giovedì 9 ottobre 2014

Il Bronzo di Ferrara


Sembra proprio che i famosi Bronzi non si possano muovere dalla Calabria per raggiungere Milano in occasione dell’Expo. Non credo che il giudizio espresso dall’apposita commissione (c’è sempre una “commissione”) circa la trasportabilità dei Bronzi sia stato un giudizio “politico”, come sostengono Sgarbi e Maroni. Non credo nemmeno si tratti di un giudizio “tecnico”, come sostiene il ministro.

Dice la commissione regia che non si può in alcun modo escludere "un pregiudizio alcuno per la loro integrità e conservazione". Se ciò vale per i Bronzi, vale per tutte le opere, poiché nessuno può escludere a priori “pregiudizio alcuno per la loro integrità". Quanto alla conservazione, non credo che a Reggio gli facciano le coccole ai Bronzi.

Oltretutto i Bronzi non hanno bisogno di misure di climatizzazione particolarmente speciali. Con i mezzi tecnologici e di trasporto oggi a disposizione credo che i Bronzi potrebbero essere inviati con poco rischio (il rischio zero non esiste) anche sulla Luna e, tra un po’, anche su Marte. Posto che nello spazio extraterrestre sono inviate quasi con cadenza quotidiana e senza problemi attrezzature ben più delicate dei Bronzi.

Pertanto, il ministro Franceschini, estense di natali, c’invita a recarci a Reggio Calabria a vedere i Bronzi di Riace, magari percorrendo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, oppure la linea ferroviaria Napoli-Reggio. C’è anche l’aereo, però con il forte rischio, se partite in questi giorni, che il volo sia di sola andata (qui). Per l'Expo attiveranno il servizio mongolfiera, lo stesso mezzo con il quale, secondo i timori della commissione di cui sopra, si sarebbero traslati i Bronzi a Milano.

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Ripartire dall'abc


Stiamo sperimentando, non da oggi per la verità, quanto sia pervasivo e totalitario il dominio del capitale. Fa tenerezza (non voglio usare un’altra espressione) sentir minacciare il segretario della Fiom, l’unico pezzo di sindacato ancor oggi esistente, di voler occupare le fabbriche. Ha ragione la stampa reazionaria, dunque tutta quanta, a richiamarlo alla realtà. Di quali fabbriche stiamo parlando? La vera forza sta in quel 40 e oltre per cento di giovani disoccupati dei quali il sindacato non si è occupato (o poco), una generazione, e anche due, di giovani e meno giovani smarriti e rincoglioniti, abbandonati da un sindacato che ha curato l’orticello e da un partito estinto e sostituito da un cartello elettorale. Del resto, si è detto e ripetuto che la sconfitta è stata bruciante. Una sconfitta che era già nelle premesse, bastava leggere e far tesoro di un opuscolo scritto oltre 160 anni or sono e “destinato alla pubblicità”, cioè al proselitismo, un Manifesto appunto, la cui potenza analitica e validità premonitrice possiamo verificare ancor oggi. Non si chiedeva quindi un grande sforzo teorico per comprendere come barriere nazionali, formazioni politiche, cartelli sindacali, eccetera, avrebbero costituito solo una fase, poiché il capitale “non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali”.

mercoledì 8 ottobre 2014

Gilioli, il carro e i buoi


Il lavoro, roba d’antiquariato (*). Esisteva ben prima delle piramidi egizie. Dire che il lavoro è nato con l’uomo non è un’esagerazione, poiché è lo specifico dell’uomo, ciò che fa la differenza tra lui e il resto. Solo la mano dell’uomo è altamente perfezionata dal lavoro di centinaia di migliaia d’anni. La mano umana è al contempo l’organo del lavoro e il suo prodotto. La mano dell’uomo più imbranato può compiere centinaia di operazioni che nessuna scimmia può imitare. Nessuna mano di scimmia, per quanto abile, ha mai prodotto il più rozzo manufatto umano (**).

