Sabato notte, dopo quarant’anni esatti, ho rivisto Fitzcarraldo. Lo vidi al Rossini o al
Malibran? Peccato, non lo ricordo. Sicuramente vidi due spettacoli in successione con lo
stesso biglietto. Da allora non l’ho più rivisto. La cosa è un po’ strana, vista la mia raccolta
di DVD, seppur modesta. Da allora ho preferito sognarlo quel film, frequentemente.
Fatta eccezione per i pochi cinefili, abbonati a quei Cahiers du cinema ora caduti nelle mani
di una squadra composta da una ventina di “personalità” eterogenee, tra banchieri e capi
alla moda, i nuovi virgulti non hanno visto questo film straordinario, né è probabile la loro
curiosità li spinga a vederlo, né penso lo apprezzerebbero come merita. Generazioni più a
loro agio su altre visioni.
Non sto parlando dei lampioni a gas o delle carrozze trainate da cavalli, ma dell’altro ieri.
Ogni città poteva contare almeno in una decina di cinema, che avevano l’odore della
prima repubblica, quando non del “ventennio”. Poi prevalse la televisione, le reti
pubbliche e private, i cinema declinarono lentamente ma inesorabilmente. Chiudeva
l’Accademia, una sala dove molti anni prima avevo trascorso, a modico prezzo, tanti
pomeriggi, nonostante il puzzo di fumo e di chissà che altro. Il teatro Italia si trasformava
in un supermercato, e altre sale per breve tempo diventavano d’essai.
Altre sale ancora, tristemente e banalmente, subivano un declassamento peggiore per
mera sopravvivenza (onanismo vintage, lo chiameremo oggi nell’era di quell’internet che
ha fatto della pornografia la sua specialità). Entravano ormai prevalentemente persone
mature e anzi vecchie, il passo strascicato, con serietà e silenzio, habitué in declino, dei
sopravvissuti a un triste culto. Avrebbero potuto raccontare storie di fedeltà, coerenza e
persino di devozione a quel tipo di cinema.
Oggi siamo travolti dal porno, fruibile da qualsiasi ragazzino col suo smartphone, ma per
esempio film come Lolita di Kubrick, ispirato all’omonimo romanzo di Nabokov, che
racconta la storia torrida e appassionata tra un uomo maturo e una di quelle che lui
chiama ”ninfette ”, non si possono più realizzare poiché lo spettro dell’ostracismo
smorzerebbe rapidamente gli entusiasmi di finanziatori e distributori. Ogni epoca coltiva
le proprie idiosincrasie e soprattutto le ipocrisie.
Gli omicidi sono illegali e immorali quanto la pedofilia, eppure sono ammessi film di
gangster o serial killer. Solo perché vedi un film di gangster o dell’orrore non significa che
hai intenzione di rapinare una banca o comprare una motosega per fare a pezzi le ragazze.
E qui, come per altri tabù odierni, si aprirebbe un lungo discorso.
Vorrei semplicemente ricordare il caso di David Hamilton, le cui fotografie erotiche di
ragazze sono state pubblicate per decenni senza provocare scandalo, fino a quando una
vedette televisiva l’ha accusato di averla violentata quando era minorenne, rivelazione di
cui si può presumere non sia estraneo il suicidio del fotografo nel 2016. E molte altre
vicende simili.
Ovvio che i pedofili siano perseguiti e puniti, ma non è libera una società in cui gli artisti
non possono creare opere come Lolita, dipinti come quelli di Gauguin, Freud, Balthus o
foto come quelle di Hamilton. Non è libera una società dove i cittadini non siano
considerati persone responsabili, ossia in grado di giudicare e decidere, salvo che quando
si recano alle urne con la testa riempita di cazzate.