Scrivevo ieri: “la proliferazione del consumabile non ha un limite
fisiologico, non nella cosiddetta propensione ai consumi e allo spreco come
credono taluni, ma un limite nella natura stessa del capitale”. E ciò
vale per ogni altro aspetto del capitalismo, ossia il vero limite della
produzione capitalistica è il capitale stesso, un limite che ha nulla a vedere con la
produzione della ricchezza in quanto tale. Questo particolare limite – scrive
Marx – testimonia del carattere ristretto, semplicemente storico, transitorio,
del modo di produzione capitalistico; prova che esso non costituisce affatto
l’unico modo di produzione in grado di generare ricchezza, ma, al contrario,
arrivato ad un certo punto entra in conflitto con il suo stesso ulteriore
sviluppo.
Naturalmente Marx non si
limita ad enunciazioni di principio come un qualunque filosofo, come scienziato scopre ed enuncia “la legge in
quanto tale”, una legge naturale
indipendente dai produttori e che sfugge sempre di più al loro controllo. Tutto
nero su bianco, da ben oltre un secolo. Nessuno ha confutato scientificamente
tale legge, laddove si è cimentato anche quel confuso di Croce Benedetto, con
risultati comici, come già rilevava Plenchanov e poi Gramsci [*].



