sabato 28 ottobre 2023

Il preludio

 

La Germania è in recessione. Ciò avviene nel contesto di quello che un rapporto del Guardian ha descritto come un “collasso della produzione manifatturiera”. Il capitalismo non è in grado di risolvere le proprie contraddizioni poiché sono consustanziali al proprio essere. Esattamente 100 anni fa, nell’ottobre 1923, seppur in un altro contesto, una profonda crisi economica e politica scosse le fondamenta della società tedesca.

Gli storici seguono tutti la stessa narrazione: a causa dell’iperinflazione, dell’impoverimento e della radicalizzazione, la repubblica democratica fu messa in pericolo dai tentativi di rovesciarla da sinistra e da destra ed è stata infine salvata dal coraggioso intervento di coloro che avevano responsabilità politiche e militari.

Le cose stavano diversamente, almeno per quanto riguarda le responsabilità. La crisi sociale aveva fatto a pezzi la facciata democratica della Repubblica di Weimar e mostrato ciò che era realmente: una copertura per la perdurante dittatura delle vecchie élite dell’Impero tedesco: i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri e i militari.

C’è una serie televisiva, Babylon Berlin, che racconta molto bene, forse non avendone chiaramente le intenzioni, quel contesto sociale e politico. Vale più la visione di questa serie televisiva (Sky) che dieci puntate di Passato e Presente su Rai Storia condotte dal nostro Toynbee, vale a dire Paolo Mieli.

Il presidente del Reich, il socialdemocratico Friedrich Ebert, “salvò” la repubblica scatenando il Reichswehr (esercito) contro i lavoratori insorti, deponendo con la forza i governi socialdemocratici di sinistra in Turingia e Sassonia, quindi trasferendo il potere esecutivo nel Reich al comandante supremo del Reichswehr, generale von Seeckt, instaurando così di fatto una dittatura militare.

L’instaurazione di una tale dittatura era anche l’obiettivo perseguito da Hitler e dal generale Ludendorff nel novembre 1923, quando organizzarono un dilettantesco putsch a Monaco. I tempi non erano ancora maturi.

Dopo che il governo di Gustav Stresemann riuscì a tenere sotto controllo l’inflazione attraverso una riforma valutaria e l’economia si fu leggermente ripresa grazie all’aiuto americano, von Seeckt restituì il potere esecutivo al governo civile. Ma quello era solo un intermezzo. Il merito di quella riforma va a Hjalmar Schacht (1877-1970), nominato responsabile economico della Repubblica di Weimar e promosso presidente della Reichsbank. È inoltre, fatto molto rilevante, amico del capo della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman. Insomma, una figura chiave della finanza tedesca degli anni Venti come lo sarà poi negli anni Trenta (*).

Quando la successiva grande crisi colpì la Germania con il crollo di Wall Street del 1929, la facciata democratica crollò definitivamente. Per due anni il politico del partito di centro Brüning governò con decreti d’emergenza, approvati dal presidente del Reich. Mentre la crisi continuava ad aggravarsi, la classe dominante non si accontentò più di un trasferimento temporaneo del potere esecutivo ai militari, ma nominò Adolf Hitler cancelliere e gli conferì il potere di dittatore. Il 1923 fu il preludio all’instaurazione della dittatura nazista nel 1933.

Ci pensò il regime hitleriano a risollevare le sorti economiche del Reich. Ancora una volta ritroviamo in primo piano Hjalmar Schacht (**), il quale ebbe un ruolo chiave anche nel reperire le risorse per il riarmo tedesco (ricordiamo che nel 1935 Londra firmò un trattato con Berlino che permetteva la ricostruzione della marina da guerra tedesca, alla faccia del recente convegno di Stresa). Fu infatti Hjalmar Schacht l’artefice dello schema finanziario che permise la ripresa tedesca e il riarmo, aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni che il Trattato di Versailles del 1919.

