giovedì 8 maggio 2014

Esseri alieni da secoli tra noi


Mentre la nostra attenzione è  convogliata verso scandali di ogni genere, e le nostre speranze sono riposte nei famigerati 80 euro, nonché sulle proposte di legge dei candidati alle europee (come già rilevato in un post di pochi giorni fa è da notare che il parlamento europeo non è organo legislativo), arriva fresca la notizia, questa sì di un certo interesse, che allo Scripps Research Institute (TSRI) di La Jolla (California) sono riusciti a creare un Dna semiartificiale (la ricerca è stata finanziata in parte dal National Institutes of Health degli Stati Uniti).

mercoledì 7 maggio 2014

Le sconfitte inglese e francese nel 1918



Caporetto è diventato, per antonomasia, il nome simbolo della disfatta; esso ricorre ad ogni tragedia nazionale che veda come principale responsabile per le sue insufficienze e malefatte la classe dirigente di questo straordinario paese. Eppure di quel genere di disastro militare, anche se in proporzioni forse minori e con conseguenze casualmente meno decisive, non fu immune durante il grande conflitto europeo né l’esercito inglese e nemmeno quello francese. Anzi, sia da Caporetto così come dai loro stessi rovesci, essi non trassero, a differenza dei tedeschi, nessun proficuo ammonimento, tanto da ripetere lo stesso errore – bensì strategico e non solo tattico – due decenni dopo. Ma inglesi e francesi non ne parlano volentieri, preferiscono celebrare le proprie vittorie e sorvolare sulle loro sconfitte, salvo rimarcare spocchiosamente quelle altrui (dimentichi, tra l’altro, che senza il fronte italiano che tratteneva oltre 70 divisioni nemiche, inevitabilmente essi sarebbero stati travolti). E anche in questo, noi italiani, per contrasto, riveliamo l’indole sommamente individualista e piagnona, sottomessa, retaggio di tanta nostra secolare condizione storica.

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Chi fu Cadorna? Per non prendere pregiudizio non ho letto alcuna sua biografia, nemmeno le voci della Treccani e di Wikipedia, e tuttavia azzardo un’idea dell’uomo e del generale poggiandomi su ciò che ha lasciato scritto lui medesimo e su notizie di chi l’ha conosciuto in prima persona. Il ritratto che ne ricavo è quello di un conservatore della sua epoca, d’intelligenza normativa, senza particolari doti di riflessione, ristretto nel concepire e nel giudicare, di carattere formale e di rigido concetto, sensibile all’adulazione, cospicuo di sé, incapace d’amicizia, uomo di buon gusto, amava l’arte, era una buona penna e pronto alla battuta.

Come generale, Cadorna fu un profondo conoscitore del territorio in cui operava, capace organizzatore (a lui si deve – nonostante l’opposizione politica – la costruzione dal 1914 di un poderoso e ben armato esercito), attento ai suggerimenti dei più stretti collaboratori e tuttavia autonomo e fermo nelle decisioni, esperto delle problematiche militari, eppure difettoso nell’organica d’impiego dei reparti, trascurava deliberatamente la conoscenza dei suoi comandanti di livello inferiore al corpo d’armata. Cinico come può non esserlo un comandante di esercito, ma in lui il disinteresse per la sorte centinaia di migliaia di giovani uomini che affrontano in ogni momento la morte è davvero oltremodo impietoso. Le circolari del comando supremo insistono sul risparmio di munizioni, mai su quello di vite umane. Accostava d’abitudine la sua sorte a quella di Napoleone.

Come primo responsabile del comando delle operazioni aveva un altro grave difetto che il col. Angelo Gatti, che ben l’ha conosciuto ed è stato un suo critico estimatore, rileva e riassume nel suo diario di guerra:

«[…] ora che ho visto con i miei occhi […] il generale Cadorna non esercita un’azione di comando, nemmeno nella fronte Giulia. Mi spiego meglio. Il generale Cadorna fa il piano, lo dà ai comandanti delle armate: tiene per sé una piccola riserva. Poi dà l’avanti: e da quel momento non è più il direttore».

