martedì 16 luglio 2024

Resteranno gli insetti su un gigantesco barbeque

 


Il suo orecchio sanguinava, il pugno alzato, urlava con rabbia: “Combatti, combatti, combatti!”. Quelli dei servizi di sicurezza (?) cercavano di tirarlo indietro, il tutto sullo sfondo di una bandiera americana che garrisce al vento. Questa immagine di un eroe e di un miracolo di dimensione biblica, rimarrà indelebile non solo per chi già lo venerava.

Da sabato 13 luglio Trump sente appoggiata sulla sua spalla la mano di dio. Al primo fastidio negli affari internazionali è perfettamente in grado di lanciare una pioggia di missili nucleari urlando “Yippee-ki-yay, figlio di puttana!”. E sarà molto meno divertente di Bruce Willis.

Se Biden resiste nel mantenere la sua candidatura fino alla convention democratica del 19 agosto a Chicago, le elezioni presidenziali di novembre vedranno confrontarsi due candidati a dir poco preoccupanti: uno che pensa di essere in un film, e l’altro che, la metà delle volte, non sa dove si trova.

Nessuno può dirsi sicuro di che cosa può pensare Biden quando vede un pulsante rosso in una certa valigetta. Dato che gli Stati Uniti restano la principale potenza militare mondiale e rappresentano la più grave minaccia di guerra, abbiamo il diritto di essere preoccupati.

Gli unici che avranno qualche motivo per vedere calmate le proprie ansie sono gli eco-ansiosi. Perché continuare a temere un’apocalisse climatica quando tutto potrebbe finire con una classica apocalisse nucleare?

I criminali di guerra non scrivono poesie per i bambini

 

Il Rastrellamento del Velodromo d’Inverno (Rafle du Vélodrome d’Hiver) è avvenuto a Parigi tra il 16 e il 17 luglio 1942. Anche ad Amsterdam e a Berlino ci furono numerosi “raid”, e anche due grandi retate, nel 1943, ma con un numero di vittime inferiore (tra 5.000 e 6.000). La retata del Velodromo d’Inverno è stata, in assoluto, la più importante organizzata nell’Europa occidentale. Organizzata dalla polizia francese! Il risultato: 13.152 arresti, di cui 4.115 bambini, 5.919 donne e 3.118 uomini, mentre erano state prese di mira più di 35.000 persone.

Nel velodromo vi sono rimaste ammassate 8.160 persone, in condizioni igieniche deplorevoli. Non era previsto nulla per accogliere così tanti prigionieri. Mancano acqua e cibo; i servizi igienici, in numero insufficiente, si intasano rapidamente. Un odore pestilenziale invade il velodromo. Le grida dei bambini si mescolano all’angoscia e all’incomprensione degli adulti. Alcuni cercano di porre fine alla propria vita. Fuori gli arresti continuano fino al 20 luglio.

Ah, dimenticavo. Gli arrestati erano di religione ebraica. Ma può essere che tra essi vi fossero degli agnostici, dei non credenti, chissà. La ferocia delle fedi, religiose o politiche, non fa distinzioni. Com’è accaduto tante volte, oggi per esempio a Gaza e nel resto della Palestina. Vorrai mica mettere sullo stesso piano le due cose? E perché no? Che differenza c’è tra uccidere bambini ebrei e bambini palestinesi, oppure iracheni o ucraini? I massacri non sono solo un problema di scala e di modalità, non sono semplicemente un dato statistico sul quale innescare polemiche. Non si tratta solo di un “eccesso di morti”. Merde che siete.

Abbiamo già dimenticato l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna. Solo colpa di Karadzic? Solo colpa di Netanyahu? Di Hitler?

Nell’estate del 1942 gli arresti colpirono anche gli ebrei della zona non occupata, caso unico in Europa di deportazione senza presenza tedesca. In totale, compresi gli arresti effettuati durante operazioni minori, 33.000 ebrei furono deportati dalla Francia dal 17 luglio al 30 settembre 1942, ovvero circa 3.000 deportati a settimana.

