Non volendo occuparsi d’altro, i media stanno dando ampio risalto a un libro pubblicato da un ufficiale dell’esercito, in servizio attivo e però senza ulteriori prospettive di carriera. Il quale scrive e pubblica quello che pensa a proposito delle contraddizioni sociali del presente e di come non poche persone, non solo del suo ambiente sociale, le percepiscono e le vivono. Il tutto nella mimesi identitaria del presente, poiché in definitiva il suo è un discorso militante.
Discorso sostanzialmente identificabile con l’attuale traiettoria politica, fatto da un ufficiale generale, il che spiega lo scalpore e la polemica politica innescata da ciò che passa per opposizione, la quale cavalca qualunque cosa possa fare gioco, fosse pure una cacca di mosca. Il generale Vannacci, questo il nome dell’interessato, in cuor suo può solo ringraziare poiché vende copie a manetta di un libro altrimenti destinato largamente al nulla.
Non ho letto il libro, né lo leggerò, ma da ciò che riportano i media, pare che il generale se la prenda con quella che passa per essere l’egemonia culturale della sinistra o di certi suoi settori. Si tratta di uno stereotipo, poiché non solo non esiste più un’egemonia culturale della sinistra, ma si è estinta da tempo la sinistra. Gli attuali esponenti politici e intellettuali (ma in gran parte anche quelli pregressi) sono solo interessati alla conservazione dell’esistente, salvo qualche ritocco in tinta.
Ciò che più è detestato del dire di Vannacci è la presa di posizione a riguardo dell’omosessualità. Costui ha ben chiara la nozione di omosessualità oppure la riduce all’atto di sodomia? Un dubbio in proposito è dovuto. Per esempio, la pederastia spiega principalmente l’atto, l’omosessualità qualifica una persona. La prima rivela soprattutto la dimensione fisica di un atto che viene o veniva giudicato moralmente riprovevole, mentre la seconda comprende una dimensione psicologica e sociologica che identifica globalmente l’individuo.
Non penso si possa andare troppo sul sofisticato per tipi di caserma come Vannucci: la cara nozione di “anormale”, variamente declinato come ricchione, invertito, ecc., comporta pur sempre una carica performativa che consente la definizione e la costruzione di persone identificate e identificabili come tali.
“La categoria psicologica, psichiatrica, medica dell’omosessualità si è costituita il giorno in cui è stata caratterizzata”, scriveva Foucault. Tutti i comportamenti sociali che non rientrano nella normalità, ossia nella regola stabilita, sono visti e considerati come anormali o quantomeno stravaganti. Fino a pochi decenni or sono rientravano ufficialmente nella categoria clinica. Il militare omosessuale veniva immediatamente “riformato”.
L’omosessualità (termine recente, come quello di eterosessualità, risalente alla seconda metà del XIX sec.) era definita “il vizio vergognoso”, e in lingua inglese non aveva nome, “il delitto senza nome”! Ciò che infastidisce questa gente è che l’omosessuale non sia più una “specie” che se ne sta nascosta come un tempo in un qualche antro buio.
A livello ufficiale oggi assistiamo al fenomeno che l’intolleranza barbarica si è trasformata in intolleranza civilizzata. La destra reazionaria, ma anche parte di quella conservatrice, vorrebbe un ritorno allo stigma del passato.
Ma perché un individuo si riconosce emotivamente e sessualmente attratto da persone dello stesso sesso, quali i processi di soggettivazione? Lo studio delle modalità secondo le quali gli individui sono portati a riconoscersi come soggetti sessuali non è cosa semplice. Bisogna altresì tener conto che il cosiddetto “invertito” e il cosiddetto uomo “normale”, l’omosessuale e l’eterosessuale, non sono state invenzioni di élite ma categorie del discorso popolare prima di diventare fatto clinico, sociologico e altro.
Margherita Hack, per citare un esempio che ricordo chiaramente, definì in modo netto l’omosessualità come una “malattia”. Allora nessuno alzò sopracciglio. Frederich Engels non fu certo tenero a riguardo dello stesso tema. Insomma, nessun eterosessuale in cuor suo considera l’omosessualità come un comportamento “normale”. Ciò che conta realmente è il riconoscimento positivo del diritto di altre persone di avere “sensazioni sessuali contrarie”, come ebbe a chiamarle un medico tedesco nel 1869 (*).
L’omosessualità non è una malattia, così come non sono malattie le “anormalità” psichiche. Vi sono persone che si sentono altro rispetto al loro genere, e altre che si rapportano alla realtà in modo diverso dalla “norma”. E tuttavia ciò non esaurisce il fenomeno dell’omosessualità, e la verità del sesso e dei suoi piaceri risente oggi come ieri della politicizzazione che ne viene fatta, e dei discorsi sottoculturali come quello di Vannacci.
(*) La storia dell’omosessualità umana è lunga quanto quella della stessa umanità, tenuto conto peraltro che non esiste nella storia una sola omosessualità. Eva Cantarella, per esempio, ci ha raccontato la pedofilia nell’antichità. L’omosessualità era talvolta riprovata, ma non era un tabù. L’Historia augusta ci racconta di Tiberio e di Adriano, per non dire poi di Eliogabalo. Lo stoico imperatore Marco Aurelio, a proposito di suo padre, lo plaude per “l’aver messo fine ai rapporti erotici con i ragazzi”, eccetera.
Successivamente, nel 342, Costanzo e Costante, con una costituzione, stabilivano che gli omosessuali passivi fossero condannati alla castrazione; con il Codice Teodosiano del 438, gli omosessuali passivi venivano condannati ad essere arsi vivi; con le Istituzioni di Giustiniano del 533, venivano condannati a morte anche gli omosessuali attivi. Perché questo cambiamento, solo evoluzione della morale o anche altro? Tuttavia, tracce di omosessualità rimossa si trovano ovunque anche nella storia del cristianesimo.
