venerdì 28 marzo 2025

La strategia del porco ...

 

«In vista di un possibile scenario postbellico, i paesi europei vogliono evitare che Kiev smantelli le proprie forze armate: con 900 mila soldati, di cui 400 mila con esperienza diretta di combattimento, Kiev è oggi la potenza militare più consistente del continente. La proposta, che è anche il primo pilastro di Parigi e Londra, è allora quella di una “strategia del porcospino”, un modello difensivo ispirato a Israele, basato su una forza armata tecnologicamente avanzata, altamente addestrata e pronta a dissuadere qualsiasi nuova aggressione.»

Ma i creativi riuniti a Parigi nel loro summit di guerra hanno escogitato anche un’altra proposta, che però risulta “più controversa”, ossia quella «di creare una “forza di rassicurazione”, un contingente multinazionale da inviare in Ucraina solo dopo un cessate il fuoco completo [...]. Ma restano però enormi ostacoli operativi: la linea del fronte da controllare si estende per oltre 1.400 chilometri.» Un po’ come se una linea del fronte andasse dalle Alpi a Palermo.

In tutto ciò rilevo solo una grande strategia: quella di buttare tanti soldi e di creare una situazione permanentemente di ostilità e pericolo. Inoltre, sul presente, queste iniziative da parte di quel megalomane di Macron segnano un’ulteriore drastica escalation della guerra contro la Russia in Ucraina. Le principali potenze europee stanno tracciando la rotta verso la guerra con la Russia. Come dovrebbero sentirsi i russi se non ulteriormente minacciati? Se simili iniziative aggressive si sviluppassero da parte della Germania sul confine francese, dormirebbero sonni tranquilli a Parigi?

L’invasione russa del febbraio 2022, seguita dal tentativo di negoziare una pace con l’Ucraina nell’aprile dello stesso anno in Turchia, mirava a convincere i suoi partner occidentali a prendere sul serio le preoccupazioni del Cremlino.

La Francia, ha detto Macron, consegnerà «missili anticarro Milan, armi di difesa aerea come i missili MICA da usare sui caccia Mirage che abbiamo già consegnato e anche missili terra- aria Mistral». Ha promesso vecchi veicoli da combattimento, come veicoli blindati VAB, carri armati AMX-10 RC, munizioni e droni.

A che cosa punta in concreto Macron? Ad assumere un ruolo essenziale e importante in Europa e in tal caso nell’Est Europa. Il pretesto di Macron che la Russia stia minacciando tutta l’Europa, è una frode. La sua è una semplice politica di potenza, di riposizionamento, in un contesto di rottura storica nei rapporti dell’imperialismo europeo con Washington e della crescente guerra tariffaria di Trump contro l’Europa.

Macron sa bene che il semplice fatto che Trump abbia avviato colloqui con funzionari russi non significa che si raggiungerà la pace. Infatti, ieri è emersa la notizia che Washington, dopo aver sospeso brevemente i suoi aiuti militari all’Ucraina, ha ripreso i voli di rifornimento militare verso Reszow, in Polonia, un punto di trasbordo chiave delle armi per l’Ucraina che giungono dalle basi statunitensi nel Golfo Persico.

Da parte sua Zelens’kyj vuole aiuti e impegno diretto europeo per una guerra totale contro la Russia. È un fatto noto che i cani di piccola taglia abbaiano quando si sentono protetti dal padrone. Chi nega questa volontà di guerra e di odio contro i russi è un illuso e spesso anche peggio.

giovedì 27 marzo 2025

Più carne umana

 

Il vertice della coalizione dei volenterosi, come l’ha chiamato Emmanuel Macron, è durato circa tre ore all’Eliseo. Questo vertice è stato una scorreggia in faccia all’ONU, che a questo punto davvero non si sa perché continui ad esistere con la sua Carta. Siamo in trepidante attesa di conoscere chi partirà per il fronte russo-ucraino. Al momento si sa solo che si vuole andare avanti con le sanzioni. Quanto al resto ci sarà un nulla di fatto.

Domanda sulla difesa europea: per difendere che cosa? Questa domanda ne porta un’altra: con chi? Tutto fa pensare che ci stiamo muovendo verso una cooperazione militare simile a quella della NATO, poiché è questa struttura che si sta sostituendo, il cui pilastro principale, gli Stati Uniti, si è trasformato in un alleato di merda. Una nuova “alleanza”, composta dagli Stati membri dell’UE, ma non tutti e non solo. Saranno presenti anche Canada, Norvegia e Regno Unito, già membri della NATO, il che fa piacere a tutti, perché più carne da cannone c’è, più bella è la guerra.

La patriota Meloni Giorgia i soldati italiani ce li manderebbe di corsa, come già fece il suo idolo nel 1941, se non fosse frenata dal fatto che in tal caso le salterebbe la maggioranza di governo.

Invece il presidente croato Zoran Milanovic ha parlato chiaro: «L’esercito croato non andrà in missione e uno dei motivi è che questa missione non avrà mai luogo, con o senza la Croazia, perché non sono state soddisfatte le condizioni di base: un accordo di pace e il consenso dell’altra parte, che purtroppo è la Russia».

La Russia è “categoricamente contraria” allo spiegamento di qualsiasi forma di contingente militare proveniente da paesi alleati dell’Ucraina, ha dichiarato giovedì ai giornalisti la portavoce del ministero degli Esteri russo, mettendo in guardia dal rischio di uno “scontro diretto” tra Mosca e la NATO se le forze di peacekeeping europee saranno schierate in Ucraina.

Un Paese in lizza per il peacekeeping potrebbe essere la Turchia, ma sta scatenando qualche vespaio, soprattutto da parte greca.

Sulla carta avrebbe senso. La Turchia è membro dell’Alleanza Atlantica dal 1952 e la sua posizione è strategica: è un ponte tra l’Europa e il complicato Oriente, inoltre si affaccia sul Mar Nero e quasi confina con la Russia. Ha un esercito potente, il secondo più grande della NATO, con 350.000 effettivi, sempre sul piede di guerra, a causa della caccia al curdo, con un’industria degli armamenti che può essere descritta come molto dinamica.

La Turchia è più di una semplice candidata: “È inconcepibile garantire la sicurezza europea senza la Turchia”, ha insistito Erdogan. Quindi non c’è dubbio che non può restare ai bordi della strada. E se, allo stesso tempo, si potesse tornare a parlare di unione doganale con l’UE e di visti Schengen per i turchi, il Pascià di Ankara ne sarebbe felicissimo. Molto meno felici i padroni di Repubblica e i camerieri che vi prendono lo stipendio. La cosa non si concilia con il loro beniamino, Ekrem Imamoglu. Che tempi!

mercoledì 26 marzo 2025

Evitiamo di creare altri casi Hitler

 

Com’è noto, solo per caso Adolf non portò il nome Schicklgruber. Quel cognome era della nonna paterna, Maria Anna Schicklgruber, il cui figlio illegittimo, Aloys, diventerà il padre di Adolf. In seguito, la madre di Aloys sposò il mugnaio Johann Georg Hiedler. Aloys Hiedler, all’età di 39 anni, chiese e ottenne di mutare il proprio cognome da Schicklgruber in Hiedler. Il parroco, nell’annotare la modificazione e poi trasmetterla alle autorità civili, trascrisse Hitler invece di Hiedler. Non è noto il motivo.

Se il figlio di Aloys, Adolf, si fosse portato dietro il cognome originale del padre, Schicklgruber, non ci sarebbe stata storia: in tedesco Senkgrube significa scavatore di pozzi neri”. Poteva dominare la Germania e l’Europa con quel cognome? Lasciatemi ridere! Ma non c’era più niente da ridere da quando non portò più il cognome della madre di suo padre.

Dunque, potrei essere anche favorevole alla proposta avanzata da Dario Franceschini, tuttavia mi guarderei bene dal mettere mano ai cognomi, si sa mai che poi succedano dei grossi casini. Inoltre, se è vero che l’attribuzione del cognome della sola linea parentale paterna oscura unilateralmente il rapporto genitoriale con la madre, è anche vero che accogliendo la proposta Franceschini, accadrebbe loscuramento contrario.

