martedì 7 luglio 2020

Luglio 1914



Torno a ripetere che di questi tempi commentare i disastri della politica, e della politica economica in particolare, induce a sconforto e a impotente disperazione. Questo il motivo  principale per cui nel mio diario quasi giornaliero preferisco occuparmi del passato, di vicende magari tragiche ma che sono già state metabolizzate da tempo e alle quali possiamo guardare con un certo distacco, peraltro senza dover scomodare il termine “catarsi”.

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Vi sono pochi documenti che spiegano i motivi della conflagrazione bellica del 1914 in modo sintetico e chiaro quanto il rapporto inviato, alla fine del 1912, dall’ambasciatore tedesco a Londra, Karl Max von Lichnowsky, al cancelliere del Reich a Berlino, Theobald von Bethmann-Hollweg.

Dal documento traspare chiaramente che se la Germania fosse venuta ad una guerra contro la Russia, e conseguentemente contro la Francia sua alleata, l’Inghilterra non avrebbe lasciata passare un’occasione così  propizia di ridurre all’impotenza la più forte nazione continentale e ad un tempo il più pericoloso concorrente nel campo economico.

Quanto alla Francia, essa non aspettava che l’occasione per la revanche, non per nulla aveva portato, prima ancora di Sarajevo, il periodo di leva da due a tre anni.

lunedì 6 luglio 2020

In piedi sul tavolo


I dogmatici hanno questa caratteristica in comune: chi non la pensa come loro è uno schifoso bugiardo. In tema di virus si tratta di chi ha “scelto l’unico lato del tavolo rimasto in quel momento libero”. Gentaglia che produce informazioni false, rizomatiche, su eventi veri. Non solo si permettono di contestare “le politiche sanitarie, ma anche le scelte economiche imposte dal coronavirus”.

Nella problematica reale e nella storia di quest’epoca e di questo paese nulla deve rimanere se non il richiamo alle scelte rese obbligate per “colpa” del virus!

In piedi sul tavolo, il dogmatico insegna per inclinazione innata il valzer della verità a ogni individuo malvagio. Accusa di stare con Salvini e Meloni, ma anche con Confindustria, insomma con perfida “gente di pochi scrupoli ed un ego abbastanza grande da poter essere riempito con qualsiasi cosa”.

Bravo, Andrej Januar'evič, continua così, che un posto quale finalista a un karaoke letterario te lo daranno di sicuro.

domenica 5 luglio 2020

Ciao, LUCA




Il premio Strega, leggo sul Domenicale, “non sempre individua i testi migliori, ma il riconoscimento dà un’idea dei gusti imperanti”.

Il mio non modesto disgusto preclude eccezioni.

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Il mio caro amico Luca sarà forse sorpreso di apprendere che egli non è “esattamente quel che pensa di essere”, almeno geneticamente.

Se egli è apprezzato da chi lo conosce per essere anzitutto una brava persona (che non è poco), un simpatico e sensibile individuo dell’antropecene, poeta di valore alterno ma sempre godibile, tuttavia il suo nome allude a ben altro: è un essere unicellulare dal quale deriva tutto ciò che vive ed è vissuto. Infatti, LUCA sta per: last universal common ancestor. È la radice dell’albero di Darwin.

L’articolo di Arnaldo Benini, sul Domenicale, dal titolo Il buio delle nostre origini, recensione dell’ultima fatica tradotta in italiano di David Quammen (autore che questo spettabile blog ha ampiamente considerato in recente circostanza isterico-pandemica), tra l’altro ripropone all’attenzione di semplici lettori ma anche di ansiogeni spaventapasseri televisivi, un dato di non trascurabile entità: la resistenza agli antibiotici provoca la morte ogni anno di 700.000 bipedi discendenti da quel fatidico universal common ancestor.

Ragguaglio: 33mila decessi ogni anno in Europa (10mila in Italia) e quasi 880mila casi di disabilità. Il resto riguarda prevalentemente razze inferiori neri, meticci e altri, dei quali non vale la pena occuparsi nemmeno occasionalmente, che non fanno “odiens” e contratti.

