venerdì 31 marzo 2017

Con i numeri della previdenza si gioca sporco



La categoria dei giornalisti, in tema di previdenza, è tra le più privilegiate. Dopo i politici e i magistrati, naturalmente. Rispetto alle vittime della Monti-Fornero i giornalisti possono vantare, a tutt’oggi, un tasso di sostituzione che consente di percepire, a parità di contributi, il 33 per cento in più di assegno pensionistico rispetto ai comuni mortali. Non è poca cosa, anzi è la sostanza stessa della riforma Monti-Fornero, poiché con tale riforma al lavoratore normale il coefficiente di trasformazione, che moltiplica il montante finale per determinare la pensione, viene rivisto al ribasso ogni tre anni, per riflettere l’aumento della vita media attesa. Non così per i giornalisti.

Inoltre, a un lavoratore normale si applica un tetto massimo di base imponibile: il reddito oltre i 100 mila euro non contribuisce ad accumulare la pensione. Non così per i giornalisti, i quali peraltro possono accedere alla pensione con 57 anni di età e 35 anni di contributi, oppure con 40 anni di contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica. Mario Giordano, tanto per citare, di queste cose non scrive e quando Marco Travaglio parla delle “nostre pensioni” non si riferisce al trattamento riservato ai comuni mortali.

Nulla vieta che poi il giornalista possa dedicarsi alla libera professione, scrivere libri e farsi i casi suoi. A tale riguardo, a suo tempo, la Corte dei Conti, proprio a riferimento dei bilanci dell’INPGI ha rilevato la “propensione al pensionamento volontario anticipato”. Qualcosa dovrebbe cambiare anche per questa categoria, ma solo a far data dal 2019. Avranno dunque tutto il tempo di decidere che cosa fare da grandi. Ai comuni mortali, invece, con la Monti-Fornero le cose, come si ricorderà, sono cambiate dalla sera alla mattina.

Tutto ciò è bene premettere poiché personalmente non credo alla buona fede di chi intossica l’informazione in materia previdenziale.

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giovedì 30 marzo 2017

Una critica non del tutto innocente



Ho posto più volte in rilievo nei miei post, sia pure in modo incidentale, come la parola “capitalismo” sia stata sostituita dalla parola “mercato”. John Kenneth Galbraith – sicuramente non un marxista – scriveva in L’economia della truffa (pp. 59-60) che poiché «il termine “capitalismo” rammenta un passato a volte sgradevole», «oggi si parla di “mercato”. Il termine “asettico”, adatto all’era dei manager, serve a cancellare anche il ricordo dello “sfruttamento” dei lavoratori, della loro “oppressione”, e persino di Marx ed Engels».

Galbraith prosegue affermando che «il riferimento al mercato come alternativa benevola al capitalismo è un’operazione cosmetica, fiacca e insipida, destinata a coprire una scomoda realtà, quella delle corporation, ovvero di un predominio della produzione capace di manipolare la domanda e, in sostanza, di controllarla». Poiché si tratta di «una realtà di cui non si può parlare», anche «nell’insegnamento dell’economia», la «situazione è praticamente ignorata». L’idea che viene trasmessa è, pertanto, che «nessuno domina il mercato, né i singoli né le imprese», così come «nessuna forma di supremazia economica è mai evocata». Appare, dunque, «l’impersonalità del mercato». Una cosa che egli definisce «una frode non del tutto innocente».

mercoledì 29 marzo 2017

Si chiamava Tarzan



Com’è stato possibile il ritorno al liberismo dopo ciò che era avvenuto a partire dal 1929? Eric Hobsbawn ponendosi tale domanda risponde sottolineando “l’incredibile brevità della memoria sia dei teorici e sia degli operatori dell’economia” (Il secolo breve, p.128).

Chiaro che ciò è comprensibile solo se si considera che tale dottrina è la punta di lancia di chi ha interesse e potere d’imporsi. Dunque, anzitutto, il potere economico (le multinazionali e le grandi banche) che per la sua presa di dominio si avvale di specialisti di varie discipline che lavorano su più piani a cominciare da quello della comunicazione. Il liberismo deve apparire come l’unico sistema capace di portare sviluppo e progresso e l’unico desiderabile in termini di libertà.

In campo finanziario sono stati arruolati matematici ed economisti totalmente ignari della storia, disposti a mettere le loro conoscenze al servizio di determinati interessi. Dagli anni ‘70 e ’80 il liberismo tornò a proporsi, e lo fece preparando con cura il suo ritorno, forte di un alto numero di economisti, molti dei quali appartenenti all’associazione fondata da Frederich Hayck nel 1974, la The Mont Pélerin Society (MPS). A tale riguardo, Luciano Gallino scriveva che con la fondazione della MPS ha avuto inizio “la lunga marcia che ha portato il neoliberismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa”.  

