martedì 19 settembre 2017

O molto furbo o gran coglione



Su il manifesto compare un’intervista di Roberto Ciccarelli a tale Rutger Bregman, un altro infatuato di tutto ciò che circola di più bislacco in tema di reddito di base universale. Secondo costui si tratterebbe di un’idea che non è né di destra né di sinistra. Infatti è la solita cagata.

Già nel 1974 – sostiene Rutger Bregman – questa forma di reddito fu sperimentata a Dauphin in Canada. « … è stato l’esperimento più lungo di reddito ed è stato dimostrato che la povertà crollò tra gli abitanti, come il tasso di ospedalizzazione e le violenze domestiche. Le persone non lasciarono il lavoro, ma s’impegnavano diversamente».

Anche prendendo per vero quanto dice, Bregman tralascia due informazioni essenziali: i pochi partecipanti all’esperimento sapevano che il giochino del reddito minimo era limitato nel tempo e che poi tutto sarebbe tornato come prima e che dunque alcune migliaia di dollari annui non valevano un posto di lavoro. È ben spiegato qui.

Tagliando corto su tali idiozie, veniamo al climax della proposta di questo povero disgraziato di passaggio in Italia:

Per la prima volta nella storia tutti, e non solo i ricchi, potranno avere il privilegio di dire «no» a quello che non vogliono fare.

Se tutti avessero la possibilità, dunque il privilegio, di dire «no» a quello che non vogliono fare, la società borghese (e non solo quella) chiuderebbe i battenti prima di sera, e il signor Bregman troverebbe ben strano che nessuno voglia più alzarsi all’alba per pulire la stalla della fattoria dove viene prodotto il latte della sua colazione.

Il venditore di almanacchi farnetica che in tal modo si arriverebbe a “una soluzione win-win. Anche i ricchi otterrebbero dei benefici. Sradicare la povertà è un investimento che paga”.

È evidente che Bregman, la cui testa è piena di spazzatura se crede realmente a questa roba, non ha la minima idea su che cosa determini la condizione di povertà, ossia il bisogno di vendersi per sopravvivere. Soprattutto ignora il fondamento di ogni società di classe in generale, e la ragion d’essere del capitalismo in particolare. Il capitalismo non sono i “ricchi”. I quali, in senso stretto, non rappresentano nemmeno una classe sociale. Non basta essere ricchi per essere dei borghesi, né poveri per essere dei proletari. 

Tutti i ricchi del pianeta, posto per assurdo che abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con le stronzate alla Bregman, dare con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, ecc.. Tuttavia il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale ha bisogno di operare in determinate condizioni, e cioè di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile.

Quanto alla trita filosofia sulla tassazione dei profitti, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell'accumulazione capitalistica (*). Perciò, Rutger Bregman, o lei è molto furbo, oppure è un gran coglione.

(*) In Italia lo si è fatto credere per decenni, ed infatti vedi alla voce debito pubblico (e non solo).

lunedì 18 settembre 2017

Assassini del libero scambio


L’economia italiana torna a crescere. E anche la strage di proletari. Fatalità straordinaria! Mai sentito di un banchiere, un economista, un opinionista, insomma uno dei tanti rotti in culo, morire o ammalarsi di lavoro, cioè per quel vendersi al quale si è costretti per la disperazione di dover sopravvivere? Neanche uno.

Mai è stata proposta una giornata della memoria per quei milioni di morti ammazzati e devastati nel fisico e nella mente in nome e per conto della redditività del capitale, di quell’internazionale dello sfruttamento umano. Non c’è uno solo degli effetti benefici del capitalismo che non sia stato pagato dalla disgrazia di generazioni condannate a raccogliere l’amarezza di una vita sacrificata al lavoro salariato.

E ci sono facce toste che ti vengono a raccontare che a ciò non c’è alternativa! Farabutti. Come se fosse necessario consumare inutilità lucrative, surrogati che l’inganno e la truffa reclamizzano con l’aiuto di una scienza della messinscena e del condizionamento. Ti dicono: è il mercato, bellezza, mentre la pressa ti stritola il braccio e il lavoro alienato ti baca il cervello. La proliferazione dell’inutile e la rarefazione dell’essenziale non poteva trovare più adeguata espressione che nella truffa finanziaria internazionale, nelle banche impegolate in ogni sorta di scommessa persa in partenza, e in una pletora di camerieri usurai del libero scambio.



domenica 17 settembre 2017

Dipende dalla sera prima



Il mese scorso leggevo le Considerazioni sui principali avvenimenti della rivoluzione francese di Madame de Staël, libro non raro ma poco comune, la cui traduzione italiana è stata data alle stampe, con ampia introduzione di Adolfo Omodeo, dall’allora benemerito Istituto per gli studi di politica internazionale nel mese di agosto del 1943! Mussolini era “trattenuto” a  Villa Webber, un modesto edificio tutto bianco nell'isola della Maddalena, al governo c’era Badoglio e la guerra continuava il suo corso.

Pregustavo, già dal titolo, un libro di grande interesse perché scritto da una protagonista dell’epoca dell’ancien règime e da una testimone diretta della rivoluzione francese. E invece si è rivelato, tutto sommato, un libro deludente, pervaso da una concezione fin troppo idealistica della storia. Tuttavia, a tratti, quando de Staël racconta le vicende che la videro vis-à-vis con la rivoluzione, per esempio di fronte a Robespierre, la lettura diventa interessante per qualche pagina, o forse solo per qualche riga. Come quando fu rinchiusa, per essere protetta, nel gabinetto del procuratore del Comune, laddove restò con la sua cameriera ad “aspettare sei ore, morendo di fame, di sete e di paura”.