L’illustre collega blogger Mario Seminerio, propone invece una cosa di buon senso, ovvero “che ognuno prende il caxxo di cognome che preferisce, giunto alla maggiore età”. Insomma, far diventare un interesse soggettivo quello che ad oggi è solo un interesse legittimo che va validato del Prefetto caso per caso. Sennonché il blogger non ha preso in considerazione le serie questioni burocratiche (e non solo) che deriverebbero se molte persone decidessero di mutare cognome a 18 anni.

Per esempio, subito dopo la nascita del proprio figlio, i genitori, per poter ricevere la tessera sanitaria a casa, devono presentare la dichiarazione di nascita al comune di residenza, che attribuisce al neonato il codice fiscale, utilizzando un sistema informatico collegato con la l’anagrafe tributaria. Problema questo risolvibile, me ve ne sono altri. Temo che l’ostacolo più grosso sarebbe rappresentato dal Vaticano, ovvero dei parroci, i quali sarebbero costretti al diuturno lavoro di aggiornamento dei registri parrocchiali. Già me li vedo chiedere un arrotondamento dell’otto per mille, verso l’uno per cento.

Infine, e non mi sembra secondario, va tenuto presente che con la sentenza n. 131 della Corte Costituzionale del 27 aprile 2022, è stata dichiarata l’incostituzionalità di tutte le norme che attribuiscono automaticamente il cognome del padre. Per cui è possibile attribuire il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, “salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due”.

Questa è la soluzione migliore, sennonché l’Alta Corte ha demandato al legislatore di regolare tutti gli aspetti connessi alla sentenza: “Aspetta e spera che l’ora s’avvicina, noi ti daremo un’altra legge e un nuovo Re”.

Hai ragione, ma però ...

 

Quando sento parlare oggi (oggi!) di violazione del diritto internazionale, mi vengono in mente alcune cosette che fino a ieri (ieri!) venivano tenute in non cale, tipo:

lanciare un attacco immotivato, in violazione del divieto di uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dallo Statuto di Roma, è un crimine; prendere di mira e uccidere leader politici non impegnati in combattimenti, in violazione delle tutele della Carta delle Nazioni Unite, del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) e dello Statuto di Roma, è un crimine; utilizzare armi o tattiche che non distinguono tra obiettivi militari e civili, in violazione del divieto di attacchi indiscriminati sancito dalle Convenzioni di Ginevra e dallo Statuto di Roma, è un crimine. Ieri, oggi e sempre.

Quando va bene, gli europeisti con l’elmetto ti rispondono: sì, hai ragione, ma però. Sono gli stessi che oggi denunciano l’aggressione all’Ucraina da parte russa, partendo dal terzo atto della commedia. I medesimi che dicono: eh però Hamas ...

Quando (governo D’Alema, ma non ha alcuna importanza il nome) mi passavano sopra la testa i bombardieri diretti a Belgrado, decisi di restituire i certificati elettorali che avevo ricevuto per posta in quei giorni (se non ricordo male si trattava di elezioni amministrative, ma a prescindere da questo), accompagnandoli con una lettera nella quale esplicitavo i motivi della restituzione. Inutile dire che non ricevetti risposta.

Mi chiedevo allora: se almeno un terzo degli elettori restituissero il proprio certificato elettorale, in segno di protesta e rifiuto di questo sistema omicida e criminale, succederebbe qualcosa? Forse sì, ma anche no. Non recarsi al seggio è una cosa, altra faccenda sarebbe quella di restituire in massa il proprio certificato elettorale magari accompagnandolo da due righe. Non accadrà mai. Penso che tutto sommato il giorno nel quale ci dovessero piovere bombe e missili in testa sarebbe propedeutico per dei popoli, come quelli europei, che non so nemmeno più come definire.

E del resto il tema del giorno non è, per esempio, quello degli omicidi sul lavoro, ma quello di quale cognome dare ai nascituri. Un giorno avremo solo un codice a barre.

martedì 25 marzo 2025

Veline

 


Odo stupidelli far festa. Non sanno più cosa inventarsi gli europeisti con l’elmetto, i quali presentano il Long Neptune, derivato dal missile antinave ucraino R-360, a sua volta originariamente derivato da un suo omologo russo. R-360 è entrato in servizio presso la marina militare ucraina nel marzo 2021, esattamente quattro anni fa.

La nuova conversione del missile che Kiev sostiene di aver lanciato,  non è quella mostrata nella foto. Del Long-Neptun al momento non si sa nulla di preciso e non esiste di esso alcuna foto. Andrà meglio la prossima volta con le veline di Kiev. Intano siamo in trepidante attesa di conoscere dalla nostra libera stampa quanti poveri ragazzi ucraini sono rimasti uccisi in questa guerra alimentata costantemente con armi e denari europei.

Questo è l'R-360.


Sanno come farsi servire il tè

 

Un tempo la società funzionava in modo semplice: i poveri e i ricchi vivevano su due pianeti separati. La plebe non poteva aspirare di possedere le stesse cose dei nobili. Oggi la disuguaglianza della ricchezza non protegge più i ricchi dai poveri come un tempo. Nonostante tutti gli sforzi dei dominanti nelle cosiddette società opulente i poveri non sono più totalmente indigenti.

Poiché la maggior parte dei bisogni primari è stata soddisfatta, restano solo gli oggetti inutili che devono essere resi indispensabili, altrimenti il sistema economico non potrebbe durare un giorno di più. La vera difficoltà sta nell’introdurre costantemente nuovi elementi di distinzione sociale nel sistema. Come si può garantire che la stratificazione sociale continui?

Producendo e vendendo merci che hanno un solo obiettivo: produrre identità, offrire la possibilità di distinguersi dalle altre classi sociali. Un lavoro infinitamente più complesso di quanto sembri: oggi per distinguerti, per essere fashion, devi vestirti di stracci autentici, pescare nell’arsenale lessicale anglosassone e dedicarti al greenwashing. Che tradotto significa produrre abiti a basso costo e di bassa qualità realizzati da schiavi che possono lavorare fino a 75 ore a settimana, per poi spedirli per via aerea ai clienti occidentali, dove vengono venduti a meno di dieci euro. Consumare vestiti per una manciata di euro, indossarli – o no – buttarli via, comprarne altri.

Se lo scopo fosse acquistare meno cose nuove e più cose usate, andrebbe bene. Ma lo scopo è alimentare i profitti dell’assurda industria del consumo ultra veloce, con tanti saluti ai sognatori della transizione ecologica che amano andare a sciare e prendere l’aereo per lo shopping.

Possiamo scegliere tra hard discount e le gastronomie di nicchia (purtroppo il caviale ha ancora l’IVA al 22%, ma verrà giustizia), tra il mercatino e la boutique, scegliere tra una moltitudine di marchi. Scegliere per modo di dire, poiché si sceglie secondo il proprio portafoglio e spesso in base alla propria capacità d’indebitamento. Un motivo per rendere florido anche il mercato del taroccato, come sanno quelli che regalano borse griffate.

In realtà non è cambiato nulla: loro sono tutto e noi non siamo niente, eterni bambini grandi sotto tutela. Il denaro come sempre produce di per sé una effettiva segregazione sociale, che va ben di là di certi consumi. Basta vedere dove abitano i ricchi e dove abitano gli altri, quali scuole frequentano i loro figli (meritevoli a prescindere), l’accesso a una sanità di qualità e senza estenuanti liste d’attesa, per non parlare di vacanze e svaghi esclusivi, soprattutto sanno come farsi servire il tè. Dobbiamo ringraziare pensando a quei poveri russi e cinesi per come se la passano male.

domenica 23 marzo 2025

Sul techno-feudalesimo

 

“Le big tech, le grandi aziende digitali, sono organizzazioni ibride che avendo conquistato il controllo della conoscenza esercitano un potere che eccede il loro monopolio economico per diventare anche politico”. A dire queste cose è Cédric Durand, già professore all’Università Sorbona Parigi-Nord ed oggi economista dell’Università di Ginevra.