Non è del resto casuale, come riferisce Hobsbawn, che la giuria del premio Nobel per l’economia “appoggiò dal 1974 in poi la tendenza neoliberista”, conferendo in quell’anno “il riconoscimento a Frederich Hayck” e due anni dopo, “ad un altro esponente del liberismo puro, Milton Friedman” (cit. p. 477). Egli scrive inoltre che, “dagli anni ’70, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, politicamente appoggiati dagli Usa, hanno perseguito una politica che ha sistematicamente promosso l’ortodossia liberista”.

Non dovettero attendere molto per trovare due teste di legno per vedere applicata la loro dottrina: Ronald Reagan e Margaret Hilda Thatcher. Reagan era stato un attore di seconda fila, un reazionario amico di John Wayne, più maccartista di Joseph McCarthy, un analfabeta a tutto tondo. La Thatcher era figlia di un droghiere bigotto, dopo gli studi in chimica l’unico libro che lesse fu The Constitution of Liberty, di Hayck. Anche Churchill fu un reazionario, se possibile ancor più di Thatcher, ma aveva un profondo senso della storia. Aveva letto i classici in originale, sapeva quasi a memoria Edward Gibbon, e con una scrittura brillante e di suo pugno scrisse opere che gli valsero il Nobel per la letteratura.

La Thatcher soleva dire che la società non esiste, e che esiste solo l’individuo. Sì, e si chiamava Tarzan.


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Il resto ad un prossimo post.

martedì 28 marzo 2017

Concime



Presi contatto con i libri di Jean Ziegler, allora giovane sociologo svizzero esperto di problemi africani, negli anni Settanta. Ziegler è uno studioso che non indulge ad alcuna moda culturale. Lessi dapprima Une Suisse au-dessus de tout soupçon, poi tradotto anche da Mondadori e diventato un best seller mondiale. Ricordo che nel 1976 (o l’anno seguente?), verso la mezzanotte del giorno di ferragosto, la Rai trasmise, sul secondo canale, un documentario sulle multinazionali basato essenzialmente sul libro di Ziegler. In seguito, nel 1975, apparve anche Les vivants et la mort, la cui lettura non poteva sfuggirmi avendo mostrato, da sempre, un’insana passione per i cimiteri.

lunedì 27 marzo 2017

Francesco XI



“Non perdere con i peccatori l’anima mia, né la mia vita con i sanguinari, che hanno le mani lorde di delitto e la destra piena di guadagni” (Salmo 26, 9 -10)

“Il predatore è la figura centrale del mercato capitalista globalizzato, la sua avidità ne è il motore. Il predatore accumula denaro, annienta lo Stato, distrugge la natura e gli esseri umani, corrompe gli agenti di cui ha bisogno fra i popoli che domina e crea sulla terra paradisi fiscali riservati al suo uso esclusivo” (Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo. Predoni, predatori e mercenari del mercato globale, il Saggiatore, pag. 17).

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La crisi economica degli anni 1930 rivelò, ancora una volta, le contraddizioni immanenti al modo di produzione capitalistico e segnatamente i difetti del sistema liberista. Negli USA e in Gran Bretagna fu adottato il sistema ad economia mista, più tardi rafforzato da politiche keynesiane. Tuttavia solo il secondo conflitto mondiale creò le condizioni per uscire dalla grande depressione. Nel dopoguerra, il sistema misto, esteso ai paesi dell’Europa occidentale, tra i quali l’Italia, si mostrò adatto a rispondere alle esigenze della ricostruzione, e rispose in parte alle istanze di equità e giustizia presenti nella società fin dalla metà del secolo precedente. Questo fu il merito storico del riformismo.

Non dobbiamo stupire se papa Francesco appare ai più come un Pontefice socialisteggiante. Un fenomeno tutt’altro che nuovo. Già in passato il liberismo e le sue disastrose conseguenze, la mancanza di etica e di rispetto per la dignità e la centralità dell’uomo, avevano creato le condizioni perché da parte della Chiesa fossero mosse delle critiche, specialmente nell’Enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI, il quale nel denunciare che “alla libera concorrenza” era “succeduta l’egemonia economica”, di tutto può essere accusato tranne di essere un socialista.

Rinfresco la memoria. Achille Ambrogio Damiano Ratti ebbe modo di scrivere: “… e in primo luogo quello che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo concentrazione della ricchezza ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza, dell’economia in mano a pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale di cui essi dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da padroni, dominano il credito e padroneggiano i prestiti; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia; sicchè nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica dell’economia contemporanea, è il frutto natura di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza”.



venerdì 24 marzo 2017

Questa volta non ci riuscirà


Il riformismo, impossibilitato a rimuovere le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, ha avuto per un secolo il compito di mediare il conflitto tra le classi. Da alcuni decenni ha sposato in tutto e per tutto il punto di vista delle destre e della finanza. Quella che fu la sinistra “di lotta e di governo” è diventata solo una macchina elettorale per la conquista del potere, laddove però il potere reale non è più in mano alla politica.

