lunedì 19 marzo 2018

Fa ancora paura


Ho avuto occasione, da quando frequento Marx, e cioè da quasi mezzo secolo, di leggere ogni sorta di falsificazioni e diffamazioni sul suo conto (e di sua moglie Jenny), scritte da specialisti del raggiro, tradotte in italiano e anche no. L’ultima, non la più grave e infame, l’ho letta sul Domenicale del Sole 24 ore di ieri (figuriamoci se quei reazionari si fanno sfuggire una simile leccornia). Si può prendere la cosa anche a ridere, tanto è maldestro e scadente il tentativo sotto ogni punto di vista, e però non va taciuto il modo truffaldino di presentare le cose da parte di un foglio che si richiama esplicitamente alla “cultura”.

L’articolo in questione è scritto da un certo Viktor Gaiduk, presentato come membro dell’Accademia delle scienze russa (cosa che di per sé non significa nulla), un “esperto di cultura musicale russa ed europea”, stimato da Indro Montanelli che lo volle suo collaboratore da Mosca (e con tale accostamento il ritratto assume il suo autentico colore).

Tutto l’articolo verte sulla barba di Karl Marx, un argomento sfruttato innumerevoli volte (da ultimo, per esempio: Uwe Wittstock, Karl Marx beim Barbier: Leben und letzte Reise eines deutschen Revolutionärs). Gaiduk informa il lettore che Marx, nell’aprile del 1882, poco meno di un anno prima della morte, si è fatto radere la barba, elemento iconico che tanta parte ebbe, secondo l’articolo, nelle fortune rivoluzionarie del grande vecchio. Diamo parola a Gaiduk:

«Poco prima della sua morte, Karl Marx decise di iniziare una “nuova vita”. Di che cosa si trattasse esattamente non è chiaro, ma a sostegno della sua scelta e delle sue intenzioni, si privò della barba e abbandonò l’aspetto del profeta-pensatore. A meno di un anno dalla morte, il 28 aprile 1882, in viaggio in Algeria, Marx scrisse a Engels di essersi recato da un barbiere locale e di essersi fatto rasare».

Da notare il modo con il quale viene costruita la “notizia”. Si parte da un elemento dato per certo: Marx, a un certo punto, decise di iniziare una “nuova vita”. Non importa se tale asserzione non è suffragata da alcun elemento probante o almeno verosimile. S’inventa d'impronta, sulla base di una fatto curioso: si privò della barba!

Non che la cosa abbia una qualche importanza, tranne ovviamente per chi cerca pretesti per imbastire cazzate, ma Marx si fece radere effettivamente la barba. A tale riguardo aggiungo che Marx in tale occasione si fece tagliare anche i capelli. Per quale motivo? Perché voleva “cambiare vita”, cioè abbandonare quel che era stato e ciò che rappresentava, come sostiene il sodale di Montanelli?

Soggiunge Gaiduk, a conferma del cambiamento definitivo che sarebbe avvenuto in Marx:

«Fu questo Marx senza l’onor del mento che, il 17 marzo 1883, venne sepolto in un cimitero a Londra […]».

Che cosa scrive Marx esattamente nella citata lettera ad Engels? La maggior parte, la quasi totalità, dei lettori del Domenicale, non avranno né la voglia né la possibilità di verificare la fondatezza di quanto raccontato in modo così spudorato da Gaiduk. Si saranno fatti abbindolare dalle sue parole, degne di fede perché scritte da un membro dell’Accademia delle scienze russa? Certamente non mancherà al lettore scaltro l’occasione per sciorinare a sua volta simili sciocchezze, allo scopo di fare bella figura con qualcuno della propria cerchia: “Lo sai che Marx …”.

Così nascono le leggende. Veniamo invece alla realtà storica. Il 16 febbraio Marx è in treno da Parigi a Marsiglia, poco dopo Lione entra un conduttore nello scompartimento e spiega a un anziano signore con folta barba bianca ed elegantemente vestito che la locomotiva ha difficoltà tecniche e si scusa per il ritardo. Marx aveva necessità di arrivare per tempo al porto di Marsiglia per imbarcarsi sul piroscafo Said, in partenza per l’Algeria. Ed è ciò che avviene il 18 febbraio, quando Marx lascia l'Europa per la prima e unica volta nella sua vita. Marx è in una cabina piccolissima, disturbato dal forte rumore dei motori del piroscafo. La traversata durerà 34 ore. Sulla banchina di Algeri lo riceve Albert Fermé, un avvocato esule per aver partecipato alla Comune di Parigi. Marx però non è ad Algeri per questioni politiche. La sua adorata Jenny è morta da tre mesi, e lui spera, secondo indicazione medica, che il clima algerino possa curare la sua pleurite cronica.