In buona sostanza il prof. Durand ci parla del monopolio dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), del modo in cui queste multinazionali governano la società attraverso algoritmi e della cristallizzazione di un’ideologia di destra associata alla rivoluzione digitale (mia la sintesi). Nulla di nuovo, dunque, e già il Grande Vecchio un secolo e mezzo fa si spingeva oltre, rilevando come le aziende tecnologicamente all’avanguardia e che controllano la catena del valore, ricevono una quota maggiore del plusvalore man mano che aumenta la produzione.

Pertanto, osservo, più ancora che a una attività che crea valore, queste big tech sembrano dedite a una cattura accelerata del plusvalore prodotto socialmente. In effetti, è attraverso le grandi piattaforme che si esplica la dimensione “feudale” nel capitalismo digitale (facciamo buona questa dizione), dunque le forme di vassallaggio imposte ad altri attori tramite il controllo verticale sulle interfacce software che consentono alle applicazioni di terze parti di connettersi ai loro servizi.

Durand pensa di essere un marxista (così lo etichetta Wikipedia) o qualcosa del genere e proclama: “Il capitalismo della sorveglianza sa tutto dei suoi utenti e ne prevede i comportamenti in modo tanto capillare da poterli manipolare”. Anche qui nulla di nuovo, salvo il fatto che a riportare tutte queste parole è il quotidiano dei padroni e dei rentiers, ossia il Sole 24 ore di oggi. L’articolo ha questo titolo: “I techno-feudatari avanzano ma possono essere arginati”.

E adesso viene il bello, perché secondo l’articolista (Luca De Biase) il prof. Durand ha la sua bella soluzione: “[...] la Cina dimostra che i techno imprenditori possono essere tenuti a bada dal potere politico”. Il che è vero, se si astrae da un dettaglio, ovvero che la Cina non è un paese democratico quale lo intendiamo comunemente in Occidente. Si potrebbe anche passarci sopra, ma lo stesso Durand afferma poco più avanti: “Tutto questo per evitare una regressione della democrazia è una degradazione della modernità”.

In Cina, a riguardo di controllo sociale attraverso gli algoritmi, la realtà sembra incontrare la fantascienza, attraverso il sistema del “credito sociale”, volto ad assegnare agli individui un punteggio di affidabilità che determina l’accesso a determinati servizi (invece in Europa ci vogliono trasformare in “cittadini soldati”). Oltretutto, vorrei ricordare al prof. Durand (so che legge il mio blog da anni e anni), ma anche al simpatico Carlo Rovelli (che mi scrive lunghe e-mail), che la Cina tutto è tranne un paese socialista.

Nessun techno-feudalesimo, solo il capitalismo a un suo passaggio depoca.

sabato 22 marzo 2025

La tragedia di un “comunista” ridicolo

Sembra di capire, anzi è senz’altro vero che Bertinotti non esclude di credere in una dimensione trascendente, dunque in una dimensione metafisica. Si schernisce, dice che è una cosa troppo intima per parlarne pubblicamente in dettaglio. Ma intanto lo fa sapere. Posso capire, stante il peso della vecchiaia, i dubbi esistenziali di un’anima comune a riguardo dell’enigma dell’uscita dal tempo, ma che dire di un leader politico che voleva rifondare il comunismo fin dal nome del suo partito? Che Bertinotti sia stato, al pari di molti altri ex Pci e dintorni, un violentatore degli ideali in cui diceva di credere, non va posto in discussione.

Sostiene di credere ancora nel socialismo, dunque nel riformismo, come ha dato prova coerente per tutta la sua vita e fin dalle sue origini politiche. Ha sempre giocato da terzista. Bertinotti nel 1998 face cadere il governo Prodi. Quest’ultimo, di nuovo a cavallo e conoscendo la vanità del leader comunista, nel 2006 ne assecondò l’elezione a presidente della Camera (*).

Bertinotti, nella sua prima sortita post-elettorale del 2006, non usò chiaroscuri: «Ogni iniziativa politica nei confronti della Cdl sarebbe una stonatura, una sgrammaticatura e dunque la ricerca di intese istituzionali per la ripartizione della cariche è un errore politico cui saremmo indisponibili». Che sepolcro imbiancato.

Bertinotti dedicò quell’elezione al seggio più alto di Montecitorio “alle operaie e agli operai”. Francesco Cossiga, il personaggio più pirandelliano di quell’epoca, gli mandò un telegramma in cui si definiva il “secondo unico marxiano d’Italia dopo di te”. Chissà cosa direbbe oggi quello stravagante bipolare se sapesse della parabola di Bertinotti anche in materia religiosa. Gli regalerebbe un rosario.

(*) La Stampa del 12 aprile 2006: Cancellando un suo precedente auspicio in questa direzione, il Professore ha giudicato negativamente l’ipotesi di assegnare una delle presidenze delle Camere all’opposizione: «No, non lo faremo - ha detto Prodi - non fa parte del nostro programma». Certo, il probabile prossimo presidente del Consiglio potrebbe avere interesse a tenere aperto il dialogo con l’opposizione - o almeno con la sua parte più moderata, quella che fa capo all’Udc - ma per le presidenze delle due Camere sa già di dover soddisfare tre prenotazioni importanti: quella di Massimo D’Alema e di Fausto Bertinotti per la Camera dei Deputati e quella di Franco Marini, della Margherita, per la presidenza del Senato. E dunque con tre aspiranti per due poltrone, Prodi è in qualche modo costretto a giocare nella sua metà campo. Anche perché i due pretendenti per la presidenza di Montecitorio restano motivatissimi.

È sempre colpa di Putin

 

Sempre distratti dalle cazzate di Meloni e di Schlein (la sua famiglia, ebraica, ha origini ucraine), sta passando sotto silenzio la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha ordinato al governo ucraino di risarcire le vittime dell’attacco incendiario del 2014 a Odessa da parte di teppisti fascisti, che causò la morte di 42 persone e il ferimento di altre 170.

La Corte ha stabilito che le autorità ucraine hanno violato l’art. 2 della Convenzione europea per non aver adottato le misure necessarie per prevenire la violenza, per non essere intervenute tempestivamente una volta scoppiati gli scontri, né di aver garantiti soccorsi adeguati alle persone intrappolate nell’incendio della Casa dei Sindacati. Inoltre, è stata accertata una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare a causa dei ritardi nella restituzione del corpo di una delle vittime alla sua famiglia.

La causa è stata presentata alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo dai parenti di 25 delle vittime dell'incendio doloso, insieme a tre sopravvissuti al massacro.

Nella sua sentenza, la Corte, in quanto istituzione dell’imperialismo europeo, ha fatto del suo meglio per sostenere la narrazione secondo cui il rogo di 42 contro-manifestanti da parte di teppisti di destra, definiti manifestanti “pro-unità”, era in qualche modo il risultato della “propaganda russa”.

Afferma:

«La Corte ritiene che tale disinformazione e propaganda potrebbero aver avuto un impatto anche sui tragici eventi dei casi in esame. [...] Il movimento filo-russo “Kulykove Pole” di Odessa si è basato in larga misura su messaggi di disinformazione e propaganda aggressivi ed emotivi sul nuovo governo ucraino e sui sostenitori di Maidan, espressi dalle autorità russe e dai mass media.»

Questo stravolgimento della verità (è stato un atto di terrore politico e omicidio di massa compiuto con piena consapevolezza) non spiega perché la polizia e i vigili del fuoco di Odessa siano rimasti a guardare mentre 42 persone bruciavano vive.