Lo schema, ideato nel 1934 dal ministro, prevedeva l’emissione di speciali obbligazioni a nome della Me.Fo GmbH, Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico), una società fittizia, inesistente nella realtà. Grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di stato (i cosiddetti Mefo-Wechsel), il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo.

MEFO era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero siffatte obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro entro i confini nazionali. John Maynard Keynes, riprendendo un’osservazione fatta da Hubert Douglas Henderson, così si era espresso nel 1941 riguardo al sistema ideato da Schacht: «il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male, non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa».

Solo quando si ha a disposizione una moneta propria, vera o fittizia che essa sia, si possono fare certe cose. Questo non vuole essere un suggerimento, nella situazione attuale irrealizzabile, ma solo una riflessione.

(*) Dopo la sconfitta elettorale del partito di Hitler, novembre 1932, è bene rammentare che Schacht, pur non essendo mai divenuto formalmente membro effettivo del NSDAP, fu un patrocinatore del finanziamento a favore del partito di Hitler, soprattutto nella disperata situazione creatasi a cavallo tra il 1932-‘33.

A Colonia, dove risiedeva il banchiere Kurt von Schröder, il 4 gennaio 1933 arrivarono Hitler e von Papen per colloqui intesi a risollevare le finanze del NSDAP. A Norimberga, Walther Funk, dal 1938 successore di Schacht al ministero dell’economia, elencherà tra i sottoscrittori che garantirono allora i debiti del partito: Fritz Thyssen e altri affiliati dell’industria pesante, Emil Georg von Strauss della Deutsche Bank, Kurt Paul Schmitt e Eduard Hilgard delle assicurazioni Allianz, Friederich Reinhardt della Commerz und Privat Bank, la Deutsche Erdöl, cioè la più grande compagnia petrolifera della Germania.

Non servirono i contanti, bastarono le firme dei magnati. Goebbles annotò nel suo diario, dopo le parole di disperazione scritte nel dicembre 1932, questa frase: «La situazione finanziaria è migliorata all’improvviso». Questo conferma, ancora una volta, che l’ascesa non irresistibile al potere di Hitler percorse anche una via tutt’altro che elettorale.

Che fine fecero poi i finanziatori di Hitler? Il tesoriere del partito nazista Schwarz, curiosamente, non resistette all’interrogatorio degli Alleati e morì; von Schroeder fu interrogato, ma solo come testimone a Norimberga, e non disse nulla; Thyssen negherà quanto scritto in una biografia dal giornalista Emery Reves di essere “uno degli uomini più responsabili per l’ascesa di Hitler”; infine Schacht, dopo tre anni di prigione, fondò una banca ad Amburgo spergiurando che gli hitleriani si erano autofinanziati.

(**) Gli Usa, dopo aver lasciato che il dollaro si deprezzasse inusitatamente, volevano la liberalizzazione dei mercati allo scopo di favorire le proprie esportazioni e risollevarsi così dalla crisi (Reciprocal Trade Agreements Act del giugno 1934). La Gran Bretagna non aveva alcun interesse a togliere i propri dazi nell’area del commonwealth, mentre la Germania aveva un disperato bisogno di valuta estera e di credito. Una guerra commerciale contro il maggior partner economico, gli inglesi, sarebbe stata un suicidio; ma anche da parte inglese il commercio con la Germania era fondamentale per le esportazioni. Assistiamo così alla stipula di un accordo bilaterale di fatto contrario agli interessi “liberisti” degli Usa.

I punti nodali della manovra di Schacht furono: 1) l’accordo commerciale anglo-tedesco sui pagamenti del 1° novembre 1934, quindi lo «strano» – come lo definisce lo storico Adam Tooze – prestito concesso dalla Bank of England che consentì alla Germania di regolare l’enorme volume di crediti commerciali insoluti; 2) lo sganciamento dall’economia americana con il ritiro dal trattato di commercio e amicizia in atto dal 1923, poi il conseguente crollo delle ragioni di scambio tra Germania e Stati Uniti; 3) il tentativo concentrato di coinvolgere negli scambi tedeschi i produttori dell’Europa sudorientale e dell’America Latina che mettevano a disposizione materie prime e loro succedanei di cui aveva bisogno il Reich. Eccetera.