È ancora meno noto il fatto che gli archivi che custodivano notizie e nominativi dei deportati furono distrutti in seguito ad un ordine del ministro degli Interni nel dicembre 1946. Ansioso di applicare l’ordine relativo al “ripristino della legalità repubblicana”. A Parigi, tutti i registri del censimento degli ebrei nei commissariati di polizia sono stati in gran parte distrutti. Fino all’inizio degli anni ‘80, la partecipazione di quasi 4.500 poliziotti e gendarmi francesi alla grande retata del 16-17 luglio 1942 venne ignorata.

Erano quasi tutti ebrei stranieri (erano esenti gli ebrei titolari della tessera di legittimazione dell’Unione Generale degli Israeliti di Francia), apolidi o con lo status di rifugiato: polacchi, cechi, tedeschi, austriaci, russi, eccetera. Tra gli arrestati più di quattromila bambini, nella maggior parte dei casi francesi nati da genitori stranieri (e nessuno dei quali tornò dai campi di sterminio), mentre i tedeschi avevano chiesto solo ebrei di età superiore ai 16 anni e normodotati al lavoro.

lunedì 15 luglio 2024

Le balle sull'America raccontate dal WSJ

Se invece di prendere in considerazione solo quattro anni, dal 1968, il giornalista del WSJ avesse preso in considerazione anche i precedenti cinque anni, avrebbe potuto citare gli omicidi di J.F. Kennedy e di Malcom X, quindi, altro esempio, avrebbe potuto raccontare quanto è successo tra il 13 e il 16 agosto 1965. È una storia rimossa, come tutto ciò che va a detrimento dell’immagine edulcorata che va sotto il nome usurpato di “America”.

In quei giorni di agosto la popolazione nera della città di Los Angeles si sollevò. Non bastarono i crescenti rinforzi delle forze di polizia per riprendere il controllo della situazione. Verso il terzo giorno i neri saccheggiarono le armerie accessibili, e così hanno potuto sparare anche agli elicotteri della polizia. Migliaia di soldati e poliziotti (una divisione di fanteria appoggiata dai carrarmati) si lanciarono nella lotta per circoscrivere la rivolta nel quartiere.

Gli insorti hanno proceduto al saccheggio generale dei negozi, applicandovi il fuoco. Secondo le cifre ufficiali ci sarebbero stati 32 morti, tra i quali 27 neri, più di 800 feriti, 3000 incarcerati. Quei fatti presero il nome di rivolta di Watts.

Alcuni mesi prima, l’episodio noto come “Bloody Sunday” del 7 marzo 1965: durante una marcia di protesta per l’uccisione, da parte di un poliziotto, di alcuni dimostranti per i diritti civili, i poliziotti attaccarono la folla raccolta in preghiera colpendo i dimostranti in maniera indiscriminata; una seconda marcia guidata da M.L. King, il 9 marzo, fu interrotta al ponte Edmund Pettis a Selma (fu ucciso un manifestante), la terza marcia ugualmente guidata da King ebbe luogo da Selma a Montgomery, il 21 marzo, fu la spinta decisiva per l’approvazione, nello stesso anno, della legge sul diritto di voto senza discriminazioni di razza. Fino ad allora, nel Paese che si proclamava come il più libero e democratico del mondo, tale diritto non era ancora stato sancito per legge.

Il movimento dei diritti civili poneva, con mezzi legali, soltanto problemi legali. È normale appellarsi legalmente alla legge, quello che è irrazionale è mendicare legalmente davanti all’illegalità patente da parte del potere.

Come ho raccontato più volte in questo blog, gli Stati Uniti sono un Paese dominato in lungo e in largo dalla violenza, di qualsiasi tipo, dove la condizione economica individuale determina una netta e forte differenza tra cittadini in termini di libertà, difesa personale e accesso ai diritti civili. Se sei povero, diventi un reietto, uno scarto della società. Se anche non sei bianco, va molto peggio.

