domenica 6 maggio 2018

Maschere / 1



Vado a letto presto, come ebbe a dire una volta Robert De Niro, e mi alzo quando altri spengono il computer o il televisore. Albeggia. Alle 4 e qualcosa il nuovo giorno tenta di farsi avanti. I merli, sul vecchio e frondoso ciliegio, più che cantare fischiano. Un cane abbaia lontano, non avendo un cazzo da fare. Finalmente è il 6 maggio, non se ne poteva più di quella sbornia celebrativa.  

Da giorni si poteva leggere e sentire, specie alla radio, ogni possibile sciocchezza, approssimazione, strumentalizzazione, falsificazione. Ognuno si sente autorizzato di dire la sua. Senza vergogna, forti di poter esibire il proprio passe-partout di filosofi, semifilosofi, sociologi, economisti, con laurea vidimata ma anche no, filantropi delle tasche padronali, storici della Magna Grecia, politici e giornalisti del gratta e magna, fondatori, minuti riformisti, picisti pentiti, nuovi evangelisti, zelanti twittaroli, naufraghi, begli spiriti che si elevano sopra ogni cosa. Padri e figli dello spettacolo.

sabato 5 maggio 2018

Considerazioni di un giovane in occasione della scelta di una professione


di Karl Marx

All’animale la natura stessa ha fissato la sfera d’azione entro cui deve muoversi, ed esso la occupa tranquillamente, senza tendere più lontano, senza neppure presagirne un’altra. Anche all’uomo la divinità diede un fine generale, quello di nobilitare l’umanità e se stesso, ma lasciò a lui la ricerca dei mezzi con i quali raggiungerlo; lasciò a lui di scegliere, nella sfera sociale, la posizione a lui più consona, partendo dalla quale potesse nel miglior modo elevare sé e la società.

Questa scelta è un grande privilegio di fronte agli altri esseri del creato, ma è insieme un atto che può distruggere l’intera vita dell’uomo, render vani tutti i suoi piani e far di lui un infelice. Ponderare con serietà questa scelta è quindi senz’altro il primo dovere di un giovane agli inizi della sua carriera e che non intenda abbandonare al caso i suoi affari più importanti.

Ciascuno ha dinanzi agli occhi una meta, che a lui almeno appare grande, e che lo è veramente, se tale lo dice la convinzione più profonda, l’intima voce del cuore, poiché la divinità non lascia mai nessuno dei mortali completamente senza guida: essa parla con voce sommessa, ma sicura.

venerdì 4 maggio 2018

[...]



Piaccia o no bisogna prendere atto di un dato ormai storico: durante la cosiddetta seconda repubblica gli unici governi che hanno mostrato una certa coesione e stabilità sono stati quelli di Berlusconi dal 2001. Dieci anni dopo è stata inscenata la commedia dello spread che aveva come obiettivo quello di promuovere un governo tecnocratico per varare, in quattro e quattr’otto, una riforma delle pensioni di tale entità che nessun governo politico avrebbe altrimenti realizzato.

Per il resto, l’Ulivo di Prodi, il Partito democratico, la Margherita e altre consorterie politiche hanno dato prova di quanto siano lontani i fatti dalle parole. Fino ad arrivare all’accrocco con il partito degli “anche i ricchi piangono” e con l’Udeur di Mastella. Poi si sono gettate le premesse per il suicidio attuale, quando degli ectoplasmi affidarono tutto il potere a un torvo egolatra, il cui catalogo di stoltezze non fa mancare nulla.

Ora, a quanto pare, sarà varato un esecutivo variamente denominato ma che in realtà non può mai esimersi dal rappresentare gli interessi dell’intera configurazione della comunità economica che sorge dai rapporti di produzione e dai nessi internazionali che vi corrispondono. È questo il fondamento di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma del rapporto di sovranità e di dipendenza, in breve la forma specifica dello Stato borghese in ogni momento storico.