In buona sostanza intervenne un mutamento importante nella struttura delle importazioni ed esportazioni tedesche e quindi nelle relazioni con i diversi paesi, consentendo, per esempio al Brasile, di svincolarsi dalla visione di una zona emisferica di libero scambio teorizzata dal Segretario di Stato americano Cordell Hull. Del resto, com’è noto, tutta la storia del capitalismo, ma non solo, va letta anzitutto come storia delle relazioni commerciali e dei conflitti economici tra le diverse potenze.

venerdì 27 ottobre 2023

Va detto: può causare malattie

Va detto in premessa: a Marco Cappato andrebbe fatto un monumento. Detto questo, mi pare ovvio che a Monza abbiano scelto per il seggio al senato il nome di Adriano Galliani preferendolo a quello di Cappato. Pur con i soldi di Berlusconi, è stato l’ex antennista a portare il Monza calcio nella massima serie. Ricordiamoci il raccontino evangelico: la plebe, messa di fronte alla scelta tra Barabba e Gesù, non scelse chi pretendeva di essere figlio di dio, ma riconosceva come proprio figlio il furfante.

Il nazareno prometteva la beatitudine dopo la morte, ma ai monzesi il paradiso glielo ha portato zio Fester. I bambini credono a babbo natale, ma vogliono vedere i doni! Oggi non è verso la figura di un messia che i pellegrini di Emmaus volgerebbero lo sguardo: abbiamo semplicemente sostituito i vecchi miti con quelli nuovi, i vecchi profeti con quelli più nuovi, i vecchi idoli di terracotta del presepe con quelli di plastica del calcio. È così che riconosciamo un profeta come Galliani.

P.S. : in un mondo che esplode in ogni momento, sarà sicuramente più gradito un post come questo che il post precedente. Pensare può causare malattie gravi. 

giovedì 26 ottobre 2023

I sionisti l’hanno capito bene


Perché quella forma particolare di razzismo che è stato il nazismo dovrebbe essere l’unica forma scandalosa poiché applicava a degli occidentali bianchi (gli ebrei europei) un trattamento che tutti i governi occidentali, compresi quelli che oggi piangono, sono stati d’accordo (e sono ancora oggi d’accordo) nell’applicare ai popoli che hanno oppresso e continuano in varie forme a opprimere nel mondo?

* * *

L’epoca di Carlo Magno fu l’età d’oro degli ebrei dell’Europa occidentale. Le classi padronali e proprietarie di allora erano assai deboli a causa di tutta una serie di ostacoli economici, politici e religiosi che ne frenavano lo sviluppo. In tale contesto, gli ebrei – perlomeno una parte (la loro stratificazione sociale nell’VIII secolo non differiva sostanzialmente da quella degli altri gruppi sociali) – che esercitavano le professioni di commercianti, e, in particolare, di commercianti con il mondo arabo e, attraverso di esso, come il mondo orientale (all’epoca molto più sviluppato economicamente), colmavano questo vuoto e svolgevano un ruolo economico essenziale, vitale. Essi garantivano il funzionamento di ciò che Marx chiama la sfera della circolazione.

Il potere politico di quell’epoca aveva ben chiaro l’utilità degli ebrei e conferì loro per questo tutti i tipi di privilegi, compresi quelli feudali. Quando, a partire dal XII secolo, la nascente borghesia trovò nel suo cammino gli ebrei, che erano divenuti dei concorrenti, cercò di eliminarli (vedi, per altri versi, la faccenda dei Templari). In molti luoghi, la lotta contro gli ebrei unì la borghesia e la Chiesa, rappresentante di enormi interessi economici.