Torme di disperati dell’America Latina tentano la fortuna, ossia di approdare negli Stati Uniti per uscire da condizioni di estrema miseria e prevaricazione in cui sono sottoposti nei loro paesi d’origine, ritenendo i diritti civili e la dignità personale questioni accidentali.

Oggi non è più solo una crisi dello status dei neri o degli immigrati, è la crisi dello status degli Stati Uniti d’America. Già all’epoca di Martin Luther King, le rivolte, come quella di Watts, non erano più solo tumulti razziali, ma di classe. La rivolta contro la merce, contro il mondo della merce e del lavoratore/consumatore gerarchicamente sottomesso alle condizioni della merce.

Già allora, i frigoriferi rubati da chi non aveva l’elettricità, o a cui era stata tagliata la corrente, era la migliore immagine della menzogna dell’abbondanza per tutti. La produzione mercantile, soltanto quando è pagata in denaro, in quanto segno di un livello di sopravvivenza, è rispettata come un mirabile feticcio.

Già allora non si trattava di un’abbondanza naturale e umana, ma un’abbondanza di merci, cioè di prodotti che mostrano la volontà magica di farsi pagare, sia che si tratti di un frigorifero o di un fucile. Quei neri possono saccheggiare e rubare per tutta la vita, ma non recupereranno mai ciò che a loro, così come alla maggior parte dell’umanità, viene realmente e quotidianamente sottratto da questo sistema di rapina.

L’umanità è senza avvenire nel sistema delle merci; dovrà presto e di necessità operare una scelta, quella di un’altra qualità della vita, diversa da quella del presente, un presente irrecuperabile, falso e vergognoso.

Trump potrebbe anche scomparire

 

Mi chiedo che cosa sarebbe potuto succedere dopo l’eventuale omicidio del signor Donald Trump. Si sarebbe verificato un ulteriore brusco scossone a destra degli Stati Uniti, ma ciò non avrebbe probabilmente impedito a Biden di essere rieletto. Si sarebbe scivolati verso una guerra civile? Non credo proprio, nonostante le profonde fratture politiche e sociali, il non avere un sistema sanitario decente o un’assistenza all’infanzia adeguata, eccetera.

Il proiettile destinato a Trump è stato meno preciso e soprattutto meno prodigioso di quello che trapassò il corpo di Kennedy e poi andò a conficcarsi nelle carni del governatore del Texas per finire poi non si sa bene dove. Un tragitto a zig-zag che stupì le leggi della balistica. Nessun complottismo e altre ingannevoli banalità, per carità, ci bastano le contorte e inverosimili ricostruzioni ufficiali.

Biden ieri ha dichiarato: “non c’è posto in America per questo tipo di violenza o per qualsiasi altra violenza”. Cosa che di per sé fa già ridere se non si sapesse della senilità di Biden. Nel 2022 il numero di omicidi negli Stati Uniti è stato di 21.593. Ogni anno la polizia giustizia sommariamente 1.000 persone con un pretesto o l’altro.

Per ora non si può escludere nessuno scenario, data l’intensità delle divisioni all’interno della stessa élite al potere, soprattutto in materia di politica estera e armamenti. Lunica cosa che si possa dire è che questo attentato è stato il migliore nella storia degli Stati Uniti, almeno per Trump. Avrebbe sparato lui stesso dal tetto, se avesse potuto.

In un paese così lacerato da antagonismi etnici e di classe, i padroni del denaro sanno bene che devono andare d’accordo su alcuni punti essenziali. Trump è stupido, certo, ma sa quello che fa. Preferirebbe morire piuttosto che tassare i ricchi o prendere qualche provvedimento contro le immense frodi fiscali delle multinazionali. Trump potrebbe scomparire dalla vita politica, non i suoi elettori.

venerdì 12 luglio 2024

L'ultima bandiera rossa?

 

Quella del bagnino?