Tutti gli esseri viventi sono imparentati tra di loro non solo per LUCA e per il codice genetico, ma per materiale genetico che passa da una specie all’altra: ecco dunque spiegati tanti enigmatici incontri ravvicinati di nostri simili comunemente rubricati nella categoria sociocoprologica di “stronzi”.

Il Bonini, a riguardo del libro di Quammen, dice che dalla sua lettura “c’è moltissimo da imparare”, tuttavia sostiene che in esso s’insiste troppo, parlando di 100 scienziati, “sulla loro vita privata, i loro vestiti, acconciature, baffi e barbe, case e uffici, viaggi, famiglie, mogli e mariti (quasi mai una o uno solo), automobili e motociclette e molto altro”. Un motivo in più per leggerlo!

L’albero intricato. Una nuova e radicale storia della vita, Adelphi, lire 50.345.

giovedì 2 luglio 2020

Garibaldi a Sant'Elena


Come siamo arrivati ad avere questa classe politica? Non che nei vecchi tempi essa brillasse particolarmente, tuttavia lo squallore attuale e generale c’impone questa domanda. Quello che molti di noi vorrebbero è licenziarli. Per sostituirli con chi? Credevamo che i migliori delle categorie professionali non volessero prendere parte a questa miseria. Con il coronavirus ci siamo ricreduti: virologi, epidemiologi e altri “ologi” ci hanno dimostrato che il disastro, professionale, etico e culturale, non ha riguardo nemmeno per gli addetti alla cosiddetta “scienza”, ma è trasversale alle professioni, alle classi sociali, e non riguarda solo l’Italia.

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Ieri, verso mezzogiorno, ho incontrato un giovane neomaturando (si dice così?), uscito dall’esame con 100 (senza lode). Era assieme alla sua mamma, ovviamente orgogliosa del suo pargolo che il prossimo anno sarà iscritto a ingegneria (non ricordo a quale corso). Con lei stavamo parlando della Sardegna, di certe cose da vedere, quando il figliolo apre bocca per dire dell’isola di Sant’Elena. Ripete due volete questo nome. La sua mamma tace, probabilmente inconsapevole, mentre io, con le cautele del caso, cerco di capire a quale cavolo d’isola si riferisce il ragazzo. Accenna a una roccia che assomiglia alla testa di un orso, ne decanta singolarità e bellezza, e di come raggiungerla. Comprendo che voleva riferirsi a Caprera. Taccio, per carità di mamma. Si passano in rassegna altre amenità sarde da vedere. Spero solo che il qui pro quo del giovane fosse dovuto allo stress da lockdown e da esame.     

mercoledì 1 luglio 2020

Quei razzisti di Marx ed Engels



Sono ormai cinquant’anni che mi occupo degli scritti di Marx ed Engels, senza avere mai avuta l’intima e balorda convinzione di saperne abbastanza. Mi è capitato di leggere sull’argomento un po’ di tutto, e però in tutti i casi incontrati, nei quali autori di destra (ma spesso anche tra i “liberali”) si sono presi la briga di citare frasi e mezze frasi attribuite a Marx o ad Engels, queste non trovavano mai indicato un preciso riferimento bibliografico.

Il più delle volte si trattava di brevi citazioni sgangherate di quarta e maldestra mano. Mi ricordo un episodio in particolare, quando mi fu posto tra le mani un libello a firma di un noto esponente politico di destra nel quale rincorrevano quasi ad ogni pagina frasi attribuite a Marx, alle quali l’autore dedicava le sue supponenti chiose. Mi si chiese di farne una critica puntuale, cosa che mi fa sorridere ancor oggi. Ebbene, in quel librino scalcagnato, laddove compariva una frasetta attribuita a Marx, a piè di pagina figurava sempre la stessa indicazione bibliografica: “K. Marx, Opere Complete, Roma”.

Lo scaltro autore di quel libro non aveva bisogno di prestare troppa cura a ciò che diceva e citava, dato l’ambiente al quale si rivolgeva, e sicuramente non aveva mai sfogliato nemmeno uno dei 50 poderosi tomi previsti per le opere complete. Ogni qualvolta leggo recriminazioni verso “l’egemonia comunista esercitata nel mondo editoriale e culturale”, mi viene in mente questo episodio che ho appena raccontato.

