trasformazione del sistema politico in un sistema di gestione degli elettori. La Piattaforma Rousseau è diventata oggetto di studi in molte università in Europa, sono in contatto con alcuni ricercatori che sono incuriositi dal fatto che in Italia non ci sia alcuna consapevolezza di ciò, nonostante sia evidente. Anche per stessa dichiarazione della piattaforma: se si leggono i documenti, è chiaramente scritto che Rousseau è una piattaforma di profilazione delle persone che aderiscono, o che cascano in questo tipo di cattura di quello che è un potenziale elettorato, né di destra né di sinistra. Vale a dire un elettorato gestito sulla base dei propri dati: cosa pensi, e vediamo come lo possiamo combinare rispetto a un intervento elettorale che faccia ottenere quel risultato che interessa ai partiti elettorali, cioè andare al governo».

Su quest’ultimo punto non sono completamente d’accordo: ciò che in realtà interessa è gestire un segmento importante del processo di legittimazione del sistema, che poi per il governo un compromesso si trova sempre (evitando che ci sia un vincitore netto e previo giuramento di fedeltà alla UE).

Del resto è ciò che succede anche in Germania, come rilevavo in un post del 25 settembre dal titolo eloquente: "Elezioni tedesche: non cambia nulla". In Francia, invece, si sono dovuti inventare, in tutta fretta, Macron, altrimenti avrebbero vinto i fascisti (assai contrari a Bruxelles).

L'etica del capitale e lo spirito della borghesia tedesca

Eticamente non giustificabili.



Anzitutto non è vero che la Merkel sia intervenuta direttamente sulla vicenda. Ha altro cui pensare. È stato il portavoce del governo Steffen Seibert ad affermare: “Diese Tests an Affen oder sogar Menschen sind ethisch in keiner Weise zu rechtfertigen”. Test eticamente non giustificabili, dice. Non gli passa nemmeno per la mente di dire che si tratta di un crimine e che i responsabili, di conseguenza, sono dei criminali.

sabato 27 gennaio 2018

Che classe!



Una sera di questa settimana, nel corso di una puntata della trasmissione televisiva condotta dalla figlia dell’ex segretario generale del defunto Partito comunista italiano, si stavano confrontando (si fa per dire) Graziano Delrio, medico senza parte e ministro senza arte, e Massimo Cacciari, filosofo della stoa di Castello.

Un quadretto intellettuale consono con i tempi del nostro precipizio. Ad un certo punto, al ministro stava per scappare una parolaccia: “cl …” [classe]. Con prontezza di spirito l’ha mandata giù nel gozzo. La terminologia è lo specchio dell’ideologia, e la borghesia sa bene che le prospettive del proprio dominio sono legate a quelle della lotta di classe. Ma è cosa questa da non far sapere troppo in giro. Sospetto che la notte seguente si sia rigirato più volte nel letto non riuscendo a prendere sonno.

Obliterato Marx, sono state espunte anche le classi sociali. Con circospezione e moderazione le classi sociali possono essere richiamate per quanto riguarda la storia delle epoche antiche. Per l’oggi le uniche classi rimaste sono quelle di una scuola, oppure una classe di animali appartenenti a un phylum. Non usa più “classe” nemmeno per designare lo stile signorile di un’elegante dama, preferendo denotazioni, appunto, più fighe.

Si usa ancora dire classe politica, ma in termini dispregiativi. Non a torto. Non è tanto l’incompetenza a prevalere, bensì la stupidità.

venerdì 26 gennaio 2018

Storici da bar


A Giordano Guerri non è andata a fagiolo una valutazione storica espressa dal presidente Mattarella a proposito del fascismo, e così di seguito lo rimbrotta:

… è sbagliato anche sostenere che il fascismo non ebbe alcuni meriti, in mezzo alle odiose volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale. E qui tocca al povero storico l'elenco solito dei discorsi da bar, ma dimostrati da centinaia di studi: la scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, la bonifica delle paludi, la lotta alla tubercolosi, l'avvio della previdenza sociale, un rinnovato orgoglio di sentirsi italiani, l'avere portato il popolo a partecipare alla vita sociale, sia pure a proprio vantaggio e con metodi inaccettabili.

