domenica 17 maggio 2026

Viva l’economia di mercato

 

La nostra attenzione è attratta mediaticamente dalle vicende dalla geopolitica, segnata dalla lotta tra imperialismi per la supremazia mondiale, nonché dal conflitto aperto e per interposizione di potenze minori. Alla base della contesa imperialistica e dei conflitti di schieramento vi è il modo di produzione capitalistico, punteggiato dalle crisi. Quella che stiamo vivendo non è semplicemente una crisi di ciclo, una tra le tante, ma più in generale si tratta della crisi storica del modo di produzione capitalistico, che ha un carattere oggettivo nel fatto ormai evidente che le forze produttive materiali della società sono entrate in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica).

Di seguito tratteggio quello che probabilmente, anzi sicuramente, sarà il panorama economico che ci attende nel prossimo futuro stante la congiunzione di diversi fattori di crisi: quella finanziaria, che si sta profilando da diversi mesi a questa parte, e la crisi degli idrocarburi, fabbricata di sana pianta da un potere politico fuori controllo. Queste due crisi si tradurranno inevitabilmente in una combinazione particolarmente violenta di recessione globale e di inflazione, che impatterà come una terza crisi ad esse sovrapposta.

L’illiquidità è il veleno della finanza, di quella regolamentata, di quella deregolamentata e di quella “ombra”, che non sono percentualmente una frazione trascurabile della prima. Nei momenti di crisi, la corsa al contante non si arresta quando incontra un muro; la ricerca frenetica di liquidità è destinata a spostarsi verso altre classi di attivi, altri luoghi in cui ritiene di poter trovare condizioni di disinvestimento più favorevoli.

I crediti cartolarizzati dell’immobiliare commerciale e quelli legati all’indebitamento privato – prestiti auto, debiti studenteschi, carte di credito – stanno registrando tassi di insolvenza (delinquency: certe cose si possono dire solo in inglese o in latino) che sono l’anticamera di default veri e propri, facilmente paragonabili ai livelli storici della crisi dei mutui subprime del 2007.

Per quanto riguarda il credito privato (private credit), spesso nascosto nella cosiddetta finanza ombra, non è altro che un prestito diretto diverso sia dal credito bancario che dalle obbligazioni emesse dal mercato. Il fatto che alcune imprese scelgano di indebitarsi tramite il credito privato anziché rivolgersi alle banche o all’emissione di obbligazioni indica che si tratta probabilmente di aziende di medie dimensioni spesso in condizioni finanziarie tutt’altro che floride.

Il vantaggio, specie in quest’ultimo caso, è che tali imprese pagano interessi fortemente gravati da premi di rischio. Sempre nel gergo inglese, si tratta di loan-sharking, strozzinaggio. Va da sé che il gonfiarsi di una bolla di profitti favolosi attira i capitali di pesci privati golosi e accuratamente selezionati, che vengono raccolti da fondi specializzati (gli squali).

Il vantaggio di alti tassi d’interesse, ossia di profitto, ha una sua contropartita, come succede sempre in simili casi. La contropartita si chiama illiquidità, nel senso che gli investitori creditori e i fondi che agiscono per loro conto sono bloccati fino alla scadenza dei prestiti, in genere dai cinque ai sette anni. È vero che possono riscattare una parte del loro capitale, ma solo una quota pari al 5% delle loro posizioni per trimestre, ossia un 20% annuo.

Finché tutto procede senza intoppi, nessuna ha niente da ridire: i gestori gestiscono, i debitori pagano e gli investitori incassano. Nel mondo del debito, il punto critico è il default, ossia quando i debitori cominciano a non pagare più o ad avere difficoltà nei pagamenti. A un certo punto succede sempre, come nel caso dei mutui subprime. Il gioco del credito facilitato è sempre lo stesso, cambiano solo gli attori.

Gli investitori clienti, quando hanno firmato il contratto, avrebbero dovuto prendere più seriamente le clausole scritte in piccolo. Ora non hanno nemmeno gli occhi per piangere. Non sarà un caso che uno squalo come Warren Buffett negli ultimi due anni ha metodicamente convertito tutte le posizioni del proprio fondo in contanti: oggi troneggia sul patrimonio di 385 miliardi di dollari che non corre più il minimo rischio e può attendere lo sviluppo degli eventi. Ma non tutti gli investitori sono previdenti come l’oracolo di Omaha.