Non va molto meglio con un articolo pubblicato su Il Giornale a firma di tale Spartaco Pupo: Ecco il Marx colonialista e razzista. Anche il Pupo è molto disinvolto nelle sue citazioni, per esempio laddove afferma che Marx nel «Capitale parla addirittura dell’esistenza di “caratteristiche razziali innate” come agenti di sviluppo sociale da accertarsi attraverso “un’attenta analisi”». È pur vero che Pupo scrive articoli per un foglio di tal fatta e non saggi per paludate riviste marxiste, che il suo scopo è quello di dimostrare quanto fossero razzisti e colonialisti Marx ed Engels, tuttavia da un docente universitario ci si aspetterebbe almeno l’indicazione del volume e del capitolo dal quale ha tratto la citazione, in modo che i lettori de Il Giornale, che sicuramente hanno sottomano i tre volumi de Il Capitale, possano controllare in quale volume e in quale contesto Marx ebbe a scrivere quelle due o tre paroline citate da Pupo come merce sfusa.

Più prodigo di dettaglio bibliografico Pupo lo diventa quando scrive «Nel bilancio dell’attività del 1847, pubblicato su Deutsche-Brüsseler-Zeitung, nel gennaio 1848, la posizione ufficiale del marxismo venne espressa con queste parole: “Siamo stati spettatori della conquista del Messico e ne abbiamo gioito. È un progresso per un Paese che fino ad oggi si è occupato esclusivamente di se stesso, dilaniato da eterne guerre civili e alieno a qualsiasi forma di sviluppo (...). Nell’interesse del proprio sviluppo in futuro esso verrà posto sotto la tutela degli Stati Uniti. E nell’interesse di tutta l’America gli Stati Uniti, grazie alla conquista della California, raggiungeranno la padronanza dell'Oceano Pacifico”».

Non fu quella citata “la posizione ufficiale del marxismo del gennaio 1848”, allorché Engels, autore dell’articolo, aveva 27 anni e nell’ambito della Lega dei comunisti era ancora poco più di nessuno, e del resto il “marxismo” nel 1848 era ancora di là da venire. Ciò che è davvero interessante, ma non per i lettori del Giornalino di Berlusconi, è il seguito di quella citazione, che Pupo omette e che ribalta completamente la tesi che vorrebbe dimostrare.

L’articolo, pubblicato il 23 gennaio 1848, a firma di Engels, si può rinvenire nella MEOC, VI, alle pp. 531-540. Il passo citato da Pupo è a pagina 538, tuttavia il suo non è tratto dalla stessa traduzione italiana, ma desunto e tradotto da un autore in lingua inglese, forse da Carlos Moore, nel suo Were Marx and Engels White Racists?, nel quale Marx ed Engels sono presentati come razzisti di tipo arianista!

Quello di Moore è uno dei libri in inglese che Pupo cita nel suo articolo, dolendosi che non siano stati tradotti “in lingua italiana, per varie ragioni, in gran parte legate alla egemonia comunista, esercitata nel mondo editoriale e culturale e alle conseguenti strategie inquisitorie e censorie dei suoi rappresentanti ufficiali”. Come se in Italia mancassero, soprattutto negli ultimi decenni, editori tutt’altro che legati alla egemonia comunista! Segnalo a Pupo un classico da far tradurre e che egli non cita: Kaplan Francis, Marx antisémite?, Imago, Paris, 1990.  

Laddove Pupo inserisce i puntini di sospensione vi è scritto: «un paese al quale tutt’al più era riservata la sorte di finire nel vassallaggio industriale dell’Inghilterra» . La frase omessa chiarisce che cosa intendeva dire Engels a riguardo del Messico. Ma ancora più espressivo a tal fine è il seguito del brano, verso il quale Pupo ovviamente non aveva alcun interesse: «Ma, ci chiediamo di nuovo, a chi giova innanzitutto la guerra? Solo alla borghesia. In California e nel Nuovo Messico i nordamericani acquistano un nuovo terreno per produrvi nuovo capitale, cioè per far nascere nuovi borghesi e per arricchire quelli già esistenti: infatti tutto il capitale che oggi si produce finisce nelle mani della borghesia. Il vagheggiato taglio dell’istmo di Tehuantepec, a chi altri giova se non agli armatori americani? Il potere sul Pacifico, a chi giova se non agli stessi armatori? I nuovi acquirenti di prodotti industriali, che si formano nei paesi conquistati, chi li rifornirà se non i fabbricanti americani?».

