giovedì 5 marzo 2015

Se avessi mille euro al mese ...


Scrivo poco su argomenti d’attualità, ancora meno sui temi della polemica corrente. Nessuna spocchia, credo, ma semplicemente la constatazione che si tratta, sempre e comunque, di un dibattito falsato già in premessa. Passo subito ad un esempio concreto, di modo da far comprendere qual è la differenza tra una posizione di “sinistra” e una posizione di “destra”. Perché non è vero che certe posizioni non sono di parte, specie quelle che si ammantano di un’aura di obiettività insindacabile e statisticamente inoppugnabile. È gente che vuole cogliere fiori in tutte le aiuole.

Prendiamo la questione delle pensioni e della sostenibilità della cosiddetta previdenza pubblica. Tutti sappiamo di quali vantaggi ha goduto chi è andato in pensione con il sistema di conteggio detto “retributivo” rispetto a coloro il cui calcolo pensionistico viene fatto solo con il contributivo; poi viene la questione dell’età pensionabile e via discorrendo. In aggiunta i ben noti privilegi di certe categorie sociali, e come tutto questo abbia creato dei forti squilibri nella bilancia previdenziale, tanto che si è dovuto por mano per via legislativa più volte al sistema delle pensioni.

Vediamo però come le riforme adottate si trasformano e dividono di volta in volta, come del resto l’odierna riforma del lavoro, in mucchietti di cose buone o passabili, e in mucchi di sterco.

mercoledì 4 marzo 2015

Storia di un amore


Ci si può innamorare di un eunuco? Eccome, anche a una donna può capitare. Si può avere un’attrazione sensuale per chiunque, perfino per un personaggio mitologico (vedi Teresa d'Ávila), tanto meglio se è per un eunuco in carne e ossa, pur sprovvisto del corredo completo. E di una storia d’innamoramento tra una giovane donna e un eunuco, con epilogo singolare, dirò tra poco, dopo qualche riga su un interessante libretto, curato da Alessandra Brezzi, Note per un dono segreto, il viaggio in Italia di Shan Shili, che offre le impressioni di prima mano della moglie di uno dei primi diplomatici cinesi, Qian Xun.

L’invio di diplomatici all’estero si deve alle aperture verso l’occidente intervenute dopo il colpo di Stato (1861) di quella che sarà poi nota come l’imperatrice Cixi (1835-1908), ossia di colei che s’innamora del Piccolo An, un eunuco del suo harem. Il diario di viaggio di Shan Shili, scritto nella prima decade del Novecento, è assai diverso dai lavori di altri personaggi cinesi coevi, poiché i suoi commenti personali sono assai rari e il racconto è rivolto più a spiegare la grammatica culturale storico-artistica dell’occidente che a rendere conto delle suggestioni provocate dal contatto con un mondo in gran parte alieno.

Essa dimorò a Roma, tra il 1908 e il 1909, in via Palestro 32, presso l’allora Legazione di Cina, e si mosse alla scoperta dei tesori artistici e architettonici della neo-capitale italiana con uno spirito curioso e intraprendente. Curioso il modo in cui tratta la vicenda dei rapporti tra Napoleone e papa Pio VII, ossia del rapporto tra potere statale e religione, laddove dal suo punto di vista è irragionevole che un sacerdote s’impicci di questioni che non dovrebbero riguardarlo:

Di fronte vi è la tomba di Pio VII [chiaro che sta parlando del monumento funebre presente nella Basilica di san Pietro], il Papa che incoronò Napoleone, e che successivamente, non volendo rinunciare al potere politico, fu imprigionato da questi nel palazzo Fontainebleau a Parigi. Ho visitato il palazzo e ho visitato le numerose stanze dove fu rinchiuso […]. La lunga prigionia durò sette anni e, appena uscito, ricostruì la congregazione dei Gesuiti; si può ben immaginare quale fosse la sua indole!

Ed infatti l’Autrice del volumetto così commenta:

I suoi giudizi sull’operato del Papa, o sui comportamenti dei gesuiti in Cina e in Europa, sono sciabole affilate che feriscono il nemico e che trapelano di tanto in tanto tra le pagine dell’opera.

