domenica 12 luglio 2020

L'alibi



Gli italiani sono sempre stati incapaci di una rivoluzione sia borghese e sia popolare. Molte rivolte frumentarie, assalti ai forni, ma per il resto la moltitudine ha sempre dimostrato uno stato d’inerzia, d’indifferenza e uno spirito pubblico scadente. Le ultime due rivolte, degne di nota, furono quelle di Reggio Calabria del 1970 e di Bologna nel 1977. Fenomeni locali, senza progetto e prospettiva.

Pertanto, sulla base delle esperienze passate, il governo ha poco da temere seriamente. E tuttavia ha già anticipato che prorogherà lo stato d’emergenza nazionale, per via del virus. È il “modello Italia”, senza filtro e per esportazione, ma che nessuno realmente s’è pigliato. Al resto pensano i media, ricamando fantasie sulle mascherine di Bolsonaro e Trump.

Segnalo, nell’eventualità fosse sfuggito, un post dell’ottima Vitalba Azzollini a riguardo della proroga dello stato d’emergenza. Che serve “per qualsiasi altra situazione reputata di grave allarme, di tipo sociale, economico o altro, con discrezionalità e senza trasparenza”. Un “alibi per travolgere alcuni paletti a garanzia dello stato di diritto”, affidando al governo “poteri che incidono sulla vita delle persone senza limite alcuno”, come scrive con prosa assai moderata Vitalba Azzollini.

Sintetizzo il resto dell’articolo: 1) la Costituzione è solo un pezzo di carta; 2) il Parlamento, salvo estenuanti dibattiti su mere bagatelle, per il resto è nullo.

sabato 11 luglio 2020

Il primo presidente della Repubblica italiana



È larga convinzione che la Repubblica italiana fondata nel 1946 sia la prima ad essere chiamata così. In realtà una prima Repubblica italiana era esistita dal 1802 al 1805, la cui bandiera è richiamata, a cominciare dalla presidenza di Carlo Ciampi, nello stendardo distintivo del presidente della Repubblica.

Pertanto, la prima persona a ricevere il titolo di primo presidente della Repubblica italiana, non fu Enrico de Nicola. Abbastanza curiosa la vicenda che riguarda la nomina del presidente della Repubblica avvenuta nel 1802.

In un gelido dicembre del 1801, fu convocata una consulta straordinaria (Consulta di Lione), in occasione della quale fu trasformata la Repubblica cisalpina del 1797 in Repubblica italiana e fu eletto il presidente della costituenda repubblica (*). I delegati, circa 450, dovettero oltrepassare il valico del Moncenisio per recarsi a Lione. Uno di essi morì durante il tragitto per gli strapazzi del viaggio. Nella città francese trovarono ad aspettarli Talleyrand. L’ex vescovo di Autun, il giorno 30 dicembre, offerse ai convenuti un banchetto nel corso del quale l’arcivescovo di Milano Filippo Visconti trovò la morte.

Nell’ultima decade del gennaio 1802, sotto la presidenza di Napoleone Bonaparte, nel frattempo giunto a Lione, i membri della commissione incaricata di preparare la designazione del presidente della Repubblica, riuniti nella cappella del collegio dei gesuiti (tutt’ora esistente), proposero dapprima a questa carica Francesco Melzi d’Eril (**), il quale rifiutò, quindi fu proposto il suo rivale bolognese Antonio Aldini, che declinò. A questo punto vi fu una trovata d’ingegno tipicamente italiana, venne proposto il milanese Luigi Villa (***), allora quasi sconosciuto, ma opportunamente assente!

Pare che furono necessarie forti pressioni per persuadere la commissione di suggerire il nome di Napoleone Bonaparte per farlo ratificare poi dalla consulta plenaria. Bonaparte divenne il primo presidente della Repubblica italiana e fu, almeno di nome, il primo presidente di una repubblica europea.

(*) «Quando il segretario cominciò a leggere il verbale, il presidente della seduta, Napoleone Bonaparte, lo interruppe chiedendo: “Volete che si scriva Repubblica cisalpina o italiana?” Un coro rispose unanime: “Italiana”» (AA.VV., Armi e nazione. Dalla Repubblica Cisalpina al Regno d'Italia (1797-1814), Franco Angeli, p. 430).