A riguardo delle “centinaia di studi”, forse vale la pena ricordare, tra gli altri, il libro di Ernesto Rossi, I padroni del vapore. Basta e avanza questa lettura per scoprire i reali meriti del fascismo.

Il rimbrotto di Guerri si può parafrasare anche a questo modo:


… è sbagliato anche sostenere che il nazismo non ebbe alcuni meriti, in mezzo alle odiose volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale. E qui tocca al povero storico l'elenco solito dei discorsi da bar, ma dimostrati da centinaia di studi: il superamento della crisi economica dei primi anni Trenta, la creazione di milioni di posti di lavoro, la realizzazione di molte opere pubbliche, dalle autostrade ai villaggi vacanze per i lavoratori, la previdenza sociale, un rinnovato orgoglio di sentirsi tedeschi. Peccato per le leggi razziali, e anche per la guerra (che comunque all’inizio prometteva bene).

giovedì 25 gennaio 2018

Il più lontano possibile



La vicenda del transatlantico tedesco St. Louis è abbastanza nota, soprattutto perché ne è stato tratto un film (La nave dei dannati, 1976). Nella primavera del 1939 partì da Amburgo per Cuba, trasportava un migliaio di profughi ebrei (soprattutto tedeschi). A Cuba non vennero fatti scendere, né poi a Miami, né in Canada.

Gli Stati Uniti non li accolsero perché nel 1924 era stata promulgata una legge che stabiliva delle quote d’ingresso. Tali quote erano fissate al 2% annuo in rapporto agli immigrati di una data nazionalità già presenti nel territorio americano. In pratica il visto d’ingresso per i profughi ebrei provenienti dalla Germania veniva stabilito all’interno della quota riservata per tutti i tedeschi che chiedevano di emigrare negli Usa.

Facciamo un passo indietro, giusto di un anno. Meno nota è la conferenza di Évian, che ebbe luogo dal 6 al 15 luglio 1938 nella località francese di Évian-les-Bains, sul Lago Lemano. Si tenne in quella località francese, e non presso Società delle Nazioni a Ginevra, poiché la Svizzera non voleva avere fastidi con la Germania nazista. Vi parteciparono 32 nazioni e 24 organizzazioni.

Era stata convocata dal presidente degli Stati Uniti d'America, Franklin D. Roosevelt, per discutere e trovare una soluzione al problema dell'aumento del numero di rifugiati ebrei provenienti non solo dalla Germania e dall’Austria naziste, ma anche dai paese dell’Est Europa come la Polonia e l’Ungheria (ricorda oggi qualcosa questa situazione?), dove già allora gli ebrei erano considerati “un problema”.

Tutti gli Stati partecipanti, ad eccezione della Repubblica Dominicana, rifiutarono di accettare rifugiati ebrei. In realtà il dittatore Trujillo mirava a rafforzare l'elemento "bianco" nel suo paese attraverso l'immigrazione (tuttavia solo 600 ebrei arrivarono ​​nella Repubblica Dominicana).

Si pensò di trasferirli in Urss, presso la Regione autonoma del Birobidzhan, in Siberia, quindi in Angola, in Madagascar. Il più lontano possibile.  

mercoledì 24 gennaio 2018

Qualunque idiota purché non faccia danno



Poniamo che il prossimo 4 marzo nessun elettore si rechi alle urne. Nemmeno un voto, manco una scheda bianca o nulla. Immaginiamo dunque il dibattito che si aprirebbe nei talk, sia quelli che iniziano alle sei del mattino che in quelli che aprono alle nove di sera e chiudono il giorno dopo. Tra loro, a telecamere spente, si chiederebbero: possibile che dopo tre mesi di ininterrotto rompimento di uallera non siamo riusciti a convincerne manco uno di andare a votare? Neanche una massaia pavese, nemmeno un incazzatissimo romano! Che diranno gli inserzionisti, e soprattutto i nostri padroni?