La coalizione tra la borghesia e la chiesa fu tanto potente da far trionfare la sua posizione. Fu un’epoca di persecuzioni terribili contro gli ebrei, con numerosi massacri, un’epoca che si sarebbe conclusa con la scomparsa quasi totale degli ebrei dalla maggior parte degli Stati dell’Europa occidentale (vedi la sorte dei sefarditi). Essi poterono continuare a vivere soltanto in alcune città libere o in certi piccoli Stati. Molti andarono in esilio nel mondo arabo e, in seguito, in quello che sarebbe diventato l’impero ottomano, dove furono bene accolti.

Nella stessa epoca, gli Stati dell’Europa orientale, più arretrati economicamente, si trovavano allo stadio di sviluppo che era proprio degli Stati dell’Europa occidentale cinque secoli prima, e la presenza degli ebrei era utile allo sviluppo della loro economia. I re di Polonia, in particolare, promulgarono tutta una serie di decreti per attirare gli ebrei presso di loro. Da quest’epoca data l’importante insediamento ebraico nell’Europa centrale e orientale.

La seconda metà dell’Ottocento vede l’accelerazione dello sviluppo del capitalismo nell’impero russo (che comprendeva allora anche la Polonia). Questo sviluppo capitalista coincideva con la penetrazione in Russia del capitale francese, britannico, tedesco, in seguito americano. Le nuove condizioni economiche, legate allo sfascio del sistema feudale, non sono più favorevoli alle attività di commercio e artigiane esercitate nelle comunità ebraiche. La borghesia locale sente come un ostacolo intollerabile la concorrenza degli ebrei, il che comporta una fiammata di antisemitismo senza precedenti (vedi l’ondata di progrom nel 1882).

Ancora una volta, milioni di ebrei devono “scegliere” l’esilio, andando negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, altri nel rifugio tradizionale rappresentato dall’impero ottomano, ma la maggior parte andrà verso occidente, in particolare perché la ferrovia costituirà il loro principale mezzo di fuga.

È necessario rilevare che gli ebrei che avevano già “beneficiato” del capitalismo nascente, per esempio diventando proletari, saranno meno toccati dall’ondata di emigrazione che stava per verificarsi. Questa differenza avrà delle conseguenze importanti quando i nazisti invaderanno l’Europa orientale, poiché la popolazione ebraica che incontreranno conterà una proporzione di proletari più grande rispetto a quella di cinquant’anni prima e, proprio per questo, meno sensibile alla propaganda sionista.

C’è un posto dove le contraddizioni saranno più acute che altrove: l’impero austro-ungarico, che riunisce nel suo territorio regioni economicamente arretrate appartenenti all’Europa orientale e regioni industrializzate appartenenti all’Europa occidentale. Si tratterà di emigrazioni che avranno luogo all’interno stesso del paese, una specie di esodo rurale (tipo quello delle regioni meridionali verso il nord nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta).

L’ebreo dello “shtetl” (villaggio rurale) della Galizia, della Transilvania o della Rutenia subcarpatica approderà direttamente a Vienna. Non sarà casuale che proprio in questa capitale, vero nodo delle contraddizioni, inizierà la rinascita dell’antisemitismo occidentale. È proprio in questa città, non casualmente, che visse un certo Theodore Herzl e, un po’ più tardi, un disadattato nativo di Braunau sull’Inn che s’infatuerà di antisemitismo.

Quali furono le conseguenze di questa emigrazione? Nei paesi occidentali che li accoglievano (Germania, Francia, Austria) esisteva una comunità ebraica che per gran parte apparteneva alla borghesia, spesso la più facoltosa, e che stava progressivamente assimilandosi, perdendo le sue tradizioni e spesso abbandonando ogni pratica religiosa. Questa comunità, che era riuscita così bene ad integrarsi alla borghesia dei vari paesi, tanto che il razzismo anti-ebraico non era altro che una sopravvivenza, vedeva con terrore arrivare dall’Europa centrale queste migliaia di ebrei miserabili, con le loro rendingotes, gli strani cappelli e che parlavano yddish.