È questo un difetto di non poco conto e che può spiegare, per la sua parte, il disastro di Caporetto e la condotta complessiva della guerra sia sul piano strategico che tattico.

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Prima di dire, con onestà, se ci si poteva aspettare un attacco in profondità dei tedeschi e degli austro-ungarici così a nord, tra Caporetto e Tolmino, bisogna osservare attentamente la carta della zona. Nessuno era mai passato di lì per invadere la pianura friulana, tanto che, come rilevavo nel post precedente dedicato allo stesso tema, per millenni le invasioni da est passavano l’Isonzo spesso nei pressi dell’attuale frazione di Mainizza, sul ponte romano che era situato poco a nord da dove passa ora l’autostrada A34 Villessa-Gorizia. Viceversa, nell’ottobre 1917, in quel settore di fronte tra Caporetto e Tolmino, si trattava di superare, oltre all’alto Isonzo, tre gradini di difesa.

E tuttavia come risulta, tra l’altro, dalle istruzioni date ai comandi del IV corpo d’armata dal gen. Cavaciocchi in data 14 ottobre, ci si attendeva l’attacco e il tentativo di sfondamento del nemico, se non altro sulla base dei piani di battaglia portati seco dai due famosi ufficiali disertori rumeni. L’attacco era dunque atteso e previsto per quei giorni, non si volle però dare loro la giusta rilevanza, nonostante si sapesse cos’era avvenuto in Russia (dirò in seguito) e in Romania.

Al comando supremo, in primis il generale Cadorna, non si dette peso alla possibilità di uno sfondamento dei tre gradi di difesa, pur non ottimali, posti in quel settore. Difese non ottimali è un eufemismo, perché in non pochi casi, ciò che appariva sulla carta non trovava riscontro nella realtà, laddove quelle linee caddero in poche ore perché furono trovate senza difensori o sorprese mentre vi si organizzava una difesa affrettata, insufficiente, sporadica e già superata dal rapidissimo precipitare degli avvenimenti.

Basti un caso per sottolineare la situazione dopo l’attacco austro-tedesco. Un fante, il cui nome è rimasto ignoto per la perdita della piastrina, improvvisatosi mitragliere sul valico di Sella di Canebola, l’ultimo prima della pianura friulana, per 36 ore tenne in scacco l’avanzata di un’intera divisione nemica tra il 26 e il 27 ottobre, finché non fu travolto e ucciso. E ciò non è leggenda.

L’ufficio informazioni del comando supremo, già il 7 di ottobre, segnalando “notizie raccolte da informatori e prigionieri, dal tono della stampa nemica e da altri indizi”, affermava che il nemico “mirasse ad avvicinare con una operazione militare la conclusione della sospirata pace”, e soggiungerà poi il Cadorna che era difficile “precisare l’entità dello sforzo ed il punto della sua principale applicazione”.

Già dai primi di ottobre c’erano segnali e notizie di un attacco, non se ne poteva stimare l’entità e soprattutto il punto principale di dove doveva venire l’offensiva. Dunque, un primo errore di sottovalutazione che poggiava su una più generale convinzione, ossia che si trattasse di un’operazione nemica tesa a creare una situazione più favorevole, dopo i successi italiani dell’XI battaglia, per giungere a trattative di pace. Eventualmente, per un grosso attacco, l’Austria-Ungheria, avrebbe provveduto dopo l’inverno, nella primavera del 1918. Nel frattempo, come da dichiarazioni del Cadorna, si sarebbe provveduto di sistemare meglio le cose nello schieramento e nell’ordinamento di reggimenti e divisioni.

Questo è il primo errore di sottovalutazione, forse nemmeno quello più decisivo. L’altro errore riguarda l’aspetto psicologico, lo stato d’animo delle truppe e degli ufficiali al fronte, dopo due anni e mezzo di guerra, una guerra che sembrava non dover finire mai, che dovesse durare, se andava avanti così, altri dieci anni, per dirla con le parole del comandante della terza armata, ossia il duca d’Aosta. Soldati che avevano bisogno di riposo stabile, lontano dalle cannonate, di licenze, di famiglia, di sfogo, e soprattutto di un trattamento più umano da parte di ufficiali arroganti e spocchiosi. E su questo lato della faccenda la pubblicistica è copiosa, non mi pare vi sia nulla più da aggiungere che non sia abbondantemente noto.