Sennonché il “riformismo senza popolo” vorrebbe recuperare “a sinistra” consenso elettorale in  cambio di nuove illusioni. Questa volta non ci riuscirà.

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giovedì 23 marzo 2017

L’inganno delle rappresentazioni


“Dio è morto, Marx ha la febbre e io non mi sento tanto bene”.

Mezzo secolo fa non ero tra quelli che ripetevano divertiti questa frase, consapevole che in una società disperata e inumana, la miseria religiosa è insieme espressione della miseria reale e protesta contro di essa.

Quanto a Marx, egli è incognito o frainteso da sempre.

Contrariamente a quanto siamo portati a credere, l’umanità non è più sciocca, più fanatica, più rapace e più folle di quanto non sia dato dalle condizioni oggettive, generali e particolari, in cui essa vive e opera. Pensiamo agli sciocchi che vi sono anche tra le persone più sveglie e istruite; ai fanatici anche tra i temperamenti più miti; agli sfruttatori anche tra i più mugnificenti filantropi; ai folli anche tra i leader politici delle nazioni più democratiche.

Poiché non abbiamo coscienza del movimento reale e delle sue leggi, non abbiamo chiare le cause dei problemi che affliggono le nostre società. In tal modo pensiamo di risolvere i problemi affrontandone gli effetti. Ecco dunque che ogni aspetto della crisi diventa insormontabile: dall’inquinamento al clima, dalle risorse alla povertà, dall’economia alla demografia, eccetera. È l’inganno delle rappresentazioni.


martedì 21 marzo 2017

Domandine oziose e sbagliate


Noto da più parti una certa apprensione per il futuro prossimo, per le sorti di questo sistema. Nulla di troppo clamoroso. Domenica scorsa, per esempio, Eugenio Scalfari si chiedeva:

La rivolta si può anche chiamare rivoluzione oppure sono due fenomeni diversi? Domande come questa sono attualissime e riguardano il mondo intero, ma siamo in pochi a pensarle.

Domandina attualissima, d’accordo, ma non s'illuda Scalfari di essere tra i pochi a porsela in modo tanto sbagliato.

Ciò di cui tener conto è precisamente questo: nessuna rivoluzione avvenuta nel passato ha mostrato di avere un carattere storico assoluto. Invece, nel cambiamento in atto tale carattere storico assoluto si afferma e palesa sempre più come necessità.

E non sarà la distribuzione di pasti gratis a mutarne il corso.

L’isola felice



Secondo il World Happiness Report 2017, pubblicato dalla Sustainable Development Solutions Network, il paese più “felice” del mondo sarebbe la Norvegia, seguito da Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. L’Italia solo al 48° posto, dopo l’Uzbekistan.

Stravaganti queste classifiche che non tengono conto, tra l’altro, della classe sociale di appartenenza. Vivere ad Harlem oppure in un attico con vista su Central Park non dovrebbe essere la stessa cosa dal punto di vista del cosiddetto benessere. Come si possa poi dirsi felici di vivere in paesi dov’è buio per almeno sei mesi l’anno è cosa che non posso comprendere. Ma è un mio limite. E a proposito di Danimarca, al primo posto nel report 2016, e ora seconda nel 2017, mi chiedo se la Groenlandia faccia ancora parte del regno di Danimarca. Infatti, la Groenlandia registra il più alto tasso mondiale di suicidi, e la Danimarca ha un tasso di suicidi doppio rispetto all’Italia. La Finlandia e l’Austria hanno un tasso quasi triplo. Dettagli d’infelicità.

L’isola più felice del mondo però è quella descritta nell’editoriale di ieri di Paolo Mieli sul Corriere. E non solo per il clima e il cibo.

domenica 19 marzo 2017

Il tema di una prossima puntata



Ieri sera andava in televisione un’altra puntata di teatro beckettiano, stavolta sul tema: “lavorare gratis, lavorare tutti”. Dei quattro ospiti della signora Gruber, quello astemio sembrava essere “l’economista in collegamento da Milano”. Invece il sociologo presente in studio, probabilmente con un bottiglione di lambrusco sotto il tavolo, proponeva la cessione di quattro ore di lavoro settimanali (a parità di salario?) a chi non ha lavoro. In tal modo, sosteneva, si possono creare milioni di posti di lavoro aggiuntivi. Ecco di che cosa si nutrono le chiacchiere dei ciarlatani borghesi, invece di chiedersi: come è avvenuta la riduzione della giornata lavorativa da 12 a 10 ore e poi alle attuali otto?  E perché da quasi un secolo, nonostante l’enorme aumento della produttività, la giornata lavorativa normale è inchiodata sulle otto ore?