Questa borghesia ebraica (vedi i Rothschild del ramo francese) pensava che tali arrivi avrebbero provocato una fiammata di antisemitismo, e avevano d’altra parte ragione (si pensi al caso Dreyfus). La domanda che si ponevano con angoscia era: come liberarsene? Il sionismo stava per diventare la risposta a questa domanda.

Quando si arriva a questo punto della ricostruzione storica, sia ha l’impressione che tutto si concateni logicamente, e però si tratta di uno schema analitico e interpretativo, mentre la realtà storica non è così semplice. Tuttavia bisogna rendersi conto che il problema ebraico, la sua causa sottostante, fondamentale per ogni evoluzione, per ogni svolta, era certamente una causa economica; questa ha, ogni volta, operato attraverso una mediazione ideologica sempre molto importante, così importante che il discorso idealista sulla questione ebraica ha potuto facilmente, anche più che in altri casi, “ideologizzare” il problema.

È infatti facile stabilire delle strette correlazioni tra un certo cambiamento della situazione degli ebrei in un dato paese e quella certa bolla papale, o legislazione (vedi quella napoleonica, per esempio), oppure quella tale modificazione della pratica religiosa della popolazione del paese stesso. Questa facilità interpretativa può anche portare a restringere la questione ebraica alla faccenda dell’antisemitismo, che finisce poi con l’essere ipostatizzata come l’unica origine dei mutamenti della questione, e con l’essere in quanto tale presentata anche come una categoria teologica o quasi. Questa ideologizzazione del problema è lo scoglio principale che impedisce una comprensione della questione ebraica nella sua reale dimensione storica. I sionisti l’hanno capito bene.

(Continua in un prossimo post, forse). 

[...]

 

Predomina l’organizzazione della cacofonia, affinché nessuno ascolti davvero nessuno, e soprattutto ciò che viene detto senza di noi. Se davvero riportassimo in vita la parola, se smettessimo di esaurirla nella frenetica confusione di opinioni che si annullano a vicenda ... Apro i libri intorno alle 3, 4 del mattino per cercare di concentrare la mente su qualcosa di diverso dall’infamia. Voglio credere che l’oscurità si dirada non appena troviamo una frase giusta.

Ciò che colpisce non è l’indifferenza degli esseri umani a questa logica del peggio, è al contrario la loro consapevolezza e mobilitazione: la devastazione continua a mobilitarci. Ma siamo mobilitati per mantenerci inermi. Il discorso della mobilitazione non è altro che uno stratagemma del potere stesso che ha interesse a farci credere che il nostro destino è nelle nostre mani, per poter perpetuare i suoi misfatti.

mercoledì 25 ottobre 2023

L’essenza reazionaria del sionismo

 

La rinuncia al terrorismo, questo viene insistentemente chiesto ai palestinesi. Sarebbe lungo e forse inutile, data la situazione e l’introiezione di certe semantiche, discutere su che cosa sia il “terrorismo”. Come scrivevo in un post recente, nella narrazione che si vuole debba sostituire la memoria storica non succede mai niente se non l’interminabile scontro tra buoni e cattivi, tra il Bene e il Male.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) accettò di riconoscere Israele e di rinunciare al terrorismo quando firmò, nella persona di Arafat, gli accordi di Oslo nel 1993. Ciò avvenne sui prati della Casa Bianca, presente la controparte israeliana nella persona di Yitzhak Rabin. Ricordo bene quel momento, e anche ciò che pensai allora.