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Oggi sul Domenicale, in prima, è pubblicato un ampio stralcio delle conclusioni del saggio di Voltaire Sui costumi e lo spirito delle nazioni. La prosa del mostro sacro dell’Illuminismo, a voler giudicare da questo stralcio, appare assai datata e non c’è stomaco pervio a duemila di queste pagine edite da Einaudi. Fatta salva la sua critica delle antiche e coeve superstizioni religiose (dimentica però di citare quel mitico Gesù che tanto ha pianto e non ha mai riso per nulla), per quanto riguarda le sue considerazioni sul fatto che la natura umana “si assomiglia da un capo all’altro del mondo”, oppure che un’Europa senza guerre sarebbe senz’altro desiderabile e migliore, si tratta dei soliti luoghi comuni, quali: “una nazione, quando conosce le arti e quando non è sottomessa e deportata dagli stranieri, risorge facilmente dalle sue rovine e si ristabilisce per sempre”. Considerazioni queste che confinano per complicità con infiniti obbrobri e si combinano bene con la tonalità generale del nostro presente e dunque per questo riproposte come “toccasana per tentazioni alla Fukuyama”, sostiene, di spalla, Armando Masserenti. Fukuyama? Dipende se hai dimenticato con chi hai bevuto un bicchiere la sera prima, e quella prima ancora.

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giovedì 14 settembre 2017

Notarella tecnica sulla disoccupazione



L’aumento del capitale implica l’aumento della sua parte costitutiva variabile, ossia della forza-lavoro. In altri termini, una parte del plusvalore (quella che padroni e lacchè chiamano genericamente “profitto” o "valore aggiunto") trasformato in capitale addizionale deve costantemente essere ritrasformata in capitale variabile ossia in un fondo addizionale di lavoro. Sempre che le altre circostanze rimangano invariate, e dunque resti invariata la composizione del capitale, in tal caso una determinata massa di mezzi di produzione o di capitale costante richiederà sempre la medesima massa di forza-lavoro per essere messa in moto; in tal caso la domanda di forza-lavoro aumenterà evidentemente in proporzione del capitale e aumenterà tanto più rapidamente quanto più rapidamente aumenterà il capitale.

Siamo in presenza della classica riproduzione semplice che riproduce costantemente lo stesso rapporto capitalistico. Non solo un caso di scuola, ma una realtà concreta del capitalismo. Va da sé che la riproduzione della forza-lavoro, che deve incessantemente incorporarsi al capitale come mezzo di valorizzazione, costituisce effettivamente un elemento della riproduzione dello stesso capitale, e perciò l’accumulazione del capitale comporta un aumento del proletariato.

Se aumenta la domanda di forza-lavoro aumentano anche i salari. Se poi, per contro, l’accumulazione si allenta in seguito all’aumento del prezzo del lavoro, perchè ottunde lo stimolo del guadagno, l’accumulazione diminuisce e il prezzo del lavoro ricade a un livello corrispondente ai bisogni di valorizzazione del capitale.

martedì 12 settembre 2017

Gates e Gabanelli a rubamazzo


Un errore frequente, quando si ha a che fare con la questione delle “macchine” (più o meno sofisticate dal punto di vista dell’automazione), è quello di non cogliere la differenza generale fra processo di lavoro e processo di valorizzazione. Anzitutto (ma non solo) la mancata comprensione e distinzione tra questi due concreti porta a conclusioni assurde sul ruolo delle macchine nell’ambito del processo di valorizzazione.

Non così David Ricardo, il quale, citando Adam Smith, osservava:

Il signor Say accusa il dr. Smith di aver trascurato il valore dato alle merci dagli agenti naturali e dalle macchine, per aver egli ritenuto che il valore di tutte le cose derivi dal lavoro dell’uomo; ma non mi sembra che tale critica sia fondata; infatti Adam Smith non sottovaluta mai i servizi che tali agenti naturali e le macchine compiono per noi, ma molto giustamente distingue la natura del valore che essi conferiscono alle merci: ci sono utili in quanto fanno aumentare la quantità di prodotti e rendono gli uomini più ricchi facendo aumentare il valore d’uso; ma poiché compiono gratuitamente il loro lavoro, poiché nulla si paga per l’uso dell’aria, del calore e dell’acqua, l’ausilio ch’essi ci prestano non aggiunge nulla al valore di scambio (Sui principi dell’economia politica e della tassazione, ISEDI, 1976, p. 213) (*).

J.B. Say vaneggiava che le macchine fanno il “servizio” di creare valore, il quale costituirebbe una parte del “profitto”. Ancor oggi c’è chi è prigioniero di simili vaneggiamenti e ritiene che le macchine partecipino alla creazione di nuovo valore, ed ecco dunque farsi strada la balzana proposta di tassare le nuove macchine (robot) quali agenti di maggior profitto, a sconto della disoccupazione che esse vanno determinando. Bisogna essere proprio dei bei tipi per farsi venire idee del genere. Per contro, la giornalista Gabanelli Milena, si dice contraria (“la robotica si produce perché crea valore”) perché ciò frenerebbe nientemeno che il progresso! Popone di tassare le società hi-tech.

Tutta questa gente ha una bella concezione della produzione capitalistica e vorrebbe, chi da un lato e chi dall’altro, risolverne le contraddizioni con la … tassazione, cioè giocando a rubamazzo!

 (*) […] for Adam Smith no where undervalues the services which these natural agents and machinery perform for us, but he very justly distinguishes the nature of the value which they add to commodities—they are serviceable to us, by increasing the abundance of productions, by making men richer, by adding to value in use; but as they perform their work gratuitously, as nothing is paid for the use of air, of heat, and of water, the assistance which they afford us, adds nothing to value in exchange. The Principles of Political Economy, and Taxation, II ediz., London 1819, Cap. XX, 352.