Berlusconi sarebbe quasi sull’orlo della depressione: possibile che non abbiano creduto alla mia barzelletta, quella dei mille euro ad ogni pensionato, compresi quegli otto milioni che non hanno mai versato una lira o un euro all’Inps? Possibile che non abbiano creduto all’abolizione di quella ridicola aliquota del 4 per cento su successioni e donazioni? Quell’imposta l’avrei tolta davvero ora che sto per tirare le cuoia e devo trasferire esentasse immobili e argenteria a figli e nipoti, e qualcosa anche alle amiche. Come hanno potuto gli elettori non avere fiducia nel mago che ha creato dal nulla la nipote di Mubarak?

martedì 23 gennaio 2018

Cambiar nome alle cose



L'1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quando il restante 99%. Ma si arricchisce sempre di più: l'82% dell'incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca a questi Paperoni. Nemmeno un centesimo, invece, è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone.

Che cos’è la “ricchezza” qui intesa? Plusvalore. E che cos’è il plusvalore? Quello che i padroni della società e i loro servi chiamano “valore aggiunto”: la nostra vita venduta, il nostro sudore, il nostro sangue, la nostra salute. Il plusvalore è lavoro gratuito, estorto, non pagato. Nessuna legge di natura impone un simile tributo, ci pensa il diritto borghese ad appianare ogni cosa, a rendere legale la rapina.

Era forse una legge di natura che faceva del negro lo schiavo del padrone bianco? Abolite le leggi sulla schiavitù – ma non la segregazione – i neri afroamericani diventarono salariati nelle stesse piantagioni in cui erano sfruttati come schiavi fino al giorno avanti. Spesso non cambiarono nemmeno padrone e sorvegliante. La minaccia di restare senza salario equivaleva alla minaccia delle punizioni corporali di un tempo. Se volevi mangiare dovevi lavorare, senza fiacca. Poi le cose migliorarono, gli afroamericani ebbero delle abitazioni nei ghetti a loro riservati, entrarono nel circuito del consumo a basso prezzo, della televisione davanti alla quale rimpinzarsi di schifezze, e perfino un’istruzione sufficiente per apporre una firma su un contratto.

*

lunedì 22 gennaio 2018

Roba loro


Di che cosa parlano tutti i media? Parlano di elezioni, ossia di liste, candidature, collegi, di promesse & fantasie. È gentaglia che gioca con la nostra vita. Ne avremo ancora per sei settimane. Poi ne seguiranno altre disputando su chi ha vinto e chi non ha perso, quindi altre settimane ancora o mesi per dar luogo a un accròcco di potere che salvi prebende e poltrone. È di queste dispute che dovrei occuparmi? Per loro noi siamo solo dei numeri, delle percentuali, delle bandierine. Sanno che gli “indecisi” sono esercito, quindi basterà una promessa, una frase ad effetto, e, come per magia, scatterà di nuovo la relazione morbosa, gli indecisi andranno a votare. Non importa per chi, sono roba loro.

Una crudele giostra di cifre e di sofismi che dissimula la nostra reale condizione di sudditi.

C’è forse un solo partito che ponga al cento del suo programma il tema fondamentale della nostra epoca: dove ci sta portando il capitalismo, responsabile della devastazione degli ecosistemi e di una società che sprofonda nella noia e nella disumanità? Su questa formidabile realtà che ci minaccia e ci opprime semplicemente si sorvola. Queste forze politiche hanno invece lo scopo di conservare l’esistente, di gestire lo sfruttamento, non di abolirlo, poiché danno per scontato che la schiavitù salariata sia ineludibile e storica condizione dell’umanità. È così che ragionano i padroni. È questa la filastrocca che ci viene ripetuta dai loro servi.


Ciò che temono è l’astensionismo, quello non lo possono controllare. L’astensionismo può mandare all’aria, com’è già successo, i loro pronostici. A questo scopo hanno creato un partito per andare a prendere gli astensionisti “nel bosco”. L’astensionismo mette a nudo le falsità del sistema, quelle di “un’oligarchia dinamica incentrata sulle grandi ricchezze ma capace – per dirla con Luciano Canfora – di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali”.

martedì 16 gennaio 2018

Cazzo!