Peccato però che dell’opera siano riportati e tradotti solo alcuni brani. E veniamo a Cixi e al suo eunuco, così come la vicenda si racconta in un libro recentissimo di Jung Chang.

Bisogna anzitutto tener presente che le concubine dell’harem della Città proibita, qualunque fosse il loro grado e titolo, compreso quello di moglie dell’imperatore, non venivano mai in contatto, salvo in rarissime circostanze, con persone di sesso maschile che non fossero gli eunuchi del complesso residenziale. Quando morì l’imperatore Xianfeng (1860), Cixi non era la moglie dell’imperatore, ma una sua concubina. La moglie dell’imperatore si chiamava Zhen, e però Cixi aveva dato un erede maschio al monarca, ed era dunque questo bambino l’imperatore che succedeva al padre defunto e che raggiunta una certa età avrebbe assunto il potere. Nel frattempo la gestione in suo nome fu affidata a otto dignitari di corte.

Benché Cixi fosse la madre naturale del nuovo imperatore, essendo però una concubina non era riconosciuta come la madre ufficiale (nominalmente la madre del bambino era l’imperatrice Zhen), e dunque Cixi non aveva né alcun titolo e alcun potere politico. Contrariamente a una certa cinematografia, nella tradizione cinese, salvo delle eccezioni molto remote, le donne non potevano assumere il potere politico ed era impensabile potessero avere voce negli affari di Stato.

Sennonché l’imperatrice vedova Zhen e la concubina Cixi, contrarie alla politica perseguita dal defunto imperatore e fatta propria dai reggenti, strinsero un’alleanza politica e organizzarono un colpo di Stato con l’aiuto di un paio di principi, fratelli del defunto imperatore e anch’essi favorevoli ad un accordo con gli occidentali. Il putsch ebbe successo, il potere ufficiale restava prerogativa dell’imperatore bambino, ma fino alla sua maggiore età sarebbe stato d’ora innanzi gestito, col consenso dell’imperatrice Zhen e in accordo con i due principi, personalmente da Cixi, la quale aveva dimostrato la propria attitudine al comando e una visione politica non comune.  Anch’essa assunse il titolo di imperatrice vedova o vedova imperatrice (titoli intercambiabili).

Pur con tutti i piccoli comfort disponibili, la vita di corte dev’essere stata assai noiosa, specie per delle donne segregate a vita tra le mura della Città proibita, e in particolar modo se si doveva osservare per molti anni un lutto molto stretto. L’imperatrice vedova cominciò ad invaghirsi di un suo eunuco che, come detto, si chiamava Piccolo An. Come in ogni storia di questo tipo, viene raccontato che il Piccolo An era bello e sensibile, e ci possiamo senz’altro credere. Tutti sapevano che era il favorito, e anzi i sentimenti di Cixi travalicavano il semplice benvolere di una padrona per un servitore. I cortigiani nel 1869 s’accorsero del languore che struggeva Cixi e del fatto che essa non attendesse come prima agli affari di Stato. Un comportamento che lasciava intuire “una condiscendenza verso la ricerca dei piaceri”. E ciò, in un sistema rigidamente maschilista come quello, non poteva essere tollerato, nemmeno se l’interessata era l’imperatrice.

Gli eunuchi, tutti provenienti da famiglie molto povere, da bambini venivano condotti da un castratore specializzato, lo scopo era quello di farli entrare, dopo un intervento che non di rado si concludeva con la morte dello sventurato, come eunuchi presso la corte imperiale dove si sarebbero guadagnati più facilmente di che sopravvivere. L’intervento era peraltro molto costoso, tanto che servivano poi anni di servizio per ripagare il castratore specializzato. Per tale motivo la dolorosissima operazione veniva effettuata talvolta dagli stessi padri sui figli. A causa della menomazione soffrivano di incontinenza, la quale s’aggravava con l’età, ed erano costretti perciò a portare sempre pannolini.