Tutta questa gente è abituata a vedere il capitalismo con gli occhiali della propria classe di riferimento, e perciò si potrebbe chiedere loro: sì, la tecnologia è una gran bella cosa, ma per quale motivo i padroni tendono a sostituire lavoro vivo con lavoro morto, e dunque perché tendono a modificare incessantemente la composizione tecnica del capitale per risparmiare lavoro? Qual è la differenza, tanto per citare, tra composizione tecnica del capitale e composizione di valore? Tra lavoro produttivo e improduttivo, tra plusvalore assoluto e quello relativo (si tratta di categorie economiche reali, non immaginarie e ideologiche), tra plusvalore e profitto (non sono la stessa cosa, asini), perché la categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica? Dopo aver risposto esattamente a queste domande, allora si potrà passare alla questione dei rapporti di forza tra le parti, cioè tra lavoro e capitale.

Il tema di una prossima puntata potrebbe pertanto essere questo: “Perché gente inutile come noi potrebbe cedere ad altri tutte le sue ore settimanali di chiacchiere (e relativo compenso) senza che nessuno avesse nulla da ridire (tranne i diretti interessati, ovviamente) e invece, nel caso degli operai, anche la riduzione di un’ora sola di lavoro produce tante resistenze dal lato dei padroni e tante stronzate da parte dei suoi lacchè”? Titolo un po’ lungo, ammetto, ma esaustivo. Pubblicità.

sabato 18 marzo 2017

I danni collaterali del capitalismo


"Quando spariscono i contadini, vanno via i negozi, le scuole, le case cadono a pezzi, l'intera società scompare" racconta un contadino produttore di legumi e cereali nella regione di Poitiers.

È quello che chiamano “il mercato”, cioè il capitalismo. Piangerci non serve a nulla. La prima potenza agricola d'Europa – racconta Anais Ginori in una sua inchiesta su Repubblica – ha i piedi d'argilla, come la terra bagnata su cui cammina Pipet, allevatore da quarant'anni. Il modello produttivo che ha fatto grande la Francia è entrato in crisi. "La corsa al gigantismo ci ha ucciso" racconta Pipet. I redditi sono in picchiata: un terzo degli agricoltori guadagna appena 350 euro il mese. A nessuno interessa se l'anno scorso si sono contati 732 suicidi tra i suoi colleghi, un numero triplicato, anche se le cause dei decessi possono variare, non esiste una statistica ufficiale. Parla con pudore dei problemi economici che hanno portato alle tensioni in famiglia, al divorzio, alla decisione della moglie di trasferirsi con la bambina in un'altra regione. 

Sempre dall’articolo di Anais Ginori: «Attraversato un bosco, in fondo a una strada sterrata, Pipet ci mostra la stalla vuota di un amico, divorziato e solo come lui. I genitori erano fornitori del gruppo Lactalis. Quando sono subentrati i figli, hanno deciso di fare investimenti per allargare la produzione. Le cose non sono andate come speravano. Il silos nuovo di zecca è rimasto vuoto perché all'improvviso la speculazione sui cereali ha fatto raddoppiare i prezzi. Intanto, Lactalis ha abbassato le tariffe. Alla fine hanno dovuto chiudere, strozzati dai debiti».


Sono i danni "collaterali" del capitalismo.

venerdì 17 marzo 2017

Soluzioni prêt-à-porter



«… il lavoro costa troppo, rispetto al valore aggiunto prodotto mediamente dalla nostra economia.» Quante volte, negli ultimi secoli, abbiamo ascoltato, variamente declinate, questo tipo di geremiadi?

Esistono leggi che fissano un minimo al salario, ma non è mai esistita nessuna legge che determinasse il massimo dei profitti. E perché non possiamo stabilire questo limite? La cosa – come osservava quell’ipocondriaco di Treviri – si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta.

Il prezzo della forza-lavoro segue le leggi del mercato, ossia le leggi del modo di produzione capitalistico. Ad una offerta che supera la domanda, il prezzo scende o anche crolla. Allora, ci si potrebbe chiedere, lottare per condizioni di salario migliore non serve a nulla? Certo che serve, ma i lavoratori, gli schiavi del capitale, non devono nascondersi che tale lotta è volta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione.