È comune l’uso di parole quali “cazzo”, “coglioni” e simili, e non dico che tale uso sia come l’uvetta nel panettone, basta non diventi come nugolo di mosche su una merda, ossia turpiloquio insistito, ossessivo, stereotipato, intercalare alla cazzo di cane (tanto per restare in tema), come nell’uso che ne fa Francesco Krauspenhaar in questa sua intervista (prima puntata).

Francesco è uno di quelli che si vantano di fare letteratura e “non di scrivere semplicemente libri”. Tuttavia soggiunge di essersi “rotto i coglioni della letteratura”, precisando subito che egli ama la letteratura, ma gli dà nausea l’ambiente. Perciò l’espressione gli è servita solo per il titolo dell’intervista, anche perché è difficile credere che, avendo pubblicato una ventina di titoli, egli in qualche modo non sgoccioli dentro quello stesso ambiente, pur nella maschera del bastian contrario.

Dice che “Le contraddizioni fanno parte della vita di uno scrittore”. Si dà arie lo scrittore: le contraddizioni fanno parte della vita di ognuno, fosse pure il Papa. Che possa piacere il sapore del latte ma non l’odore della stalla è normale. E poi dir male di sé è facile, ma solo gli altri possono veramente far male e non si arriva mai alla stessa perfezione.

“Dimmene uno che ti sta sul cazzo?” gli chiede con garbo l’intervistatore. “Guarda, uno che mi sta sul cazzo è Lagioia”, risponde. E perché? “Non mi piace come scrive, non mi piace la sua faccia, non mi piace quello che è, non mi piace il potere che rappresenta”. Nicola Lagioia, quel poveretto che farfuglia dalle 9 alle 9,30 su radiotre! È come prendersela con l’ultima ruota dell’ultimissimo carro.

Lui, Francesco, non segue la porca prebenda: “non lotto per il potere, ma per la libertà d’espressione dei reietti come me”. Abbiamo un nuovo cavaliere errante, il nostro Limonov.

Un tipo che quando sente parlare di “coerenza” mette “mano alla pistola, cazzo!”. Come Goebbels a riguardo della “cultura”. Francesco sostiene di non essere fascista, e che peraltro il fascismo ha avuto fine nel 1945. Un topos delle buona destra.

“Come posso essere coerente io che oggi ho le palle girate, domani sono inaspettatamente euforico e il giorno seguente vorrei distruggere l’umano consesso?”. C’è ancora qualche motivo di odio che gli manca, ma è sicuro che esiste e non mancherà di raccontarcelo alla prossima puntata. Cazzo!

Razze


La cosa più impegnativa è restare umani.

lunedì 15 gennaio 2018

Digressione sull'Istat, il coraggio, Céline e altro


Che cosa pensasse della statistica Carlo Alberto Salustri è noto universalmente per un suo aforisma.

L’Istat considera lettore di libri anche quelli che leggono un solo libro l’anno. La statistica si basa sui numeri, sulle quantità, non ci piove. Tuttavia, considerare lettori quelli che leggono un solo libro l’anno significa falsare il dato statistico in partenza. Sarebbe come considerare vegetariano chi per un breve periodo dell’anno non mangia carne, ossia anche quelli che osservano i precetti della quaresima.

I lettori abituali di libri tra gli over 24 (ovvio che in età scolare si legga di più) non possano essere stimati al più di un 10-15 per cento, ad essere di manica larga, e sono anche in calo. Le donne leggono molto di più degli uomini. Autori ed editori debbono ringraziarle poiché esse costituiscono lo zoccolo duro del pubblico che divora  romanzi e acquista libri di cucina & affini. Della qualità dei romanzi attuali (acquetta rosata) basti dire che chiunque può scrivere e vedersi pubblicato un proprio immortale capolavoro: non serve talento, basta avere coraggio (*).