Gli eunuchi erano considerati con sommo disprezzo da tutti, salvo dalle donne di corte che vivevano in contatto con loro. Rarissimi i casi in cui potevano uscire dalla Città proibita, e le punizioni subite potevano travalicare i procedimenti legali stabiliti, e bastava un nonnulla perché l’imperatore li facesse mettere a morte. Qianlong (1711-‘79) disse che “nessuno è più meschino e abietto di questi stupidi contadini”. Questo in sintesi il quadro generale della loro situazione.

Dovendosi predisporre gli abiti nuziali per Tongzhi, l’imperatore figlio di Cixi, il quale aveva raggiunto l’età di tredici anni, vennero incaricate le sartorie reali di Suzhou, ameno e rinomato centro serico non lontano da Shangai, che oggi conta più di 11 milioni di abitanti! Cixi pensò d’inviare il Piccolo An a sovrintendere alla confezione degli abiti, non perché ciò effettivamente servisse, poiché c’era già chi se ne occupava, ma per gratificare il suo innamorato con l’eccitazione di un viaggio. L’eunuco, con alcuni suoi famigliari e altri eunuchi che lo accompagnavano, avrebbe viaggiato lungo il Grande Canale e poteva addirittura festeggiare l’imminente capodanno a bordo dell’imbarcazione.

La cosa destò grande scandalo e unanime riprovazione nell’establishment cinese, tanto che quando l’imbarcazione arrivò a Shandong, il governatore Ding Baozhen, strenuo fautore della tradizione e delle norme consolidate, fece arrestare il Piccolo An e i suoi accompagnatori. Il governatore inviò un rapporto presso gli alti dignitari di Pechino segnalando la faccenda. Quando il rapporto venne letto dal rigido precettore dell’imperatore, contrario alle aperture in atto in quel frangente, questi esclamò: “Che soddisfazione! Che soddisfazione!”.  Tutti i funzionari di rango affermarono che il Piccolo An meritava la condanna a morte, sostenendo che aveva infranto alcune regole fondamentali.

Invero il Piccolo An non aveva infranto alcuna regola di sua sponte, egli aveva obbedito a un ordine dell’imperatrice vedova Cixi, perciò in tale presa di posizione vi è da rintracciare una motivazione politica che ha trovato un discutibile (per noi) pretesto per agire. Intanto Cixi, essendo parte in causa, si mosse tramite l’imperatrice Zhen, per far annullare il decreto di condanna capitale per il suo eunuco. Nulla valse però a far desistere il principe Chun, suo cognato, e gli altri dignitari, ostinati a far eseguire la condanna. E dire che Chun era stato il principe che prese parte al colpo di Stato che diede il potere a Cixi.

Cixi riuscì a trattenere il decreto di condanna a morte per un paio di giorni, sperando che qualcosa si smuovesse, ma vi si oppose un muro di assoluto silenzio. Fu pertanto costretta ad emanare il decreto. Il Piccolo An venne decapitato, assieme a sei eunuchi che l’accompagnavano nel viaggio, sua sorella e sua nipote con alcune musiciste furono esiliati come schiavi per le guardie di frontiera. Il cadavere del Piccolo An fu esposto per giorni nel luogo dell’esecuzione di modo che la gente vedesse che non aveva organi sessuali, in modo che il sospetto diffusosi, ossia che fosse l’amante dell’imperatrice, venisse a cadere.

Cixi cadde per un lungo periodo in uno stato di prostrazione e di quello che oggi potremmo comunemente chiamare esaurimento nervoso. Il principe Chun e altri maggiorenti, come scrive l’Autrice, “non si limitarono a uccidere l’amante di Cixi, bensì la misero in guardia su alcuni cambiamenti allarmanti che stava introducendo”. Pare chiaro che nell’establishment vi fossero due fazioni, una favorevole agli accordi commerciali con l’occidente, e l’altra contraria. Quella favorevole prese il sopravvento e attuò le riforme che ritenne necessarie, mentre quella contraria alle aperture si astenne dal reagire perché ciò portava indiscutibilmente grandi vantaggi doganali ed economici, e tuttavia entrambe le fazioni non erano disposte ad andare oltre certe concessioni. E difatti il processo di modernizzazione e apertura della Cina fu in massima parte sospeso.