Ecco il brano della lettera che egli scrive a Engels il 28 aprile da Algeri:

«Il clima ora a volte è caldissimo […]. A proposito: per via del sole ho eliminato la barba da profeta e la parrucca che avevo in testa, ma (siccome per le mie figlie è meglio così) prima di sacrificare i capelli sull’altare di un barbiere algerino mi sono fatto fotografare.»
[Apropos; vor der Sonne habe ich den Prophetenbart und die Kopfperücke weggeräumt, aber (da meine Töchter dies besser haben) mich photographieren lassen vor Haaropfer auf Altar eines algierischen Barbiers.]

Marx si fa radere la barba e tagliare i capelli, ironizzando egli stesso sulla barba del “profeta”, definizione già allora in voga sulla stampa borghese. A motivo del caldo. E, soggiungo di mio: a motivo della polvere dello scirocco algerino. Non c’è peraltro da dubitare che nei successivi dieci mesi, prima della morte, la barba gli sia ricresciuta, e pertanto è con il "mento da profeta" che egli è stato sepolto nel cimitero londinese di Highgate.

E invece questo ineffabile raccontatore di frottole sul Domenicale sostiene senza vergogna:

«[…] date le chiacchiere che circolavano sul suo conto sia quando era vivo sia quando fu morto, sappiamo (grazie agli archivi di Mosca e a una foto tanto citata [da chi ??] e mai trovata) che il fondatore del marxismo fu sepolto senza la sua barba».

Marx non ha fondato il marxismo, ma lasciamo cadere questo "dettaglio". C'è invece da notare anche qui l’abilità del magliaro nel costruire la sua truffa: si parte dalle "chiacchiere" (quali e a quale riguardo?) sul conto di Marx; si passa poi a lo “sappiamo” (!!) grazie agli archivi di Mosca (che non sono archivi segreti, bensì gli archivi dell’Istituto di studi Marx-Engels); che cosa dovremmo sapere? di una foto (mai trovata, cioè presente nella fantasia di Gaiduk) che ritrarrebbe Marx, da defunto, senza la sua barba. C’è davvero di cui ridere.

Dove puntano infine le grossolane falsificazioni e mistificazioni di Gaiduk? Ecco come l’amico di Montanelli chiude il suo articolo:

«Qualcuno [chi ??] ipotizza che quando si fece depilare dal barbiere di Algeri, smise a sua volta di essere marxista. Forse perché si era stancato, prima di molti altri, dei suoi seguaci e adoratori».

Ci sono molti modi per guadagnarsi da vivere, quello di scrivere articoli siffatti non rientra tra quelli onesti.

Si falsifica Marx perché ha scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo capitalistico di produzione e della società borghese, e dunque le cause della sua crisi e del suo tramonto. Si diffama Marx perché non si è riusciti a farne un santino e a ricondurre il suo pensiero ad alcuna delle varianti “culturali” borghesi. Lo si attacca perché egli era un rivoluzionario la cui vera missione, fino all’ultimo, è stata quella di contribuire al rovesciamento della società capitalistica e delle istituzioni statali da essa create. Perché fa ancora paura.

7 commenti:

  1. Fantastico. Grazie, Muzio

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    1. il 10 maggio, per i tipi della EDT di Torino, sarà pubblicato il librino di Uwe Wittstock, dal quale con ogni probabilità Gaiduk, a modo suo, di è "ispirato" per l'articolo. Peraltro "Karl Marx dal barbiere" non contiene nulla di nuovo.
      Se in una sua lettera privata Marx avesse fatto cenno di aver scoreggiato durante una seduta del Consiglio dell'Internazionale, si sarebbe assistito ad un florilegio di interpretazioni "politico-filosofiche" relative al significato da attribuire a tale "avvenimento". ciao

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  2. Calunniate, calunniate, qualcosa resterà.

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  3. Fa ancora paura?
    Non se lo fila quasi nessuno, e questo anche tra la maggioranza dei sedicenti comunisti.

    Saluti

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    1. certo, al bar non se ne parla e nemmeno in tv

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  4. I danni fatti da Montanelli, con quello che ha scritto e combinato da vivo, con quello che hanno scritto/scrivono e hanno combinato/combinano i suoi collaboratori e allievi, lasceranno tracce sulla società italiana per almeno 6-7 secoli, ad essere ottimisti.
    Saluti
    Massimo

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