Insomma, come vado ripetendo, ahimè, da troppi anni, serve a poco leggere libri, se non quelli “giusti”.

domenica 14 gennaio 2018

Comunque vada



Negli anni Ottanta del Settecento l’aristocrazia e l’alto clero francesi si ostinarono a non voler rinunciare, almeno in parte, ai loro privilegi e a non pagare le imposte, cose che avrebbero potuto salvare o quantomeno ridurre il rischio della bancarotta finanziaria del regno di Luigi XVI. Forse non fu questo ostinato rifiuto il motivo principale che portò ai fatti dell’Ottantanove, e tuttavia il dissesto finanziario del regno non fu certo un motivo secondario.  

Il Settecento sembra a noi un secolo ormai lontano, ben duecento anni e anche qualcosa di più. Chiedo: e che cosa saranno mai due secoli nella storia plurimillenaria dell’umanità? Eppure oggi quel secolo di svolta ci appare distante poiché i problemi e gli avvenimenti di quel periodo cruciale riteniamo siano ben diversi da quelli attuali. Sicuri?

Fu all’epoca di Rousseau che si diffuse il culto della natura (ricordiamo tutti l’hameau de la Reine in quel di Versailles) e il convincimento che il bene risiedesse in essa. E non è forse così anche nel sentimento generale dei nostri giorni, sebbene la natura continui ad essere saccheggiata e dissipate senza sosta le sue risorse?

Anche allora tutto ciò che rappresentava una novità sembrava buono, e tutto ciò che era vecchio doveva essere, come dicono oggi, rottamato. Lo sconvolgimento fu così radicale che del vecchio edificio non rimase in piedi apparentemente nulla. Finalmente, certo. E però, a ben considerare, in un decennio di furibondi conflitti e di stragi si passò dalla vecchia monarchia all'uomo nuovo del Diciotto Brumaio, dall’assolutismo alla dittatura.

Dapprima a migliaia di aristocratici (ma non solo a loro) fu tagliata la testa, per dimostrare che si faceva sul serio; poi, a centinaia di migliaia di giovani contadini e proletari fu dato, nel migliore dei casi, un metro di terra per sepoltura sui verdi campi del continente o nelle gelide pianure di Russia.

Fu l’esordio dell’epopea borghese. Sembrava che solo i primi decenni sarebbero stati difficili e che poi passava. Non è stato così ed è ancora aperta la disputa se il peggio sia il fardello inevitabile del meglio.

*

venerdì 12 gennaio 2018

Michele



Càpita che ci voglia molto coraggio per continuare a vivere, ma c’è ne vuole molto di più per farla finita a trent’anni. Michele disse basta nel gennaio dell’anno scorso. Lasciò una lettera che i suoi genitori trasmisero al Messaggero Veneto che la pubblicò il 7 febbraio. Fece molto scalpore. Ne parlarono diffusamente alla radio, alla televisione, sui social e tutti i quotidiani. Compreso il Corriere della sera che censurò il riferimento al ministro Poletti.

Dopo qualche giorno tutto tacque. Nessuno ne accennò più. La società dello spettacolo, come disse quell’ubriacone di francese, aveva prevalso ancora una volta. Rileggiamo la lettera:


Ho vissuto (male) per trent'anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un'arte.

giovedì 11 gennaio 2018

Libere per un giorno: il 4 marzo



L’on. Laura Boldrini, ieri, all’ora di cena, ci ha fatto sapere che il partito di Bersani e D’Alema non si chiama Liberi e uguali, come credevamo, bensì Libere e uguali. Laura Boldrini è una persona (pardon, anzitutto una donna) molto (assai) spiritosa. Oppure c’è dell’altro.