Nelle conclusioni della Corte, si ammette che: «Nonostante le numerose chiamate ai vigili del fuoco, che si trovavano a meno di 1 km di distanza, il capo regionale dei vigili del fuoco ha ordinato al suo staff di non inviare autopompe a Kulykove Pole senza un suo ordine esplicito.»

venerdì 21 marzo 2025

Un dettaglio della storia

Mentre ci trastulliamo con immagini esotiche di Ventotene, il criminale di guerra Benjamin Netanyahu ha ordinato alle forze di occupazione israeliane (IDF) di riprendere il bombardamento di Gaza in una rinnovata offensiva mirata allo sterminio sistematico della popolazione palestinese.

Il fatto che se ne parli poco o non se ne parli affatto è perché quella tragedia non fa più spettacolo. Itamar Ben-Gvir, leader di estrema destra del Jewish Power ed ex ministro della sicurezza nazionale, è rientrato nel governo di coalizione di Netanyahu dopo essersi dimesso per protesta contro il cessate il fuoco di gennaio. Ciò garantisce il passaggio regolare del bilancio, osteggiato da alcuni partner ultra-ortodossi di Netanyahu, in una votazione chiave alla fine di questo mese che altrimenti avrebbe precipitato le elezioni anticipate.

La continuazione dello sterminio ha anche questa motivazione. La Conferenza di Wannsee ha insegnato molto. Circa 40.000 israeliani in piazza Habima a Tel Aviv per una delle più grandi manifestazioni degli ultimi mesi. Non era incentrata sulla ripresa del genocidio, ma era stata pianificata in precedenza per opporsi al piano di Netanyahu di licenziare il capo della sicurezza interna dello Shin Bet, Ronen Bar.

Le proteste sono guidate da individui e tendenze non meno impegnati di Netanyahu nel progetto sionista di espansione di Israele a spese dei palestinesi. Non hanno nulla da dire sul blocco totale dell’enclave da parte di Netanyahu, che impedisce l’ingresso di cibo, carburante e medicinali e interrompe la fornitura di elettricità a Gaza, iniziato all’inizio di questo mese. Non hanno rilasciato dichiarazioni contrarie alla ripresa della strage. Sono tutti complici dei crimini di di Netanyahu.

Il loro timore è che la svolta verso una dittatura aperta e il dominio delle forze religiose sulla vita quotidiana possano mettere a repentaglio gli interessi dell’élite professionale, industriale e finanziaria di Israele. In sostanza, la differenza tra le due ali della borghesia israeliana, quella governativa e quella dell’opposizione, si basa su quale fazione sia più adatta a difendere il sionismo. È la stessa cosa dappertutto, una guerra tra fazioni borghesi. Compresa l’Italia, dove la borghesia “progressista” si sente europeista anzitutto a difesa degli interessi della rendita finanziaria, mentre l’altra fazione, “conservatrice” e fascista, pensa che sia in chiave nazionalista la miglior difesa degli interessi corporativi e di classe.

Invitati da Netanyahu a una conferenza sull’antisemitismo, i leader populisti e ultraconservatori di tutto il mondo si incontreranno in Israele alla fine del mese. L’idea è quella di “riunire rappresentanti del governo, editorialisti israeliani e stranieri, associazioni attive sul territorio, rappresentanti delle comunità ebraiche, ma anche ricercatori, accademici e studenti, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle realtà che gli ebrei devono affrontare in Israele e altrove dal 7 ottobre”. Il casting ci dice tutto.

A cominciare dal presidente argentino Javier Milei, dai francesi Jordan Bardella e Marion Maréchal (si danno da fare per scrollarsi di dosso l’antisemitismo di Jean-Marie Le Pen), accompagnati, tra gli altri, da Charlie Weimers, politico svedese, eurodeputato del Partito Democratico, organizzazione nazionalista. Quindi Kinga Gàl, deputata ungherese vicina a Viktor Orbàn, e Stebastiaan Stoteler, politico olandese di estrema destra, membro del Partito per la Libertà. Quest’ultimo fa parte del gruppo Patrioti per l’Europa, fondato in seguito alle elezioni europee del giugno 2024 su iniziativa di Viktor Orbàn e presieduto da Jordan Bardella.

È stato invitato anche Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, un’entità a maggioranza serba in Bosnia, su cui pende un mandato di arresto per attentato all’ordine costituzionale. Da parte degli Stati Uniti, interverrà l’ex ambasciatore in Israele David Friedman, in carica dal 2017 al 2021 sotto la presidenza di Trump. Questo ebreo ortodosso è favorevole agli insediamenti in Cisgiordania e responsabile degli investimenti di Trump nel settore dei casinò.

Sono stati invitati anche diversi personaggi dei media noti per il loro sostegno a Israele, tra i quali vi sono anche degli italiani (non posso fare i loro nomi fino al 26-27 marzo). Tra i temi che saranno trattati da questo consesso di fascistoidi, spicca questo: “Come il progressismo è caduto prigioniero dell’antisemitismo”. È stata organizzata anche una tavola rotonda dal titolo “Il legame giudeo-cristiano - Combattere insieme”. Vale la pena notare che uno degli ospiti in Israele, lo spagnolo Hermann Tertsch, è figlio del diplomatico nazista Ekkehard Tertsch. Un dettaglio della storia, senza dubbio. 

giovedì 20 marzo 2025

Diatribe tra liberali e fascisti

 

È normale che i fascisti non si riconoscano nel cosiddetto Manifesto di Ventotene. Viceversa e apparentemente, non è normale che i borghesi liberali vi si riconoscano. Il 24 febbraio dell’anno scorso mi chiedevo “se si sono presi la briga di leggerlo!”. Quel documento è un potpourri ideologico scritto in un frangente storico molto particolare: nella Resistenza sono numerosi i testi a vocazione federalista, al punto che si può parlare di inflazione. Nacquero diverse centinaia di progetti, più o meno utopici, che tenevano conto del crollo delle strutture politiche tradizionali e proponevano il quadro europeo come soluzione postbellica (*).

È indubbio, senza voler “estrapolare” ma citando ampiamente come del resto facevo in quel post premonitore, che il Manifesto di Ventotene, nella sua sovrapposizione di temi e incantesimi federalisti, fonde anche caratteri non solo genericamente marxisti (nel rifiuto di attingere a soluzioni prebelliche, sottolinea costantemente la sua dimensione rivoluzionaria), ma anche segnatamente leninisti – il leninismo della NEP – e d’implicita critica allo stalinismo. Penso di avere qualche titolo per poterlo affermare.

I liberali in quel documento possono rintracciarvi ampie e puntuali prese di posizione contro la proprietà privata, la necessità di abolirla o di fortemente limitarla “caso per caso”. È vero che i liberali odierni possono constatare che, salvo situazioni marginali, la proprietà privata è stata nel frattempo effettivamente abolita. Lo testimonia il monopolio imperante. Dunque, nell’epoca dei grandi paradossi, per i liberali il Manifesto può essere letto e interpretato anche in tal senso, mentre per i loro amici/avversari fascisti risulta essere decisamente indigesto poiché si esprime nettamente contro il nazionalismo e altro.

Resta la domanda: perché i liberali alla Camera si sono fatti coinvolgere e intrappolare dai fascisti su una questione in cui si può misurare la loro intrinseca ipocrisia e il persistente retaggio ideologico? Semplicemente perché al partito della borghesia monopolistica conviene parlare d’altro che non delle questioni riguardanti la vita delle persone dalle quali si fanno mantenere.

(*) Il Manifesto di Ventotene fu scritto nel 1941 da Altiero Spinelli in collaborazione con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, caporedattore dell’Avanti!. È scritto nel luogo in cui sono confinati Spinelli e i suoi compagni antifascisti, sull’isolotto di Ventotene, di fronte al golfo di Gaeta, a 28 km dalla terraferma. «Durante l’inverno 1940-1941, quando quasi tutta lEuropa continentale era sottomessa a Hitler, mentre lItalia di Mussolini seguiva le orme del Führer e l’URSS stava digerendo il bottino che era riuscita a catturare, mentre gli Stati Uniti erano ancora neutrali e l’Inghilterra resisteva da sola, trasfigurandosi agli occhi di tutti i democratici dEuropa nella loro patria ideale, proposi a Ernesto Rossi di scrivere insieme un “manifesto per un’Europa liberata e unita”, e di inviarlo clandestinamente nel continente. Sei mesi dopo, mentre gli eserciti di Hitler si lanciavano in territorio russo, continuando a volare, come l’anno precedente in Europa, da una vittoria all’altra, il Manifesto era pronto. (Altiero Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio: io, Ulisse, Il Mulino, 1987, p. 311.»


mercoledì 19 marzo 2025

[...]