Sui motivi adotti dall’establishment cinese per non mandare oltre la modernizzazione della Cina, ve ne è uno, di primario rilievo, che riguarda l’impatto ambientale che avrebbe avuto l’industrializzazione sull’ambiente e il paesaggio. Questi maggiorenti erano senz’altro personaggi crudeli, ma avevano una spiccata sensibilità verso la natura (e la poesia), una sensibilità che gli occidentali in generale hanno poco, e che gli italiani in particolare hanno perduto totalmente o fraintendono con altro.

martedì 3 marzo 2015

Quattro cose dette così ...


Il riformismo si pone obiettivi illusori, e ciò vale anche per il sindacato. Anche le rare organizzazioni sindacali che si pongono in un ruolo antagonista rispetto al capitale, sono il mezzo per realizzare la legge capitalistica del salario, cioè la vendita della forza lavoro al prezzo di mercato. Vero che il sindacato sfrutta le congiunture del mercato (in ciò la sua funzione principale), ma esse stesse sono condizionate dallo stadio in cui è giunto lo sviluppo della produzione e dall’offerta di forza lavoro. Due aspetti, dunque, che il sindacato non può controllare. Pertanto essi non possono mutare la legge dei salari, e nel migliore dei casi possono mantenere lo sfruttamento capitalistico nei limiti che considerano “normali” (le “normali” otto ore, per esempio, ecc.).

Né i sindacati possono ingerirsi nella parte tecnica della produzione e nei volumi produttivi, quindi sui modi e i livelli in cui avviene lo sfruttamento. È la necessità propria dello sviluppo capitalistico, nel tentativo di aumentare o mantenere il saggio del profitto, che sprona il singolo capitalista a miglioramenti tecnici. La posizione del singolo lavoratore è invece opposta, poiché ogni trasformazione tecnica peggiora la situazione immediata deprezzando la forza lavoro, e rendendo spesso il lavoro più monotono e ripetitivo. E ciò è in contraddizione col fatto che la classe operaia nel suo complesso, al pari di quella capitalistica sebbene per motivi opposti, ha interesse al progresso tecnico e tecnologico perché ciò coincide inevitabilmente con la sua emancipazione.

lunedì 2 marzo 2015

"Fu una magnifica vista"


La storia è un ripetersi estenuante degli stessi temi, quello della sopravvivenza e del potere. Se non fosse per la continua mutazione degli attori e delle loro motivazioni fantastiche, la storia sarebbe noiosa come la recita del rosario. Non sono molto d’accordo con la tesi che vorrebbe la storia presentarsi dapprima come tragedia e poi, una seconda volta, come farsa. Questo è ciò che accade nell’avant-scène, ma tra le quinte, dove lottano le anime comuni, la storia ha sempre l’aspetto di una tragica farsa. A preoccupare è la facilità con la quale le classi dominanti possono manipolare lo spettacolo servendosi di demagoghi.

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Sono recenti le immagini in cui si vedono alcuni individui distruggere con l’uso di mazze delle antiche statue presso – si dice – Ninive, sul sito della moderna Mosul, che fu la capitale dell'impero assiro. Sono immagini terribili, che suscitano rabbia impotente. A tanto può arrivare il fanatismo ammantato di motivazioni religiose. Tuttavia sembra che la maggior parte di quelle sculture siano delle repliche. Di scelleratezze del genere è zeppa la storia e senza riguardo alla latitudine. Non va dimenticato quanto successe nell’ottobre 1860 ad opera dei civilissimi inglesi e francesi in Cina.

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Nella Cina imperiale le carestie non avevano un andamento diverso che altrove, dipendeva dai raccolti e dunque dalle circostanze climatiche se in alcuni anni il popolo operoso doveva digiunare più del solito ma anche morire d'inedia. Le rivolte dei contadini non erano diverse da quelle europee. In ogni luogo ad approfittare di tali rivolte sono sempre altri che non i contadini.