(**) Melzi fu nominato vicepresidente della Repubblica italiana. Il 18 ottobre 1803 il presidente della Sezione dell’interno del Consiglio legislativo della Repubblica italiana, Antonio Aldini, sospendeva dalla sua carica di vicepresidente della Repubblica Francesco Melzi d'Eril, senza l’approvazione di Napoleone. Le motivazioni di quest’atipica destituzione, nel quadro della contesa tra la componente lombarda e quella bolognese, fu dovuta allo scontro definitivo sul tema degli orientamenti fiscali.

Qualcuno è ancora convinto che possa cambiare qualcosa in questo pittoresco e tragico paese?

(***) Il Villa sarà nominato ministro dell’Interno.



venerdì 10 luglio 2020

Andrà bene, andrà bene, regali per (quasi) tutti


Per rendersi conto della reale natura di classe di questo governo e dei partiti che lo sostengono (non meno di quelli d’opposizione, ovviamente), quindi dell’effettivo quadro di “scambio” al quale sottostanno di buon grado, basti citare alcuni dei recenti provvedimenti legislativi di carattere economico: la garanzia al prestito di 6,3 miliardi a favore di FCA; la proroga al 2033 delle concessioni balneari e, ciliegiona sulla torta, la proroga ai Benetton della concessione dell’aeroporto di Fiumicino.

Queste ultime due regalìe sono l’ennesimo sputo nell’occhio agli italiani mai stanchi di essere impotenti osservatori di un paese largamente mafioso. Quale urgenza c’era di prorogare una convenzione che scadeva tra 24 anni e sulla cui legittimità di base vi sono autorevoli censure? E per quanto riguarda l’ennesima proroga, al 2033, delle concessioni balneari, si tratta di accattivarsi elettoralmente il parterre interessato ma anche perché vi sono forti interessi ancor più “particolari”.

Quanto al caso del prestito monstre di Intesa Sanpaolo a FCA con garanzia statale dell’80% dell’importo, stiamo alle dichiarazioni del governo. Dovrebbe essere “Un’operazione di sistema con la quale si punta a preservare e rafforzare la filiera automotive italiana e a rilanciare gli investimenti, l’innovazione e l’occupazione in un settore strategico per il futuro economico e industriale del Paese”. Così ha commentato il ministro Roberto Gualtieri, specificando che “il governo verificherà l’attuazione degli impegni assunti da Fca Italy in questa direzione”.

Siamo seri: i governi in Italia, quanto mai pro-tempore, non sono in grado, per volontà e per competenza, di verificare alcunché, neanche chi arriva negli aeroporti durante una pandemia. Ad ogni modo, la procedura specifica prevista dal Dl Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore d’imprese di grandi dimensioni, con oltre 5mila dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro, è stata scritta sotto dettatura di FCA, azienda di diritto olandese, con sede fiscale nel Regno Unito e capitale sociale pari ad euro 40 milioni.

FCA riderà della verifica degli impegni, poiché non ha sulla carta alcun obbligo contrattuale specifico, e del resto ha precisato che il “piano di investimenti per l’Italia [è in] gran parte già avviato”. Pertanto, come dichiarato esplicitamente, quei soldi serviranno per pagare stipendi e creditori. Si tratta dunque solo di un’operazione che riguarda i flussi di cassa della multinazionale.

Come è già stato rilevato, prima del closing tra FCA e Groupe PSA (EXOR, Bpifrance, famiglia Peugeot e Dongfeng Group), previsto all’inizio del 2021, FCA distribuirà ai propri azionisti un dividendo speciale di 5,5 miliardi di euro. Tutto denaro dovuto al “merito”, sia chiaro.

Ed infatti, l’A.D. di FCA, Mike Manley, ha dichiarato che le persone al vertice del gruppo sono “appassionate e competenti, intelligenti e formidabili”. Su questo punto non nutro personalmente e seriamente alcun dubbio.

Che cosa si poteva fare in alternativa a fronte del ricatto di chiudere o ridurre le attività in Italia? Nulla, poiché i buoi sono scappati dalla stalla da parecchi lustri con la complicità di tutti. E perché un paese abitato da debosciati e governato da manigoldi e fancazzisti dovrebbe funzionare altrimenti?