mercoledì 6 giugno 2012

Non basta "fare"



Tento di rispondere – senza alcuna sistematicità – alle critiche per il mio atteggiamento di disillusa sfiducia nei riguardi di Grillo e del suo Movimento. Anzitutto mi permetto di suggerire di leggere bene quanto ho già scritto in proposito. C’è chi osserva: “Il grillismo è una roba, il movimento è un'altra”. Forse la percezione è questa, ma a mio parere il Movimento, almeno per ora, si regge sulla faccia di Grillo e sull’organizzazione del suo entourage. E anche se così non fosse, la sostanza delle cose non cambierebbe.

Che cosa vuole Grillo è noto e ho tentato di riassumerlo. Si osserva – come fa l’amico Giorgio – che se Grillo non è la soluzione, è necessario comunque un cambiamento, una scossa, qualcosa che ci faccia uscire dall’immobilismo. Resto della mia idea, in questo paese non è sufficiente un cambio di guida politica né un mutamento di alcuni aspetti della “cosa pubblica”, anche se questi cambiamenti sono senz’altro urgenti e necessari. Al punto in cui siamo o si cambia radicalmente tutto (e non solo la “politica”) o restiamo a zero virgola.

Si tratta di operare un cambiamento sociale a tutto tondo che coinvolga i numerosi e diffusi interessi presenti anche nell’ambito dei ceti sociali che reclamano “il cambiamento”. Le riforme che un qualsiasi nuovo assetto parlamentare potrà proporre, non porterà cambiamenti radicali della nostra società. Si cercherà di rendere il sistema politico più decente e presentabile, ma le leve del potere economico e delle decisioni non cambieranno di mano. I ministri passano, i direttori generali restano. E anche l'assetto classista di questa società resta intangibile alle "riforme".

Inoltre non è sufficiente parlare di cambiamento senza tener conto del contesto internazionale che determina quotidianamente la nostra posizione nel gioco finanziario ed economico. Né basta dire: “usciamo dall’euro”. La moneta unica è una gabbia ma essa non va confusa con la prigione nella quale, volenti o nolenti, ci troviamo rinchiusi.

Anche per quanto riguarda la famigerata “crescita” – mi fermo a un appunto – questa può ottenersi solo in due modi: con la spesa pubblica e con le barriere doganali. Cose che non fanno parte della realtà possibile. Ritornerò su questi temi.

4 commenti:

  1. Si vabbeh e quindi?

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  2. La realtà è purtroppo questa. Inutile illudersi che avremo possibilità di scegliere il politico che rimetterà le cose in sesto, a dispetto di quelli attuali. Non vi è dubbio che l'attuale classe politica è da mandare a casa,nessuno escluso. Si può cominciare da qui con le dovute attenzioni alle numerose insidie che si vanno via via profilandosi. Senza un radicale cambiamento dell'attuale stato economico mondiale, penso che nessuna Nazione rivedrà mai l'alba di una ricrescita, l'Italia meno delle altre, malgrado Grillo. Stamattina leggevo che da questo punto di vista siamo stati sorpassati da India, Brasile e Corea del Sud. Ci mancava il terremoto in Emilia, si prevedono già dieci mila posti di lavoro persi e relativi costi di ricostruzione, che ci affossano sempre più. Grillo può predicare quanto vuole, se dovesse arrivare al Governo non gli faranno realizzare un bel nulla, sarà fortunato se riuscirà ad ottenere una leegge sul conflitto di interessi e sulla patrimoniale.Tutto è possibile, se non altro sarebbe una soddisfazione per la maggior parte della gente, ma per la crescita che promette si renderà conto che anche per lui è un miraggio.

    Ciao Olympe :)

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  3. A chi scrive "Sì vabbeh e quindi" dico: bisogna fare la Rivoluzione :)
    Come, beh... Ci sono tante campane differenti... Marx diceva che i partiti vanno e vengono coi flussi e riflussi della crisi e della lotta di classe, Lenin propugnava un partito fisso, anche durante le fasi di calma...

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  4. "Sì vabbeh e quindi".

    E quindi niente: Olympe ha ragione, non c'è nulla da fare finché la gente non si sveglia, e la gente non si sveglia perchè ritiene di avere ancora troppo da perdere a svegliarsi. Un mio caro amico e ex compagno di liceo, in Brasile a dare una mano ai poverissimi di favelas e villaggi, si sentiva dire dai contadini in condizioni di miseria che essi erano terrorizzati dal "comunismo" perché "i comunisti" una volta al potere gli avrebbero portato via tutto. Non c'era modo di fare capire ai poveretti che, non avendo nulla, era difficile che perfino "i comunisti" potessero derubarli. Tale è l'effetto della martellante propaganda del sistema, e da quel punto di vista noi siamo nella stessa condizione di quei contadini.
    mauro

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