Nel 1644 la dinastia Ming fu deposta da una rivolta di contadini, il suo ultimo imperatore si suicidò impiccandosi a un albero del giardino del suo palazzo. Ad approfittarne furono i Manciù, un’etnia di origine tartara stabilita oltre la Grande Muraglia, nel nord-est della Cina. Si riversarono oltre il confine e insediarono la loro dinastia (Qing) a Pechino.

Non mi dilungo sulle differenze tra Manciù, piccolissima minoranza, e la stragrande maggioranza di cinesi di etnia Han. Rilevo solo che oltre alla diversità della lingua, i Manciù portavano il codino mentre gli Han avevano sì i capelli lunghi ma raccolti in una crocchia.  Come segno di sottomissione gli Han dovettero adottare l’acconciatura Manciù. Alle donne Manciù, inoltre, non veniva imposta la famosa fasciatura costrittiva ai piedi. Per il resto i Manciù adottarono nel tempo la lingua cinese e molte delle relative usanze.

Sotto la dominazione Manciù l’impero cinese divenne tre volte più vasto, con 13 milioni di chilometri quadrati (attualmente la Cina è 9,6mln chilometri quadrati). Tutto andò bene, e un secolo dopo la popolazione poteva stimarsi in 150 milioni, ma l’introduzione della patata e del mais, facili da coltivare e ad alto contenuto proteico, provocarono in un secolo una vera esplosione demografica. Verso il 1850 la popolazione aveva raggiunto circa i 400 milioni.

Un aumento demografico del genere, in un tempo così breve, non poteva che provocare marcati squilibri economici e destabilizzare il sistema sociale. In tale situazione nel 1850 scoppia nella Cina meridionale, nella provincia costiera del Guangxi, la più disastrosa rivolta contadina della storia cinese, quella dei Taiping. Tre anni dopo la rivolta arrivava a Nanchino, dove fu creato il Regno celeste dei Taiping.

Gran parte delle diciotto province cinesi erano in rivolta. All’origine della crisi non c’era solo il problema demografico (un aspetto consisteva nel grande numero di piccoli letterati senza lavoro), ma anche una gravissima situazione finanziaria per cui le classi popolari venivano pagate con monete di rame che si deprezzavano in rapporto all’argento che serviva da base di calcolo delle imposte.

La questione dell’argento trovava la sua origine anzitutto nella cosiddetta guerra dell’oppio, causa del primo conflitto armato cinese con l’Occidente. La prima guerra dell’oppio fu scatenata dall’Inghilterra in risposta al giro di vite imposto da Pechino al mercato illegale dell’oppio in Cina.

L’oppio era prodotto nell’India britannica e importato di contrabbando in Cina prevalentemente da mercanti inglesi che man mano si sottrassero al controllo della Compagnia delle Indie (*). Pechino aveva proibito sin dal 1800 la coltivazione, l’importazione e il consumo dell’oppio, consapevole dei danni che arrecava all’economia (veniva pagato in argento) e alla salute della popolazione. Nel 1839, l’imperatore Daoguang incaricò Lin Zexu, commissario imperiale di Canton, l’unico porto d’accesso occidentale alla Cina, di stroncare il commercio dell’oppio.

Lin Zexu, tra l’altro, scrisse una lettera alla regina Vittoria, che fu pubblicata in lingua inglese, nella quale diceva: «Mi dicono che fumare oppio è severamente proibito in Inghilterra, pertanto l’Inghilterra conosce i danni che provoca la droga. Se l’Inghilterra non consente che l’oppio avveleni il suo popolo, non dovrebbe consentire alla droga di avvelenare i popoli di altri Paesi». L’Inghilterra, allora il maggiore paese imperialista, non poteva certo farsi carico di cotali scrupoli morali (**).

Cosa di non scarso rilievo è il fatto che lo stesso Lin fece attenzione nel distinguere il commercio illegale dell'oppio da quello legale delle altre merci, chiedendo al governo britannico di favorire quest'ultimo. La vendita di questa droga divenne per 60anni il cespite principale di Londra.