Gli accordi avrebbero dovuto inaugurare uno staterello palestinese con capitale ad Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme Est, la cosiddetta soluzione dei due Stati. L’OLP avrebbe assunto il ruolo di Israele nel controllo delle masse palestinesi in uno stato binario, composto da una specie di “bantustan” non contigui, separati ma contenuti da Israele, sul modello Sudafricano. Ciò precludeva ogni possibilità di una vera autodeterminazione e di democrazia per i palestinesi (*).

Non si tratta di giustificare, bensì di capire ciò che sta accadendo: è l’immensa sofferenza di chi vive ghettizzato, discriminato e senza via d’uscita, situazione di cui non sembra si voglia prendere atto, che ha portato a ciò che è accaduto il 7-9 ottobre. Che poi vi sia chi, da parte araba, iraniana e altro, sfrutta la situazione palestinese per altri scopi politici e geopolitici, si può discutere, e dunque possiamo evocare e deprecare con raccapriccio quanto ha messo in atto Hamas, ma tutto ciò non può essere avulso dal contesto storico e contingente.

È la rivolta di un popolo oppresso, consapevole che va incontro a un massacro di massa, portato alla disperazione e deciso a fuggire dal campo di concentramento in cui Israele, con l’appoggio di tutte le maggiori potenze, lo ha rinchiuso.

Quanto alla democratica Israele, con la continua repressione dei palestinesi ha dimostrato di essere incapace di sviluppare una società autenticamente democratica. Stato presidio dell’imperialismo statunitense, ripetutamente in conflitto con i suoi vicini mediorientali (salvo stabilire lucrosi accordi economici con alcuni di essi) e in perenne guerra con i palestinesi, persegue una politica espansionistica del “Grande Israele”, appoggiandosi sempre più sui coloni nei territori occupati e sulle sovvenzioni militari statunitensi per compensare l’impatto destabilizzante di livelli di disuguaglianza sociale tra i maggiori del mondo.

La guerra di Israele contro Gaza è la dimostrazione definitiva dell’essenza reazionaria del sionismo. Un’ideologia che proclamava di voler fornire un rifugio sicuro agli ebrei ha invece prodotto decenni di morte, pulizia etnica, apartheid ed espropriazione dei palestinesi, mettendo gli ebrei israeliani, sotto la guida di governi di criminali fascisti (Netanyahu e i suoi tentativi di assumere poteri dittatoriali è l’esempio più recente ed evidente), in conflitto permanente con i loro vicini, e costretti a vivere armati e nella costante paura.

Quando parlo dell’essenza reazionaria del sionismo, intendo questo: lo Stato sionista rispetto alla popolazione palestinese può comportarsi soltanto da Stato sionista, cioè secondo un criterio etnico e religioso, poiché proprio tale criterio discriminatorio permette la distinzione e l’isolamento del non ebreo in generale e del palestinese in particolare.

Nel sionismo, per dottrina, non c’è spazio per l’uguaglianza. E dove non c’è uguaglianza come pretendere altri diritti effettivi? Vorrei ricordare, tra gli altri alle scimmiette televisive, che i diritti umani sono diritti politici.

Il modo di formulare un problema contiene già la sua soluzione: l’unica prospettiva praticabile non è una mitica “soluzione a due Stati”. La distinzione tra ebrei e arabi dovrebbe cessare riconoscendo come loro autentica aspirazione il superamento del proprio pregiudizio etnico (il travestimento etnico) e confinando la propria religione nel diritto privato, in modo che tutti i cittadini possano entrare tra loro in rapporti universalmente umani. Ciò non è possibile se non ponendosi l’obiettivo del superamento dell’ordine economico attuale da cui promana l’asservimento generale: l’interesse privato è l’essenza della distinzione e della separazione, del bellum omnium contra omnes.

(*) Gli ultranazionalisti israeliani e i loro rappresentanti politici nel Likud e in altri partiti religiosi e di estrema destra respinsero anche questa presa in giro di uno Stato palestinese. Due anni dopo, nell’ottobre del 1995, i nazionalisti religiosi di destra, istigati dai leader dell’opposizione guerrafondai Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu, denunciarono Rabin come traditore durante una manifestazione rabbiosa a Gerusalemme. Un mese dopo, un fanatico religioso assassinò Rabin.