Laura Boldrini sa sicuramente che per ogni persona, soprattutto per una donna, libertà significa anzitutto indipendenza economica, libertà dal bisogno. Condizione della quale l’algida Boldrini gode ampiamente con pieno merito, sia come parlamentare, sia come ex presidente della camera. Inoltre, come ogni ex presidente della Camera, una volta cessato dal mandato, acquista il diritto di godere dei benefit che spettano a chi ha avuto l’onore di presiedere l’assemblea di Montecitorio: un ufficio, più alcune persone di segreteria, per cinque anni, auto blu con scorta, rimborsi forfettari per le spese telefoniche e a un carnet di viaggi e chissà che altro ancora.

martedì 9 gennaio 2018

Anche volessero



Da otto anni vado ripetendo, su questo minuscolo atollo del grande oceano del web, una frasetta, e cioè che il capitalismo è fallito nel momento del suo massimo trionfo. Sarebbe tuttavia fuorviante – come vorrebbero alcuni – inscrivere la decadenza nell’orizzonte della crisi generale della civiltà moderna, tanto da poter tracciare un’analogia con l’apprensione presaga di Adriano (o di Tacito) a riguardo del suo impero e della civiltà romana, quell’inquietudine che montava nel momento stesso in cui più alta fu la potenza di Roma e massimo lo splendore, e che muterà in crisi profonda e irreversibile conclamata nei tristi Pensieri di Marc’Aurelio.

Quest’analogia è affascinante ma debole, poiché nel nostro caso non si tratta della fine di un impero e del crollo di una civiltà che a sua volta sarà sostituita da un’altra. La questione è ben più grave e assoluta, e si pone come il problema stesso della possibilità materiale di esistenza dell’umanità!

lunedì 8 gennaio 2018

... più uno!



Su un fatto Berlusconi aveva ragione: i ristoranti sono pieni. Provate a presentarvi nel fine settimana in un ristorante dove si mangi meno peggio senza aver prenotato. E anche nelle pizzerie preparatevi a lunghe file. Sedici milioni di posizioni pensionistiche, anche se molte sotto i mille euro, e alcuni milioni di stipendi pubblici, costituiscono lo zoccolo duro dei consumi italiani. Assieme a qualche milione di salariati del settore privato, magari lavoratori di aziende dove si pratica ancora lo straordinario e si realizzano buoni profitti (non siamo la seconda manifattura d’Europa solo per caso). E poi la pletora di professionisti, tecnici e mestieranti. Zoccolo durissimo.

Tuttavia la povertà esiste e anche la disoccupazione di massa, nessuno lo può negare, ma è ancora un fenomeno circoscritto e presente soprattutto al Sud. Fermo restando che non tutto il Sud è uguale e che pure, per citare, la provincia di Torino, posta un po’ più verso le Alpi Graie, è una delle zone dove povertà e precarietà sferzano da decenni. Ad ogni modo, gli stadi di calcio di Benevento e Crotone fanno il pieno nelle partite di cartello, e al San Paolo di Napoli c’è il pienone anche quando scende l’Atalanta per la coppa del nonno. Non si tratta solo di pensioni e stipendi pubblici, ma anche di tessuto agricolo e manifatturiero abbastanza diffuso, e delle numerose posizioni di rendita che non di rado sfuggono al fisco o a una tassazione adeguata (in che stato sono gli uffici tecnico erariali, specie al Sud?). Rendita che si perpetua intonsa di generazione in generazione anche grazie a una ridicola tassazione sulle successioni e donazioni.

Questo pur sommario quadro socio-economico credo esplichi più di articolate analisi politologiche gli orientamenti elettorali, ossia il persistere di fenomeni non sempre riconducibili ad ignoranza e incultura di massa (pur largamente rappresentate), e rinvii bensì a precisi e concreti interessi di classe, di gruppo, di casta. L’aver sbloccato i contratti pubblici, per esempio, avrà sicuramente degli effetti elettorali, e così certe misure concernenti le pensioni, i tanti “scivoli” per bancari e affini, benefici alle “vittime” di questo e quello, allargamento della platea dei lavori usuranti, eccetera. Tutte misure magari doverose e giuste, ma che arrivano, appunto, sul filo delle imminenti elezioni.