Per tutta risposta le principali compagnie commerciali e le Camere di commercio inglesi si posero sul piede di guerra. L’iniziativa cinese fu tacciata di essere “oltraggiosa” nei confronti della proprietà britannica (erano state distrutte dalle autorità cinesi enormi quantità d’oppio a Canton), e vi furono appelli per l’entrata in guerra allo scopo di ottenere “soddisfazione”. Ovviamente il governo si dichiarò favorevole, mentre l’opposizione, per voce del futuro premier William Gladstone, si dichiarò veementemente contraria.

Per farla breve, le navi da guerra britanniche, con 20mila uomini (compresi 7mila indiani) attaccarono le coste cinesi e il porto di Canton. La Cina, sconfitta, fu costretta il 28 agosto 1842 a firmare il Trattato di Nanchino, oltre a pagare un indennizzo di 21 milioni di dollari d’argento. Una cifra folle che costrinse il governo cinese ad aumentare la tassazione e ad altre misure draconiane.

A seguito del trattato, l’importazione dall’India di oppio raddoppiò immediatamente, triplicò nel decennio successivo, poi il suo consumo dilagò a tal punto che nelle famiglie cinesi veniva spesso offerta agli ospiti la pipa da oppio. A trarne profitto non erano solo trafficanti angloamericani ma anche gruppi criminali interni, come per esempio la Triade che con tale commercio si arricchiva.

Il Trattato di Nanchino obbligò la Cina ad aprire al commercio altri quattro porti oltre a Canton, i quali divennero insediamenti occidentali sottoposti alle loro leggi (***). Inoltre, la Cina fu costretta, nonostante il suo precedente rifiuto, ad accettare i missionari occidentali, prima interdetti. Specie il cattolicesimo francese si diffuse rapidamente, tanto è vero che i ribelli Taiping, sostenuti finanziariamente dai proprietari terrieri locali ostili alla dinastia Qing, non trovarono di meglio che combattere in nome del cristianesimo, e il loro capo, Hong Xiuquan, antesignano dei califfi odierni, dichiarava di essere il fratello minore di Gesù. Era stato sotto l’influenza di un missionario cristiano evangelico.

Questo per quanto riguarda la prima guerra dell’oppio. E tuttavia, nonostante i risultati raggiunti, gli imperialisti europei reclamavano l’apertura di altri porti e chiedevano l’insediamento di una loro rappresentanza nella capitale. Pechino non acconsentiva a simili richieste. Ancora una volta i britannici decisero che “le navi da guerra erano assolutamente indispensabili”. Il pretesto, al pari di molti altri casi, fu presto trovato: un incidente che nel 1856 coinvolse un battello, l’Arrow.

L’anno seguente Lord Elgin, figlio di Thomas Bruce, VII conte di Elgin, ossia di colui che trafugò i marmi dal Partenone e li trasportò in Inghilterra, fu inviato in Cina con una flotta di navi da guerra. I francesi presero parte alla spedizione punitiva come alleati, per garantire, dissero, l’accesso ai loro missionari in Cina. Da notare che nel frattempo stavano sottomettendo l’Indocina.

Il corso della guerra ebbe alterne vicende, fino a quando nel 1858 l’imperatore Xianfeng fu costretto ad inviare una missione di negoziatori presso Elgin perché firmasse un nuovo trattato secondo le richieste europee. Come disse l’inviato francese, barone Gros, all’imperatore fu puntata “una pistola alla tempia”. Le cannoniere britanniche lasciarono i forti cinesi di Dagu.

L’imperatore aborriva il nuovo trattato impostogli con la forza, e arrivò a proporre all’Inghilterra e alla Francia l’esenzione da tutte le tasse affinché acconsentissero di annullare il patto firmato dai suoi emissari a Shanghai. Le due nazioni si dissero ben felici di non pagare più le tasse ma il trattato doveva restare in vigore. Quando nel 1859 giunse il momento di ratificare il trattato a Pechino, fu inviato il fratello minore di Elgin, Frederick Bruce, con una delegazione. L’imperatore fece di tutto perché la delegazione europea non giungesse nella capitale, e alla fine le truppe di Bruce furono inaspettatamente sconfitte.