Verso la catastrofe globale annunciata? I nervi fanno la politica.

Come possiamo resistere al linguaggio disinibito e bellicoso che sta infettando il mondo? La volgarità dei guerrafondai non è una novità, ma è preoccupante il modo in cui essa prende il potere utilizzando l’arma dell’intimidazione.

La lingua è uno strumento di acclimatazione e le peggiori infamie si manifestano innanzitutto attraverso la parola. L’attuale clima linguistico non solo si sta deteriorando: si sta organizzando per soffocarci con continue invettive, che presto richiederanno linciaggi, esecuzioni e deportazioni.

La realtà non è mai enfatica. Semplicemente, tra orrore e stoicismo, poco alla volta prende piede. La strategia del carciofo. Coloro che comandano sono sempre i peggiori, vale a dire: i presidenti, i generali, i ministri, i cancellieri, i superiori, i capi, i direttori.

Dove sono finite le persone che sanno creare scompiglio? 

“L’Europa deve prepararsi alla guerra”

 

Netanyahu accelera la “soluzione finale” a Gaza (e in Cisgiordania). Quello che c’era da dire in proposito nel mio piccolo l’ho scritto molti mesi fa. Purtroppo i fatti successivi mi danno ragione: i sionisti vogliono sbarazzarsi dei palestinesi così come i nazisti degli ebrei e dei comunisti. “Soluzione finale” è la dizione esatta di ciò che sta accadendo e non mi pare che vi siano obiezioni da parte degli “europei” con l’elmetto.

Il bombardamento è stato effettuato con bombe americane in coordinamento con l’amministrazione Trump, che ha riconosciuto lunedì di essere stata informata in anticipo. Vale a dire, l’ennesima strage è stata un’operazione congiunta Trump-Netanyahu.

Negli oltre 500 giorni trascorsi da quando Israele ha lanciato il genocidio di Gaza, le variazioni nel ritmo della campagna di sterminio, presentate come “cessate il fuoco” dai media, si sono semplicemente rivelate delle opportunità per la rotazione delle truppe e il rifornimento di scorte di munizioni in preparazione del prossimo massacro.

Cambiamo fronte, andiamo su quello dell’Ucraina. Della telefonata tra Trump e Putin nessuno sa niente. Il cessate il fuoco non è vicino e la pace è lontana, quella vera e duratura sarà impossibile. Non è difficile vedere che il maggiore ostacolo è proprio Zelens’kyj. Prima o poi, in un modo o nell’altro, sarà necessario toglierlo di mezzo, avendo cura, se possibile, di non farne un martire.

Per anni mi è stato detto che sono una Cassandra. Rilevo semplicemente, tra le altre cose, che vi sono casi nella storia in cui i fatti si oppongono materialmente alle migliori intenzioni. Se poi consideriamo che ogni freno alla brutalità del dominio di classe è stato abbandonato, non deve stupire che nelle intenzioni di una borghesissima idiota come Von der Leyen vi sia: “L’Europa deve prepararsi alla guerra”.

martedì 18 marzo 2025

Il riarmo della Germania

 

Il vecchio Bundestag ha votato oggi la modifica della Costituzione e dunque il pacchetto di debiti del valore di centinaia di miliardi di euro che saranno destinati prevalentemente per il riarmo della Germania. In sostanza è stato rimosso il “freno al debito” del bilancio, un meccanismo che impedisce nuovi prestiti superiori allo 0,35% del PIL all’anno.

In linea di principio, la Germania dispone di un margine di sicurezza sufficientemente ampio per aumentare i prestiti. Il suo rapporto debito/PIL è molto basso rispetto agli standard delle maggiori economie mondiali, attestandosi a meno del 65% del PIL. Tra i primi 10 leader mondiali, solo la Russia ha una percentuale più bassa, circa il 16% del PIL (*).

CDU/CSU, SPD e Verdi hanno ottenuto il 71% dei voti, la maggioranza richiesta è dei due terzi. I partiti di estrema destra e di sinistra avevano vinto più di un terzo dei seggi nel nuovo Bundestag, che si costituirà il 25 marzo. Non si poteva aspettare una sola settimana. La chiamano democrazia. I perdenti delle elezioni, la SPD e i Verdi, stanno brindando.

513 membri del parlamento hanno votato a favore della proposta, come annunciato dalla presidente del Bundestag Bärbel Bas (SPD). Hanno votato contro 207, non ci sono state astensioni. Le modifiche di quattro articoli della Costituzione potranno entrare in vigore se anche il Consiglio federale le approverà con una maggioranza di due terzi. La votazione alla Camera di Stato è prevista per questo venerdì.

La responsabile del gruppo parlamentare SPD, Katja Mast, ha definito la decisione storica per la Germania: “Con un fondo speciale di 500 miliardi di euro, stiamo lanciando il più grande programma d’infrastrutture nella storia della Germania”. Per “infrastrutture” s’intende in gran parte spese “senza limiti” per il riarmo. Merz: “Pronti a tutto per difenderci dalla Russia”.

(*) La Germania fa parte del mercato unico europeo del debito. E il denaro preso in prestito dai tedeschi non sarà disponibile per altri Paesi che, a differenza della Germania, si trovano in una situazione fiscale e debitoria molto più difficile.

Prendiamo ad esempio l’Italia. Il rapporto debito/PIL si aggira intorno al 140%, ovvero più che doppio rispetto alla Germania. Si tratta di un livello di debito pericoloso, tuttavia se la Germania inizia a svuotare il mercato del debito, la situazione di paesi come l’Italia, ma anche la Francia e altri, peggiorerà drasticamente. Tutto questo sullo sfondo di un conflitto con la Russia e di una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Epochenbruch

 

Nonostante possieda quasi 500 miliardi di dollari di ricchezza, Elon Musk è preoccupato quasi quanto una famiglia italiana media verso la fine del mese. Per la sua Tesla le vendite non vanno per niente bene. A cominciare dal più grande mercato automobilistico del mondo: la Cina. E nonostante sia previsto che le vendite di veicoli elettrificati, principalmente a batteria o ibridi, quest’anno nel celeste impero supereranno quelle con motore a combustione interna. Anzi, proprio in ragione di questo.

La vendita di veicoli elettrici ha subito un rallentamento anche in Europa e negli Stati Uniti. Altro fatto di rilievo è il primato nel 2024 dei marchi cinesi nella stessa Cina: sono passati dal 38% nel 2020 al 56%, dimostrando di essere in grado di sfidare le compagnie giapponesi, americani ed europee. La guerra dei prezzi, innescata due anni fa da Tesla, è il risultato dell’entrata in produzione del suo impianto gigante a Shanghai, la cui capacità produttiva va da 750.000 a un milione di unità.

Da questa guerra al momento stanno uscendo rafforzate alcune società cinesi, non solo BYD, ma anche altre come Changan, Chery e Greely, le quali l’anno scorso hanno superato il milione di vendite ciascuna. L’accordo con Tesla del 2018, è l’applicazione della strategia di mettere in una piscina, in questo caso il mercato cinese delle auto elettriche, un pesce predatore, in modo che gli altri pesci spaventati nuotino più veloci.

I cinesi hanno imparato a sfruttare le forze di mercato, facendo piangere calde lacrime ai liberali di casa nostra.