Di qui la rincorsa dei partiti a chi promette di più, soprattutto in tema di tagli alle imposte. Questa mattina, alle 8.30, forse per empatia, il giornalista di turno a radiotre propugnava non solo “l’esenzione dalle tasse per le fasce sociali deboli”, ma anche l’esenzione dalle multe! E ripeteva per ben due volte, nel caso non si fosse capito. Ecco una proposta che Berlusconi e Grasso, Renzi e Salvini, non hanno preso in considerazione: l’esenzione dalle multe! Non per tutti, naturalmente, ma gradualmente a cominciare dalle “fasce deboli”, magari parrucchieri, idraulici e gioiellieri che, stando alle loro dichiarazioni dei redditi, non se la passano bene.

La democrazia in America?



Ieri sera Rai tre ha trasmesso il film Free State of Jones di Gary Ross. È un dramma storico ambientato durante la guerra di secessione americana e racconta la storia vera del contadino Newton Knight e del suo bis-bis-nipote di Newton, arrestato 85 anni dopo e condannato a cinque anni di carcere sulla base di leggi del Mississippi che impedivano, all'epoca, matrimoni misti tra persone di razze diverse. Infatti, il nipote risultava per un ottavo di discendenza nera. Quella legge fu abrogata negli Stati del Sud solo nel 1967! In alcuni Stati del Nord tale legge non è mai stata abrogata.


In 1967, 17 Southern states (all the former slave states plus Oklahoma) still enforced laws prohibiting marriage between whites and non-whites. Maryland repealed its law in response to the start of the proceedings at the Supreme Court. After the ruling of the Supreme Court, the remaining laws were no longer enforceable. Nonetheless, it took South Carolina until 1998 and Alabama until 2000 to amend their states' constitutions to remove language prohibiting miscegenation. In the respective referendums, 62% of voters in South Carolina and 59% of voters in Alabama voted to make the amendments. In Alabama nearly 526,000 people voted against the amendment, including a majority of voters in some rural counties.

In 2009, Keith Bardwell, a justice of the peace in Robert, Louisiana, refused to officiate a civil wedding for an interracial couple. A nearby justice of the peace, on Bardwell's referral, officiated the wedding; the interracial couple sued Keith Bardwell and his wife Beth Bardwell in federal court. After facing wide criticism for his actions, including from Louisiana Governor Bobby Jindal, Bardwell resigned on November 3, 2009.


-->
Negli Stati Uniti d’America la democrazia è solo un’enorme impostura. La segregazione razziale è un dato di fatto.

sabato 6 gennaio 2018

La paura !


La ricostruzione che fa Alessandro Gilioli è molto interessante poiché è basata su esempi concreti e non su fumosità. Egli conclude con:

[…] ci vorrebbe, intanto, la coscienza di quello che è successo in questi decenni. Alla società, alla produzione, al lavoro. E alla percezione di se stessi.

Una coscienza che non c'è - o c'è pochissimo.

Tutto ciò è molto vero, ma ricordiamoci che la “coscienza” non piove dal cielo. E soprattutto ricordiamoci della paura. I padroni la coscienza di classe l’hanno eccome, e sanno fare la lotta di classe senza risparmio e senza guardare in faccia a nessuno. Tanto per dire, l’abolizione di fatto dell’art. 18 dello Statuto è stata la ciliegina sulla torta. La paura, dunque. È questa l’arma dei padroni usata con la massima spregiudicatezza.

Non possiamo chiedere atti di coraggio a chi rischia, se perde il posto di lavoro, di non trovarne mai più un altro, o, quando va bene, di trovare lavoro precario e senza tutele e mal pagato. La paura, la subdola violenza della classe padronale che approfitta della disoccupazione di massa per imporre la propria dittatura pura e semplice, tagliando di netto ogni mediazione.


Come si rimedia a questo stato di cose? Con la “coscienza”? È ancora presto per parlare del come in termini concreti e operativi, ma non credo basti agire in tal senso, anche se è una premessa indispensabile quella di tener viva una coscienza di classe che ci sbarazzi, caro Gilioli, anzitutto delle illusioni del riformismo.

venerdì 5 gennaio 2018

Vecchi marpioni



Fateci caso, le geremiadi sul “paese che invecchia” si levano prevalentemente da ultrasessantenni del circuito mediatico. Importa così poco cosa devono affermare quanto importa nulla il come. Avete mai ascoltato un’analisi degna di questo nome sulle cause del fenomeno? Da parte mia sento solo la vecchia pesantezza dell’uso di truismi.