Elgin e Gros tornarono in Cina l’anno dopo con una forza militare imponente. Marciarono su Pechino, la ratifica degli accordi firmati due anni prima ovviamente non bastava più, si erano aggiunte altre richieste, oltre al pagamento di altre indennità di guerra. Tuttavia Elgin voleva ancora una volta negoziare, ed inviò a Pechino un suo rappresentante, certo Harry Parkes. All’imperatore venne la balzana idea di arrestarne i componenti e di sottoporli a una prigionia sul tipo di quella in uso ora a Guantanamo.

In sintesi, le truppe anglo-francesi (compreso un corpo di coolie cantonesi addetti ai trasporti) si diressero a Pechino da dove invece fuggì in tutta fretta l’imperatore e la sua corte, lasciando il Vecchio Palazzo d’Estate. Si trattava in realtà di un complesso di oltre duecento edifici e padiglioni imponenti che sorgevano su un’area di 350 ettari, la cui costruzione era iniziata al principio del XVIII secolo e ampliati nei successivi cento anni. Progettati dai gesuiti Giuseppe Castiglione e Michel Benoist, rispondevano al gusto dell’imperatore Qianlong il Magnifico. Tali edifici avevano solo esternamente l’aspetto barocco europeo, ma la statica si basava sull’architettura cinese in legno e non sull’opera in muratura europea.

Scrisse un ufficiale inglese: “La prima volta che entrammo nei giardini ci tornò alla mente uno di quei luoghi magici descritti nelle favole; quando ne uscimmo il 19 ottobre, ci lasciammo alle spalle una tetra desolazione, un deserto di rovine”. Dapprima arrivarono i soldati francesi che depredarono il contenuto dei palazzi, distruggendo tutto ciò che non era trasportabile, poi giunsero gli inglesi che completarono l’opera di razzia, infine gli edifici furono dati alle fiamme. L’incendio infuriò per giorni.

Victor Hugo, in una lettera del 1861 al capitano Butler ebbe a scrivere a tale riguardo:

«[…] C'era, in un angolo del mondo, una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava Palazzo d'Estate. […] Immagini una qualunque ineffabile costruzione, qualcosa di simile ad un edificio lunare, e le comparirà dinanzi il Palazzo d'Estate. Costruisca un sogno con marmo, giada, bronzo, porcellana, lo intagli in legno di cedro, lo copra di pietre preziose, lo foderi di seta, lo renda da una parte santuario, dall'altra harem, dall'altra ancora roccaforte, vi ponga all'interno degli dei, vi ponga all'interno dei mostri, lo faccia verniciare, smaltare, dorare, truccare, da architetti che siano poeti, faccia imbastire i mille e un sogno delle mille e una notte, aggiunga giardini, bacini, getti d'acqua e schiuma, cigni, ibis, pavoni, in una parola s'immagini una sorta di sfolgorante antro della fantasia umana avente la sagoma di tempio e di palazzo, quel monumento era tutto questo. […] Quell'edificio, che aveva la vastità di una città, era stato costruito lungo i secoli, per chi? per i popoli. Infatti ciò che il tempo realizza appartiene all'uomo.

Gli artisti, i poeti, i filosofi, conoscevano il Palazzo d'Estate; Voltaire ne parla. Si era soliti dire: il Partenone in Grecia, le Piramidi in Egitto, il Colosseo a Roma, Nôtre-Dame a Parigi, il Palazzo d'Estate in Oriente. Chi non lo vedeva, lo sognava […].

[…] Un giorno, due banditi sono entrati nel Palazzo d'Estate. Uno ha saccheggiato, l'altro ha incendiato. La vittoria può essere ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d'Estate ha fruttato utili spartiti fra i due vincitori. Vediamo implicato in tutto ciò il nome di Elgin, che ha la fatale prerogativa di ricordare il Partenone. Quanto era stato fatto al Partenone è stato fatto al Palazzo d'Estate, con più completezza e meglio, in modo da non tralasciare nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo splendido e formidabile museo d'oriente. […] Ecco che cosa ha fatto la civiltà alla barbarie. Agli occhi della storia, un bandito si chiamerà Francia, l'altro si chiamerà Inghilterra […].»