Israele ha utilizzato gli accordi di Oslo per espandere gli insediamenti in Cisgiordania, prendere il controllo dell’acqua e di altre risorse, costruire strade e installare più di 600 posti di blocco, interrompendo il libero movimento in tutta la regione e distruggendo la sua economia. Gli insediamenti, che ora ospitano almeno 500.000 israeliani, ovvero quasi il 20% della popolazione, controllano una percentuale molto maggiore della terra, comprese quelle più fertili e produttive.

Quello descritto è uno stato di fatto, non invenzione. L’annessione di Gerusalemme Est, ossia di ciò che non era stato ancora occupato della città da parte israeliana, quindi di parte della Cisgiordania, la costruzione di circa 200.000 case di coloni, il tutto in violazione del diritto internazionale. Lo sfratto delle famiglie palestinesi dai quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan per volere di gruppi religiosi e di estrema destra guidati da Ben-Gvir, hanno portato ripetuti scontri tra palestinesi e polizia.

Sulla base di queste premesse, vi fu la seconda Intifada nel settembre 2000, dopo la provocatoria marcia di Ariel Sharon attraverso il complesso della moschea di Al Aqsa sotto scorta militare per affermare il controllo di Israele sul luogo santo dell’Islam. L’Intifada fu allo stesso tempo una rivolta contro la leadership dell’OLP che aveva sancito i disastrosi accordi di Oslo.

Il numero dei palestinesi ora supera ancora il numero degli ebrei all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele e dei Territori occupati. Da ciò il tentativo di contrastare quella che i sionisti chiamano la “bomba a orologeria demografica”, la richiesta di “trasferimenti di popolazione” e misure volte a effettuare la pulizia etnica.

Sharon ordinò la costruzione della famigerata barriera di separazione che sequestrò un ulteriore 10% della terra palestinese per separare Israele dai palestinesi e tagliarne fuori migliaia dalle loro famiglie e dai posti di lavoro. Nel 2005, Sharon chiuse 14 insediamenti israeliani e ritirò l’esercito dalla Striscia di Gaza, pur mantenendo il controllo degli ingressi via terra, mare e aria. Gaza divenne di fatto in un ghetto impoverito, con la vita devastata dei suoi residenti.

Che cosa dovrebbe fare milioni di persone ristrette in un simile recinto? Come dovrebbe reagire la gioventù palestinese, in una situazione di alta densità urbana, dove viene fornito solo il minimo indispensabile dei servizi essenziali come acqua ed elettricità? Alla rivolta degli oppressi palestinesi, Israele ha risposto distruggendo gran parte delle infrastrutture pubbliche di Gaza, molti edifici residenziali, ospedali, scuole e moschee e attacchi omicidi.

Operazioni definite come “falciare l’erba”. Queste includono l’Operazione Piombo Fuso (2008-2009), l’Operazione Pilastro di Difesa (novembre 2012) e l’Operazione Margine Protettivo (2014), eccetera. Il bilancio complessivo delle vittime palestinesi in più di sette grandi attacchi contro Gaza da parte della più potente forza aerea del Medio Oriente è stato di almeno 4.164 morti, con la perdita di 102 vite israeliane.

La situazione economica di Gaza era disastrosa ben prima dell’attuale attacco. Circa tre quarti delle famiglie di Gaza dipendono da qualche forma di aiuto da parte delle Nazioni Unite e di altre agenzie, aiuti che secondo l’Unione Europea sono ora “sotto revisione”. Sono tali i livelli di povertà e disoccupazione che bande criminali rivali hanno preso il controllo delle città e dei villaggi arabi, provocando più di 180 omicidi dall’inizio dell’anno.