Impressiona il balzo in avanti di BYD, che può trovare un confronto storico solo con la Ford dopo la prima guerra mondiale. Con la gestione scientifica del processo produttivo, il famoso modello T introdotto nel 1908, Ford rivoluzionò l’industria dell’automobile, dando inizio alla motorizzazione di massa del secolo scorso, passando in soli quattro anni, dal 1920 al 1924, da 460 mila a quasi due milioni di autoveicoli venduti.

BYD dal 2020 al 2024 è passata da 400 mila autoveicoli a più di 4 milioni, decuplicando le vendite. Così come già successe con il sistema tayloristico di Ford, sono stati introdotti nuovi sistemi di produzione. Nel caso di Tesla e BYD, dopo decenni di organizzazione orizzontale con il trasferimento della produzione di componenti a fornitori esterni, si è tornati all’integrazione verticale, con la produzione interna dei componenti.

L’auto elettrica non è solo un motore elettrico montato su un telaio, essa richiede una trasformazione radicale del modo di costruire automobili, con la distruzione di quote considerevoli del capitale fisso esistente. I tedeschi, ma non solo loro, sono chiamati a imparare la dura lezione. Questo cambio di strategia dei grandi marchi non promette bene nemmeno per il settore italiano della componentistica per auto.

L’industria automobilistica è stata la spina dorsale dell’economia europea, con 6,5 milioni di posti di lavoro diretti. Secondo il rapporto del 21 marzo 2024 Global auto Outlook: Steering through turbolence di Allianz Research, l’auto elettrica metterebbe a rischio nell’Unione Europea 730.000 posti di lavoro, di cui almeno 260.000 in Germania. Si comprende perciò la necessità di riconvertire una parte dell’industria automobilistica civile in produzioni di armamenti.

Il passaggio all’elettrico non è solo una questione tecnologica, ma anche e soprattutto politica e strategica. Con buona pace di quella “climatica”, utile per gettare fumo negli occhi alle plebi.

Ecco perché vedere l’elettrificazione dell’auto solo dal punto di vista degli effetti climatici e delle emissioni inquinanti distorce la visuale. È necessario vedere l’elettrificazione del sistema dei trasporti in una prospettiva strategica, tenendo conto che l’Europa dipende dalle importazioni di petrolio per la quasi totalità dei suoi consumi. Per lo stretto legame tra petrolio e motore termico, l’interruzione delle forniture farebbe collassare il sistema dei trasporti europei, e quindi l’economia.

Posto che un conflitto bellico tra potenze imperialistiche riguarda solo il quando e non la sua possibilità (la spartizione del mondo non è il preludio a una nuova coesistenza, ma la premessa di una lotta per la vita o la morte), anche per la Cina la sicurezza energetica è da tempo una priorità sia economica che militare. Pechino è preoccupata per la possibile distruzione delle linee di rifornimento di petrolio, perciò ha definito prioritario lo sviluppo delle fonti energetiche domestiche, sia convenzionali e sia rinnovabili.

È proprio vero quello che si legge e si sente oggi sui media, il mondo è cambiato. Per dirla con il cancelliere tedesco in pectore: Epochenbruch, rottura epocale. I cinesi lo sanno da decenni e si sono portati avanti, mentre l’Europa (e fino a ieri gli Stati Uniti) ha bisogno dell’Ucraina per fare bau alla Russia. Perfino quello stravagante di Trump appare un gigante del pensiero strategico rispetto a Obama e Biden. Un’epoca di paradossi, non c’è che dire.

lunedì 17 marzo 2025

L’Unione Europea non esiste se non come ...


Giovani, l’Europa vi chiama. La naja è sospesa, non abrogata. Fino all’età di 45 anni, i maschietti sono richiamabili per il servizio militare. L’ex baby-sitter di casa Fiorello ha dichiarato che l’Italia non invierà soldati. Che ciò possa dipendere da lei è solo illusione. Ad ogni modo speriamo che a questo paese d’inveterati ipocriti non accada nulla di esplosivo per ritorsione verso tali prese di posizione. Va tenuto conto della guerra non ortodossa.

Per la democrazia ci vuole la pace; per la pace ci vuole la sicurezza, per la sicurezza ci vogliono le armi. Finalmente ci siamo arrivati, imbelli fannulloni. Me ne ricordo un altro di sillogismo simile: le sarde salate fanno bere molto; bere molto spegne la sete; dunque, le sarde salate tolgono la sete. Ineccepibile.

A incitare alle manifestazioni di piazza per il riarmo sono i giornali sciovinisti della grande borghesia. Un film già visto. Michele Serra dice: “Non abbiamo risposte, solo domande”. Anche se questo simpatico briccone certamente non mi sente, gli rispondo.

Il concetto di “sicurezza” implica la sfera economica. Economia e guerra sono sempre andate di pari passo – per accaparramento di risorse, difesa di rotte commerciali strategiche, protezione o espansione di mercati di acquisto o di vendita, eccetera. Lo spazio economico va conquistato e difeso, con le armi, più ancora di un territorio limitato. Il potere possiede questa consapevolezza, e tale consapevolezza è alla base del potere delle classi dominanti.

Veniamo all’oggi: l’inasprimento e approfondimento degli antagonismi generati dall’imperialismo portano alla guerra. L’imperialismo europeo, non meno degli altri imperialismi, è reazionario nei suoi fondamenti economici. Dichiararsi “europei” in questo frangente storico significa appoggiare l’imperialismo europeo.

L’Unione Europea non esiste se non come rappresentante degli interessi delle banche e dell’oligarchia finanziaria. È sufficiente pensare al sistema vigente dei meccanismi fiscali, così come quello dei salari e delle tariffe, per avere una prova lampante che non esiste alcuna “unione”. I vari Michele Serra, stipendiati dai padroni dei giornali, hanno interesse a far gli ingenui e, con aria seria, parlare di democrazia e di pace sotto l’imperialismo europeo, che non pensa ad altro che ai profitti e a riarmarsi.

Vediamo la Germania: è necessario un emendamento costituzionale che faccia decollare il massiccio pacchetto di riarmo e guerra. Domani, in convocazione straordinaria, il Bundestag uscente, la CDU/CSU e la SPD, insieme ai Verdi, voteranno per il riarmo e la guerra. Perché dopo il riarmo è sempre venuta la guerra. Vedere la signora Liliana Segre in sintonia con i rappresentanti dell’imperialismo germanico fa un certo effetto.

Sia chiaro: la propaganda pacifista corrente non è dissimile, perché punta a riformare il sistema. Pensate un po’, riformare il monopolio e l’imperialismo! Per un capitalismo “onesto”, possiamo immaginare. Consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente nel regime del capitalismo. 

sabato 15 marzo 2025

Grazie, idioti

 




Nel caso non vi fossero chiari questi due grafici, consiglio di unirvi agli idioti che sfilano oggi in piazza.

Siamo tutti europei. Bene, bravi. Cominciamo ad esserlo dai salari e della sanità. Molti di noi sarebbero disposti a sentirsi non solo “europei”, ma anche svizzeri. 

venerdì 14 marzo 2025

Perché i padroni della UE non vogliono la pace in Ucraina

È sul modello dell’economia di guerra che debbono essere ristabiliti i fondamentali, tanto produttivi che strategici. A parlare sono già i numeri a bilancio: negli ultimi tre anni la spesa militare dei paesi UE è passata da 214 a 326 miliardi di euro, con un aumento del 52%, e al 2% del Pil dell’Unione. Si prospetta concretamente di salire almeno a 500 miliardi di spesa annua, al netto del piano di riarmo della presidente la commissione europea.

Gli utili idioti che sfileranno nelle piazze domani lo faranno a sostegno di questo modello strategico industriale-militare, del quale sono ben consapevoli a Parigi, a Berlino, a Bruxelles. Stiano dunque attenti i governi e le forze politiche nei loro dibattiti concitati ad ostacolare questa determinazione dei centri di potere europei di armarsi economicamente, militarmente e psicologicamente. Non saranno né Trump e nemmeno Putin, ossia l’oggettiva convergenza degli Stati Uniti e della Russia contro l’imperialismo europeo, a salvarli dalle sicure ritorsioni.