Come si può notare, Pupo, omettendo il contesto dal quale ha estrapolato alcune frasi di Engels, fa di costui un dichiarato e convinto colonialista per il godimento dei lettori de Il Giornale.

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Il razzismo si fonda sull’arbitrario presupposto che alcune caratteristiche fenotipiche superficiali come il colore della pelle (ma non solo) siano ereditariamente correlate a tratti caratteriali inferiori o superiori. Ciò che concettualizziamo come razzismo era nel XIX secolo in piena fioritura nel mondo occidentale, tuttavia il termine è entrato nell’uso corrente solo nel ventesimo secolo.

Tale definizione s’attaglia a ciò che hanno scritto al riguardo Marx ed Engels? Le osservazioni di Marx ed Engels sulla “razza” sono sparse e non sistematiche, tuttavia ce ne sono moltissime e la loro coerenza reciproca è abbastanza forte da suggerire una visione d’insieme e ricostruibile, sia pure nel breve spazio di un post.

Nell’uso del XIX secolo, il termine razza poteva riferirsi a qualsiasi tipo di collettivo umano di numero sufficiente, come nazioni, abitanti di una particolare regione, lignaggi o persino classi sociali. Marx ed Engels hanno seguito l’ampio uso di tale accezione. Il semplice fatto che si riferissero a un particolare gruppo di persone come a una “razza” non è significativo e certamente non può servire a imputare loro motivazioni razziste.

Si riferivano agli umani nella loro specifica capacità di esseri naturali, cioè biologici. In accordo con lo spirito lamarckiano dei tempi, consideravano la razza come adattamento umano alle condizioni naturali circostanti, come modifiche del materiale umano emergenti a causa di fattori geologici, climatici e di altro tipo.

Ovvio che per gli standard odierni il “razzismo” mostrato da Marx ed Engels risulti scandaloso e persino estremo. Per gli standard del diciannovesimo secolo, tuttavia, non lo era, e, with all that and all that, nemmeno per gli standard di mezzo secolo fa.

Marx ed Engels hanno concepito la razza come elemento delle condizioni naturali dell’umanità, dandogli un posto specifico nella loro interpretazione materialista della storia: definendo la razza come parte delle condizioni naturali su cui poggia e dipende la produzione, hanno reso teoricamente possibile che lo sviluppo delle economie nazionali e la produttività del lavoro siano influenzate dal materiale umano disponibile.

Marx considerava i tratti del carattere etnico non immutabili o innati ma come un prodotto di fattori economici e ambientali e permanentemente in flusso, motivo per cui non era molto interessato alla razza e alla biologia quale era invece intesa presso altri autori. Marx ed Engels erano dell’avviso che il carattere umano è flessibile e dipendente dall’ambiente, e ciò esclude che essi fossero dei razzisti (tra l’altro, il genero di Marx, com’è noto, non aveva la pelle chiara).

Del resto è contro-intuitivo supporre che gli autori di una concezione del mondo che definisce la produzione e la lotta delle classi sociali come forze motrici della storia possano aver alimentato ipotesi razziste. Concettualizzarono invece la razza come parte delle condizioni naturali, cioè come l’aspetto soggettivo delle condizioni oggettive su cui poggia la produzione e le condizioni di vita di un dato organismo sociale umano.

Poi i vari “pupi” possono estrapolare qui e là delle parole e delle frasi per “dimostrare” quel che desiderano gli editori e direttori di certi fogli, nonché i loro lettori che altro non s’aspettano di leggere che questa robaccia. Per quanto mi riguarda non voglio prendermi la briga di stabilire per altri quali siano i modi più onorevoli e dignitosi per guadagnarsi il companatico.