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Quanto al leggendario padroncino del ristorantino carino di Rimini, il quale dichiara di essere disposto a pagare, tutto compreso, sedici euro l’ora il proprio cameriere, purché questi si faccia usare al bisogno, ossia per poche ore e per uno o due giorni la settimana, ci si dovrebbe almeno chiedere che altro farà questo schiavo negli altri giorni per sopravvivere. Una proposta: andassero a suonare il campanello alla porta del dottor Mario Seminerio, egli una soluzione pragmatica, densa di realismo e in armonia con le magnifiche e progressive sorti di questo sistema, la troverà senz’altro.

martedì 14 marzo 2017

Senza di lui ci troveremmo ancora nella confusione





Caro Bernstein,

[…] la cosa è stata spaventosamente rapida. Nutrivamo le migliori speranze quando stamattina le forze lo hanno tutto a un tratto abbandonato e poi si è semplicemente addormentato. Nel giro di due minuti quella mente geniale aveva smesso di pensare e proprio nel momento in cui i medici ci avevano incoraggiato a coltivare le migliori speranze. Solo chi sia stato costantemente in contatto con lui può sapere quanto egli ci fosse prezioso dal punto di vista teorico e, in tutti i momenti decisivi, anche dal punto di vista pratico. Insieme a lui negli anni a venire uscirà di scena anche la grande ampiezza della sua visione. Sono cose di cui noi altri non siamo all’altezza. Il movimento procederà per la sua strada, ma dovrà fare a meno dell’intervento calmo, tempestivo e ponderato che finora gli ha risparmiato molte e faticose diversioni.
[…]

Suo
F. E.


Caro Liebknecht,

[…]
Sebbene stasera l’abbia visto disteso sul suo letto con i tratti irrigiditi dalla morte, non riesco ancora a credere che quest’uomo geniale abbia smesso di fecondare con il suo possente pensiero il movimento proletario dei due mondi. Ciò che tutti noi siamo lo siamo grazie a lui, e oggi il movimento è ciò che è in virtù della sua attività teorica e pratica; senza di lui ci troveremmo ancora nel ciarpame della confusione.

Tuo
F. Engels

lunedì 13 marzo 2017

Il sistema tolemaico

Intervengo di rado, perché non riuscirei ad apportare utili spunti al confronto.

Ma sono un lettore assiduo, e - come ho accennato qualche tempo fa - il mio modo di pensare ai problemi economici è oggi, grazie a questo blog, molto più consapevole delle incongruenze e false spiegazioni di cui è prodigo il pensiero mainstream.

Fino a sette anni fa credevo, nella mia ingenua fiducia verso la "scientificità" delle teorie economiche borghesi, che fossero contraddizioni e petizioni di principio solo apparenti: uno studio più approfondito e attrezzato di quelle teorie mi avrebbe condotto a comprendere ciò che ancora non capivo.

Oggi ne vedo l'impotenza cognitiva ed euristica, la debolezza logica mascherata dal raffinato armamentario di sistemi di equazioni a derivate parziali, la natura ideologica contraffatta da una pretesa neutralità tecnica.

Tale maschera, tale falsa coscienza, la riconosco infine nei discorsi - sempre uguali al di sotto delle escandescenze contingenti o "di fazione" - dei corifei di questo sistema tolemaico.

Hans


Caro Hans, pecchi di eccessiva modestia nel temere di non riuscire “ad apportare utili spunti al confronto”. Nel tuo commento è riassunta la critica sui limiti e le contraddizioni di cui soffre, non da oggi, l’apologetica borghese, la quale vede nel modo di produzione capitalistico un sistema che giudica storicamente definitivo. Al balzo di qualche decimale salgono grida di vittoria, e tuttavia ogni giorno di più la crisi generale-storica di questo sistema basato sulla rapina e l’estorsione prelude alla catastrofe della società borghese.

domenica 12 marzo 2017

Uno strano operaio

Non è un fotomontaggio

«Vivremo abbastanza a lungo per vedere una rivoluzione politica? Noi, i contemporanei di questi tedeschi? Amico mio, lei crede ciò che desidera», scriveva Arnold Ruge a Marx, nel marzo 1843; e cinque anni più tardi questa rivoluzione c’era. È questo solo un esempio dell’inconsapevolezza storica che, alimentata sempre più riccamente da cause similari, produce atemporalmente i medesimi effetti (*).

Questo estratto dalla lettera di Ruge a Marx è stato riproposto da Guy Debord in esergo all’VIII capitolo de La società dello spettacolo (dicembre 1967). Sei mesi più tardi sopraggiunse in Francia il movimento delle occupazioni, il più grande momento di sconquasso sociale dopo la Comune di Parigi, con il più grande sciopero generale che abbia mai fermato l’economia in un paese industriale avanzato, e il primo sciopero generale selvaggio della storia. Fu quello il culmine, almeno in Francia, di un cambio d’epoca, ma non segnò una rivoluzione politica nel senso auspicato dall’”ebreuccio tedesco”, dato il quadro internazionale e i rapporti di classe interni alla Francia d’allora. De Gaulle, furbescamente, indisse nuove elezioni e in buona sostanza furono accolte quelle rivendicazioni che parevano di grande sostanza senza esserlo davvero.

Scrivevo all’esordio di questo blog, sette anni or sono:

La quantità di tutto ciò che questa società ci impone e ci infligge ha già superato la soglia oltre la quale ogni equilibrio faticosamente costruito viene rotto con violenza. Marx ha scritto che ogni epoca si pone solo i problemi che può risolvere, e questo è vero; e oggi siamo giunti precisamente al punto in cui non è più possibile risolverne nessuno senza risolverli tutti.  