L’Unione Europea ha tutto l’interesse di contrastare la gestazione di una duplice intesa. Fa leva sul conflitto russo-ucraino per impedire che ciò si realizzi. Ecco perché nei fatti è favorevole alla continuazione della guerra. Del resto, in questi tre anni di guerra, l’Europa non ha mai proposto nulla di alternativo alla guerra in corso e dunque ha dimostrato il completo disinteresse per le sorti di chi quel conflitto lo patisce sulla propria ghirba.

Secondo gli umori di Washington tale intesa potrebbe anche diventare triplice, almeno per un certo periodo, vale a dire un asse tra Washington, Mosca e Pechino a spese dell’Europa. Per contro, ciò non significa sostenere il modello produttivo-strategico europeo che si profila. Anzi, andrebbe combattuto, ma non il nome di una generica pace e di un astensionismo imbelle, ma in nome di un internazionalismo antiimperialista di cui però non si vede traccia.

Per la Cina imperialista il discorso è diverso per quanto riguarda i rapporti con l’Europa. E viceversa: per la Ue Pechino si è dimostrata un attore più affidabile, esiste uno spazio di negoziazione su interessi comuni. Per parte cinese, l’Unione Europea è un interlocutore unico, invece di rivolgersi ai singoli paesi. Pechino sa valutare la gerarchia dei pericoli, il primo dei quali risiede nella constatazione del possibile asse Washington-Mosca. Perciò la Cina ritiene necessaria anche una rifondazione della strategia nei rapporti con l’India, l’Africa, l’America latina e il Sud-Est asiatico.

Anche di quanto qui esposto, tra qualche giorno sentiremo dire dagli analisti e dagli strateghi televisivi (quelli più ... coraggiosi). Nemo profeta in patria.

La trappola

 

Tutti sappiamo che la campagna di Russia del 1812 fu esiziale per Napoleone e ne segnò il destino. Questo è vero solo in parte. Sul campo, furono decisive le battaglie combattute tra il 1813 e il 1814. Nel 1813 Napoleone stava vincendo sui suoi avversari coalizzati. I quali chiesero e ottennero una lunga tregua. Ebbero così il tempo di riorganizzarsi e poi di sconfiggere l’armata napoleonica. Quello di concedere una tregua agli avversari fu un errore strategico fondamentale del quale Napoleone si avvide solo quando era troppo tardi per porvi rimedio.

Questo se si ha la decenza di raccontare i fatti realmente avvenuti. Nulla ritorna tale e quale, ma molti fenomeni storici possono confrontarsi tra loro.

Una tregua di 30 giorni favorisce solo Kiev, che potrà continuare la mobilitazione forzata e ricevere più rifornimenti di armi. E poi: chi vigilerà sulla tregua su un fronte di 2.000 chilometri? La buona volontà dei contendenti sul campo? Ciò che mi pare non si dica di questa guerra è un fatto evidente: è una guerra di trincea.

Ci sono gli FGM-148 Javelin, sciami di droni prendono di mira qualsiasi cosa si muova, e altre armi controllate da remoto sono in grado di colpire con precisione il bersaglio. In tali condizioni, combattere a campo scoperto significa suicidarsi. Questo il motivo per il quale l’avanzata russa in Ucraina, tra l’altro su un fronte esteso e profondo, trova molte difficoltà.

Il regime di Kiev mirava a creare una cosiddetta testa di ponte strategica nella regione di Kursk, da utilizzare in seguito come merce di scambio in possibili negoziati con la Russia. Nei giorni scorsi i russi hanno ripreso la cittadina di Suda, posta a circa 10 km dal confine ucraino. Poco più del dieci per cento dell’Oblast’ di Kursk resta in mano agli ucraini.

L’operazione è fallita. “Le truppe russe sembrano prossime a cacciare l’Ucraina da tutto il territorio che ha conquistato nella regione russa di Kursk l’anno scorso”, commenta il New York Times, “un successo sul campo di battaglia che negherebbe al presidente ucraino Volodymyr Zelensky una significativa merce di scambio in qualsiasi negoziazione”.

Un articolo del Financial Times intitolato “Dall’audace invasione alla rapida ritirata: la fine dello stratagemma ucraino di Kursk” traccia un quadro devastante della situazione dell’esercito ucraino a Kursk. Quel pagliaccio di Zelens’kyj confonde la strategia con lo stratagemma. Ha ragione Putin: in quella sacca gli ucraini sono circondati e devono solo arrendersi o morire.

L’imminente riconquista russa della regione di Kursk costituisce lo sfondo delle trattative in corso su un possibile cessate il fuoco. Tuttavia la pace è tutt’altro che vicina ed è complicatissima da realizzare sul piano fattuale, com’era facile intuire. Il regime di Kiev è allo stremo, ma è sostenuto dai guerrafondai europei, non pochi di loro sono pronti ad entrare direttamente nel conflitto. L’obiettivo non è la pace, ma la sconfitta impossibile della Russia. Mosca non può cedere al solo scopo di favorire i piani espansionisti europei e il disimpegno americano in Europa.

Qualunque sia l’esito dei negoziati sulla guerra in Ucraina, l’amministrazione Trump sta perseguendo un’escalation militare globale, in cui le sue richieste di annessione della Groenlandia, del Canada e di Panama rappresenterebbero il trampolino di lancio per un’intensificazione significativa del conflitto con la Cina.

giovedì 13 marzo 2025

Haram

 

Ieri sera, una ragazza che conoscevo di vista, ospite di una mia amica, stava mangiando un paio di toast farciti con la cosiddetta fesa di pollo e delle verdure. La ragazza è islamica e porta il velo. Niente di che. Noi altri intanto ci ingozziamo di schifezze e sorseggiamo del vino bianco. Ad un certo punto, il discorso cadde su ciò che stavamo bevendo, ossia sull’alcol (la ragazza islamica stava bevendo cola). Un po’ per celia e un po’ seriamente le chiedo che cosa pensi delle poesie di Omar Khayyam nelle quali celebra il vino (le Rubʿayyt o Quartine). Lei risponde che era un persiano e comunque si tratta di un’altra stagione culturale. Solite cose.

Lascio che la ragazza finisca di mangiare i suoi toast e quindi le dico: anche tu comunque fai uso di alcol e proprio nel periodo del Ramadan! Lei sorridendo mi dice che non farebbe mai una cosa del genere. Replico che ha appena assunto dell’alcol etilico. Lei mi guarda come a dire: ma che cavolo stai dicendo? Allora le spiego che in genere il pane confezionato, tipo il “bauletto” o pane da toast, per motivi di conservazione, viene trattato con alcol etilico. Rimane esterrefatta e incredula (“haram”, ripete più volte). Altre persone presenti le confermano il fatto. Del resto, osservo, non c’è mica bisogno di un chimico, basta leggere gli ingredienti in etichetta.

Molto strano che non sapesse di questo cibo “mashbooh” e dunque dell’impiego dell’alcol quale conservante. La catechesi islamica falla come quella cattolica. Allah misericordioso la saprà perdonare.

Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti non è casuale.

mercoledì 12 marzo 2025

Nessun esercito europeo

 

Washington non ritiene Mosca un nemico strategico. Bruxelles la pensa diversamente. Per il semplice motivo che sono degli idioti? Potrebbe essere così di questi tempi. Viceversa, la Russia potrebbe essere un alleato strategico d’importanza decisiva per l’Europa. Per le sue materie prime, per la sua collocazione geografica, per la sua storia. E però il Cremlino denota una forte idiosincrasia per gli omosessuali, e questo dispiace in Europa, o almeno in certe sedi europee. È un tema quello della libertà sessuale, fin troppo trascurato quando si parla di rapporti UE e Russia.