Se il famigerato “popolo”, nel cui nome ogni governo commette i suoi misfatti, non fosse intronato e persuaso dall’ossessiva propaganda, dall’estenuante “dibattito” televisivo, comprenderebbe ciò che è chiaro come la luce del sole, e cioè che il voto non paga, che le promesse elettorali sono solo specchietti per gli imbecilli, dunque che le oligarchie borghesi sono in grado di garantirsi da qualunque risultato sortisca dalle urne.

giovedì 3 maggio 2018

Ripassiamo le tabelline



Il lavoro, come concetto e come realtà sociale, è circondato da un’aura d’ipocrisia che si trasforma in menzogna, quella di non voler ammettere che il lavoro è una merce. Si arringa dai pulpiti e si grida nelle piazze: “Il lavoro non è una merce!”. Sciocchi. Se non fosse una merce, il capitalista non potrebbe acquistarla; se non ricavasse più di quanto gli costa, non avrebbe senso parlarne.

Che lo scopo generale del lavoro sia l’accrescimento della ricchezza è un’ovvietà. Come poi venga distribuita tale ricchezza è tutt’altro paio di maniche. Tuttavia la questione fondamentale, prima ancora d’interessare il modo nel quale si distribuisce la ricchezza, sta a monte, ossia nel modo nel quale essa viene prodotta.

L’operaio vende la sua forza-lavoro per procurare il necessario alla propria sopravvivenza e a quella della sua famiglia, affinché la schiatta di proletari non si estingua (*). Il capitalista acquista la forza-lavoro per un unico banalissimo motivo: ricavare dal suo impiego un valore più alto di quanto non abbia speso per acquistarla.

Già qui incontriamo una prima e sostanziale differenza nella condizione in cui si trovano, l’uno di fronte all’altro, operaio e capitalista: il primo deve vendere, il secondo può acquistare. Quando si parla di rapporti di produzione, e di rapporti sociali in generale, è necessario partire da tale ovvio presupposto.

martedì 1 maggio 2018

Primo maggio: non c'è nulla da festeggiare


Alcuni giorni or sono, un alto prelato del disciolto Partito democratico è sortito con questa frase: “Il lavoro non è solo stipendio a fine mese”. Bravo, Matteo Orfini.

Dunque non di solo pane vive l’uomo, come ebbe a dettare Eusebio di Cesarea nel redigere i Vangeli canonici all’inizio del IV secolo. Non basta vivere di elemosine, siano queste nella specie del salario oppure di un reddito di cittadinanza, come predicano i nuovi evangelici.

A differenza degli altri animali l’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto stesso del suo volere, mentre l’animale è tutt’uno con la sua attività vitale, non si distingue da essa; produce per sé e per i suoi nati, ossia produce parzialmente e per soddisfare il bisogno immediato. L’uomo produce universalmente, anche libero dal bisogno immediato. L’animale produce per sé stesso, mentre l’uomo riproduce l’intera natura. È appunto nel modo dell’attività vitale che si rintraccia l’intero carattere di una specie. L’attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo. Eccetera.

Tanto più l’uomo è privato di questo suo carattere peculiare, tanto più diventa unilaterale e simile alla bestia. In fondo i nazisti, nel loro incipit concentrazionario, “Arbeit macht frei”, coglievano nel giusto. Il lavoro rende liberi, ma essi omettevano però di specificare la natura e i modi del lavoro cui costringevano i loro schiavi.

Succede la stessa cosa ad ogni buon o cattivo borghese che sia. Fa loro comodo non considerare il lavoro salariato per ciò che in realtà rappresenta, ossia il lavoro di schiavi moderni, lavoro sfruttato e alienato, e che come tale abbassa l’attività autonoma, la libera attività, ad un mezzo, riduce cioè il lavoro dell’uomo a mero mezzo della sua esistenza fisica, non molto diversamente da un animale da lavoro.

Ecco dunque che con il lavoro non si tratta solo di garantire pane e companatico, dunque un reddito, ma dovrebbe essere anche altro da ciò che effettivamente è essenzialmente ed esclusivamente in questa società, ossia merce e alienazione.

Perciò oggi non c’è proprio nulla da festeggiare, almeno nei modi e nelle parole con cui viene fatto di solito.