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mercoledì 8 marzo 2017

Una morte sospetta


Michael Hastings era un giornalista e trovò la morte in un singolare incidente d’auto. È morto nelle prime ore del mattino del 19 giugno del 2013, quando la sua Mercedes è esplosa dopo che a quanto pare si schiantò contro un albero di palma a Hollywood. Il veicolo ha preso fuoco e il motore è stato ritrovato a decine di metri dal luogo dell’incidente. Secondo un quotidiano locale, un video di sorveglianza di un vicino ristorante dimostrerebbe che Hastings viaggiava a 35 mph (54 kmh) quando la collisione è avvenuta. Secondo un testimone oculare, un dipendente di ALSCO che stava lavorando nelle vicinanze, dall’auto si sarebbero levate delle scintille prima di colpire l’albero. I funzionari di Los Angeles Police Department hanno dichiarato che non vi è alcuna prova di attentato. Il corpo di Hastings è stato consegnato alla famiglia dalla polizia dopo essere stato cremato!

Hastings era noto per avere pubblicato un articolo che ha portò alla rimozione del generale Stanley McChrystal, il più alto comandante Usa in Afghanistan. Al momento dell’incidente stava lavorando su una vicenda che vedeva coinvolto il direttore della CIA di Obama, John Brennan. Prima dell'incidente, Hastings aveva informato i colleghi che era sotto la sorveglianza del governo e aveva chiesto a un vicino di prestargli la sua macchina, dicendogli di temere che il suo veicolo fosse stato manomesso. Hastings aveva avuto un incontro con un avvocato WikiLeaks poche ore prima della sua morte.

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martedì 7 marzo 2017

Sapere la storia


Un sistema sociale che non può regolare la produzione delle cose, come può regolare la produzione di esseri umani? Trovo risibili le preoccupazioni per il calo della natalità in un paese dove la disoccupazione giovanile riguarda milioni di persone, dove anche gli ideologi borghesi eccepiscono che le condizioni di lavoro si sono fatte intollerabili (e se lo dicono loro …).

Si preoccupassero invece di dare lavoro e dignità ai giovani, e quindi del problema degli anziani bisognosi di assistenza e cure. Da un lato l’aumento della popolazione più anziana richiederà risorse sempre più ingenti, dall’altro lato la disoccupazione e il precariato riguarderà un numero sempre più elevato di persone. Questo ormai lo sappiamo tutti.

A fronte di questi problemi di una gravità sociale enorme, si assiste a una sempre più marcata polarizzazione della ricchezza. E anche questo è noto, ma si cerca la ricetta magica. Non serve alcuna magia, alcun miracolo, ma un rovesciamento di prospettiva. Iniziando col dire che questo sistema non funziona più e che un’alternativa ad esso esiste. Che, per esempio, in una società dove la produzione e distribuzione delle cose sarà regolata ed equilibrata, la produzione di uomini si regolerà secondo necessità, ossia naturalmente.


Tutto ciò che ci affligge non solo è iniquo e intollerabile, ma rivela anche un’irrazionalità che in società come le nostre può condurre solo a svolte autoritarie e al ripetersi, su scala ancora più ampia, di catastrofi che troppo presto abbiamo ritenuto di avere alle spalle. Del resto le contraddizioni del capitalismo nascono sempre dalle stesse cause. Ormai il ricordo dei poteri bestiali serve per esibire raccapriccio nel giorno delle commemorazioni, e “sapere” la storia serve solo per non prendere un brutto voto a scuola.

Rampini ne venderebbe milioni di copie



Giorni addietro ascoltavo Federico Rampini (quel tipo che porta le bretelle alla Truman Capote senza averne lo charme) dichiarare che chi dice che la globalizzazione è irreversibile sostiene una sciocchezza.

Da ciò che dice e scrive Rampini, si deduce che egli è convinto che descrivere un fenomeno equivalga ad analizzarlo nelle sue cause immanenti. Egli crede, a pari dei suoi sodali, che il capitalismo sia rappresentato essenzialmente dal “mercato”. E, peggio ancora, che a questo "mercato" si possano dettare delle regole!

Il mercato rappresenta solo un lato del capitalismo, la sfera della circolazione del capitale e delle merci, ma nel suo insieme e nella sua essenza il modo di produzione capitalistico è processo di valorizzazione del capitale stesso.

Il processo di valorizzazione del capitale procede in modo assolutamente indipendente dalla volontà sia dei singoli soggetti e sia del collettivo umano. Alla sua base vi sono leggi che agiscono con la stessa forza delle leggi di natura.