E veniamo all’impatto dell’IA. Gli importi investiti rappresentano da soli un terzo della crescita statunitense. Che una società come OpenAi, la società che sviluppa ChatGPT, sia valutata 850 miliardi di dollari quando non ha ancora guadagnato un centesimo e nel 2025 e ha registrato perdite per 8 miliardi di dollari (a fronte di 20 miliardi di fatturato), prevedendo di generare profitti, e solo questi contano, solo a partire dal 2030 e considerando nel frattempo di spendere altri 600 miliardi, bisogna ammettere che l’ipotesi del delirio non sia poi così delirante.

Da dove proviene questo fiume di denaro? Per esempio, l’Ansa dà notizia che a febbraio la giapponese SoftBank ha annunciato un ulteriore investimento da 30 miliardi di dollari in OpenAI, portando l’esposizione complessiva a 64,6 miliardi e la quota azionaria al 13% dall’11%. L’aumento delle azioni di OpenAI ha consentito a SoftBank un utile netto di 27 miliardi di dollari. Il gruppo ha confermato i piani per la costruzione di un data center da 500 miliardi di dollari nello stato dell’Ohio, alimentato da una centrale a gas da 9,2 gigawatt, nell’ambito del più ampio accordo da 550 miliardi che il Giappone ha siglato con gli Stati Uniti in chiave tariffaria.

Le Monde Diplomatique ci racconta di “soluzioni più scabrose dell’ingegneria finanziaria”. A marzo, OpenAi ha finalizzato una raccolta eccezionale di 122 miliardi di dollari. Amazon ha contribuito con 50 miliardi, in cambio dei quali OpenAi si è impegnata ad acquistare servizi cloud da Amazon Web Service (Aws) per 100 miliardi di dollari. A loro volta OpenAi e Aws hanno ordinato quantità gigantesche di chip a Nividia (gli operatori di IA utilizzano tonnellate di chip), che a sua volta ha investito 30 miliardi.

Una circolarità di finanziamenti davvero strana, dove i rapporti di equity di trasformano in rapporti di clientela e viceversa. Ciò non fa pensare a uno schema Ponzi, ma piuttosto ricorda l’Uroboro, il serpente che si morde la coda. Il settore dell’IA potrebbe entrare in un ciclo in cui i ricavi crescono ma i rendimenti sul capitale si comprimono. Una rottura in qualsiasi punto della spirale e s’innesca il panico con l’intero sistema che va a pallino.

Quindi la questione di Hormuz. Anche se vi fosse una soluzione e lo Stretto venisse riaperto immediatamente, vi sarebbero sicuramente delle carenze non solo di carburanti, ma una disarticolazione di altre essenziali catene di approvvigionamento, a cominciare dai fertilizzanti, plastiche, prodotti farmaceutici e altri prodotti per le lavorazioni elettrochimiche. La Cina dal 1° maggio ha vietato l’esportazione di acido solforico del quale è il maggior esportatore (serve per i fertilizzanti e per l’estrazione mineraria).

Un altro elemento chimico nevralgico è l’elio. È una risorsa fondamentale e insostituibile nell’industria dei semiconduttori. È estratto dal gas naturale e viene utilizzato massicciamente per raffreddare i wafer di silicio durante le lavorazioni ad altissime temperature e come gas di trasporto inerte nei processi di deposizione chimica.

Meno elio e a prezzi elevati, meno chip, meno potenza di calcolo e quindi meno entrate. A ciò s’aggiunge l’aumento del costo dell’energia (OpenAI consumerà tra alcuni anni una quantità di energia pari a quella dell’intera Florida) e dunque l’intero castello già vacilla.

Per chiudere il discorso: stagflazione, crollo dei corsi azionari e obbligazionari, dazi e divieti, quindi uno tsunami di perdite che arriverà da ogni direzione senza lasciare alcun luogo in cui rifugiarsi, con al centro le banche e la chiusura delle linee di credito. Viva l’economia di mercato.

2 commenti:

  1. Aspettiamo con ansia l'esplosione di questa ennesima bolla speculativa. La guerra può essere usata per rinviare il redde rationem. Buona domenica.

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