Il caso paradigmatico è quello di Bruno Vespa, che ha esordito quale “artista” a soli 73 anni. Sempre sul pezzo anche i cugini Alesina & Giavazzi, che da quarant’anni ti chiedono di “lavorare un po’ di più”, possibilmente fino al momento di tirar le cuoia. Non ho mai visto degli economisti lavorare, al massimo trafficare.

È il momento della decadenza di quella superiorità sociale della borghesia fatta valere per secoli e che oggi porta molti a pensare e sempre più a dire cose che possono sconcertare. Il nichilismo è perentorio.

*

mercoledì 3 gennaio 2018

Balle, solo balle, sempre balle



Certi giornalisti sono senza vergogna, non solo quando si occupano di cronaca, ossia quando c’è da dipingere qualcuno ad immagine di un “mostro”, ma anche quando si occupano di personaggi o fatti storici. L’anno scorso è stata l’occasione del centenario dell’Ottobre e quest’anno viene a fagiolo un altro anniversario per riprendere con rinnovata enfasi la solita sistematica diffamazione di tutto ciò che non s’inquadra nell’ordine della dittatura borghese.

Pressappochisti, tali diffamatori non si curano minimamente di verificare le fonti, la veridicità o quantomeno la verisimiglianza di ciò che raccontano. L’importante è che ciò che scrivono si sposi con la tesi di fondo, ossia con la linea politico-editoriale del giornale e col senso comune di un paese che nella sua stragrande maggioranza è sempre disposto a credere e ubbidire a un padrone.

Quando scrivono un articolo, magari povero di reali contenuti, incastonano qualche nome altisonante al quale attribuiscono una mezza frase, non importa se estorta da chissà quale contesto, oppure un certo fatto, frega nulla se corrispondente al vero o solo inventato. Essenziale è l’effetto presso il lettore, che viene incuriosito dal nome citato nel titolo o nell’occhiello. Il giochino è presto fatto.

martedì 2 gennaio 2018

Buon anno



Spesso dimentichiamo quanto delle piccole innovazioni abbiano mutato la vita degli uomini in passato. Pensiamo al pennino di metallo. Poco costoso, offriva uniformità e agilità alla scrittura, esso era il prodotto tipico della miniera, della fonderia e della produzione in serie. La penna stilografica fu, con la sua punta all’iridio, un altro passo avanti. Noi, oggi, siamo arrivati alla fase elettronica, non solo per quanto riguarda la scrittura e la stampa, e si profilano altri straordinari sviluppi a breve.

Già ora, negli effetti pratici o anche solo potenziali, con un piccolo oggetto palmare, che è ormai riduttivo chiamare telefono, possiamo accedere e procedere a molteplici funzioni e connessioni che presto renderanno superflue molte figure lavorative e professionali, consentendoci da un lato di interagire con sistemi complessi di dati, e, dall’altro, di fornire, volenti o nolenti, informazioni su ogni aspetto della nostra vita a piattaforme delle quali ignoriamo la loro collocazione e chi le controlla.

Antipatro di Tessalonica, contemporaneo di Cicerone, così cantava in versi la lode dei nuovi mulini idraulici: “Cessate di faticare, o donne che lavorate alla macina; continuate a dormire anche se il canto dei galli annuncia il giorno: Demetra ha ordinato alle Ninfe di fare il lavoro delle vostre mani ed esse si curvano sulle ruote e le fanno girare, trascinando le grevi macine concave di Nizyra. Di nuovo gustiamo la gioia della vita primitiva ed impariamo a celebrare senza fatica i frutti di Demetra”.

Tutto ciò mostra con quanto maggior senso di umanità le civiltà classiche riguardassero le tecnologie create per risparmiare lavoro, in confronto all’atteggiamento dei padroni del mondo del XXI secolo, che non contenti dei loro favolosi profitti chiedono di poter succhiare sempre più il sangue dei salariati.

*