Questo è un concetto essenziale, prescindendo dal quale si brancola nell’oscurità delle cause che muovono la società borghese e le sue inesauribili contraddizioni, a cominciare dalla crescita e polarizzazione della ricchezza, rivoluzioni tecnologiche e disoccupazione, eccetera.

Quella chiamata globalizzazione, non è un fenomeno nuovo. Vero è che negli ultimi due secoli il processo di concentrazione, centralizzzazione e internazionalizzazione del capitale ha subito un’accelerazione sempre maggiore. Costante è l’incentivo – indotto dalle necessità della valorizzazione – all’innovazione tecnologica e di conseguenza la produttività del lavoro raggiunge gradi sempre più elevati. È però altrettanto vero che questo processo storico è iniziato non meno di cinque secoli or sono con l’espansione europea e lo sfruttamento dei giacimenti di forza-lavoro e materie prime più remoti.


domenica 5 marzo 2017

Sono assortiti e distribuiti benissimo



Ieri sera avevo due opzioni: leggere un malloppo dal titolo Dalle fabbriche alle campagne di primavera, oppure ascoltare la trasmissione della Gruber, dov’erano ospiti l’on. Irene Tinagli, economista, il giornalista Riccardo Staglianò e Mario Seminerio, fustigatore simpatico e scapigliato dell’analfabetismo economico. Tema: le nuove tecnologie e la “distruzione di posti di lavoro”. Ho un piede nella fossa e l’altro nel Novecento, tuttavia ho messo volentieri da parte il librone e scelto di sintonizzarmi all’ascolto televisivo dove s’incontrano i più straordinari narratori di nuove idee e progettualità, un plot di variegate e quotidiane proposte per uscire dall’attuale catastrofe psicopolitica.

L’economista deputata del Pd ha affermato insistentemente che se le nuove tecnologie eliminano posti di lavoro in taluni settori sicuramente ne creeranno altri e forse di maggiori in nuovi settori economici di cui ancora ben non sappiamo. Nel suo caso l’inconsapevolezza consiste nel non avere capito che non siamo al solito cambio di fase del capitalismo, e questo è chiaro sintomo di non avere proprio idea delle leggi e delle contraddizioni che agiscono nel modo di produzione capitalistico e danno impulso allo sviluppo delle tecnologie.

L’altro economista e blogger, Seminerio, si associava ad un’idea quasi inedita riferita da Staglianò. La chiosava così:“A me piace molto l’idea di dare una dote [quota] di capitale [delle società] a tutti quelli che vengono al mondo, che è un modo per diffondere la proprietà del capitale e quindi per assicurarsi il futuro”. Sembrava sobrio e sincero quando lo diceva, ma non ci giurerei.

venerdì 3 marzo 2017

Anche il sangue dei disperati


Non credo vi sia paese al mondo (dunque non solo in Europa) dove i temi previdenziali siano quotidianamente e ossessivamente, da anni ormai, all’ordine del giorno come in Italia. Nonostante vi sia stata una riforma come la Monti-Fornero, o forse proprio per tale motivo essendo quella riforma per molti aspetti iniqua. Si può dire, senza tema di smentita, si tratti di un fenomeno mediatico che non è esagerato definire come terrorismo previdenziale.

Ora è la volta dei cosiddetti vitalizi, dello scandalo che essi giustamente suscitano nell’opinione pubblica, così come le cosiddette pensioni d’oro, i molti osceni privilegi, tra i quali non andrebbero dimenticati quelli dei quali godono molti giornalisti, magistrati, grand commis di Stato, militari, piloti civili, manager, eccetera.

Però non è solo a quest’ultima querelle che mi riferisco, bensì al diuturno e ossessivo stillicidio che riguarda, ripeto, i temi previdenziali in generale e poi anche quello sul lavoro. Sul fatto, poi, che queste questioni vadano ad incidere pesantemente sulla vita stessa di milioni di persone, sembra non sia tenuto in conto dai media e dai politici ed esperti (che credono di essere la luce della verità) che da mane a sera ne straparlano suscitando aspettative e più spesso apprensione e timori. La previdenza, oltre che funzionare come bancomat per i governi che hanno bisogno di tagliare la spesa pubblica (finora a danno dei soliti noti), e le promesse di creare lavoro (la "crescita", le "startup"), sono un piatto succulento nel quale la politica e i media inzuppano il pane.