Altra questione, dopo quella tattica e quella, rilevantissima, morale e psicologica, è quella che riguarda la qualità e l’impegno dei comandanti sottoposti a Cadorna. Il generalissimo poco curava i rapporti con i suoi comandanti più diretti, fino a giungere ad affermare esplicitamente di non volersi occupare dei comandanti dalla divisione in giù!

Molti di questi generali e colonnelli erano giunti alle posizioni di vertice con avanzamenti fulminei, scavalcando spesso, anche di due gradi per volta, colleghi più anziani, e ciò non poteva che creare malcontento. Due esempi tra tutti: Diaz, che poi prenderà il posto di Cadorna, all’inizio del conflitto era appena tenente colonnello. Alla vigilia di Caporetto, ossia due anni dopo, era generale di corpo d’armata. Lo stesso percorso per un altro nome poi molto noto, quello di Badoglio. Si pensi che Badoglio, nel 1911, in Libia, era capitano alle dipendenze di un generale di brigata, quest’ultimo nel 1917, quale generale di divisione, era alle dipendenze di Badoglio comandante di corpo d’armata! Cadorna ebbe ad avanzare in seguito dei dubbi sulle doti di generale di Badoglio, sul quale il Gatti afferma: “Non credo possa avere vasti pensieri”.

È vero che da un lato i numerosissimi siluramenti e dall’altro le fulminee promozioni erano determinate dalla situazione, dovendo sbarazzarsi di ufficiali insufficienti e anche inetti, ma questo tipo di ricambio assunse proporzioni abnormi e le carriere spesso si giocavano sulla fortuna di trovarsi in un corpo d’armata anziché in un altro. Il difetto principale di questi tenenti colonnelli divenuti rapidamente generali di corpo d’armata, stava nel fatto, come lo stesso Gatti rilevava, che essi avevano conservato la mentalità dei tenenti colonnelli. Ad ogni buon conto, in quello scorcio d’autunno, diramati gli ordini dal comando supremo, ognuno ottemperava a suo modo e nei tempi suoi. Un discorso a parte meriterebbe la posizione e l’indole del generale Capello, comandante della 2^ armata.

A tale riguardo e sui fatti dell’autunno 1917, Cadorna scriverà con obiettività:

[…] in questa circostanza mancò nel comandante [Capello] della 2^ armata (e non in lui solo) quello spirito di ubbidienza in che essenzialmente risiede la disciplina delle intelligenze e la disciplina formale. Egli avrebbe consentito di contrastare più energicamente l’offensiva e l’avanzata nemica, se le artiglierie che avrebbero dovuto essere portate indietro [come da esplicito ordine di Cadorna], fossero tempestivamente entrate in azione insieme alle altre schierate [dunque Badoglio].

Capello era un genialoide, con molti difetti, di ristretta visione, rimase dopo Caporetto al suo posto. Badoglio avanzò a sottocapo di stato maggiore del comando supremo!

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Ciò che invero deve essere posto in chiaro, e per esempio lo fa Piero Melograni nel suo celebre saggio, è che quanto avvenne a Caporetto era successo prima in Russia e poi si sarebbe ripetuto in Francia a spese d’inglesi e poi dei francesi.

Tedeschi e austriaci applicarono a Caporetto una tattica nuova nella concezione e nel procedimento: non più scontri diretti di logoramento, con assalti e contrattacchi, su fronti molto ampi. Già mesi prima l’avevano applicata a Riga contro i russi questa tattica e la perfezionarono a Caporetto. Gli inglesi e i francesi – i quali si sa bene cosa pensino degli italiani – interpretarono il disastro di Caporetto come disfatta morale dell’esercito. Non ne colsero anche i motivi bellici. Dunque toccò a loro poi sperimentare.