E allora per quale motivo il lavoro è così bistrattato, considerato “una condizione che è raramente di soddisfazione e molto più spesso di sottomissione, ricattabilità, umiliazione, insomma di tempo umano pieno d’infelicità”? È dunque il lavoro solo un “mezzo”, come sostiene Gilioli, o è anche il primo bisogno della vita? C’è qui una prima contraddizione che Gilioli non sa superare, dato il suo ristretto punto di vista.

martedì 7 ottobre 2014

Lo stesso algoritmo



“Don’t waste time living someone else’s life. Stay hungry. Stay Foolish”

Di ciò che c’importa davvero, non si parla. Oppure se ne parla talmente tanto che alla fine ogni opinione vale zero. Ciò che cerca lo spettatore medio sono le rassicurazioni al proprio punto di vista, e i media sono pieni di punti di vista, altrimenti certe cose non si spiegherebbero.

Ad esempio, alla lunga l’ideologia dominante ha fatto propria la critica al lavoro e ha elaborato un paio di soluzioni: una per i tipi scaltri, ossia per quelli abbastanza lupi da aspirare a posizioni nella scala sociale in cui il lavoro prende la fisionomia di attività ludica. Puoi aspirare a fare lo speculatore di Borsa, oppure il venditore di cazzate di successo, o il politico (c’è solo l’imbarazzo degli esempi), quelle occupazioni che non sono lavoro e consentono di vivere nell’agio, con disponibilità di denaro, cocaina e scopate, ma puoi anche scegliere di essere più zen di così, vivere alla Casaleggio.

L’altra soluzione è per i tipi predisposti a credere alle loro stesse bugie, quelli che vogliono pisciare fuori dal vaso ma senza sporcarsi le scarpe. Cambiare il mondo quel tanto che corrisponda al modello che hanno in testa: sognano l’armonia, un capitalismo compatibile con il creato, in cooperazione perfino con la “buona finanza”. Loro sono degli illuminati, siamo noi che non capiamo il presente e soprattutto il futuro, quello degli algoritmi, per dirla alla Gilioli: ah, se Marx avesse avuto per mano gli algoritmi.


Ciò che cercano è un congruo sussidio, ma non come quello che propone Scalfari: pane, acqua e poco contorno. Frega un cazzo che il numero dei salariati nel pianeta sia mai stato più alto di oggi e le condizioni di lavoro peggiorino sempre più, questi qui vogliono abolire addirittura il diritto al lavoro, vogliono abolire un diritto che in questa società non esiste se non come obbligo assoluto. In queste proposte non c’è dimensione etica se non per misurare il loro ego, perciò questo modello asettico di capitalismo è complementare a quello orgiastico, del resto la fonte è la stessa, lo stesso algoritmo.

lunedì 6 ottobre 2014

Teste di ... legno


Il presidente della Confindustria, Squinzi, asserisce che i padroni non esistono più ma ci sono soltanto lavoratori che svolgono lavori diversi, alcuni manuali più o meno sofisticati di primo o di secondo o di terzo livello ed altri, gli imprenditori ed i loro collaboratori, lavori di testa, dedicati a relazioni sociali e politiche, alla creatività aziendale (riporto testuale la prosa scalfariana).

Secondo il presidente della Confindustria, ciò che distingue i padroni dai lavoratori è dunque il tipo di lavoro che svolgono, se lo svolgono con le mani o con la testa. Che poi si tratti di mani dure e callose, di operai con o senza testa, oppure di imprenditori con mani di fata e la testona di cazzo, poco importa. Squinzi non ci dice, perché non ha interesse, ciò che distingue nell’essenziale il capitale dal lavoro, il padrone dallo schiavo. Eh sì, perché anche l'antico proprietario di schiavi faceva un lavoro di testa e di punta, mentre spettava allo schiavo la manualità e prenderlo in quel posto. Vedremo di capire da soli la differenza tra il lavoro e il sollazzo (*).