Di rivoluzione non parla più nessuno, il tema stesso è estinto. Oggi, ci dicono, nessuna rivoluzione è all’ordine del giorno, nemmeno in prospettiva, nonostante il peggioramento delle condizioni di vita di tanta gente e il divario sempre più profondo tra ricchi e poveri. Anzi, ci dicono garruli, il sistema di dominio neoliberista è stabile e incontra poca resistenza.

Ciò che stiamo vivendo è un’ebbrezza della produzione che chiamano “crescita”, ma in realtà è una proliferazione cancerosa senza scopo, che equivale sempre più alla distruzione. Hanno coniato persino una locuzione, customer-lifetime-value, che si riferisce al valore che un essere umano rappresenta per un’azienda dall’inizio alla fine della sua vita come cliente. Questo concetto si basa sull’intenzione di trasformare la persona umana e la sua intera esistenza in valori puramente commerciali.

Nell’attuale fase del modo di produzione capitalistico non esiste ambito della vita che sfugga alla valorizzazione economica, che non dissolva totalmente l’esistenza umana in una rete di rapporti commerciali. La crescente digitalizzazione della società sottopone allo sfruttamento economico ambiti della vita che fino a poco tempo fa erano inaccessibili all’influenza commerciale.

Dico quello che registro personalmente e vedo in chi mi sta vicino: una situazione nella quale riceviamo informazioni ovunque e in qualsiasi momento senza averle espressamente richieste. Hanno trasformato ognuno di noi in un efficiente motore di ricerca! Si dirà che ormai è cosa vecchia, e però non riesco ad abituarmi.

L’euforia e la bulimia dei Big Data asseconda questa convinzione dell’era digitale. E ci dovremmo preoccupare per quanto s’annuncia a proposito della A.I., che nella propaganda assume tratti quasi religiosi e promette interventi totalitari. Presto tutto sarà connesso, non solo le persone, ma anche le cose. Non riceveremo solo e-mail dai nostri amici, ma anche quelle provenienti da elettrodomestici, animali domestici e cibo nel nostro frigorifero. Già le ricevo dalla mia stufa a pellet!

Misuriamo tutto: temperatura corporea, numero di passi, cicli di sonno, apporto e consumo calorico, persino onde cerebrali. Annotiamo il nostro battito cardiaco anche quando ci rilassiamo, senza il bisogno di ammettere che è un paradosso. Trasformano tutto in dati. Allo stesso tempo, nuotiamo in uno strano senso di insensatezza e precipitiamo nell’ipercomunicazione, non direttamente tra umani, ma tra noi e quella cazzo di aggeggio che teniamo sempre in mano.

Siamo in una dipendenza come dalla droga, il tempo tra due dosi si riduce e anche la dose aumenta. Afflitti da stanchezza, molti casi di depressione e ipertrofia dell’Io, eccetera. Un tempo nessuno mediamente voleva esibirsi, tanto meno esporsi. Oggi non si fa altro.

Come possiamo opporci o quantomeno mettere un freno a questo processo degenerativo non solo dei comportamenti individuali, ma di quelli sociali in generale? Affidandoci ai partiti politici quali mediatori delle famigerate “istanze”? Suvvia, l’epoca dei partiti politici tradizionali è tramontata. Una sortita per uscire dalla gabbia dei partiti, nelle dichiarazioni forse ancor più che nelle reali intenzioni, è stata quella dei Cinque stelle, che sta finendo, in revoca delle fallaci promesse, in un fallimento: lo slogan della trasparenza, dell’aprire il parlamento come una scatola di tonno, è finito a caviale (lo dico alienandomi altri lettori, pazienza).

Esiste davvero un’alternativa a questo sistema del tutto spettrale? E se c’è, possiamo accelerare verso di essa, cioè verso la crisi del sistema? Tutto ha il suo tempo, possiamo accelerare il racconto sul passato, ma non possiamo accelerare le crisi di una formazione economico sociale. Ed è invece il lavoro che sta portando aventi il capitalismo stesso. Sta eliminando tutte le forme temporali che non obbediscono alla logica dell’efficienza produttiva di profitto. Una forsennata accelerazione che fa intravedere la sua crisi storica, verso la catastrofe.