Il generale Grant scrisse al ministro della guerra:

«Il 18 ottobre la divisione di Sir John Michael, con la maggioranza della brigata di cavalleria, fu fatta marciare sul palazzo e appiccò il fuoco a tutti gli edifici. Fu una magnifica vista. Non potei che dolermi della distruzione di tale antica magnificenza, e sentii che era un atto di inciviltà, ma lo ritenni necessario come avvertimento futuro ai cinesi di astenersi dall’omicidio degli inviati europei e dal violare le leggi delle nazioni.»

Non dobbiamo stupirci se il popolo cinese ha potuto alimentare in oltre un secolo di terrorismo occidentale un sentimento nazionale esacerbato di cui si possono osservare ancora oggi gli effetti.

(*) Il tè cinese veniva pagato in argento. Quando nel 1776 la guerra d’indipendenza americana allontanò gli inglesi dalle riserve d’argento messicane, la soluzione inglese fu quella di pagare il tè con l’oppio prodotto in India. Quando il commercio di oppio assunse dimensioni notevoli e fu monopolizzata la sua produzione in Bengala, il mercato cinese divenne molto più remunerativo e dinamico di quello dei tessuti. Gli europei avevano finalmente qualcosa da vendere ai cinesi. Infatti, fino ad allora, l’assenza di una cospicua domanda di prodotti europei da parte dei cinesi aveva come conseguenza, per l’acquisto del tè, la necessità dell’invio di metalli preziosi. Si trattava dell’antico problema di uno squilibrio strutturale nel commercio tra Occidente e Oriente. Nonostante le massicce importazioni di argento americano tale squilibrio si corresse solo in parte.

(**) Il commercio del tè con la Cina inizialmente era stato un’attività secondaria, sebbene molto redditizia. La bevanda preferita dagli inglesi all’inizio del XVIII era l’acquavite olandese, ma poi l’aumento degli oneri fiscali e la difficoltà di reperire i mosti da distillare, fecero in modo che il tè ottenesse la supremazia e diventasse una merce a buon prezzo. Va rilevato che con il tè si ingeriva anche una merce dall’offerta sempre più vantaggiosa: lo zucchero dell’India occidentale. Patate, burro, pane, tè, costituirono nel XVIII secolo la quintessenza dell’alimentazione inglese. Per lungo tempo furono gli olandesi a rifornire i britannici attraverso i porti di Canton e Batavia.

(***) La pletorica serie di trattati imposti alla Cina in quel periodo è di per sé eloquente. Essi sono detti, non a torto, dai cinesi “Trattati ineguali”. Offro uno scampolo del Trattato di Nanchino, l’art. 3: “Vi sarà d'ora in poi la pace e amicizia tra Sua Maestà la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e Sua Maestà l'Imperatore della Cina e fra i rispettivi sudditi, che godranno di piena sicurezza e protezione per le loro persone e proprietà all'interno dei domini dall'altra”. Semplicemente risibile: quali persone e proprietà cinesi vi erano allora in Inghilterra? Sarebbe interessante esaminare anche gli altri trattati, o pseudo tali, come la Charter che fa di Hong Kong una colonia della Corona, ecc..

domenica 1 marzo 2015

Di amicizia e pace


Immaginiamo che degli uomini bussino alla porta di casa nostra e ci chiedano di entrare. Richiestone il motivo essi rispondono che vogliono entrare per venderci le loro mercanzie, magari scambiandole con altre di nostra proprietà se essi le riterranno convenienti. I prezzi ovviamente li decideranno loro. Opponiamo un netto rifiuto? Gli stessi tizi minacciano di buttar giù la porta con la forza e poi di fare strage. È ciò che si è verificato esattamente nel 1853 tra il commodoro Matthew Calbraith Perry, inviato dal presidente Millard Fillmore con una flotta a bussare alla porta del Giappone. Il trattato che ne seguì si chiamò ovviamente Trattato di amicizia e pace tra Giappone e Stati Uniti.

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