Un altro tema è quello dell’inventario delle armi. C’è chi auspica, invece del riarmo (il piano ReArm Europe), la costituzione di una “difesa” comune europea. Già me la vedo una brigata missilistica francese sotto comando di un generale italiano, oppure uno stormo dell’aeronautica italiana sotto il comando di uno sloveno. Mi ricorda le baruffe chioggiotte tra Eisenhower e Montgomery (la controversia tra fronte largo e fronte stretto, per esempio), i quali non erano della stessa stirpe: la famiglia Eisenhower era tedesca, Montgomery un irlandese figlio di un vescovo, entrambi dovevano obbedire ad obiettivi politici diversi.

Durante la Guerra Fredda, la NATO si è concentrata sulla sua missione principale: la difesa collettiva, basata sull’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington nel 1949. Questa clausola, che stabilisce che un attacco contro un alleato è un attacco contro tutti, è stata attivata solo una volta, dagli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Al momento del Trattato di Washington, gli stati membri europei firmatari avrebbero voluto assicurarsi che gli Stati Uniti fornissero automaticamente assistenza se uno dei firmatari fosse stato attaccato. Ma gli Stati Uniti si opposero a tale automaticità e l’articolo 5 fu redatto di conseguenza.

«Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse che si verifichi in Europa o nel Nord America sarà considerato un attacco contro tutte le Parti e, di conseguenza, concordano che, se tale attacco si verifica, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva riconosciuto dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti attaccate adottando immediatamente, individualmente e in accordo con le altre Parti, le misure che riterrà necessarie, compreso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza nell'area del Nord Atlantico.»

L’art. 5 è chiaro: “le misure che riterrà necessarie”, pertanto non sussiste nessun automatismo per un diretto intervento armato. Inoltre, il ruolo dell’Europa nel campo della difesa è stato quindi fin dall’inizio come complementare e, si potrebbe persino dire, sussidiario a quello della NATO.

Non a caso, la storia della difesa europea, di un “esercito europeo” inizia con un clamoroso fallimento, quello della Comunità europea di difesa (CED), respinta dalla Francia il 30 agosto 1954. L’idea di un esercito europeo non si è mai concretamente ripresa da questo fallimento iniziale e sembra improbabile che ciò possa avvenire nel prossimo futuro.

Dall’Atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa di Helsinki (1975), sembrò aprire una nuova era di cooperazione e, dopo la caduta del Muro, la Carta di Parigi per una Nuova Europa (1990) sancì l’effettiva fine della guerra fredda.

In realtà, le guerre jugoslave, che hanno causato circa 150.000 morti in 10 anni (1991-2001), alle porte dell’Unione Europea, hanno messo in luce l’incapacità dell’Europa di agire al di fuori della NATO e quindi senza gli Stati Uniti. Gli accordi che posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina nel 1995 furono firmati a Dayton, negli Stati Uniti, a simboleggiare la paralisi dei paesi europei di fronte alla più grande guerra che il continente avesse mai vissuto dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Il vertice NATO del 2016 a Varsavia, portò all’adozione di una dichiarazione congiunta UE- NATO: «[...] in occasione di questa dichiarazione congiunta, [...] sono state ribadite tre regole: la difesa collettiva è innanzitutto responsabilità della NATO; non ci sarà nessun esercito europeo; non ci sarà alcuna duplicazione delle attuali strutture di comando nella NATO. Sono stati sistematicamente richiamati in tutte le riunioni dei ministri della Difesa, alle quali si sono reciprocamente invitati il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e l’Alto rappresentante europeo Federica Mogherini. Tali norme sono riportate nel verbale. Essi costituiscono la base della cooperazione tra la NATO e l’Unione Europea.»

Pertanto, fin che resta in piedi la NATO non ci sarà nessun esercito europeo (*).

(*) La NATO e l’UE hanno attualmente ventidue membri in comune. Il peso delle spese per la NATO viene ripartito tra gli Alleati in base ai rispettivi Pil, per cui gli Usa pagano il 22,1% del totale, la Germania il 14,7%, la Francia e il Regno Unito il 10,5%, l’Italia l’8%, il Canada il 6% e gli altri Stati a scendere.

Le quote per la NATO non vanno confuse con l’ammontare complessivo di spesa per la difesa dei singoli Stati. Ed è ciò che invece fa Trump chiedendo ai singoli Paesi un aumento delle loro rispettive spese militari. Gli Stati Uniti criticano principalmente i paesi europei di non essersi mossi abbastanza rapidamente per raggiungere gli obiettivi fissati dalla NATO per il 2024, ossia un aumento della spesa militare al 2% del PIL (originariamente l’impegno è stato assunto nel 2006 dai ministri della Difesa degli Stati membri), di cui il 20% destinato ai grandi equipaggiamenti.

Gli Stati Uniti dedicano il 3,4% del loro PIL alla “difesa”, ovvero 605 miliardi di dollari, che rappresentano i due terzi della spesa militare dei paesi della NATO e circa un terzo del bilancio militare complessivo del mondo. Nel 2018, l’aumento della spesa per la difesa degli Stati Uniti (+44 miliardi di dollari) è stato equivalente al bilancio della difesa della Germania.

L’imperialismo ha i suoi costi. All’interno di questo gigantesco bilancio militare americano, la spesa specificamente dedicata alla difesa dell’Europa è stimata in 35,8 miliardi di dollari nel 2018, ovvero il 6% del totale, e quasi quanto il bilancio della difesa francese (35,9 miliardi di euro nel 2019).

Tali spese sono suddivise tra:

- Finanziamento della presenza americana nel continente europeo (29,1 miliardi di dollari), ovvero 68.000 unità provenienti dalle cinque componenti dell'esercito americano, di cui circa 35.000 in Germania, dove ha sede il comando delle forze americane in Europa (EUCOM Stoccarda). Per la cronaca, negli anni ‘60 erano presenti in Europa occidentale 400.000 militari statunitensi, e altri 200.000 negli anni ’80.

- Il contributo americano alla NATO (6,7 miliardi di dollari).

Dal 2014, nell’ambito delle misure di rassicurazione della NATO, gli Stati Uniti hanno aumentato la loro presenza in Europa attraverso un programma di bilancio denominato European Deterrence Initiative (EDI), che consente loro di finanziare l’operazione Atlantic Resolve (OAR) a favore dei paesi dell’Europa orientale (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania).

Gli Stati Uniti svolgono un ruolo speciale nella capacità nucleare strategica della NATO, mentre le forze del Regno Unito e della Francia svolgono ruoli complementari (la Francia non ha armi nucleari assegnate alla NATO e non è membro del Nuclear Planning Group dell’organizzazione).

Inoltre, gli accordi di “condivisione nucleare” prevedono il posizionamento di armi nucleari tattiche americane in diversi paesi europei. Sebbene le informazioni non siano pubbliche, cinque paesi della NATO sono generalmente considerati paesi ospitanti queste armi nucleari: Germania, Belgio, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Il numero di armi immagazzinate in questi paesi è stimato in 140. Per la cronaca, durante la Guerra Fredda, quando anche il Regno Unito e la Grecia erano paesi ospitanti, il numero stimato di armi nel continente superava le 7.000. Le armi di stanza fino ad oggi sono bombe B61. Formalmente sono destinate ad essere impiegate, con l’accordo degli Stati Uniti e del paese ospitante (secondo il principio della doppia chiave), dalle forze aeree del paese ospitante.

Nella maggior parte delle basi, le armi sono immagazzinate sotto la responsabilità delle unità di supporto americane. I cacciabombardieri della nazione ospitante vengono assegnati e i piloti vengono addestrati per essere in grado di trasportare queste armi gravitazionali nel caso in cui si decida di utilizzarle. Per questa missione la Germania mantiene il 33rd Fighter Bomber Wing equipaggiato con Tornado PA-200. I Paesi Bassi e il Belgio dedicano a questo velivolo equipaggi di F-16 (10th Tactical Wing per il Belgio; 312th e 313th Squadron della RNAF). In Italia, anche i Tornado PA-200 del 6° Stormo hanno la capacità di trasportare i B61. Per quanto riguarda Aviano (Italia) e Incirlik (Turchia), saranno a priori gli aerei americani a occuparsi del trasporto delle armi.