Chi vota, danneggia anche te;
digli di smettere.
Oggi la condizione dell’operaio in
fabbrica (il discorso si può allargare a molte altre attività lavorative),
nella sua essenza (non semplicemente commisurata alla fatica fisica, per quanto
la sua situazione non sia uguale in ogni contesto), non è dissimile a quella di
un secolo fa: otto ore in piedi davanti a un tornio (sia pure a controllo)
oppure seduti inchiodati ad una macchina da cucire, con i ritmi di una catena
di montaggio. Eccetera.
Chi e quando ha stabilito otto ore
di lavoro giornaliere? Un secolo fa ci furono aspre lotte per conquistare le
otto ore per legge, anziché dieci e anche dodici e più. Un progresso, indubbiamente, ottenuto fuori e poi dentro i parlamenti degli Stati.
In Italia, fu nel 1923 che divenne norma (poi convertita in legge nel 1925), un
escamotage che tendeva ad assorbire la disoccupazione con un contestuale taglio
dei salari. Dunque, a conti fatti, il paradosso che sia stato Benito a ridurre
l’orario è solo apparente.
E, dunque, ancor oggi, dopo un
secolo, ci ritroviamo ancora a fare otto ore di lavoro, come se nel frattempo
non fosse accaduto nulla, come se la produttività del lavoro fosse rimasta invariata
e non invece, con il perfezionamento delle macchine e delle tecniche, decuplicata più volte. Come se, astraendo qui dal tema salariale, pure assai importante, l’operaio nella stessa quantità di tempo di lavoro di un
secolo fa, producesse la medesima quantità di merci (*).
Non si può (dicono i manager
dell’industria, ripetono i politici e declamano i servi della comunicazione
borghese) ridurre l’orario di lavoro poiché bisogna essere (il dover essere
dello schiavo, sia chiaro) competitivi con l’industria dei cosiddetti paesi
emergenti, laddove si lavora ben più di otto ore e pure con ritmi più intensi.
A dar retta, dovremmo aspettare
decenni affinché le cose si mettano in pari, ossia migliorino le condizioni dei
lavoratori dei paesi emergenti e peggiorino abbastanza da noi in modo da portare
le cose in equilibrio. È ciò che ha teorizzato per anni, per esempio, Eugenio
Scalfari con la teoria dei vasi comunicanti. Anche accettando un simile
delirio, a metter in pari così le cose, non significa migliorarle, non
certamente qui da noi (parla Scalfari di “cessione di opulenza”, in quanto ex
croupier è avvezzo ad ambienti sociali diversi dai nostri).
Chiedo: possiamo illuderci che
finalmente dopo decenni le cose si mettano in meglio anche nei paesi come la
Cina o l’India fintanto che si arrivi a una riduzione dell’orario di
lavoro giornaliero e settimanale? Con miliardi di proletari e sottoproletari
sottoposti a necessità e dunque disponibili allo sfruttamento? In tal caso non
basteranno decenni, ci vorranno secoli, astrazione fatta per altre
considerazioni.
Le cose resteranno così come sono,
anzi tutto sta a indicare che peggioreranno finché la divisione internazionale
del lavoro, le forme di proprietà e il modo di produzione resterà l’attuale. Da
soli non ci si libera, ognuno per sé non si va da nessuna parte, e anzi c’è il
rischio concreto che finiremo per tornare a spararci l’uno contro l’altro. Ed è
perciò che l’internazionalismo, almeno nelle intenzioni, ebbe un senso, e l’ha
ancora di più oggi che collegamenti di ogni tipo e comunanza dei segni facilitano
i contatti tra i diversi popoli.
*
Qui si pone la domanda: come si fa
a parlare di internazionalismo, a fondarne uno su basi e concetti nuovi, se
siamo incapaci di dotarci di un minimo di organizzazione politica
rivoluzionaria, di alcuni principi teorici condivisi, se già a livello locale
siamo divisi in tutto e sparpagliati in entità numericamente infime?
Riflettiamo: non è questa, per contro, la strategia e l’azione dei
partiti e movimenti borghesi, comunque denominati e colorati, ossia quella di
dividere gli sfruttati in schieramenti politici contrapposti aventi gli stessi
principi in comune? E di quali comuni principi si tratti è presto detto: benessere
e democrazia sono agibili solo in un sistema di proprietà privata, il sistema è
riformabile, se ne possono migliorare le performance a livello nazionale ed
europeo, trovare soluzioni (espedienti) alla sua crisi. Per far questo basta
votare, delegare questo o quel partito o movimento, questo o quel leader che su
questi temi dice di saperla più lunga di altri.
Dunque, secondo tale opinione,
fortemente in declino nelle coscienze ma ancora maggioritaria nella pratica talché
sostenuta da forti interessi veicolati da una propaganda massiccia di ogni tipo,
questo sistema troverà le soluzioni – le uniche possibili! – per le vie
ordinarie, elettorali. A sostenere questa idea non c’è più una fase espansiva
dell’economia, perciò si tratta con ogni evidenza di un bluff, di una gara
truccata dove vince sempre il banco, ossia il capitale, e, se in concorrenza
tra loro, quello più forte.
Questo sistema può cambiare solo
se ne sono rivoluzionate le basi economiche su cui poggia. La crisi profonda in
cui versa, lo scollamento sociale e istituzionale perdurante e ingravescente, il saccheggio delle risorse naturali disponibili, la loro dissipazione e l'inquinamento, da un lato, e lo sviluppo economico, scientifico e
sociale raggiunto, dall’altro, ci dicono che la situazione è matura per un
cambiamento dei rapporti di produzione e di tutto il resto. Come venire incontro al cambiamento, come alleviare le doglie del parto? Intanto
cominciamo dalle cose più immediate e semplici. La prima è di farsi interpreti
di questa concreta possibilità, anzitutto non fornendo più alibi al sistema,
come quello di essere espressione della volontà e del consenso del popolo,
ossia quell’alibi con il quale questo sistema si spaccia per democratico. Il
resto verrà.
(*) Qui si è prescisso dalle norme
introdotte dal DL 66/2003 e da tutte le successive che hanno deregolamentato la
vecchia disciplina per rendere l’orario flessibile secondo i bisogni della
proprietà.