Il 21 marzo 1918, sul fronte della Piccardia a comandare le truppe tedesche, con in faccia quelle inglesi, c’era una nostra vecchia conoscenza, il generale von Below, già comandante a Caporetto, e anche il suo collega von Hutier, che guarda caso, era proprio quello di Riga. Le truppe della V armata britannica vennero sopraffatte e molti reparti furono travolti dal panico, la Somme abbandonata precipitosamente. La stessa cosa che s’era verificata a Caporetto, la stessa metodologia tattica.

Dopo quattro giorni di battaglia i francesi si apprestavano a difendere Parigi e gli inglesi pensavano già che il loro compito principale fosse quello di difendere i porti della Manica. Insomma, la stessa situazione del giugno 1940! Dopo due settimane di battaglia, gli  inglesi – fortuna per loro che non c’erano i panzer e gli stukas – riuscirono a fermare i tedeschi, non senza aver ridotta la loro forza da 200mila a 20mila uomini, perso ingenti quantitativi di materiali, armi e munizioni, e dopo essersi ritirati per 70 chilometri! Dopo un pausa di quattro giorni, nelle Fiandre, i tedeschi sfondarono in direzione del mare, tendendo a occupare Calais e Boulogne. Dal 21 marzo alla fine di maggio gl’inglesi persero complessivamente 344mila uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre mille cannoni e migliaia di mitragliatrici.

Il 27 maggio furono colti di sorpresa e presi dal panico i francesi, senza opporre resistenza persero in poche ore lo Chemin de Dames, considerato un’inespugnabile fortezza, e gli andò bene perché i tedeschi … “si fermarono soltanto perché così stava scritto sul piano di battaglia”. E anche questo è caratteristico.

martedì 6 maggio 2014

La Camusso chiede di ripristinare l'ancien régime


Al congresso della CGIL la segretaria chiede al governo (Pd!) di ripristinare il falso in bilancio. Il falso in bilancio (false comunicazioni sociali) non è mai stato abrogato (ex art. 2621 e 2622 c.c.), ma ne è stato esclusa la punibilità se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. Negli altri casi è stata altresì modificata la sanzione (dunque di questo essenzialmente si tratta).


Attila e le badanti ucraine


A scuola, dapprima il maestro e poi il o la prof. di storia, ci raccontavano che le invasioni barbariche avvenivano grossomodo dal Friuli. Uffa, ancora con le invasioni barbariche, si dirà. Infatti, ci hanno rotto le scatole quasi ininterrottamente per oltre mezzo millennio, e poi dalla terza elementare per quasi un decennio. Ora, per fortuna, d’invasioni abbiamo quelle televisive.

lunedì 5 maggio 2014

"Evviva Germania"


Il generale Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore della 14^ armata comandata da Otto von Below, scrive, nel suo Lo sfondamento dell’Isonzo, che già dopo poche ore l’inizio della cosiddetta battaglia di Caporetto, ovvero la XII e ultima battaglia dell’Isonzo, venivano catturati migliaia di prigionieri italiani (alla fine saranno 300mila), i quali, “parte allegri e parte frastornati”, si affrettavano sulla strada verso Tolmino, nell’intento di mettersi al più presto al sicuro, “agitando fazzoletti bianchi al grido: Evviva Germania”. Questo era indice, secondo il generale, “che la loro volontà e il loro coraggio erano caduti molto in basso”.

Che non volessero più combattere è cosa certissima, quanto al coraggio, quelle truppe, quasi tutte composte di contadini analfabeti non aventi diritto di voto, ne avevano mostrato fin troppo. Tra le cause della disfatta di Caporetto, ve ne fu una di fondamentale – sottaciuta – che viene prima delle motivazioni di strategia e di tattica, e ben si accorda con la situazione di sfinitezza e frustrazione delle truppe dopo due anni e mezzo d’inutili e sanguinosissimi assalti frontali. Questa si chiama sfiducia, nei comandanti militari, così come nella classe dirigente nazionale.

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