L’insipiente e criminale politica economica seguita dai governi di cadaveri ne ha fatti anche troppi, e ipocriti sono i dibattiti mediatici di circostanza, tra una réclame e l’altra, che seguono il suicidio  che per qualche speciale motivo viene alla ribalta. Ed è ignobile che si raccontino sempre le solite fole sul lavoro, la previdenza, i tagli alla spesa sociale, che si ometta di dire che questa barbarie civilizzata ha le proprie cause fondamentali non già nello sviluppo tecnologico, nella disuguaglianza distributiva (che pure è un fatto, ma come conseguenza), bensì nella tirannia dello scambio, che riesce benissimo a convertire anche il sangue dei disperati in denaro.

giovedì 2 marzo 2017

Fin dove si può arrivare



Per far sparire la lotta di classe è bastato produrre di più, ossia rendere disponibile su larga scala il necessario e indispensabile il superfluo. In fondo questa era una tendenza necessaria del capitalismo nelle aree di suo maggiore sviluppo. Ciò non significa che questa tappa sia stata poco interessante o nociva, e non a caso il cosiddetto welfare è stato celebrato come un successo di portata storica.

Tuttavia ciò non ha eliminato le contraddizioni di base, a cominciare da quella che riguarda la produzione sociale da un lato e l’appropriazione privata dall’altro. Ed infatti i nodi sono venuti al pettine. E qui entrano in scena gli ideologi che specie nei momenti di crisi hanno sempre sostenuto il sistema. La realtà sociale viene presentata sotto mentite spoglie, ossia come contrapposizione tra ricchi e poveri, tra inclusione ed esclusione sociale, come se in radice la causa di questa contraddizione avesse a che fare semplicemente con la sfera della distribuzione della ricchezza e non invece, anzitutto, con il modo stesso con il quale la ricchezza sociale viene prodotta (perciò, tra l'altro, il diarroico dibattito sul cosiddetto reddito di cittadinanza, di base, universale, eccetera, è falsato in partenza).

Ecco dunque che tutte le questioni poste apertamente dalla società attuale implicano già certe risposte, ma esse sono falsate proprio per come sono poste tali questioni. Non ne sono mai poste di quelle che porterebbero ad altro che a un certo tipo obbligatorio di risposta. Del resto i numerosi successori di Dio che organizzano l’attuale società sanno molto bene fino a dove si può arrivare nel porre domande e nel fornire risposte.

Come "giace" l'Inps di Tito Boeri



Milioni di lavoratori iscritti all’Inps aspettano di ricevere, dopo due anni dall’annuncio, le famigerate “buste arancioni”. Aspetteranno invano. Possono sempre richiedere il Pin all’Inps e prendere contatto con il proprio estratto conto contributivo. Attenzione però, quell’estratto conto ha solo valore simulativo e non certificativo. Nel paese degli Azzeccagarbugli la differenza non è di poco conto.

Per richiedere l'estratto conto certificato, detto anche Ecocert, si può procedere nel seguente modo via internet. Si deve anzitutto richiedere all’Inps il Pin dispositivo, che è diverso dal normale codice personale che ti consente di accedere ai servizi telematizzati dell'INPS. Una volta ricevuto il Pin dispositivo, si può procedere alla richiesta dell’Ecocert. Attenzione però, quando siete alla pagina web dell’Inps per richiedere l’Ecocert, troverete scritto: Domanda di pensione! E qui comincerete ad avere dei dubbi. Procedete comunque, comparirà un modulo per la richiesta dell’Ecocert.

Non appena inoltrata la domanda potete accedere a delle informazioni sull’iter della domanda stessa, le quali invariabilmente vi diranno, dal primo istante e poi giorno dopo giorno, che la domanda risulta “giacente”. Se telefonate al numero verde dell’Inps (803164) e chiedete agli operatori quali sono i tempi di risposta secondo quanto stabilito dalla norma, vi risponderanno tutti che si tratta di 30 giorni. Qualcuno vi dirà che “la norma” prevede 30 giorni lavorativi. Però vi diranno che questi sono i tempi previsti “dalla normativa”, in realtà “per prassi” l’attesa può essere ben più lunga. Se chiedete di quale norma si tratti, non vi sapranno rispondere.

Le cose non stanno così, come del resto capita spesso con la burocrazia italica. La famigerata “norma” esiste e si può rintracciare nel sito dell’Inps, non alla Carta dei servizi, perché non vi troverete nulla, bensì alla Carta dei servizi e standard di qualità (clicca qui). Scorrete la pagina e troverete “Opuscolo”. Cliccate, comparirà la famosa carta dei servizi dell’Inps ancora in veste tipografica (ossia con i “crocini” per la stampa litografica). Andate a pagina 18, ove è scritto: “estratto conto certificato – 15 giorni dall’inoltro della domanda”.


Se lo fate presente a qualsiasi operatore o funzionario dell’Inps, ebbene questi cadrà dalle nuvole. Allora vi dirà che quella è la “norma”, ma “la prassi” richiede più tempo, anche molto più tempo. Semmai la cosa potesse servire a qualcosa potreste sempre replicare: se i lavoratori e i datori di lavoro versassero i contributi dovuti con un solo giorno di ritardo rispetto ai termini stabiliti dall’Inps, siamo sicuri che l’Istituto di Boeri, a sua volta, non avrebbe nulla da eccepire riguardo a questa "prassi"?